Febbraio 2026 non assomiglia a nessun altro mese per chi è cresciuto con il castello che si accendeva prima di ogni VHS, per chi misura il tempo in fasi Pixar, Marvel e Lucasfilm, per chi considera i parchi a tema una seconda casa emotiva prima ancora che geografica. L’aria è quella dei grandi cambi di era, la stessa che si avverte quando una saga arriva al punto di non ritorno e sai che, qualunque cosa accada dopo, niente sarà più come prima. La notizia che rimbalza da giorni tra forum, chat private e discussioni infinite su Discord non è un semplice avvicendamento manageriale: The Walt Disney Company ha scelto il suo nuovo timoniere. Josh D’Amaro è il nuovo CEO, e da qui si apre un capitolo che profuma di futuro ma anche di memoria condivisa.
Dopo anni di speculazioni degne del miglior crossover Marvel, la scelta è caduta su un nome che, a ben guardare, era sempre stato sotto gli occhi di tutti. Josh D’Amaro non arriva da fuori come un manager prestato alla magia, ma è uno di quelli che la magia l’ha respirata sul campo, tra Main Street U.S.A., i backstage dei resort e le sale dove si decide come trasformare una storia in un’esperienza fisica. Se hai mai provato quella strana sensazione di essere davvero “dentro” un film mentre cammini in un parco Disney o sali su una nave da crociera con Topolino che ti saluta, allora, senza saperlo, hai già incrociato il suo lavoro.
La sua nomina segna l’inizio della fine di un’era titanica. Bob Iger, figura quasi mitologica dell’industria dell’intrattenimento, si prepara a cedere il testimone con una transizione studiata al millimetro. Il passaggio formale avverrà il 18 marzo, durante l’assemblea annuale degli azionisti, una data che entrerà nei libri di storia corporate come uno di quei momenti in cui il dietro le quinte diventa improvvisamente parte dello spettacolo. Iger resterà come senior advisor e membro del consiglio di amministrazione, con un ritiro definitivo fissato per la fine del 2026. Più che un addio secco, sembra l’uscita di scena di un maestro che resta ancora un attimo in platea, giusto per assicurarsi che il suo allievo abbia davvero capito la lezione.
Questa successione non è stata una passeggiata. Negli ultimi sei anni Disney ha vissuto una vera e propria saga interna, con colpi di scena che farebbero impallidire qualsiasi writer’s room. Il primo passaggio di consegne del 2020, l’era Chapek travolta da una pandemia globale che ha serrato cancelli e set, il ritorno di Iger nel 2022 come eroe riluttante richiamato dall’esilio per rimettere ordine nel regno. Un secondo atto nato già con la data di scadenza stampata sopra, più ponte che destinazione finale. Le voci provenienti da Wall Street raccontano di una stanchezza profonda, di una pressione mediatica costante e di frizioni interne che hanno reso evidente come questo ritorno non fosse pensato per durare all’infinito, ma per preparare il terreno a una successione inevitabile.
Nel frattempo, il toto-nomi ha infiammato la community nerd quasi quanto l’annuncio di un nuovo film di Star Wars. Ogni possibile successore incarnava un’idea diversa di Disney. Josh D’Amaro rappresentava l’anima esperienziale, quella che vede l’azienda come un universo da attraversare con il corpo prima ancora che con lo schermo. Dana Walden e Alan Bergman incarnavano invece la centralità dei contenuti, con tutto il peso e le responsabilità che comporta gestire serie, film e tensioni televisive ad alto voltaggio. Jimmy Pitaro, dal canto suo, era il ponte verso il mondo dello sport e del live, quella frontiera che continua a macinare numeri e attenzione in tempo reale. La scelta finale ha avuto il sapore di una squadra ben bilanciata: D’Amaro alla guida come CEO, Walden nel ruolo di presidente e Chief Creative Officer con riporto diretto a lui. Creatività al centro, ma sostenuta da una visione operativa solida e concreta.
Il perché di questa decisione è scritto nella carriera stessa di D’Amaro. Entrato in Disney nel 1998, ha attraversato ogni livello possibile, passando dal marketing alle operazioni, dalla finanza dei prodotti di consumo alla guida dei due templi sacri dell’esperienza Disney, Disneyland e Walt Disney World. Dal 2020 ha avuto in mano l’intero ecosistema delle esperienze, comprese crociere, merchandising e Imagineering. Oggi supervisiona investimenti colossali che ridisegneranno la mappa dei parchi nel mondo, incluso l’ambizioso progetto in Medio Oriente. In termini nerd, è il classico personaggio che ha grindato per anni, maxando tutte le skill prima di affrontare il boss finale.
Le sue prime parole da CEO suonano come una dichiarazione d’intenti che parla direttamente al fandom. Al centro non ci sono solo numeri o strategie, ma le persone e l’eccellenza creativa che da sempre definiscono le storie Disney. Il messaggio è chiaro: crescere sì, ma senza tradire l’identità; innovare, ma senza perdere quella scintilla che ti fa sentire a casa anche dall’altra parte del mondo.
Per chi vive Disney non come un semplice catalogo streaming ma come un immaginario da abitare, questo cambio di leadership ha un significato profondo. Significa puntare ancora di più su esperienze immersive, su mondi coerenti dove narrazione e spazio fisico dialogano senza soluzione di continuità. Significa riconoscere che il futuro dell’intrattenimento passa anche dal desiderio di vivere le storie, non solo di guardarle. In un’epoca in cui la nostalgia da sola non basta più, la sfida sarà capire cosa vuol dire essere fan nel 2026, con un pubblico più consapevole, esigente e affamato di partecipazione.
L’eredità di Iger resta monumentale. Ha costruito un impero integrando Pixar, Marvel, Lucasfilm e Fox, portando Disney al suo apice nel 2019. Ma il mondo di oggi è più frammentato, più veloce, meno indulgente. Il capitolo che si apre ora non è un reboot pigro, ma una storia nuova, con regole diverse e un protagonista che conosce il terreno perché ci ha camminato sopra per decenni. Il sipario sull’era Iger sta calando, le luci in sala tremolano appena, e la sensazione è quella elettrica che precede l’inizio di un film attesissimo. La saga Disney continua, e per una volta non sappiamo esattamente dove ci porterà. Ed è proprio questo il bello.
