Alcuni film riescono a riportarti indietro nel tempo prima ancora che compaia il primo fotogramma. Ti basta una spada alzata verso il cielo, una musica familiare, un castello che emerge all’orizzonte e all’improvviso ti ritrovi di nuovo seduto sul pavimento della tua cameretta, circondato da action figure consumate dalle battaglie immaginarie. Uscendo dalla sala dopo aver visto Masters of the Universe di Travis Knight mi sono accorto che la sensazione dominante non era la nostalgia. Era qualcosa di molto più raro. La sorpresa.
Perché diciamocelo senza girarci attorno: dopo decenni di annunci, cancellazioni, reboot mai partiti e promesse finite nel nulla, l’idea di vedere davvero un nuovo film di He-Man sembrava quasi una leggenda metropolitana della cultura pop. Uno di quei progetti che sopravvivono più nelle discussioni dei fan che negli studi di Hollywood. E invece eccoci qui, nel 2026, davanti a un film che non solo esiste davvero, ma che riesce persino nell’impresa più difficile di tutte: prendere sul serio Eternia senza trasformarla in una caricatura.
La storia sceglie una strada che mescola mito classico, fantasy epico e racconto di formazione. Il giovane principe Adam Glenn viene strappato al proprio mondo durante una devastante guerra civile e finisce sulla Terra, lontano dalla Spada del Potere e dalla propria eredità. Vent’anni più tardi, ormai adulto, è costretto a tornare su Eternia per affrontare un destino che non può più ignorare. Accanto a lui troviamo la Sorceress, Teela, Duncan alias Man-At-Arms, l’inseparabile Cringer destinato a diventare Battle-Cat e i pochi guerrieri ancora pronti a opporsi all’avanzata delle armate di Skeletor.
Potrebbe sembrare la classica trama dell’eroe predestinato, e in parte lo è. La differenza sta nel modo in cui viene raccontata.
Travis Knight, che aveva già dimostrato una sensibilità particolare con opere come Kubo e la Spada Magica e Bumblebee, evita accuratamente la tentazione di realizzare un semplice catalogo di riferimenti per nostalgici. Il suo Masters of the Universe non vive di citazioni. Vive di emozioni. E questa è probabilmente la scelta più intelligente che potesse fare.
Adam non è il guerriero perfetto che molti ricordano. Non è soltanto una montagna di muscoli destinata a risolvere ogni problema brandendo una spada magica. Nicholas Galitzine costruisce un protagonista attraversato da dubbi, paure e insicurezze. La trasformazione in He-Man non appare come un premio o un superpotere da videogioco. Assomiglia piuttosto a un’accettazione dolorosa della propria identità.
Da appassionato cresciuto tra anime giapponesi, fumetti americani e videogiochi degli anni Novanta, ho percepito qualcosa di sorprendentemente familiare in questo percorso. La celebre frase che accompagna da sempre la trasformazione di Adam perde il ruolo di slogan iconico e diventa una dichiarazione di consapevolezza. Non è più soltanto un momento spettacolare. È il punto in cui il personaggio smette di fuggire da sé stesso. E funziona. Funziona perché il film capisce che il pubblico del 2026 non è lo stesso degli anni Ottanta. Molti degli spettatori che oggi comprano un biglietto per Masters of the Universe sono gli stessi bambini che giocavano con il Castello Grayskull sul tappeto del soggiorno. Sono cresciuti, hanno affrontato responsabilità, fallimenti e cambiamenti. Di conseguenza anche il loro eroe deve crescere con loro.
Attorno ad Adam si muove un cast che riesce a dare spessore a figure che, in passato, erano spesso poco più che archetipi fantasy. Teela, interpretata da Camila Mendes, possiede una presenza scenica naturale e una forza che non ha bisogno di essere continuamente sottolineata dalla sceneggiatura. Idris Elba porta a Duncan una gravità quasi paterna, trasformandolo in qualcosa di molto più complesso del semplice maestro d’armi… E poi arriva Skeletor.
Ogni volta che si annuncia una nuova incarnazione del più celebre villain di Eternia emerge sempre la stessa paura: renderlo troppo serio oppure troppo ridicolo. La versione interpretata da Jared Leto riesce a evitare entrambe le trappole. Mantiene quella teatralità che ha reso immortale il personaggio, conserva il sarcasmo e l’ironia che i fan ricordano con affetto, ma introduce anche una dimensione più inquietante. Non domina la scena attraverso urla e monologhi continui. Spesso basta la sua presenza a generare tensione. Risultato? Uno Skeletor che riesce contemporaneamente a divertire e a inquietare, proprio come dovrebbe fare.
Sul piano visivo il film compie un’altra scelta coraggiosa. Invece di inseguire l’estetica fantasy realistica che domina il cinema contemporaneo, decide di abbracciare l’anima giocattolosa e colorata delle sue origini. Eternia è un luogo esagerato, impossibile, a tratti persino folle. Creature gigantesche, armature improbabili, architetture monumentali e paesaggi che sembrano usciti direttamente dalle illustrazioni delle confezioni Mattel degli anni Ottanta. La cosa incredibile è che tutto questo non appare mai ridicolo. Anzi, proprio quella volontà di non vergognarsi delle proprie radici rende il film autentico. In un periodo storico in cui molti reboot sembrano quasi imbarazzati dal materiale originale, Masters of the Universe fa esattamente l’opposto. Guarda la propria eredità negli occhi e la abbraccia completamente. Le sequenze d’azione beneficiano enormemente di questa filosofia. I combattimenti non cercano il realismo assoluto. Cercano l’epicità. E la trovano spesso. Duelli con spade leggendarie, assedi, battaglie campali e scontri tra personaggi iconici restituiscono quella sensazione di grandezza che ha sempre definito il mondo di Eternia.
Naturalmente non tutto è perfetto.
Alcuni comprimari ricevono meno spazio di quanto meritassero. Diverse relazioni vengono soltanto accennate e alcuni passaggi narrativi avrebbero beneficiato di qualche minuto aggiuntivo. I fan più irriducibili noteranno inoltre l’assenza di alcuni personaggi storici, sia tra gli eroi sia tra i servitori di Skeletor. Eppure queste mancanze non compromettono davvero l’esperienza complessiva. Anzi, danno quasi l’impressione che gli autori stiano conservando molte carte per eventuali capitoli successivi.
Ripensando al film del 1987, I dominatori dell’universo, la differenza appare enorme. Quel lungometraggio possedeva un fascino tutto suo, figlio di un’epoca diversa e di un budget limitato, ma sembrava spesso costretto a nascondere Eternia. Questa nuova versione, invece, la mette al centro di tutto. La celebra. La mostra senza timidezza. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film riesce a colpire così tanto chi è cresciuto con He-Man. Non perché ricordi il passato. Perché riesce a far sembrare quel passato ancora vivo.
Mentre scorrevano i titoli di coda continuavo a pensare a quanto sia cambiata la cultura geek negli ultimi quarant’anni. I bambini che giocavano con Battle-Cat oggi discutono di multiversi, seguono anime in simulcast, collezionano statue premium e analizzano trailer frame per frame sui social. Eppure qualcosa è rimasto identico. Quel desiderio di avventura. Quella voglia di credere che da qualche parte esista ancora un castello misterioso, una spada leggendaria e un eroe pronto a difendere il proprio mondo. Masters of the Universe non reinventa He-Man. Non ne aveva bisogno. Fa qualcosa di più difficile: ricorda a tutti noi perché ce ne siamo innamorati la prima volta. E a giudicare dalla reazione della sala, dagli applausi spontanei durante alcuni momenti chiave e da quella strana espressione soddisfatta che vedevo sui volti degli spettatori all’uscita, forse Eternia non è mai stata davvero lontana.
Forse stava soltanto aspettando il momento giusto per richiamarci a casa. Voi avete già visto Masters of the Universe? Questo nuovo He-Man vi ha conquistato oppure preferite ancora l’immaginario classico degli anni Ottanta? La discussione, proprio come la leggenda di Eternia, è appena cominciata.








