Rapunzel Live-Action: Kathryn Hahn sarà Madre Gothel nel nuovo remake Disney

Notizie che arrivano dal mondo Disney hanno sempre quel potere strano di accendere immediatamente la chat dei nerd, far partire discussioni infinite sui social e riattivare ricordi che credevamo parcheggiati da qualche parte tra VHS consumate e playlist di colonne sonore. E stavolta il motivo della chiacchierata collettiva ha un nome molto preciso: il live-action di Rapunzel sta finalmente tornando a muoversi dopo mesi di silenzi e rumor sospesi nell’aria, e la scelta del volto che interpreterà Madre Gothel ha acceso immediatamente l’immaginazione del fandom.

Disney ha infatti ufficializzato l’ingresso di Kathryn Hahn nel ruolo della villain più manipolatrice della fiaba. Una scelta che, a dirla tutta, sembra quasi inevitabile per chiunque abbia seguito negli ultimi anni la carriera dell’attrice. Bastano due parole per capire il perché: WandaVision e Agatha All Along. Chi ha visto quelle serie sa benissimo quanto Hahn riesca a muoversi su quella linea sottilissima tra ironia, inquietudine e carisma magnetico. Non interpreta semplicemente personaggi ambigui: li rende irresistibili. E Madre Gothel è esattamente quel tipo di figura narrativa che vive di sfumature.

Il casting arriva dopo settimane di voci e speculazioni che avevano fatto circolare un altro nome molto discusso, quello di Scarlett Johansson. L’idea aveva intrigato parecchi fan, ma il calendario dell’attrice si è rivelato semplicemente impossibile da conciliare con una produzione Disney di queste dimensioni. Johansson è infatti impegnata contemporaneamente su progetti di enorme peso produttivo, tra cui The Batman – Parte II diretto da Matt Reeves e il nuovo reboot cinematografico de L’Esorcista firmato da Mike Flanagan. Impegni di questo livello hanno di fatto reso impraticabile qualsiasi trattativa.

Il risultato? Disney ha scelto di virare con decisione su Kathryn Hahn, una scelta che non solo sembra convincere il pubblico ma che potrebbe rivelarsi una delle mosse creative più intelligenti dell’intero progetto.

Il live-action di Rapunzel, infatti, non è un remake qualsiasi. Stiamo parlando di uno dei film d’animazione Disney più importanti dell’era moderna, uscito nel 2010 e capace di segnare un passaggio chiave nella storia dello studio. Quel film rappresentò qualcosa di molto più grande di una semplice reinterpretazione della fiaba dei fratelli Grimm. Fu il momento in cui Disney decise di abbracciare definitivamente l’animazione CGI mantenendo però l’anima delle grandi fiabe musicali classiche.

La versione animata di Rapunzel – L’Intreccio della Torre incassò quasi seicento milioni di dollari nel mondo e diventò rapidamente uno dei titoli più amati della nuova generazione Disney. Un risultato costruito su una miscela perfetta di ironia contemporanea, romanticismo fiabesco e personaggi incredibilmente umani.

Le voci originali di Mandy Moore e Zachary Levi contribuirono a creare un’alchimia che ancora oggi molti fan ricordano con affetto. E poi, ovviamente, quella canzone. “I See the Light”, composta dal leggendario Alan Menken insieme a Glenn Slater, una sequenza che per molti resta una delle scene musicali più romantiche mai prodotte dallo studio. Lanterna dopo lanterna, quel momento conquistò il pubblico e arrivò persino a sfiorare l’Oscar.

Riprendere oggi quella storia in versione live-action significa quindi entrare in un territorio delicatissimo. Non basta replicare le scene iconiche con attori in carne e ossa. Il pubblico è cambiato, le aspettative sono diverse e l’epoca dei remake automatici sembra aver iniziato a mostrare qualche crepa.

Negli ultimi anni Disney ha alternato grandi successi a operazioni molto più controverse, e proprio per questo motivo il progetto Rapunzel ha vissuto una fase di pausa quasi surreale. Per mesi il film è rimasto sospeso come una lanterna ferma a mezz’aria, con voci di corridoio che si rincorrevano senza mai trasformarsi in conferme ufficiali.

Poi qualcosa si è rimesso in moto.

Il progetto è stato riattivato e il casting principale ha iniziato a prendere forma con decisione. La nuova Rapunzel sarà interpretata da Teagan Croft, attrice che molti spettatori della cultura nerd conoscono già molto bene grazie al ruolo di Raven nella serie Titans. Una scelta interessante perché Croft possiede quella combinazione di vulnerabilità e determinazione che definisce il personaggio della principessa dai capelli magici.

Accanto a lei troveremo Milo Manheim nel ruolo di Flynn Rider, il ladro più affascinante dell’universo Disney contemporaneo. Il pubblico più giovane lo associa immediatamente al franchise musicale Zombies, che lo ha reso uno dei volti più riconoscibili della nuova generazione Disney.

Questa combinazione di casting sembra indicare con chiarezza la direzione del progetto: mantenere il legame emotivo con chi ha amato il film del 2010, ma allo stesso tempo conquistare un pubblico completamente nuovo.

Dietro la macchina da presa troveremo Michael Gracey, regista che molti ricordano per The Greatest Showman. Una scelta che parla da sola. Gracey ha dimostrato di saper gestire spettacoli musicali visivamente ambiziosi, costruendo sequenze che mescolano energia teatrale, coreografie cinematografiche e storytelling emotivo. Portare questo tipo di sensibilità nel mondo di Rapunzel significa probabilmente puntare su un film in cui la dimensione musicale tornerà a essere centrale.

La sceneggiatura è stata affidata a Jennifer Kaytin Robinson, mentre la produzione include Kristin Burr, già coinvolta in progetti Disney di grande successo come Crudelia. Tutti segnali che suggeriscono un tentativo di costruire una versione della storia capace di aggiungere nuove sfumature invece di limitarsi a replicare l’originale.

Ed è qui che entra in gioco Madre Gothel.

Tra tutte le villain Disney degli ultimi vent’anni, Gothel è forse una delle più disturbanti proprio perché non si presenta mai come un mostro evidente. Non indossa armature malvagie, non lancia fulmini, non governa eserciti. La sua arma principale è la manipolazione emotiva. Amore tossico travestito da protezione. Controllo mascherato da affetto materno.

Una figura che, nel mondo contemporaneo, assume sfumature ancora più inquietanti.

Kathryn Hahn possiede esattamente il tipo di presenza scenica necessaria per rendere questo personaggio tridimensionale. L’attrice è capace di passare dal sarcasmo alla crudeltà con una naturalezza quasi disarmante, e questo potrebbe trasformare Gothel in una villain molto più stratificata rispetto alla versione animata.

Se la Disney sceglierà davvero di esplorare fino in fondo questi aspetti psicologici, il live-action di Rapunzel potrebbe diventare qualcosa di molto più interessante di un semplice remake nostalgico.

Resta ancora da conoscere la data di uscita ufficiale e molti dettagli della produzione sono ancora avvolti da una certa riservatezza. Ma una cosa è chiara: la torre più famosa dell’animazione Disney sta per riaprire le sue finestre.

E mentre immaginiamo lanterne che tornano a illuminare il cielo notturno, una domanda continua a girare tra i fan come una teoria nerd che non vuole spegnersi.

Questa nuova versione di Rapunzel riuscirà davvero a dimostrare che le fiabe Disney possono ancora reinventarsi senza perdere la loro magia?

Perché alla fine è questo il vero incantesimo che tutti stiamo aspettando. E come sempre, la discussione migliore resta quella tra appassionati.

Ditemelo senza filtri: Kathryn Hahn vi convince come Madre Gothel oppure nella vostra head-canon c’era qualcun altro pronto a salire su quella torre? 🏰✨

Mike Flanagan riscrive il destino dell’Esorcista: tra ritardi, rivoluzioni e l’arrivo sorprendente di Scarlett Johansson

Pronunciare il titolo L’Esorcista non è mai stato un gesto neutro. Chi ama l’horror lo sa bene. Quelle due parole non evocano soltanto un film, ma un pezzo di storia del cinema che ha lasciato cicatrici profonde nella cultura pop. Nel 1973 l’opera di William Friedkin non si limitò a spaventare il pubblico: cambiò per sempre il modo di raccontare il male sul grande schermo, trasformando una storia di possessione demoniaca in un’esperienza collettiva che ancora oggi continua a influenzare registi, sceneggiatori e appassionati.

Generazioni di fan horror sono cresciute con quell’immagine indelebile del sacerdote sotto la luce del lampione, davanti a una casa dove qualcosa di terribilmente sbagliato stava accadendo. Un’icona visiva che, quasi mezzo secolo dopo, resta impressa nella memoria come un simbolo della paura cinematografica più pura. Eppure il mito di The Exorcist non è mai stato facile da toccare. Ogni tentativo di continuare quella storia ha sempre dovuto confrontarsi con un’eredità enorme, quasi schiacciante.

Gli ultimi anni lo hanno dimostrato con chiarezza. Il tentativo del 2023 di rilanciare la saga con Exorcist: Believer avrebbe dovuto inaugurare una nuova trilogia, ma la risposta del pubblico e della critica ha frenato l’entusiasmo iniziale. Il risultato è stato un progetto rimasto sospeso, incapace di trovare davvero una direzione. E proprio in questo momento di incertezza arriva una notizia che ha iniziato a far vibrare la comunità horror: Mike Flanagan sta preparando una nuova storia ambientata nell’universo de L’Esorcista.

Non un sequel diretto. Non un remake nostalgico. Piuttosto un nuovo capitolo che promette di affrontare il tema della possessione con uno sguardo diverso, personale e radicale.

Mike Flanagan e l’horror delle emozioni

Chi segue l’horror contemporaneo conosce bene il nome di Mike Flanagan. Non è soltanto un regista capace di costruire tensione. Il suo cinema lavora soprattutto sulle crepe dell’animo umano, su traumi, lutti e colpe che prendono forma attraverso il soprannaturale.

Basta ricordare esperienze televisive come The Haunting of Hill House o Midnight Mass per capire il suo approccio. Le presenze non sono mai semplici mostri da jump scare. Sono manifestazioni di qualcosa di più profondo: dolore, fede, senso di colpa, perdita.

Affidare a lui una nuova interpretazione dell’universo de L’Esorcista significa cambiare completamente prospettiva. Non si tratta di ripetere formule già viste o replicare l’estetica del film del 1973. Flanagan sembra intenzionato a raccontare una storia autonoma, definita come una versione “nuova e audace” del classico racconto di possessione demoniaca.

Il progetto non è collegato direttamente alla trama di Believer, anche se condivide lo stesso universo narrativo. In altre parole, non servirà aver visto i film precedenti per seguire questa nuova storia. Una scelta che lascia intuire la volontà di ripartire da zero, senza restare intrappolati nelle aspettative di una saga che ha già attraversato decenni di tentativi, sequel e reinterpretazioni.

Scarlett Johansson entra nel territorio dell’orrore

Una delle notizie più sorprendenti riguarda il cast. Il film vedrà Scarlett Johansson in uno dei ruoli principali, una scelta che ha immediatamente acceso la curiosità dei fan.

Johansson è spesso associata a grandi produzioni spettacolari, soprattutto per la sua lunga presenza nell’universo Marvel nei panni di Natasha Romanoff. Tuttavia la sua carriera è molto più sfaccettata, fatta di interpretazioni intense e spesso introspettive. Ed è proprio questo lato più umano e fragile che potrebbe diventare la chiave emotiva del film.

Le informazioni sui personaggi restano ancora avvolte dal mistero, ma alcune indiscrezioni indicano che Johansson interpreterà una madre, mentre Jacobi Jupe vestirà i panni del figlio. Un rapporto familiare che lascia già intuire il terreno narrativo su cui Flanagan ama muoversi: relazioni spezzate, legami messi alla prova, dolore che lentamente si trasforma in qualcosa di oscuro.

Accanto a loro si muove un cast di livello impressionante. Laurence Fishburne, John Leguizamo, Chiwetel Ejiofor e Sasha Calle fanno parte della squadra, insieme a numerosi attori che hanno già collaborato con Flanagan in passato.

Tra questi spiccano nomi familiari per chi ha seguito le sue serie: Rahul Kohli, Hamish Linklater, Samantha Sloyan, Kate Siegel, Carla Gugino, John Gallagher Jr., Robert Longstreet, Carl Lumbly e Matt Biedel. Una vera e propria reunion creativa che rafforza l’idea di un progetto molto personale, quasi una grande famiglia artistica riunita per affrontare uno dei miti più inquietanti dell’horror.

Produzione e dietro le quinte

Dietro la macchina da presa Flanagan non sarà soltanto regista. Il progetto lo vede coinvolto anche come sceneggiatore e produttore, segno di un controllo creativo molto forte sull’intera operazione.

Il film nasce dalla collaborazione tra Blumhouse, Atomic Monster e Morgan Creek Entertainment, tre realtà che negli ultimi anni hanno avuto un ruolo centrale nella rinascita dell’horror moderno. Blumhouse, in particolare, ha costruito la propria reputazione producendo film capaci di unire budget relativamente contenuti e grande libertà creativa.

Le riprese non sono ancora iniziate e molti dettagli restano segreti. Titolo ufficiale compreso. Al momento il progetto viene indicato semplicemente come il nuovo film di Mike Flanagan ambientato nell’universo de L’Esorcista.

Questa mancanza di informazioni potrebbe sembrare frustrante per i fan, ma in realtà contribuisce a creare quella sensazione di mistero che da sempre accompagna le storie di possessione. Un progetto del genere vive anche di attesa, di teorie, di ipotesi che si rincorrono tra forum, social e community di appassionati.

La data da segnare sul calendario

Una certezza esiste: l’uscita nelle sale è prevista per il 12 marzo 2027. Una distanza temporale che potrebbe sembrare lunga, ma che probabilmente gioca a favore del film.

Raccontare una storia legata a un mito come L’Esorcista richiede tempo. Tempo per scrivere, per costruire atmosfere, per evitare scorciatoie narrative. L’horror più potente non nasce dalla fretta, ma da un lento accumularsi di tensione.

Ed è proprio questo che rende l’attesa così interessante.

Perché la vera domanda non riguarda soltanto la trama o i personaggi. La questione più affascinante riguarda il tipo di paura che questo film proverà a raccontare. L’originale del 1973 faceva tremare il pubblico con una miscela di religione, psicologia e puro terrore visivo. Il mondo di oggi è diverso, più cinico, più consapevole.

Un nuovo Esorcista dovrà confrontarsi con paure nuove, con demoni che forse non hanno più corna e zoccoli ma abitano dentro le nostre fragilità quotidiane.

Mike Flanagan sembra il regista perfetto per esplorare proprio questo territorio.

E adesso la conversazione passa alla community nerd.
Un nuovo capitolo de L’Esorcista firmato Flanagan vi incuriosisce oppure vi mette già sulla difensiva?
Meglio un approccio completamente nuovo o avreste preferito un ritorno diretto alle atmosfere del film del 1973?

Parliamone nei commenti. Perché alcune storie, soprattutto quelle che parlano di demoni, non finiscono mai davvero.

Jurassic World: La Rinascita ha riaperto la ferita. E il nome Jurassic World: Liberation sta già circolando come un ruggito lontano

Non è solo una questione di box office, anche se i numeri parlano chiaro e fanno rumore. Oltre ottocento milioni di dollari globali non sono nostalgia riciclata, sono un segnale industriale. Universal Pictures non registra trademark per sport, e quel titolo, Liberation, suona come qualcosa che aspetta solo il momento giusto per uscire dalla gabbia.

Jurassic World 5. Oppure ottavo capitolo se guardiamo l’albero genealogico che parte dal 1993 con Jurassic Park. Il numero conta fino a un certo punto. Quello che conta è la mutazione.

Io appartengo a quella generazione che ha consumato le VHS di Jurassic Park fino a farle tremare nel videoregistratore. La prima volta che ho visto il T-Rex emergere dalla pioggia non era solo cinema, era un’epifania nerd. Era capire che la tecnologia poteva evocare l’estinto. Che il CGI poteva diventare mitologia. E da lì in poi la saga è cresciuta insieme a noi, tra sequel altalenanti, reboot spettacolari e quella sensazione costante che il dinosauro fosse solo la superficie.

Liberation è un titolo che mi ossessiona. Liberazione da cosa? Dalla prigionia nei parchi? Dall’illusione di poter controllare la natura? O magari è la liberazione definitiva dei dinosauri nel tessuto della società globale, non più confinati su un’isola ma integrati – o infiltrati – nel mondo reale?

La Rinascita aveva già piantato il seme. Niente più recinto esotico, niente più catastrofe isolata. La convivenza tra esseri umani e dinosauri è diventata una questione geopolitica, economica, scientifica. E se dietro la macchina da presa dovesse tornare Gareth Edwards, io mi preparo a qualcosa di più di un semplice spettacolo. Edwards è uno che i mostri li tratta come presenze, non come attrazioni. Lo ha dimostrato con Rogue One: A Star Wars Story e con il suo cinema fatto di scale gigantesche e silenzi pesanti.

Poi c’è lei. Scarlett Johansson. Il ritorno di Zora Bennett non sarebbe solo un colpo di casting, ma un segnale preciso: la saga vuole continuare a parlare a un pubblico cresciuto. Se davvero dovrà incastrare questo progetto con The Batman: Part II e The Exorcist: Martyrs, significa che Jurassic World: Liberation non è un capitolo messo lì per riempire un calendario. È un tassello strategico.

Quello che sogno, però, va oltre il dinosauro più grande o la sequenza d’azione più rumorosa. Voglio un Jurassic World che abbracci definitivamente il thriller biotech. Governi che si contendono il DNA come fosse vibranio. Multinazionali farmaceutiche pronte a trasformare il sangue di un T-Rex in una cura miracolosa o in un’arma biologica. Laboratori asettici illuminati al neon, scienziati divisi tra ambizione e rimorso. Una tensione quasi cyberpunk, come se Ghost in the Shell avesse incontrato il ruggito di un Velociraptor.

Perché Jurassic non ha mai parlato solo di dinosauri. Ha sempre raccontato l’arroganza umana. Quel momento in cui dici “possiamo farlo” e smetti di chiederti se sia giusto farlo. Oggi, nell’era del CRISPR e dell’intelligenza artificiale che riscrive il codice della vita, questa domanda pesa ancora di più. Il confine tra fantascienza e laboratorio reale è sottilissimo, e Jurassic World: Liberation potrebbe essere il film che decide di guardarlo in faccia.

Tra le voci che circolano c’è anche il possibile ritorno di David Koepp. Se accadesse, sarebbe come richiamare il custode del DNA originale della saga. Koepp è stato parte della scrittura che ha definito l’identità di Jurassic Park, e un suo coinvolgimento trasformerebbe Liberation in qualcosa di più di un sequel: una saldatura tra passato e futuro.

Il franchise, intanto, continua a macinare cifre impressionanti. Oltre sei miliardi di dollari dal 1993. Tre generazioni cresciute con il suono dei passi del T-Rex come colonna sonora interiore. Io ricordo ancora la prima volta in sala, il sedile che vibrava sotto di me. Non era solo audio. Era presenza. Era capire che il cinema poteva rendere tangibile l’impossibile.

Ed è questo il paradosso più affascinante. Viviamo immersi in intelligenze artificiali generative, deepfake sempre più realistici, mondi virtuali che simulano qualsiasi cosa. Eppure bastano le pupille verticali di un dinosauro per farci sentire minuscoli. Forse perché rappresentano qualcosa che non possiamo patchare con un aggiornamento software. Sono l’errore irreversibile. Il glitch biologico che nessun algoritmo può correggere.

Se Jurassic World: Liberation dovesse davvero arrivare nel 2028, non sarà solo un altro capitolo. Sarà una prova di maturità per la saga. Continuerà a puntare tutto sull’intrattenimento muscolare o avrà il coraggio di diventare una riflessione più adulta sul potere, sull’etica, sulla manipolazione genetica?

Io voglio uscire dal cinema con lo stesso senso di meraviglia che avevo da bambina, ma contaminato dall’ansia contemporanea di chi sa che certi scenari non sono più pura fantasia. Voglio un film che mi faccia discutere per settimane, che generi teorie, che divida la community nerd tra chi vuole più azione e chi pretende più profondità.

Perché una cosa è chiara: l’estinzione, in questa saga, non è mai definitiva. Le storie evolvono. Si adattano. Trovano sempre un modo.

E noi siamo ancora qui, pronti a sentire un altro ruggito squarciare il silenzio della sala.

La vera domanda non è se Jurassic World: Liberation si farà. La vera domanda è che tipo di evoluzione vogliamo vedere. Guerra globale tra dinosauri e governi? Thriller etico sulla genetica? O un ibrido capace di sorprenderci di nuovo?

Io ho già le mie speranze. Ma la conversazione, quella vera, inizia adesso.

Stealing Isn’t Innovation: una Vedova Nera contro l’Intelligenza Artificiale

Hollywood non assomiglia più a un set. Sembra piuttosto una sala riunioni dopo mezzanotte, luci basse, caffè freddo, voci che si accavallano. Il genere non è fantascienza, anche se l’eco di certe storie la riconosci subito: copie, simulacri, identità replicate con una precisione che inquieta. Qui non servono androidi con gli occhi rossi o astronavi in orbita. Basta una firma digitale, una voce che suona troppo familiare, un algoritmo che “impara” senza chiedere permesso.

Lo slogan gira da qualche settimana come una battuta che smette di far ridere dopo il secondo ascolto: rubare non è innovazione. È netto, quasi scomodo. Non lo lancia una major, né un think tank. Arriva da chi vive di voce, di sguardi, di frasi scolpite con anni di mestiere. E quando a prestare il volto — e il peso simbolico — sono Scarlett Johansson e Cate Blanchett, capisci che non è una fiammata passeggera. La Human Artistry Campaign ha dato forma a una preoccupazione che covava da tempo, come un rumore di fondo che all’improvviso diventa insopportabile.

La sensazione, parlando tra appassionati, è che l’AI abbia smesso di essere il giocattolo brillante sul tavolo e abbia indossato il costume dell’antagonista. Non quello affascinante, ambiguo, da cui ti aspetti una svolta morale. Piuttosto il tipo di nemico che non sai nemmeno quando entra in scena, perché è già lì, incorporato nel processo. C’è chi la vede come uno strumento potentissimo — e lo è — e chi la guarda come un boss che ti ruba le mosse migliori mentre stai ancora combattendo.

Il punto di rottura, per molti, ha una voce precisa. O meglio, una voce che sembra precisa. Johansson se n’è accorta quasi per caso: un timbro, una cadenza, una musicalità che le somigliava troppo. Non un omaggio, non una citazione. Una replica. La storia è rimbalzata ovunque perché aveva un’ironia beffarda difficile da ignorare: l’attrice che ha dato anima a un’intelligenza artificiale romantica in Her si ritrova, anni dopo, a difendere la propria identità sonora da un sistema reale. Sembra un episodio scartato di Black Mirror, e invece è cronaca. Da una parte OpenAI, dall’altra una professionista che ha detto no e si è vista rispondere da un’imitazione fin troppo credibile. Il nome della voce incriminata — Sky — suona quasi come una presa in giro involontaria.

La difesa ufficiale parla di coincidenze, di attrici diverse, di somiglianze non intenzionali. Sam Altman si muove sul terreno scivoloso della gestione dei danni, promettendo chiarimenti, rimozioni, dialoghi. Eppure, anche ammettendo la buona fede, resta quella sensazione difficile da scrollarsi di dosso: il confine è diventato poroso. Oggi è una voce, domani un volto, dopodomani uno stile di scrittura che riconosci come riconosceresti la calligrafia di un amico.

Intanto la protesta smette di essere un caso isolato e prende la forma di una costellazione. Attori, musicisti, scrittori che normalmente non condividono neppure la stessa stanza si ritrovano dalla stessa parte della barricata. Non perché odiino la tecnologia — chi ama il cinema sa quanto ogni innovazione abbia cambiato il linguaggio — ma perché il patto implicito si è incrinato. Creare non è solo produrre output. È sedimentare esperienza, errori, tentativi andati male. Vederlo assorbito e rigurgitato senza consenso fa male in un punto che non è solo economico.

Qualcuno prova a giocare d’anticipo. C’è chi registra il proprio nome come marchio, come se bastasse una pratica legale a mettere un lucchetto sull’identità. Gesto comprensibile, un po’ amaro, che sa di rifugio improvvisato mentre la tempesta è già sopra la testa. Altri guardano agli accordi milionari tra colossi tech e major dell’intrattenimento come a un precedente salvifico. Se paghi, puoi usare. Se non paghi, no. Semplice, in teoria. Fragile, nella pratica, soprattutto quando la materia prima è il web intero.

Il nodo vero resta quello dei dati. Senza, gli algoritmi sono gusci vuoti. Con, diventano potentissimi. Le piattaforme ripetono che ciò che è pubblico è addestrabile. Gli editori e gli artisti ribattono che pubblico non significa gratuito, né tantomeno espropriabile. È una partita di scacchi giocata su un tavolo di carta, dove basta un soffio per far cadere tutto. E la paura, nemmeno troppo nascosta, è che se salta l’equilibrio salti anche la fiducia.

Poi c’è l’altro lato della storia, quello meno rumoroso ma non meno interessante. Artisti che, invece di alzare scudi, tendono la mano. Voci leggendarie che si prestano a esperimenti dichiarati, collaborazioni in cui l’AI diventa uno strumento dichiarato, non un ladro mascherato. Funziona? A volte sì, a volte no. Ma almeno il gioco è chiaro. Ed è curioso come, ascoltando chi ha ottant’anni di palco sulle spalle, emerga una serenità che spiazza: l’idea che, finché c’è una scelta consapevole, l’umano resti al centro.

La frattura, insomma, non è tra umani e macchine. È tra consenso e appropriazione, tra dialogo e scorciatoia. Hollywood, che di storie sull’identità ne ha raccontate a migliaia, si ritrova ora dentro la sua stessa trama. Senza copione definitivo. Con attori che improvvisano, avvocati che riscrivono le regole mentre la scena è già in corso, e algoritmi che apprendono in silenzio.

Resta una domanda che continua a ronzarmi in testa, come una battuta non detta prima dello stacco. Se l’innovazione nasce dal prendere in prestito il passato, dove finisce l’ispirazione e dove comincia il furto? Forse la risposta non arriverà da un tribunale né da una keynote. Forse verrà da una scelta collettiva, o da una nuova etica che stiamo ancora imparando a pronunciare. Nel frattempo, il dialogo è aperto. E la storia, quella vera, sta ancora scrivendo la prossima scena.

Brigitte Bardot: addio al mito ribelle che ha cambiato cinema, fumetto e immaginario pop

Non era soltanto una notizia, ma uno di quei momenti che sembrano incrinare una linea temporale condivisa. La scomparsa di Brigitte Bardot, avvenuta il 28 dicembre 2025 all’età di 91 anni, ha avuto il sapore amaro della fine di un’era, di quelle che continuano a vivere anche quando i titoli di coda scorrono da decenni. Perché BB non è mai stata solo un’attrice. È stata un’immagine, un’idea, una frattura culturale. Un archetipo che ancora oggi attraversa cinema, fumetto, moda, musica e immaginario geek come un fantasma luminoso che rifiuta di dissolversi.

Negli ultimi anni aveva chiesto silenzio, oblio, distanza. “Per favore, dimenticatevi di me”, scriveva con una lucidità quasi spiazzante, mentre il mondo continuava ostinatamente a ricordarla. Non per nostalgia sterile, ma perché alcune figure diventano linguaggio comune, materia prima dell’immaginazione collettiva. Bardot è stata questo: un simbolo che ha smesso presto di appartenere solo a sé stessa per diventare mito pop, con tutte le contraddizioni, le ombre e le tensioni che un mito inevitabilmente porta con sé.

“Per favore, dimenticatevi di me! Non capisco perché la gente si interessi ancora a me. Ma perché non mi lasciate in pace, una volta per tutte? … Ho smesso di fare cinema da mezzo secolo, non capisco tutto questo interesse ingiustificato per me. Voglio soltanto prendermi cura della mia causa per gli animali, non voglio altro”.

Nata a Parigi nel 1934, cresciuta tra disciplina borghese e sogni di danza classica, Brigitte Bardot ha trovato nel cinema non solo una carriera, ma una detonazione culturale. Quando nel 1956 arriva Et Dieu… créa la femme, il film che in Italia conosciamo come Piace a troppi, qualcosa cambia per sempre. Non si tratta solo di erotismo o scandalo. Quel corpo libero, quella sensualità priva di senso di colpa, quel rifiuto delle gabbie morali dell’epoca diventano un atto politico prima ancora che estetico. BB non interpreta semplicemente un personaggio: incarna una frattura generazionale, un modo nuovo di abitare il proprio corpo e il proprio desiderio.

Da quel momento il cinema europeo scopre di poter competere con Hollywood sul terreno dell’icona, mentre gli Stati Uniti, ancora prigionieri del Codice Hays, osservano con un misto di fascinazione e imbarazzo. Bardot diventa un simbolo globale, al pari di Marilyn Monroe, ma con una carica diversa, più istintiva, più selvaggia, meno addomesticabile. Non è un caso se filosofi come Simone de Beauvoir vedono in lei una figura di emancipazione femminile, una donna che non chiede il permesso per esistere.

Dal punto di vista di chi ama fumetti, fantascienza e cultura pop, l’impatto di Brigitte Bardot è stato devastante e meraviglioso. La sua immagine ha contribuito a plasmare il concetto stesso di femme fatale, quel mix di fascino, pericolo e autonomia che attraversa noir, graphic novel e cinema di genere. Senza BB, certi archetipi non avrebbero avuto la stessa forza visiva, la stessa carica sovversiva.

Il legame con il fumetto è diretto e potentissimo. Barbarella, l’eroina spaziale creata da Jean-Claude Forest nel 1962, nasce come omaggio dichiarato a Bardot. Un personaggio che fonde fantascienza ed erotismo, anticipando di decenni una libertà narrativa che oggi diamo per scontata. Quando nel 1968 il personaggio arriva al cinema con Jane Fonda nei panni della protagonista, il debito visivo e concettuale con BB è evidente, quasi programmatico. Barbarella non sarebbe mai esistita senza quella rivoluzione iniziata nei film europei di fine anni Cinquanta.

In Italia, l’eco di Bardot ha trovato una delle sue espressioni più raffinate nell’opera di Milo Manara. Il rapporto tra Manara e Bardot non è stato semplice omaggio, ma dialogo artistico. I venticinque acquerelli realizzati dal maestro veronese, approvati e firmati dalla stessa attrice, rappresentano un incontro raro tra musa e interprete. Bardot non viene idealizzata, ma restituita nella sua complessità, nella sua femminilità libera e a tratti inquieta. La margherita a sette petali, simbolo personale dell’attrice, diventa un sigillo intimo, quasi un passaggio di testimone tra due immaginari che si riconoscono.

Questa influenza si estende ben oltre il fumetto europeo. L’estetica di Bardot riecheggia nei personaggi femminili dei comics americani, nelle eroine dei cinecomic contemporanei, persino nella costruzione visiva di figure come Black Widow. Non a caso Scarlett Johansson ha più volte citato Bardot come riferimento per il suo approccio al personaggio, dimostrando come certe icone non appartengano a un’epoca, ma a una grammatica visiva senza tempo.

Eppure ridurre Brigitte Bardot alla bellezza sarebbe un errore imperdonabile. Dopo il ritiro dal cinema, avvenuto nel 1973, la sua vita prende una direzione radicalmente diversa. L’attivismo per i diritti degli animali diventa il centro assoluto della sua esistenza. La Fondazione Brigitte Bardot, creata nel 1986, rappresenta una delle organizzazioni più influenti nel panorama animalista europeo. Una scelta che l’ha portata spesso allo scontro, alle polemiche, alle condanne giudiziarie. Bardot non è mai stata una figura comoda, nemmeno in questa fase. Ha pagato il prezzo della sua intransigenza, della sua incapacità o mancanza di volontà di mediare.

Qui il mito si complica, si incrina, diventa scomodo. Le sue posizioni politiche, le dichiarazioni controverse, le condanne per incitamento all’odio razziale fanno parte di una biografia che non può essere semplificata né assolta automaticamente. Bardot resta una figura divisiva, e forse è giusto così. I miti più potenti sono quelli che costringono a confrontarsi con le contraddizioni, non quelli che offrono conforto.

Eppure, anche in mezzo a queste ombre, resta l’immagine di una donna che ha sempre rifiutato di essere addomesticata. Una donna che ha smesso di fare cinema quando non ne sopportava più il peso, che ha scelto una causa totale, che ha vissuto ogni fase della propria vita senza mezze misure. Nel bene e nel male, Brigitte Bardot non ha mai recitato un ruolo imposto.

Oggi il suo nome continua a comparire ovunque. Nei busti di Marianne, nei quadri di Andy Warhol, nelle statue sparse tra Francia e Brasile, nelle canzoni di Gainsbourg, Dylan, Elton John, nei graffiti, nei fumetti, nelle citazioni più o meno consapevoli della cultura pop contemporanea. Chiedere di dimenticarla era forse il suo ultimo gesto di libertà, ma anche quello più impossibile da esaudire.

Perché alcune figure non appartengono più al tempo biologico, ma a quello mitologico. E il mito di BB, con tutta la sua carica di bellezza, ribellione, errore e grandezza, continua a camminare accanto a noi.

E ora la domanda passa a voi, come sempre: quale volto di Brigitte Bardot vi ha segnato di più? L’icona cinematografica, la musa del fumetto, l’attivista irriducibile o il simbolo di una libertà che ancora oggi fa discutere? Raccontiamocelo nei commenti, perché certi miti non muoiono davvero finché continuiamo a parlarne.

Lucca Film Festival 2025: la Toscana diventa un set a cielo aperto (e un portale per tutti i mondi nerd)

Dal 20 al 28 settembre 2025, la città delle mura si trasforma in una cine-mappa interattiva, dove ogni vicolo è un tracking shot e ogni piazza una sala d’essai. La XXI edizione del Lucca Film Festival, diretta da Nicola Borrelli e sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, apre le porte a una community che non guarda semplicemente film, ma li attraversa. È il tipo di festival che piace a noi: gratuito fino a esaurimento posti, dichiaratamente pop, spiritualmente autoriale, fieramente nerd. E lo capisci già dalla prima scena: sabato 20 settembre al Cinema Astra sale sul palco Kevin Spacey, due volte Premio Oscar, per ricevere il Premio alla Carriera e presentare in anteprima mondiale 1780, thriller storico diretto da Dustin Fairbanks e prodotto, tra gli altri, da Spero Stamboulis. L’ambientazione è la Pennsylvania della guerra d’Indipendenza, il mood è survival con riflessi morali: un soldato ferito, un trapper e un figlio costretti a negoziare lealtà e sopravvivenza in un mondo in guerra. Ventiquattr’ore dopo, domenica 21 settembre, Spacey torna sullo stesso palco per una masterclass moderata da Tiziana Rocca: un’occasione rara per ripercorrere una carriera che ha attraversato noir metropolitani, drammi suburbani e rivoluzioni seriali con l’eleganza di un anti-eroe shakespeariano.

Il concorso lungometraggi: dodici film, dodici possibili universi

Curato da Stefano Giorgi e Mattia Fiorino, il Concorso internazionale lungometraggi è il cuore pulsante del festival. Dodici titoli, dalle Americhe all’Asia passando per l’Europa, compongono un mosaico dove prime opere e firme già consacrate convivono in una costellazione di linguaggi che vanno dall’autobiografico al politico, dall’onirico al poetico. Molte opere arrivano fresche di Berlinale, Sundance, Rotterdam, Tribeca e Slamdance, con un palmarès complessivo di dodici premi già in tasca e qualche sponsor d’autore che fa brillare la line-up, complice il tocco di nomi come Luca Guadagnino in produzione. Al centro scorrono temi che ci toccano da vicino: voci femminili che scavano nelle crepe del presente, identità queer raccontate senza filtri, memoria storica che rilegge il trauma, natura che torna soggetto e non solo sfondo. A vigilare su questa galassia cinefila una giuria che ragiona per immagini e ritmo: il direttore della fotografia Michele D’Attanasio, la video editor Paola Freddi e il regista, sceneggiatore e produttore Mimmo Calopresti.

Corti, dove il cinema si affila: storie brevi, ferite lunghe

Otto centinaia di cortometraggi arrivati da tutto il mondo, dodici selezionati, con due anteprime mondiali e una europea: il Concorso internazionale corti, curato da Laura Da Prato e Dario Ricci, è un laboratorio di realtà dove l’umano si specchia nel suo lato più fragile. Al Cinema Centrale, con prenotazione online, i registi introdurranno i propri film in proiezioni che promettono di lasciare addosso tracce di dolore, solitudine, amore non detto e quei lampi minuscoli di speranza che fanno resistenza. In sala, oltre alla giuria professionale composta da Lamberto Bava, Chiara Caselli e Fabrice Du Welz, c’è una platea che non resta spettatrice: il pubblico vota e diventa giuria popolare. E per chi ama le gemme fuori circuito, quattro cortometraggi extra concorso ricordano che il formato breve, quando è ben tagliato, incide come una katana.

Tre eventi speciali, tre vibrazioni diverse: tra romance fantastico, sperimentazione e un bacio a Lynch

L’agenda dei corti si accende con un trittico da collezione. Hearts of Stone di Tom Van Avermaet, con Noomi Rapace, porta a Lucca un romanticismo crepuscolare che profuma di fiaba adulta. Jessica Kourkounis sbarca in anteprima europea con The Space Between Attack and Decay, scritto da R.A. Fravel, dove un solitario scienziato su una barca a vela, interpretato da Boris McGivern, affronta visioni che si muovono tra simboli e dissolvenze, con la voce narrante di James McAvoy a fare da bussola. E poi c’è The black ghiandola, progetto nato dal sogno del giovanissimo Anthony Conti con la Fondazione Make-A-Film: uno zombie-movie che ha trasformato Hollywood in una famiglia allargata, con apparizioni di David Lynch, Laura Dern, Johnny Depp e J.K. Simmons, e regie firmate da Catherine Hardwicke e Sam Raimi. È il tipo di corto che fa capire perché il cinema di genere è un linguaggio madre.

David Lynch: la mente come set, Oz come mappa

L’omaggio a Lynch non è un semplice inchino, ma un’immersione. In collaborazione con 50&Più, il festival propone Lynch/Oz, viaggio saggistico nell’immaginario del regista, e un’anteprima italiana preziosa: Legend of the Happy Worker di Duwayne Dunham, storico collaboratore di Lynch, ultimo titolo che porta la sua firma in co-produzione. È come entrare nel retrobottega dei sogni e scoprire che la tenda rossa, in fondo, parla anche di noi.

Ospiti d’autore: Gianni Amelio, Michele Riondino, Pietro Marcello

Gianni Amelio arriva a Lucca per una masterclass, un Premio alla Carriera e due film che fanno bene al cuore e male allo stomaco, come il grande cinema sa fare: La tenerezza, con Renato Carpentieri e Giovanna Mezzogiorno, e Il Signore delle formiche, con Luigi Lo Cascio ed Elio Germano. È il regista italiano più volte premiato agli EFA per il miglior film europeo, record che racconta da solo la continuità di uno sguardo. Michele Riondino, attore, regista e sceneggiatore, riceve il Golden Panther Award e presenta al Cinema Astra una masterclass e, in collaborazione con Vision Distribution, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, horror italo-sloveno che arriva in sala il 17 settembre e in festival con una programmazione dedicata al Cinema Centrale. L’ambientazione è Remis, borgo tra montagne dove tutti sorridono troppo: dietro la maschera, un rituale inquietante che ruota attorno a Matteo Corbin, adolescente capace di assorbire il dolore altrui. Il protagonista, Sergio Rossetti interpretato da Riondino, prova a salvare il ragazzo e libera l’ombra che non dovrebbe mai vedere la luce. Pietro Marcello, infine, viene celebrato con una serata speciale in collaborazione con PiperFilm per Duse, ritratto della Divina filtrato dallo sguardo della figlia e interpretato da Valeria Bruni Tedeschi. Fotografia di Marco Graziaplena, montaggio di Fabrizio Federico e Cristiano Travaglioli, musiche originali di Marco Messina, Sacha Ricci e Fabrizio Elvetico, costumi di Ursula Patzak: una filiera d’autore che approda in sala il 18 settembre e trova a Lucca il suo salotto naturale.

Lucca Effetto Cinema: quando la città diventa cosplay del grande schermo

Sabato 27 settembre, dalle 19 a mezzanotte, il centro storico si trasforma in un palco diffuso con la tredicesima edizione di Lucca Effetto Cinema, direzione artistica di Irene Passaglia. Diciassette compagnie di danza e teatro daranno vita a performance che risvegliano culto e memoria, in un viaggio tra anniversari, score iconiche e coreografie da cine-love letter. Dal 23 al 26 settembre l’atrio di Confcommercio Lucca Massa e Carrara ospiterà conversazioni e interviste a cura del collettivo Neon Film and Arts, mentre dalle 21:30 il giardino del Caffè delle Mura si accenderà con un evento a tema anni ’90, tra cassette immaginarie e chorus che sanno di blockbuster. Una giuria premierà la performance più potente e la scenografia più evocativa dei locali, con un riconoscimento green offerto da Bartoli Spa e il premio messo in palio dal Lions Club Lucca Le Mura. È la prova generale per Lucca Comics & Games, ma con il dialetto del cinema stampato addosso.

Una prima italiana che profuma di Cannes: Eleanor the Great, il debutto alla regia di Scarlett Johansson

Lunedì 22 settembre alle 21 al Cinema Centrale arriva l’anteprima italiana di Eleanor the Great, esordio alla regia di Scarlett Johansson. È un film piccolo solo nella durata: dentro ci sono June Squibb e Chiwetel Ejiofor, amicizia, famiglia e i fili che si spezzano e si riallacciano con una delicatezza che sembra disegnata a mano. Un titolo nato sotto il sole di Cannes, approdato a Lucca come quei personaggi che trovi nei racconti e poi non scordi più.

Fabrice Du Welz, culto e ferite: Adoration e il ritorno di Calvaire

Venerdì 26 settembre è la giornata del regista belga Fabrice Du Welz, giurato e protagonista di un doppio omaggio. In matinée scorre Adoration, coming-of-age crudele e ipnotico, e in serata esplode Calvaire in versione rimasterizzata e restaurata, a vent’anni dall’uscita italiana. Per chi ama l’horror europeo che taglia nel profondo, è una chiamata alle armi.

Over The Real: videoarte, presente potenziato

Nato nel 2015 e diretto da Maurizio Marco Tozzi, Lino Strangis e Veronica D’Auria, il concorso Over The Real è la finestra del festival sulle arti digitali e la multimedialità. Qui il cinema dialoga con l’algoritmo, la materia con il pixel, l’installazione con la timeline. È la sezione che intercetta il qui-e-ora tecnologico e lo trasforma in esperienza.

Scuole e giovani autori: crescere spettatori, diventare narratori

All’Auditorium Banca del Monte tornano proiezioni, incontri e masterclass per gli studenti. Tra gli appuntamenti spicca la proiezione dei corti nati dal progetto pilota Rise! Storie in movimento, che porta i ragazzi a sperimentare il transmedia storytelling, e School of Life di Giuseppe Marco Albano, documento sulla missione di Nicolò Govoni e dell’organizzazione Still I Rise. Non mancano un omaggio al sodalizio Lynch/Badalamenti con la masterclass del prof. Massimo Salotti, la proiezione de Il Signore delle formiche con Gianni Amelio, Accattone di Pasolini e Duse di Pietro Marcello. La sezione Cinem&arte&musica accoglie Cercando il Paradiso Perduto di Federico Romani, mentre due masterclass all’Auditorium Banca del Monte, “L’elettronica è donna” e l’incontro con Gary Hill, ospite speciale di Over The Real, ampliano gli orizzonti. All’Auditorium San Micheletto, LFF for Future propone dieci cortometraggi internazionali sull’ambiente in anteprima per gli studenti, ribadendo l’anima green del festival.

LFF for Future: il domani si scrive al presente

Terza edizione per Lucca Film Festival for Future, concorso internazionale di corti dedicati alla sostenibilità ambientale e sociale, realizzato con Sofidel, realtà globale della carta tissue nota per il marchio Regina. Dieci opere finaliste si contendono il premio da 1.000 euro, con una giuria presieduta dall’attrice Isabella Ragonese e composta dalla videomaker Gaia Vallese e dal prof. Marco Gargiulo. La cerimonia è fissata per sabato 27 settembre al Cinema Astra. È il capitolo del festival che trasforma l’impegno in narrazione e la narrazione in responsabilità.

Focus: sguardi che pungono

Tra i percorsi paralleli spicca Innocence, presentato in collaborazione con Acli Lucca alla presenza del regista Guy Davidi, che racconta le storie mai narrate di ragazze e ragazzi resistenti all’arruolamento nell’esercito israeliano, poi caduti in servizio. Ritorna Cercando il Paradiso Perduto di Federico Romani, mentre Balentia di Niccolò Lorini ci porta in Sardegna, seguendo il sogno di una bambina che vuole cavalcare oltre le aspettative e le costrizioni. È cinema come test d’empatia.

Arte che parla con il cinema: Art Fiction di Giuseppe Veneziano a Palazzo Guinigi

Dal 10 al 28 settembre a Palazzo Guinigi, curata da Alessandro Romanini, la mostra Art Fiction di Giuseppe Veneziano porta venti dipinti che sono crossover puri: Mr. Wolf e la Pietà, Joker e i miti classici, cinema, fumetti, musica e videogiochi intrecciati con la sfrontatezza New Pop degli Italian Newbrow. È la dimensione perfetta per chi vive di citazioni, easter egg e riletture: ciò che altrove è “strizzare l’occhio”, qui diventa linguaggio.

Scrivere Cinema: il laboratorio dove le idee diventano sceneggiature

Il festival scommette sui giovani con Scrivere Cinema, corso gratuito di sceneggiatura aperto dai 16 anni in su. In cattedra c’è Cristina Puccinelli, sceneggiatrice e regista, con una lezione speciale di Cosimo Calamini, scrittore e documentarista. Il patto è semplice e bellissimo: seguire lezioni frontali, entrare in tre masterclass a scelta tra quelle del festival, consegnare un soggetto per cortometraggio e provare a vincere un riconoscimento da 1.000 euro per svilupparlo. La giuria, composta da Calamini, dall’attrice Lavinia Biagi e dal regista-sceneggiatore Federico Micali, sceglierà il progetto più promettente. È un invito a passare dalla poltrona alla tastiera, dal sogno alla struttura.

Chiusura col brivido: Demoni di Lamberto Bava compie quarant’anni

Domenica 28 settembre al Cinema Centrale, ore 21, si abbassano le luci per un rito collettivo: Demoni di Lamberto Bava torna in sala per festeggiare i quarant’anni. Il regista, in giuria per i corti, racconterà anche l’inedito Demoni 3. È la degna chiusura di un festival che non ha paura di guardare negli occhi l’oscurità, perché sa che ogni salto sulla poltrona è un atto d’amore per il cinema.

Il manifesto che racconta un pantheon: omaggio a Eleonora Duse di Francesco Giani

L’illustrazione ufficiale di questa edizione è un caleidoscopio firmato da Francesco Giani. Al centro campeggia Eleonora Duse, attorno ruotano richiami e icone come lo squalo nel suo cinquantesimo anniversario, la pantera simbolo del festival, Laura Palmer in un tributo a Lynch. È un poster da guardare più volte, un puzzle di citazioni che parla a chi ama perdersi nei dettagli.

Una storia di grandi ospiti e grandi alleanze

Negli anni il festival ha accolto e omaggiato giganti come Oliver Stone, David Lynch, Susan Sarandon, Isabelle Huppert, Rutger Hauer, George Romero, Paolo Sorrentino, Willem Dafoe, Chiara Mastroianni, Paul Schrader, Matthew Modine, Ruben Östlund, Ethan Hawke e Gaspar Noè. È diventato un riferimento culturale per la Toscana e non solo, grazie a una trama fitta di istituzioni, sponsor e partner che tengono in piedi un ecosistema virtuoso tra industria, formazione e territorio. È quel tipo di rete che non si vede sullo schermo, ma che rende possibile ogni accensione di proiettore.

Perché per la community nerd è un festival imperdibile

Perché unisce autorialità e genere senza snobismi, perché abbraccia la serialità del culto e la profondità del classico, perché sporca le mani con la videoarte e apre finestre sulle scuole, perché invita a scrivere, a partecipare, a votare, a discutere. Lucca Film Festival è un save the date che suona come una side quest fondamentale: se ami il cinema, qui ottieni EXP reali. Se lo fai, però, fallo con timing: ingresso gratuito fino a esaurimento posti.

Jurassic World: La Rinascita: una vedova nera alla corte dei Dinosauri

Avevo dieci anni quando vidi per la prima volta un brachiosauro (dalla testa enorme!) sollevare il collo e masticare lentamente le foglie di un albero che pareva antico quanto il tempo. Era il 1993, e “Jurassic Park” di Steven Spielberg fece esplodere il mio immaginario come un meteorite in pieno Cretaceo. Quel film non era solo cinema: era un portale verso l’impossibile, una macchina del tempo che ti portava dritto nel cuore pulsante della meraviglia e della paura. Trentadue anni dopo, sono entrata in sala con la stessa trepidazione bambina, le mani sudate strette al bracciolo, pronta a farmi stupire ancora. E sì, “Jurassic World: La Rinascita” ci prova. A volte ci riesce. Ma più spesso inciampa sulle stesse impronte fossili del passato.

Sotto la direzione di Gareth Edwards, già regista dell’ottimo Rogue One, e con la penna dello storico David Koepp, lo stesso che scrisse Jurassic Park e Il Mondo Perduto, questo nuovo capitolo della saga non è un sequel qualunque. Vuole essere – e lo dichiara fin dal titolo – una “rinascita”. Una nuova era giurassica. Un’evoluzione, insomma. Ma cosa nasce davvero, alla fine della visione?

Il fascino del passato… e il peso del presente

Il film è ambientato nel 2027, cinque anni dopo il caos globale di Jurassic World: Il Dominio. I dinosauri, ormai, non sono più celebrità da safari o minacce urbane: sono ritornati ad abitare spazi tropicali remoti, dove la natura li tollera e l’uomo li dimentica. Ma ovviamente, come in ogni storia che porta la firma di Koepp, la scienza non dorme mai e il profitto nemmeno. Così entra in scena Zora Bennett, interpretata da una sorprendente Scarlett Johansson, che dona al personaggio un mix tra eroina d’azione e antieroina disillusa. Zora è un’agente sotto copertura al soldo della potente multinazionale farmaceutica guidata dal subdolo Martin Krebs (un Rupert Friend tanto affascinante quanto viscido), incaricata di recuperare DNA da tre dinosauri iconici: Titanosaurus, Mosasaurus e Quetzalcoatlus. L’obiettivo? Creare un farmaco rivoluzionario. L’etica? Rimandata a data da destinarsi.

Al suo fianco troviamo il paleontologo Henry Loomis, interpretato con delicatezza e intelletto da Jonathan Bailey, e il veterano Duncan Kincaid, portato sullo schermo da Mahershala Ali, che trasuda carisma e gravitas. Insieme, questi personaggi costituiscono un trio interessante, che si muove tra giungle tailandesi, metropoli postmoderniste e pericoli antichi. La loro dinamica funziona, anche se non sempre la sceneggiatura offre loro il respiro necessario.

Il senso dello stupore… perso nella giungla

Edwards, bisogna ammetterlo, sa come maneggiare la tensione. Le prime sequenze hanno un sapore quasi horror, tra mostruosità geneticamente modificate e atmosfere cupe da film di serie B anni ’50 – un omaggio riuscito, per quanto inaspettato. La colonna sonora di Alexandre Desplat rielabora con rispetto il tema immortale di John Williams, aggiungendo note sinistre e toni metallici. È un inizio promettente, che lascia presagire un film coraggioso, differente.

Ma poi… qualcosa si inceppa.

Il problema principale di La Rinascita è che, nonostante tutte le premesse di novità, finisce per ripercorrere troppo fedelmente la struttura del primo Jurassic Park. La scena in cui Zora e Loomis si trovano davanti a una mandria di Titanosauri dovrebbe essere l’equivalente moderno del famoso “Welcome to Jurassic Park”, e invece manca completamente di quel contatto emotivo. È girata dall’alto, come un drone senz’anima: nessuno sguardo, nessuna meraviglia filtrata attraverso gli occhi dei personaggi. Solo CGI che ruggisce nello spazio. E questo, per una fan che si è emozionata vedendo il Brachiosauro in piedi sulle zampe posteriori nel ‘93, fa male.

La sottotrama dei naufraghi: occasione sprecata

Il film introduce anche la famiglia Delgado – padre (Manuel Garcia-Rulfo) e due figlie (tra cui la convincente Luna Blaise) – finiti sull’isola per puro caso. La loro presenza, però, è un’aggiunta narrativa che sembra esistere solo per acchiappare il pubblico più giovane, ma che poco aggiunge all’intreccio. Non interagiscono in modo significativo con la trama principale e, se anche non ci fossero stati, il film avrebbe potuto scorrere allo stesso modo. Non è una critica al cast, che è valido, ma alla sceneggiatura, che non sa bene cosa fare con loro.

Il dinosauro mutante: mostro o metafora?

E poi c’è l’ibrido mutante, una creatura mezza kaiju mezza incubo darwiniano, che compare a singhiozzo. Non ha nemmeno un nome, e forse è giusto così, perché è più un’idea che un personaggio. Inquietante, sì, ma anche incostante, la sua presenza scenica cambia a seconda della necessità: gigante in una scena, “ridimensionato” in un’altra. È una minaccia, ma non una nemesi. Sembra progettato per terrorizzare, ma senza una vera motivazione narrativa. Un’occasione persa per farne il simbolo stesso dell’arroganza umana.

La Rinascita ha il merito di toccare tematiche importanti: il cambiamento climatico, l’etica della scienza, la mercificazione della natura. Ma lo fa senza mai affondare il colpo. A differenza del primo Jurassic Park, dove il messaggio era chiaro – “la natura trova sempre una via” – qui la morale è più confusa. L’idea che il dinosauro non sia più solo “mostro” o “attrazione”, ma anche risorsa genetica, è interessante, ma non viene sviluppata fino in fondo. I dialoghi provano a sollevare dubbi etici, ma spesso si perdono in spiegoni pseudoscientifici o banalità già sentite.

Una rinascita a metà

A questo punto, potresti pensare che non mi sia piaciuto La Rinascita. Ma il punto è proprio l’opposto: mi è piaciuto… abbastanza. E forse, da fan della saga, è proprio questo il problema. Avrei voluto amarlo, avrei voluto uscire dalla sala con gli occhi lucidi e il cuore in gola, come quando ero bambina. Invece, mi sono ritrovata a pensare che questa nuova era giurassica, pur ben confezionata, non osa davvero rinascere. Non osa essere nuova. È più un “Jurassic Park: Remix” che una rivoluzione. Edwards ha talento, e in certi momenti lo dimostra. Ma sembra trattenuto da una produzione che ha più paura di perdere il pubblico che desiderio di sorprenderlo. Ci sono sequenze memorabili, sì, e momenti di sincero brivido – ma mancano quell’incanto, quella semplicità emotiva, quel senso del “mai visto prima” che rendeva il primo film un capolavoro senza tempo.

Jurassic World: La Rinascita è un film che merita di essere visto. Soprattutto in sala, perché lo spettacolo visivo c’è. Ha un cast eccellente, un comparto tecnico curato e alcuni momenti che – da sola – giustificano il prezzo del biglietto. Ma per chi, come me, ha vissuto per più di trent’anni all’ombra di un cancello che si apre su un mondo perduto, questa rinascita lascia il sapore dolceamaro di un sogno che sfuma prima dell’alba. E voi? Che dinosauri siete? Nostalgici che vogliono solo sentire di nuovo il ruggito del T-Rex o esploratori pronti per una nuova rotta evolutiva? Raccontatemelo nei commenti, condividete questa recensione con i vostri gruppi nerd e fate sapere al mondo se la vostra era giurassica è davvero finita… oppure appena cominciata. 🦖💥🌿

My Mother’s Wedding: Scarlett Johansson e Kristin Scott Thomas tra drammi familiari e risate agrodolci

Se c’è un genere che non smette mai di conquistare il pubblico, è quello delle saghe familiari piene di contraddizioni: quelle storie in cui i pranzi di nozze diventano più campi di battaglia emotiva che momenti di festa, tra risate soffocate, vecchi rancori che riaffiorano e imbarazzi che si accumulano come brindisi mal riusciti. In questa tradizione si inserisce My Mother’s Wedding, il film che segna il debutto alla regia di Kristin Scott Thomas, volto iconico del cinema britannico e internazionale, che abbiamo imparato ad amare in opere come Il paziente inglese o nella serie Slow Horses.

Questa volta la Scott Thomas sceglie di mettersi dietro la macchina da presa per raccontare una vicenda che affonda le radici nelle sue memorie personali, trasformando l’esperienza individuale in un racconto universale.

Una madre, tre figlie e un matrimonio “impossibile”

La trama ci porta nella campagna inglese, in un contesto idilliaco fatto di chiese in pietra e giardini perfetti, che diventa lo scenario per l’ennesimo matrimonio di Diana (interpretata dalla stessa Scott Thomas). Vedova due volte, la donna ha deciso di sposarsi per la terza volta. Una scelta che, sulla carta, dovrebbe segnare un nuovo inizio ma che nella realtà diventa un detonatore di tensioni mai sopite.

Le tre figlie reagiscono in modi molto diversi, incarnando archetipi che si intrecciano con fragilità profondamente umane. Georgina (Emily Beecham), infermiera palliativa, vive costantemente a contatto con il dolore degli altri, portandone i segni nel suo modo di stare al mondo. Victoria (Sienna Miller), attrice hollywoodiana dal sorriso patinato, nasconde sotto i riflettori insicurezze che la rendono sorprendentemente vulnerabile. Infine, Katherine (Scarlett Johansson), capitano della Royal Navy, donna di comando e disciplina, che però davanti alla famiglia mostra incrinature emotive che la rendono forse la più fragile di tutte.

Il ritorno nella casa d’infanzia si trasforma così in una sorta di seduta di terapia collettiva mascherata da weekend di nozze. Le figlie non approvano la scelta della madre, e in una battuta del trailer la liquidano con un tagliente “Jeff è noioso”. Ma Diana ribatte con una semplicità che spiazza: “È l’uomo che amo. Lui mi rende felice”. È la dichiarazione che racchiude il cuore del film: la felicità come atto rivoluzionario, a qualsiasi età.

Tra set reali e ricordi personali

Il film, inizialmente intitolato North Star, è stato girato tra giugno e luglio 2022 in location suggestive come la St. Mary’s Church di Ashley e la tenuta di The Grange nell’Hampshire, con alcune sequenze navali filmate persino a bordo della HMS Prince of Wales a Portsmouth. L’ambientazione non è un semplice sfondo, ma diventa un personaggio a sé: la campagna inglese con le sue atmosfere sospese amplifica il groviglio di emozioni che esplode durante la storia.

Dietro la scelta narrativa, Scott Thomas ha raccontato di essersi ispirata alle sue esperienze personali: da bambina ha perso sia il padre che il patrigno, entrambi piloti della Royal Navy. Questo vissuto riaffiora nel film come una lettera d’amore e, allo stesso tempo, come un atto di confronto con la propria memoria.

Non è la prima volta che l’attrice e regista lavora con Scarlett Johansson in ruoli madre-figlia: era già successo in The Horse Whisperer e The Other Boleyn Girl. Ma qui il rapporto raggiunge un’intensità nuova, quasi confessionale.

Accoglienza della critica e cast stellare

My Mother’s Wedding ha debuttato in anteprima al Toronto International Film Festival del 2023, suscitando reazioni contrastanti. Collider lo ha definito “stranamente prosaico e sentimentale”, The Wrap ha criticato la poca coesione familiare dei personaggi, mentre Deadline ha esaltato la forza del racconto fatto di amore e umanità, elogiando in particolare una Johansson “incantevole”. È quel tipo di pellicola che non lascia indifferenti: o si ama o si detesta, ma di certo non si dimentica.

Accanto al trio protagonista troviamo un cast corale che aggiunge ulteriore vivacità: Freida Pinto, Mark Stanley, Sindhu Vee, Joshua McGuire, Giulio Berruti, Samson Kayo, James Fleet e Roger Ashton-Griffiths. Un ensemble che promette scintille e tanto caos emotivo.

La distribuzione negli Stati Uniti è fissata per l’8 agosto 2025, mentre in Italia la data non è stata ancora annunciata. Tempo sufficiente per recuperare i lavori più significativi della Scott Thomas e arrivare pronti a questo esordio registico.

Perché vederlo

Se amate i drammi familiari che oscillano tra il riso e il pianto, se siete fan delle storie che scavano nei legami di sangue e nelle cicatrici lasciate dal tempo, My Mother’s Wedding è un appuntamento da non perdere. Non è solo un film su un matrimonio, ma un viaggio nella crescita, nell’accettazione e nella consapevolezza che anche i genitori non sono figure mitiche, bensì esseri umani pieni di sogni, paure e desiderio di ricominciare.

E ora tocca a voi: sareste pronti a vivere un weekend così intenso con la vostra famiglia? Vi ci ritrovereste nei conflitti tra le sorelle o nella voglia di felicità della madre? Raccontatecelo nei commenti e condividete questo articolo con i vostri amici nerd: perché il prossimo film da discutere insieme potrebbe essere proprio questo.

Paper Tiger: il ritorno del crime d’autore con Scarlett Johansson, Adam Driver e Miles Teller nel nuovo film di James Gray

Nel panorama sempre più affollato delle produzioni cinematografiche, dove franchise e reboot sembrano dominare incontrastati, spicca ogni tanto un progetto che riesce a catturare l’attenzione dei veri appassionati di cinema. Paper Tiger, il nuovo attesissimo crime drama firmato da James Gray, è uno di quei rari casi. Un titolo che già solo a sentirlo evoca mistero, tensione e un’ironia amara — quasi un avvertimento mascherato da metafora: attenti a non confondere la carta con l’acciaio. Gray, noto per il suo cinema elegante e profondo, autore di film come Ad Astra, I padroni della notte e Civiltà Perduta, torna dietro la macchina da presa con una storia che promette scintille, ambientata tra i vicoli oscuri del sogno americano e le ombre gelide della criminalità organizzata. A interpretarla, un trio di stelle hollywoodiane di assoluto spessore: Scarlett Johansson, Adam Driver e Miles Teller.

Il sogno americano? Una trappola

La trama di Paper Tiger affonda le sue radici in un’America che non è quella delle luci al neon e dei grattacieli scintillanti, ma quella più ruvida e spietata, dove i sogni si pagano a caro prezzo. Al centro della vicenda ci sono due fratelli legati da un affetto profondo e da un desiderio comune: riscattarsi, costruire qualcosa, trovare il loro posto nel mondo. Ma come spesso accade nelle grandi tragedie moderne, quel desiderio si trasforma presto in ossessione e li trascina in un vortice di inganni, dove la tentazione del guadagno facile diventa una sirena pericolosa.

Un piano che sembra perfetto, quasi troppo bello per essere vero, si rivela infatti una trappola orchestrata dalla “Mafiya” russa — una delle organizzazioni criminali più spietate del pianeta, vera protagonista silenziosa del film. Mentre la tensione cresce e il pericolo si fa sempre più tangibile, il rapporto tra i due fratelli si incrina, spingendoli verso un bivio tragico. E quel tradimento che un tempo sembrava impossibile… diventa fin troppo probabile.

Un cast stellare, tra cinema d’autore e blockbuster

Se il nome di James Gray è già di per sé garanzia di qualità, il cast di Paper Tiger eleva il progetto a un livello superiore. Scarlett Johansson, reduce dal successo planetario di Jurassic World: Rebirth e protagonista in pellicole come Black Widow, Jojo Rabbit e Fly Me to the Moon, conferma ancora una volta di essere una delle attrici più versatili e magnetiche della sua generazione. Con un incasso globale complessivo di 14,8 miliardi di dollari — di cui 8,7 provenienti solo dai film dell’MCU — Johansson ha stabilito un record impressionante, superando persino giganti del calibro di Robert Downey Jr. e Samuel L. Jackson.

Accanto a lei troviamo Adam Driver, attore camaleontico e intensissimo, che ha saputo muoversi tra blockbuster (Star Wars), cinema d’autore (Marriage Story, Annette), e opere visionarie come Ferrari e Megalopolis. A completare il trio protagonista, Miles Teller, noto per la sua performance in Top Gun: Maverick, la serie The Offer e il recente Spiderhead. Una squadra formidabile, che promette di regalare interpretazioni memorabili in un racconto che scava nell’animo umano.

Dalle luci del set al cuore dell’America

Le riprese di Paper Tiger sono iniziate nel giugno 2025 a Denville Township, nel New Jersey, una location che ben si presta all’atmosfera cupa e realistica che Gray vuole imprimere al film. La produzione è firmata da nomi importanti del panorama indie e internazionale: RT Features di Rodrigo Teixeira (già produttore di Call Me By Your Name), AK Productions di Anthony Katagas, Leone Film Group di Raffaella Leone, insieme a un team di produttori esecutivi che include Lee Broda, Jeff Rice e Riccardo Maddalosso.

Un progetto solido, ambizioso e ricco di personalità, che porta con sé il respiro del grande cinema americano ma non rinuncia a una dimensione più intima e riflessiva, come nelle migliori opere di James Gray. Curiosamente, il film ha subito qualche cambiamento in corsa: in origine, i ruoli oggi affidati a Scarlett Johansson e Miles Teller erano stati pensati per Anne Hathaway e Jeremy Strong, ma entrambi hanno dovuto rinunciare per altri impegni. Un cambio di rotta che, visti i nomi in gioco, non ha certo indebolito l’entusiasmo attorno al progetto.

In attesa della tigre

Paper Tiger si preannuncia come uno dei film più interessanti del 2026, un noir moderno capace di fondere intrattenimento e introspezione, adrenalina e malinconia. Un’opera che parla di famiglia, ambizione, fallimento e redenzione. In un’epoca in cui il confine tra bene e male è sempre più sfumato, James Gray ci invita a esplorare le crepe di quel sogno chiamato America, armato di una macchina da presa precisa come un bisturi e di un cast pronto a mordere lo schermo.

E voi, siete pronti a lasciarvi incantare dalla tigre di carta? Condividete questo articolo con i vostri amici, commentate qui sotto le vostre aspettative su Paper Tiger, e fateci sapere se anche voi sentite il richiamo di questo nuovo crime ad alta tensione. Parliamone insieme, su CorriereNerd.it!

Gardacon 2025: La Grande Fiera del Fumetto e del Videogioco Torna a Montichiari!

Gli appassionati di fumetti, videogiochi e cultura pop possono già segnare la data: il 22 e 23 marzo 2025 il Centro Fiera Montichiari ospiterà la nona edizione di Gardacon, l’evento imperdibile per nerd, gamer e collezionisti. Con una locandina d’autore firmata da Kira -chan, la manifestazione si prepara a regalare due giorni di puro divertimento, con un’offerta ancora più ricca e coinvolgente rispetto alle edizioni precedenti.

Situata strategicamente tra le province di Brescia, Verona e Mantova, Gardacon è una vera e propria celebrazione della cultura nerd, un punto d’incontro per gli appassionati di fumetti, videogiochi, cosplay e social media. La fiera offre un’esperienza a 360 gradi, con oltre 20.000 metri quadrati di intrattenimento puro.

Videogiochi e Retrogaming: Un Tuffo nella Storia del Gaming

Gli amanti del gaming troveranno centinaia di postazioni con i titoli più amati del momento, tornei competitivi e un’immensa area dedicata al retrogaming. Dai classici arcade su cabinato alle console storiche, passando per computer vintage e titoli cult, i visitatori potranno riscoprire il fascino del passato videoludico e testare le ultime novità del settore.

Fumetti e Artist Alley: Incontra i Tuoi Autori Preferiti

Oltre 40 autori di fumetti saranno presenti per incontri, autografi e disegni dal vivo. L’Artist Alley offrirà uno spazio dedicato ai talenti emergenti e ai grandi nomi del panorama fumettistico, permettendo agli appassionati di scoprire nuove opere e portarsi a casa pezzi unici.

Cosplay, Spettacoli e Show dal Vivo

Gardacon si prepara a stupire ancora una volta con il suo spettacolare cosplay contest, dove i migliori costumi e performance saranno premiati da una giuria d’eccezione. Gli amanti del cosplay potranno godersi un weekend all’insegna della creatività con C’mon Cosplay, tra gare emozionanti e servizi pensati appositamente per loro, come camerini dedicati e l’area SOS Cosplay per gli ultimi ritocchi.

Ma non sarà solo il cosplay a rendere unica questa edizione di Gardacon! Gli appassionati di musica e divertimento potranno sfidarsi al karaoke sulle sigle di anime e musical o partecipare alla versione nerd di Sarabanda, mettendo alla prova la loro conoscenza delle colonne sonore più iconiche.

L’evento ospiterà inoltre alcuni dei volti più amati del mondo dello spettacolo. Sabato 22 marzo salirà sul palco la regina delle sigle animate, Cristina D’Avena, pronta a far rivivere le emozioni della nostra infanzia con i suoi brani indimenticabili. Domenica 23 marzo sarà invece il turno di Giorgio Vanni e la sua band, I Figli di Goku, che faranno cantare e ballare tutti con le sigle di Dragon Ball, Pokémon, Detective Conan e tanti altri classici.

Non mancheranno anche grandi nomi del doppiaggio, che saranno protagonisti dell’evento “Amarcord”, il riconoscimento dedicato ai grandi doppiaggi del passato. Tra gli ospiti speciali ci saranno Renato Novara, la voce di Monkey D. Rufy, Elisabetta Spinelli, indimenticabile Bunny di Sailor Moon, e Claudia Catani, che ha dato voce a icone come Dana Scully di X-Files e Angelina Jolie in Maleficent. A loro si uniranno altre leggende del settore come Ilaria Stagni, Federica De Bortoli, Gianni Bersanetti e Giorgio Locuratolo, pronti a condividere aneddoti e ricordi con il pubblico.

Aree Interattive e Mostra Mercato

Non mancheranno le aree tematiche, con spazi dedicati a fantascienza, modellismo, magia e costruzioni con mattoncini. I visitatori potranno sfidarsi nei board games, esplorare mondi virtuali e scoprire gadget esclusivi. La mostra mercato offrirà una selezione vastissima di fumetti, action figure, collezionabili e memorabilia imperdibili.

Gardacon 2025 si preannuncia come un evento straordinario, capace di far sognare ogni appassionato del mondo nerd. Segui tutti gli aggiornamenti per non perdere le novità e preparati a un weekend indimenticabile!

Transformers One: torna il franchise con un film d’animazione epico!

Dopo un’attesa che sembrava eterna, “Transformers One” è finalmente tra noi, e sorprendentemente, è un capolavoro inaspettato che rivoluziona il nostro rapporto con questo iconico franchise. Questo film d’animazione non solo rappresenta un ritorno alle origini, ma promette di svelare il passato inedito di due leggende: Optimus Prime e Megatron. In un audace colpo di scena, la storia dell’eterna guerra tra Bene e Male viene riscritta, azzerando tutti i precedenti film e proponendo un’origin story fresca e coinvolgente.

Il titolo “Transformers One” evoca un viaggio profondo nelle radici di una rivalità che ha segnato per sempre il destino di Cybertron. La trama si concentra sulle origini di Optimus Prime e Megatron, un tempo amici fraterni e ora acerrimi nemici. Questa narrazione va oltre la semplice cronaca di eventi; è un’analisi della loro evoluzione emotiva, un’immersiva esplorazione delle complessità che hanno trasformato due compagni inseparabili in avversari giurati. La tragica svolta del loro rapporto viene raccontata con maestria, rendendo il film non solo un’epopea di azione, ma anche una profonda riflessione sulle scelte e le loro conseguenze.

“Transformers One” riesce a sorprendere, superando il pregiudizio su una possibile virata infantile che avrebbe potuto ridurre la pellicola a un semplice prodotto riciclato. Al contrario, il film si distingue per la sua qualità tecnica e narrativa, dimostrando che l’animazione può essere molto più di un semplice intrattenimento per bambini. Lo stile visivo, ispirato alle serie animate degli anni ’80, non rinuncia a osare, coinvolgendo lo spettatore con una trama ben congegnata e una caratterizzazione di Cybertron e dei suoi abitanti incredibilmente affascinante e credibile.

Il cast vocale di “Transformers One” è stellare, con interpretazioni che promettono di rimanere nella memoria dei fan. Chris Hemsworth dà voce a un giovane Optimus Prime, mentre Brian Tyree Henry interpreta il giovane Megatron, D-16. La sempre affascinante Scarlett Johansson presta la sua voce a Elita-1, un personaggio forte e complesso che arricchisce la trama, evidenziando le dinamiche di potere e le sfide affrontate dai personaggi femminili nel mondo dei Transformers. Ogni personaggio chiave, da Sentinel Prime a Starscream, è interpretato da voci di grande talento, con Laurence Fishburne che presta la sua gravità a Alpha Trion, un personaggio saggio e influente.

Sotto la direzione di Josh Cooley, premio Oscar per “Toy Story 4”, il film beneficia di un equilibrio perfetto tra azione frenetica e momenti di riflessione. Cooley riesce a portare alla luce le complessità psicologiche dei personaggi, rendendo ogni interazione più intensa. La sceneggiatura di Andrew Barrer e Gabriel Ferrari è ricca di colpi di scena e dialoghi incisivi, approfondendo il legame emotivo tra i protagonisti. La produzione, sostenuta da nomi di peso come Lorenzo di Bonaventura, Michael Bay e Steven Spielberg, assicura un alto livello di cura e visione ambiziosa.

Ma “Transformers One” non è solo un’aggiunta al franchise; è una rivoluzione nella narrazione di una saga amata da milioni. Il film affronta temi di sfruttamento del lavoro, inganno politico e le tensioni tra diplomazia e violenza, offrendo una visione profonda di cosa significhi essere un eroe. La narrazione prende sul serio il dilemma tra Bene e Male, delineando i personaggi oltre la loro iconografia tradizionale. “Transformers One” si configura come un capitolo imprescindibile nella storia del franchise, portando la narrazione a nuove vette. Preparati a essere travolto da un’avventura che mescola azione, emozione e colpi di scena in un’epopea che lascerà tutti senza fiato. Non perdere l’appuntamento con i robot più famosi del cinema: il viaggio di “Transformers One” è destinato a rimanere nel cuore dei fan per molto tempo.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna

Il nuovo trailer di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna con Scarlett Johansson e Channing Tatum. Diretto da Greg Berlanti, il film è scritto da Rose Gilroy ed è basato sulla storia di Bill Kirstein e Keenan Flynn. I produttori sono Scarlett Johansson, Jonathan Lia, Keenan Flynn, Sarah Schechter e Robert J. Dohrmann è il produttore esecutivo. Completano il cast Nick Dillenburg, Anna Garcia, Jim Rash, Noah Robbins, Colin Woodell, Christian Zuber, Donald Elise Watkins con Ray Romano e Woody Harrelson. Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna sarà al cinema dall’11 luglio distribuito da Eagle Pictures.

Interpretato da Scarlett Johansson e Channing Tatum, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’intelligente ed emozionante commedia drammatica, ambientata nel contesto dello storico allunaggio NASA dell’Apollo 11. Assunta per rilanciare l’immagine pubblica della NASA, Kelly Jones (Johansson), ragazza prodigio del marketing, si scontrerà con Cole Davis (Tatum), direttore del programma di lancio,  creando scompiglio nel suo già difficile compito. Quando la Casa Bianca ritiene che la missione sia troppo importante per fallire, Kelly Jones viene incaricata di inscenare un finto sbarco sulla Luna come piano di riserva. A quel punto il conto alla rovescia inizia davvero.

Speciale Black Widow

Nel film targato Marvel Studios Black Widow, quando viene alla luce un pericoloso complotto, Natasha Romanoff alias Black Widow (Vedova Nera) si trova ad affrontare il lato più oscuro del suo passato. Inseguita da una forza che non si fermerà di fronte a nulla per distruggerla, Natasha dovrà fare i conti con il suo passato da spia e con le relazioni che ha lasciato dietro di sé molto prima di diventare un Avenger. “Penso che fin dall’inizio, quando abbiamo iniziato a discutere dell’idea di fare un film su Vedova Nera, sapevamo che avremmo dovuto realizzare qualcosa di coraggioso, che scavasse in profondità nel personaggio, altrimenti non avrebbe avuto senso”, afferma Scarlett Johansson, che torna a interpretare il ruolo di Natasha Romanoff/ Black Widow (Vedova Nera). “Dopo aver interpretato questo personaggio per un decennio, volevo assicurarmi che il film fosse soddisfacente dal punto di vista artistico e creativo, sia per me che per i fan”.

Marvel Studios’ BLACK WIDOW
Black Widow/Natasha Romanoff (Scarlett Johansson)
Photo: Film Frame
©Marvel Studios 2020

Il produttore Kevin Feige, presidente e chief creative officer di Marvel Studios, afferma che il personaggio di Natasha Romanoff ha incuriosito il pubblico fin dalla sua prima apparizione in Iron Man 2 nel 2010. “Ha un passato davvero ricco, di cui abbiamo dato degli indizi negli altri film”, afferma Feige. “Ma stavolta lo affrontiamo in un modo completamente inaspettato. Ha fatto moltissime cose nei periodi intercorsi tra le sue apparizioni nei vari film, alcune delle quali saranno molto sorprendenti per il pubblico”. Feige spiega che Johansson ha contattato la regista Cate Shortland chiedendole se fosse interessata a dirigere il film. “Cate è venuta a Los Angeles e si è innamorata del personaggio e delle possibilità che poteva offrire”, afferma Feige. “Si è resa conto che avrebbe potuto raccontare una storia molto personale e fare qualcosa di davvero speciale all’interno di un quadro molto ampio”. Shortland afferma: “Credo che la cosa più interessante del film sia il fatto che stiamo giocando con le aspettative del pubblico. Stiamo esplorando alcune parti del passato di Natasha di cui gli spettatori non hanno la benché minima idea. Esploriamo la sua famiglia, ciò che ama e le sue passioni. Si riusciranno a vedere tutti quei suoi aspetti che non si sono mai visti prima d’ora”.

Oltre al suo esordio nel 2010, Natasha Romanoff è apparsa in sei film Marvel: The Avengers, Captain America: The Winter Soldier, Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e l’entusiasmante ed emozionante film dello scorso anno Avengers: Endgame. Black Widow è ambientato prima di Avengers: Infinity War. “Il film si svolge subito dopo Captain America: Civil War”, spiega il co-produttore Brian Chapek. “Natasha ha infranto gli Accordi di Sokovia e tradito il Segretario Ross, mentre gli Avengers si sono sciolti. All’inizio del film, Natasha tenta disperatamente di fuggire da Ross e abbandonare il suolo statunitense. Quando ha l’opportunità di ricominciare da capo, si rende rapidamente conto che ci sono forze più oscure che minacciano il mondo e questo la spinge a tornare in azione”.

Secondo lo sceneggiatore Eric Pearson, il continuo mistero di Natasha Romanoff era interessante sia per il pubblico che per i filmmaker. “Tra gli Avengers, credo sia il personaggio che abbia rivelato meno informazioni su di sé da quando l’abbiamo incontrata”, afferma. “In Iron Man 2 non era chi diceva di essere. Ha scelto di non svelare il proprio passato e la propria identità al pubblico e agli altri personaggi. In Black Widow, esploreremo finalmente il suo passato e capiremo come mai era così restia a raccontarlo”. Per Jac Schaeffer, che ha contribuito alla sceneggiatura, potersi ispirare a tutto l’Universo Cinematografico Marvel e all’interpretazione offerta da Scarlett nel ruolo di Natasha è stato utile ma anche intimidatorio. “Avevamo la grande responsabilità di raccontare in modo giusto la storia di questa donna che conosciamo, amiamo e idolatriamo”, afferma. “C’è un quadro davvero ricco a cui ispirarsi e che poi abbiamo espanso”. Il risultato finale è un thriller d’azione estremamente intenso, afferma Chapek. “Allo stesso tempo, il nostro film risponde a molte domande sul passato di Natasha”, aggiunge. “Abbiamo visto il suo personaggio evolversi e aprirsi. Abbiamo dato indizi sulla sua identità e sulla sua personalità. In Avengers: Endgame, Natasha è riuscita a fare l’ultimo sacrificio per il bene comune. Ora, vogliamo raccontare una storia incentrata su chi sia veramente e su cosa l’abbia spinta a prendere quella decisione eroica”. Il produttore esecutivo Brad Winderbaum aggiunge: “In ogni film Marvel cerchiamo di impiegare un tono diverso, un genere diverso, un’idea diversa… qualcosa che non abbiamo mai visto prima. Questo spiega le enormi differenze tra film come Captain America: The Winter Soldier e Thor: Ragnarok. Cerchiamo sempre di fare qualcosa di nuovo e con Black Widow sveleremo un aspetto completamente inaspettato della sua storia”.

Basato sull’amata serie a fumetti Marvel pubblicata per la prima volta nel 1964, Black Widow vede l’attrice vincitrice del Tony Award e del BAFTA e candidata a cinque Golden Globe e, più recentemente, a due premi Oscar Scarlett Johansson (Avengers: Endgame, Storia di un Matrimonio, Jojo Rabbit) nel ruolo di Natasha Romanoff/Black Widow (Vedova Nera), la candidata all’Oscar Florence Pugh (Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, Piccole Donne) nel ruolo di Yelena Belova, il premio Oscar® Rachel Weisz (La Favorita, Disobedience) nel ruolo di Melina Vostokoff e il candidato al Golden Globe David Harbour (Stranger ThingsExtraction) nel ruolo di Alexei alias Red Guardian. O-T Fagbenle (The Handmaid’s Tale, The Five) è stato scelto per interpretare Mason, e il vincitore dell’Oscar e del BAFTA William Hurt (Avengers: Endgame, Avengers: Infinity War) torna a interpretare il Segretario di Stato Thaddeus Ross. Il film Marvel Studios Black Widow è prodotto da Kevin Feige e diretto dalla pluripremiata regista Cate Shortland (Berlin Syndrome – In Ostaggio, Somersault). Brian Chapek (produttore associato di Thor: Ragnarok) è il co-produttore. Louis D’Esposito, Victoria Alonso, Scarlett Johansson, Brad Winderbaum e Nigel Gostelow sono i produttori esecutivi. La sceneggiatura è firmata da Jac Schaeffer (WandaVision, Attenti A Quelle Due), Ned Benson (La Scomparsa di Eleanor Rigby) ed Eric Pearson (Thor: Ragnarok). La squadra creativa comprende il direttore della fotografia Gabriel Beristain (Agent Carter, Marvel One-Shot: Item 47), lo scenografo candidato al BAFTA Charles Wood (Avengers: Endgame, Avengers: Infinity War), la costumista premiata con il BAFTA Jany Temime (Skyfall, Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1 e Parte 2), i montatori Matt Schmidt (Avengers: Endgame, Avengers: Infinity War) e Leigh Folsom Boyd (Spider Man: Far From Home, Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar), e il visual effects supervisor premiato con il BAFTA Geoffrey Baumann (Black Panther, Doctor Strange).

Le riprese del film hanno avuto inizio nell’estate del 2019 e si sono svolte in tre continenti nell’arco di 87 giorni. La base della produzione era situata presso i Pinewood Studios appena fuori Londra e le riprese del film si sono svolte in diverse location nel Regno Unito, in Norvegia, a Budapest, in Marocco e ad Atlanta. Black Widow è il primo film della Fase Quattro dell’Universo Cinematografico Marvel.

 

Il viaggio nel passato svela nuovi segreti, alleati e una nemesi inarrestabile

Man mano che indagavano la personalità di Natasha Romanoff, i filmmaker si sono resi conto che bisognava tornare indietro nel tempo per esplorare il personaggio e spiegare come fosse diventata Vedova Nera. Il viaggio rivela un gruppo di nuovi personaggi che hanno contribuito a plasmare la sua vita, nel bene o nel male.

  • NATASHA ROMANOFF, separata dagli altri Avenger che sono ormai divisi, si confronta con il sentiero oscuro che ha percorso per diventare una spia e un’assassina, e con gli eventi successivi alla sua scelta. Con riluttanza si allea con un improbabile gruppo di spie legate al suo passato, che condividono una parte fondamentale della sua storia e sono accomunate dal desiderio di fermare una forza letale che sta per scatenarsi. Ma gli sforzi di Natasha sono minacciati da un letale assassino, le cui abilità sono diverse da qualsiasi cosa abbia mai affrontato prima d’ora. “Quando la vediamo negli altri film dell’Universo Cinematografico Marvel, Natasha appare spesso come una forza impenetrabile”, afferma Scarlett Johansson, che torna a interpretare Black Widow (Vedova Nera). “È avventata e fuori controllo ma ha comunque un intelletto meraviglioso. Quali sono i suoi segreti? Cosa la rende vulnerabile? Sono entusiasta di mostrare la sua fragilità e la sua forza. Vive in un mondo maschile e per questo motivo si comporta in un determinato modo. Volevamo scoprire chi fosse davvero Vedova Nera”.
  • YELENA BELOVA, un prodotto dello spietato programma d’addestramento della Stanza Rossa, condivide un passato segreto con Vedova Nera che è determinata ad affrontare. Quando si trova intrappolata in un mondo pieno di pericolose minacce che si annidano dietro ogni angolo, Yelena si accorge che la sua unica opportunità di sopravvivenza risiede in una delicata tregua con la persona che lei incolpa per una vita di tormenti: Natasha Romanoff. Florence Pugh interpreta questa feroce assassina. “Yelena è ferita e complicata e spesso si comporta male”, afferma Pugh. “Una delle cose più belle del personaggio di Yelena è il fatto che sia una persona estremamente complessa e spezzata, pur essendo estremamente sicura di ciò che fa. Sa esattamente come svolgere i compiti per cui è stata addestrata, ma non è assolutamente in grado di vivere come un normale essere umano. È un’arma letale ma anche una sorta di bambina. Questa è una delle sue qualità più belle”.
  • ALEXEI/RED GUARDIAN, la risposta della Stanza Rossa a Captain America, è un super soldato e una spia che ha vissuto una vita di trionfi durante la Guerra Fredda. Ormai Alexei ha abbandonato la vita da spia, ma si considera ancora il più grande eroe che esista. Ama condividere la sua grandezza con quelli che lo circondano… ovvero gli altri detenuti della prigione russa in cui vive. Nel profondo – molto in profondità – ha molti sensi di colpa riguardo alla sua vita da spia, specialmente quando si tratta di Natasha Romanoff, che conosceva molto prima che diventasse Vedova Nera. David Harbour interpreta Red Guardian. “È cresciuto in Unione Sovietica ed è stato scelto per un programma simile all’esperimento americano che portò alla creazione di Captain America”, afferma Harbour. “Mentre gli americani stavano creando il loro eroe, i russi stavano sviluppando il Red Guardian. Il problema è che non è diventato famoso come Captain America, e questo rappresenta la più grande tragedia della sua vita. Si sente molto sottovalutato”.
  • MELINA VOSTOKOFF è una spia altamente addestrata, sottoposta per quattro volte al programma Vedova della Stanza Rossa. Dopo varie missioni sotto copertura, una delle quali coinvolgeva una giovane Natasha Romanoff, la Stanza Rossa ha riconosciuto l’intelligenza di Melina rendendola una dei suoi principali scienziati. Dopo decenni di servizio è riuscita a distanziarsi dalla Stanza Rossa, ma al ritorno di Natasha, Melina dovrà decidere a chi essere fedele. Rachel Weisz è stata scelta per interpretare la brillante Melina. “L’Universo Cinematografico Marvel è probabilmente la mitologia contemporanea più popolare e diffusa che esista, e per me è stato davvero entusiasmante essere invitata a unirmi a loro”, afferma Weisz.
  • TASKMASTER è un assassino mascherato che si occupa di missioni letali per conto della Stanza Rossa. Dotato dell’abilità di replicare ogni mossa dei suoi nemici, l’attento e formidabile Taskmaster non si fermerà di fronte a nulla finché non avrà completato la sua missione. “Possiede dei riflessi fotografici: dopo aver combattuto contro di te, sa perfettamente come emulare il tuo stile”, afferma il produttore esecutivo Brad Winderbaum. “I trucchi di Natasha possono funzionare nel primo combattimento, ma nel secondo o nel terzo round lui sa cosa aspettarsi e lei deve inventarsi qualcosa di nuovo”.

Ghost in the Shell (1995): quando l’anime si fa filosofia cyberpunk

Ci sono film che entrano nel cuore lentamente, come una melodia malinconica che ti accompagna nei pensieri. E poi ce ne sono altri che ti esplodono dentro all’improvviso, lasciandoti senza fiato, come se avessi appena assistito a qualcosa di troppo grande per essere compreso tutto in una volta sola. Ghost in the Shell è entrambi. È il colpo di fulmine e la lenta, inesorabile infatuazione che cresce a ogni visione. È uno di quei capolavori che, se come me ami profondamente l’animazione giapponese e la sua capacità di farsi filosofia, arte e tecnologia insieme, non puoi ignorare. Non solo un film d’animazione: il film d’animazione. Uscito nel 1995, Ghost in the Shell è una gemma del genere tech noir cyberpunk, diretto con mano sicura e mente visionaria da Mamoru Oshii su sceneggiatura di Kazunori Itō. Non è solo un prodotto giapponese: è una coproduzione internazionale giapponese-britannica che ha unito Kodansha, Bandai Visual e Manga Entertainment, con l’animazione curata da Production I.G. Il risultato? Un lungometraggio adulto, raffinato, con un’anima profonda, che osa porre domande esistenziali attraverso l’eleganza dell’animazione.

Benvenuti a New Port City, anno 2029

L’ambientazione è una metropoli futuristica chiamata New Port City, in un 2029 che sembra fin troppo vicino per chiunque viva immerso nella tecnologia contemporanea. Reti informatiche che governano ogni aspetto della vita, ibridazione uomo-macchina ormai pressoché totale, crimine cibernetico come nuova frontiera del male. In questo scenario ci muoviamo accanto al Maggiore Motoko Kusanagi, agente della Sezione 9, un’unità governativa d’élite che si occupa di reati informatici.

Motoko è un cyborg. Un corpo completamente artificiale che ospita una coscienza — il suo ghost, appunto — in bilico costante tra identità umana e programma artificiale. La sua missione: dare la caccia al “Burattinaio” (Puppet Master), un’entità hacker dotata di una coscienza propria, capace di penetrare le menti altrui e riscriverne memorie e identità. Ma Ghost in the Shell non è solo una storia di caccia all’uomo (o alla macchina): è un viaggio labirintico nella costruzione del sé, in cui la protagonista finisce per inseguire anche se stessa, in una spirale di domande a cui nessuno, nemmeno lo spettatore, ha risposte certe.

L’animazione che ridefinisce un genere

La bellezza visiva di Ghost in the Shell non può essere descritta, va semplicemente vissuta. Il film è un capolavoro tecnico, frutto di una combinazione senza precedenti tra animazione tradizionale a mano e CGI. Un connubio che nel 1995 era all’avanguardia e che ancora oggi, a distanza di trent’anni, non ha perso un briciolo della sua potenza espressiva. Gli scorci di New Port City, i riflessi sulle superfici digitali, la pioggia che cade in silenzio su corpi meccanici carichi di tensione poetica… tutto è pensato per colpire l’anima più che l’occhio.

E poi c’è la musica. La colonna sonora composta da Kenji Kawai è, semplicemente, un altro livello. Un affascinante incontro tra voci tradizionali giapponesi e armonie corali ispirate alla musica sacra bulgara. Il tema principale, che risuona durante la scena iconica dell’”immersione” del Maggiore, è un richiamo all’inconscio collettivo: etereo, ancestrale, perturbante. È la voce del ghost che ci parla, oltre il tempo e lo spazio.

Un’eredità immortale

Quando uscì nelle sale, Ghost in the Shell non fu un successo al botteghino. In effetti, fu inizialmente considerato un mezzo fallimento commerciale. Ma fu il mercato home video a trasformarlo in un cult assoluto, e da allora la sua fama è cresciuta esponenzialmente. Oggi è considerato una delle più grandi opere dell’animazione e della fantascienza di tutti i tempi. James Cameron lo definì “il primo film d’animazione adulto a raggiungere un livello di eccellenza visiva e letteraria”. E se lo dice James Cameron, possiamo crederci.

Al 24° Annie Awards del 1996, Ghost in the Shell ricevette ben cinque nomination, stabilendo un record per l’epoca per un film animato giapponese, superato solo recentemente da The Boy and the Heron e Suzume ai premi del 2024.

Il film ha ispirato generazioni di creativi: dalle sorelle Wachowski, che presero a piene mani da Oshii per costruire Matrix, a registi come Spielberg e Whedon. La sua influenza è visibile ovunque nel cinema di fantascienza contemporaneo, e non si contano i riferimenti diretti e indiretti che gli sono stati tributati.

Nel 2004 è uscito Ghost in the Shell 2: Innocence, diretto dallo stesso Oshii ma non considerato un seguito canonico. Più contemplativo, ancora più filosofico, è quasi un’ode all’inanimato. Nel 2008 è arrivata anche una versione aggiornata del film originale, Ghost in the Shell 2.0, con nuovi effetti digitali e sequenze in 3D. Personalmente, continuo a preferire l’originale del ’95, perché conserva quell’imperfezione analogica che oggi è diventata poesia visiva.

E poi, certo, c’è stato il live-action hollywoodiano del 2017 con Scarlett Johansson… ma quello, per quanto visivamente curato, non è riuscito a catturare la stessa intensità emotiva e concettuale del film d’animazione. Forse perché Ghost in the Shell è, prima di tutto, una questione di anima. E l’anima non si replica in CGI.

Anime da contemplare, non solo da guardare

Guardare Ghost in the Shell è come specchiarsi in una superficie che riflette qualcosa di più profondo della tua immagine. Ti chiede: “Chi sei davvero, se ogni parte del tuo corpo può essere sostituita? Cosa resta di te quando tutto è programmabile, replicabile, aggiornabile?”. Non troverai risposte facili, e forse non le troverai affatto. Ma è proprio questa la sua forza. È un film che non ha paura di rallentare, di lasciarti il tempo di riflettere, di sprofondare nelle sue pause meditative. Non è pensato per essere consumato, ma per essere assaporato. Come un buon libro, ti lascia addosso una sensazione indelebile, e ogni volta che lo rivedi, scopri qualcosa di nuovo — non solo nel film, ma in te stessa.

Se amate l’animazione giapponese e pensate che un film possa essere anche un’esperienza spirituale e intellettuale, Ghost in the Shell è una visione imprescindibile. Ma anche se non siete appassionati del genere, vi invito a dargli una possibilità. Non come un “cartone animato”, ma come l’opera complessa, sofisticata e profondamente umana che è. E chissà, magari anche voi, come me, scoprirete che il vostro ghost si è risvegliato.

Avete visto Ghost in the Shell? Cosa vi ha lasciato? Condividete le vostre riflessioni nei commenti o postate l’articolo sui vostri social: magari qualcun altro è pronto a farsi catturare dal canto del Burattinaio.

Stan Lee vuole un film sulla Vedova Nera

Finalmente ciò che molti fan dell’universo Marvel si aspettavano sta diventando una realtà, un film sulla Vedova Nera, il vendicatore più sexy e letale. I film su IronmMan, Hulk, Thor e Captain America sono stati un successo al botteghino, ma per i maschietti fan della saga c’è solo un personaggio che cattura l’attenzione: la spettacolare Black Widow interpretata dal bella e atletica Scarlett Johansson.

Dalla sua prima apparizione nel film Iron Man 2, l’agente di S.H.I.E.L.D. Natasha Romanoff ha rapidamente catturato l’attenzione e il cuore di molti ammiratori proprio grazie alla Scarlett Johansson che ha interpretato al meglio questa eroina intrepida che era quasi sconosciuta rispetto ai suoi colleghi Avengers più blasonati. Attenzione che è sfociata ben presto nella domanda: quando la bella Vedova Nera sarà protagonista di una pellicola tutta sua?

Sul red carpet degli Oscar 2017, Scarlett è stata intervista da un giornalista di MTV proprio sula possibilità di un film dedicato solo alla Vedova Nera e l’attrice ha commentato che: “Sto ancora metabolizzando il lavoro su Infinite War perché la produzione è stata davvero … infinita. Dopo l’uscita del film, vi risponderò realmente su questa domanda”. Per Scarlett, l’eroina russa potrebbe avere il suo film e come ha ribadito a Collider, Black Widow è un personaggio con una grande storia e la personalità dicotomica, divisa tra bene e male, di Natasha è così interessante che potrebbe rappresentare uno spunto per una storia sul suo passato e della sua scelta “di campo” a fianco degli eroi.

Dopo frequenti richieste del pubblico e l’intervista di Scarlett Johansoon, il genio della Marvel Stan Lee ha anche affermato semplicemente che “… un giorno ci sarà un film della Black Widow!”. Insieme a Stan anche il regista del recente film “Thor: Ragnarok”, Taika Waititi è entrato nella discussione, dichiarando che gli sarebbe piaciuto dirigere un film dedicato alla storia della Vedova Nera, con una “piccola svolta” rispetto alla storia originale del fumetto: “Un film Black Widow è sicuramente qualcosa di inedito ma dovrebbe essere po’ più divertente rispetto a quello che conosciamo. Ho amato la sua storia ed è molto cupa … dov’è il divertimento in questa avventura?”.

Ovviamente alcuni fan potrebbero essere leggermente delusi da una svolta “comica” di un possibile film sulla Vedova Nera … ma, ovviamente poter gioire della visione perun intero film di Scarlett Johansson in quel tight body nero, sarebbero disposti a chiudere un occhio…

 

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