Fratelli Demolitori: quando Jason Momoa e Dave Bautista trasformano il buddy movie in una sorpresa muscolare

Te lo dico subito, come si direbbe davanti a un caffè diventato freddo perché stiamo parlando troppo: Fratelli Demolitori l’ho messo su quasi per riflesso condizionato. Prime Video aperto, scorrimento pigro, quel titolo italiano che sembra urlarti addosso dal telecomando come una televendita di trapani industriali. E invece. Invece mi sono ritrovata seduta meglio sul divano, gomiti sulle ginocchia, quel sorriso da “ok, forse qui c’è qualcosa” che arriva solo quando un film ti prende in contropiede.

Perché sì, partiamo dall’elefante nella stanza: il titolo italiano è una scelta che fa sospirare forte. “Fratelli Demolitori” sembra il nome di un format su DMAX con due tizi barbuti che buttano giù muri a mani nude. Eppure, sotto quella vernice un po’ goffa, pulsa un buddy movie che sa esattamente cosa vuole essere. Non un capolavoro che ti cambia la vita, non un esercizio di stile, ma una di quelle esperienze che ti ricordano perché ogni tanto hai bisogno di popcorn, botte coreografate e dialoghi che sembrano nati tra un ciak e l’altro, non in una stanza di sceneggiatori con il cronometro.

Tu lo senti subito che la vera scommessa è la coppia. Jason Momoa e Dave Bautista insieme sono un’idea così ovvia che nessuno l’aveva ancora fatta davvero. Ed è strano, perché basta guardarli: due corpi che occupano lo spazio prima ancora di parlare, due modi opposti di stare in scena. Momoa è caos controllato, birra immaginaria sempre in mano, sorriso storto da “tranquillo, so quello che faccio (forse)”. Bautista è silenzio, spalle larghe, quella rigidità che non è legno ma disciplina. Quando si muovono nello stesso fotogramma è come vedere una lavatrice in centrifuga accanto a una cassaforte. E funziona. Funziona troppo bene.

La storia, se la racconti a qualcuno mentre aspetti l’autobus, la riassumi in una frase sola. Due fratellastri che non si parlano da una vita, un padre morto in circostanze torbide, le Hawaii come sfondo che sembra una cartolina ma sotto nasconde nervi scoperti, speculazioni, ferite mai chiuse. Fine. Ma poi lo guardi e capisci che non è quello che succede a contare, è come ci arrivano. È l’attrito continuo tra due uomini che condividono il sangue ma non il vocabolario emotivo. Ogni battuta è una spallata, ogni scazzottata è una conversazione che non sanno fare a parole.

E tu, che i buddy movie li hai consumati a furia di VHS e repliche notturne, riconosci l’eco di Arma Letale, di Bad Boys, di quel cinema che non si vergognava di essere rumoroso ma infilava dentro una malinconia strana, quasi accidentale. Qui succede la stessa cosa. Ridi, poi ti accorgi che sotto c’è un discorso sull’eredità, su cosa ti porti dietro anche quando fai finta di essere andato avanti. Non te lo spiattellano in faccia. Te lo fanno scivolare addosso mentre esplode qualcosa sullo sfondo.

L’ambientazione hawaiana non è solo sfoggio di budget o voglia di sole. È corpo del film. Le strade, le spiagge, i quartieri meno instagrammabili diventano un personaggio silenzioso, uno di quelli che non parlano ma giudicano. E quando la trama vira verso questioni di comunità, di terra contesa, di identità schiacciata da interessi più grandi, ti rendi conto che qualcuno qui ha provato a dire qualcosa in più senza trasformare l’action in un trattato sociologico. È un equilibrio fragile, ma regge.

Il cast di contorno è quella ciliegina nerd che ti fa fare il classico “ah!”. Temuera Morrison entra in scena con quella presenza che basta da sola a dargli autorità, Jacob Batalon è la spalla comica che rischia di diventare macchietta e invece resta adorabilmente sopra le righe, Morena Baccarin porta un’umanità che serve come l’aria quando il testosterone minaccia di soffocare tutto. Nessuno ruba la scena, tutti la tengono viva.

Dietro la macchina da presa c’è Ángel Manuel Soto, e si vede. Non perché inventi il cinema da capo, ma perché sa quando stringere e quando lasciare respirare. Dopo Blue Beetle avevo la sensazione che fosse uno che capisce il ritmo emotivo anche nei film che devono correre. Qui lo conferma. E poi c’è quella storia del tweet di Bautista che ha acceso la miccia anni fa, una di quelle leggende moderne che ti fanno sorridere: una battuta online che diventa un film vero. Internet che, per una volta, non divora un’idea ma la trasforma in qualcosa di concreto.

Certo, non è tutto perfetto. Due ore sono tante, e a volte lo senti. Alcune soluzioni arrivano prima di quanto vorresti, altre le vedi spuntare da lontano come una nuvola scura sull’oceano. Ma non è un problema grave. È parte del patto. Questo è un film che non finge di essere altro da sé. Vuole intrattenerti, farti dimenticare il tempo, regalarti un paio di personaggi che ricorderai più per come si guardano che per quello che fanno.

Alla fine dei titoli di coda non ti alzi di scatto. Resti lì un attimo. Magari pensi a quanto sarebbe stato bello vedere questa coppia sul grande schermo, magari ti chiedi se il titolo originale avrebbe cambiato qualcosa, magari ti viene voglia di parlarne con qualcuno che sai già cosa sono i buddy movie e perché ci mancano. E allora te lo chiedo io, mentre finiamo questo caffè: tu da che parte stai, del caos di Momoa o del silenzio di Bautista? O sei come me, che spera solo di rivederli insieme, magari in qualcosa che non sappiamo ancora di voler guardare.

Masters of the Universe: il trailer è arrivato, e qualcosa dentro di noi si è rimesso in moto

Un click. Un respiro trattenuto. Quel mezzo secondo di silenzio prima che parta l’audio. È in quello spazio minuscolo che ho capito che non stavo per guardare “un trailer qualunque”. Stavo per rientrare in una stanza chiusa da anni, una di quelle che non apri spesso perché temi di trovarla vuota. Invece no. Era tutto lì. Più grande. Più adulto. Più consapevole.

Il trailer di Masters of the Universe è finalmente online, dopo un teaser che ieri aveva fatto il suo lavoro sporco: insinuarsi sotto pelle. Adesso però non si tratta più di suggestioni. Qui ci sono immagini che pesano, suoni che non fanno l’occhiolino alla nostalgia ma la guardano dritta negli occhi. E una sensazione precisa, quasi fisica: questo film non ha paura di esistere.

Non ricordo da quanto tempo non aspettavo un’uscita al cinema con questa fame. Non quella da calendario, da “vediamo com’è”. Fame vera. Quella che ti fa tornare indietro, ma senza chiedere il permesso.

Il primo colpo non è visivo. È concettuale. Questo Masters of the Universe non si presenta come un’operazione da scaffale dei ricordi, non cerca la scorciatoia del citazionismo. Parte da un’assenza. Da un Principe Adam che non sa di esserlo. Un corpo nel nostro mondo, una memoria spezzata, una vita che scorre senza capire perché qualcosa non torna mai del tutto. C’è una malinconia sottile che attraversa il trailer, come se l’eroismo fosse una chiamata che arriva tardi, dopo che hai già imparato a sopravvivere senza risposte.

E poi Eternia. Non urlata. Non sparata in faccia. Ma promessa.

La mano dietro tutto questo è quella di Travis Knight, e si sente. Chi ha amato Bumblebee o il lavoro Laika sa riconoscere quel modo di raccontare il mito passando dal dettaglio umano. Qui non c’è l’ossessione di “fare epico” a tutti i costi. C’è l’urgenza di farlo credibile. Di rendere il destino una cosa scomoda, non un trofeo.

Nicholas Galitzine sorprende. Non perché diventi improvvisamente una montagna di muscoli, ma perché regge il peso della frattura. Adam è fragile nel senso più interessante del termine. Non indeciso, ma incompleto. E quando il trailer accenna alla trasformazione, non sembra un premio. Sembra una resa. Accettare di essere He-Man non come esaltazione della forza, ma come assunzione di responsabilità. È una lettura che parla il linguaggio di oggi senza rinnegare l’icona.

Attorno a lui il mondo prende forma con una sicurezza che raramente si vede nei grandi rilanci. Camila Mendes ha una Teela che non chiede spazio: lo occupa. Idris Elba come Man-At-Arms è esattamente ciò che speravi senza osare dirlo ad alta voce. Presenza, autorevolezza, calore. E poi c’è Skeletor.

Qui il trailer gioca una carta pericolosa e affascinante. Jared Leto non viene mostrato come maschera urlante o caricatura gotica. È un’ombra. Una minaccia che sembra più antica del conflitto stesso. Un male che non ha bisogno di spiegarsi. Basta uno sguardo, una postura, un’eco metallica nella voce per capire che Grayskull non è solo un luogo, è un nervo scoperto.

La cosa che mi ha colpito di più, però, non è un singolo personaggio. È il tono complessivo. Questo film sembra consapevole del fatto che Masters of the Universe non è mai stato solo un racconto di spade e muscoli. È sempre stato, anche quando non lo sapevamo spiegare, una storia sull’identità. Sul diventare qualcosa che ti spaventa perché ti supera.

Negli anni Ottanta lo urlavamo correndo per casa con un asciugamano come mantello. Oggi lo sussurriamo, magari senza spada, ma con lo stesso bisogno di riconoscerci in un gesto simbolico. Il trailer intercetta esattamente quel punto di contatto tra ieri e adesso. Non infantilizza. Non ironizza. Prende sul serio l’immaginario, ed è forse il complimento più grande che si possa fare.

Dietro la macchina produttiva si muovono Amazon MGM Studios e Sony Pictures, ma il risultato non profuma di algoritmo. Profuma di rischio calcolato, di visione difesa, di un franchise che ha aspettato a lungo il momento giusto per tornare a dire qualcosa.

Il 5 giugno 2026 è segnato. Non come data di uscita, ma come appuntamento emotivo. Sala buia. Logo che compare. E quella frase. Sì, proprio quella. Se arriverà nel momento giusto, con il giusto silenzio prima e dopo, non servirà altro. Saremo di nuovo lì. Più grandi, forse più stanchi, ma ancora pronti a credere che accettare il proprio potere significhi anche accettare le proprie paure.

E adesso la domanda resta sospesa, come deve essere. Questo trailer ha risvegliato qualcosa di vostro o vi ha lasciati guardinghi? Eternia vi chiama ancora o avete bisogno di un altro segnale?

La conversazione è appena iniziata.

Supergirl: Woman of Tomorrow – La rinascita feroce della kryptoniana che cambierà il DCU

Quando il trailer di Supergirl: Woman of Tomorrow è esploso online, quel che si è percepito immediatamente è stato un colpo di frusta emotivo. Non il classico momento da “ok, vediamo cosa combina Kara stavolta”. Piuttosto, la sensazione di essere davanti a un personaggio che pretende attenzione, che si prende lo spazio che per decenni le è stato negato, che rielabora l’eredità della Casa di El con una forza quasi dolorosa. Nel 2026 la kryptoniana interpretata da Milly Alcock farà il suo debutto da protagonista nel nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran, e l’impressione è quella di assistere a un vero cambio d’epoca.

Questa Kara non è un simbolo prefabbricato. Non è sorridente, non è accomodante, non è la versione luminosa del cugino Kal-El. È ferita, arrabbiata, ironica, borderline, più incline a fare colazione con un bicchiere forte su un pianeta lontano che con un succo d’arancia nel Kansas. Il trailer la introduce mentre brinda al suo ventitreesimo compleanno con un senso dell’umorismo così malconcio da diventare subito irresistibile. E quando esplode “Call Me” dei Blondie, l’energia cambia completamente: non siamo davanti a una principessa kriptoniana, ma a una sopravvissuta che vive in equilibrio precario tra trauma e resilienza.

Il DCU la presenta fin dal primo secondo come Kara Zor-El, e questo dettaglio racconta più di quanto sembri. A differenza di Clark, lei non ha mai davvero trovato una nuova casa sulla Terra. Non ha avuto le praterie del Midwest, i genitori amorevoli, le notti sotto le stelle. Ha visto Krypton morire con i propri occhi. Ha vissuto l’agonia del suo popolo, non l’ha immaginata. E mentre Clark cresceva imparando ad amare l’umanità, Kara cresceva ricordando ogni minuto ciò che aveva perduto.

Il trailer lo sottolinea senza pietà. Mentre lei parla della facilità con cui Superman vede il bene nelle persone, lascia cadere la frase destinata a definire l’intero film: “Io vedo la verità.” Ed è una verità che brucia.

La Kara di Milly Alcock: perché il fandom è già in ginocchio

L’ingresso di Milly Alcock nel DCU ha lo stesso effetto che ebbe l’arrivo di Gal Gadot nei panni di Wonder Woman: un’improvvisa sensazione di inevitabilità. Alcock non interpreta Kara, Alcock è Kara. Nella sua interpretazione c’è la stanchezza di chi ha vissuto la fine del mondo, il sarcasmo di chi ha visto troppo, la fragilità mai ammessa di chi si protegge dietro una facciata da “niente mi tocca”.

La prima apparizione in Superman (dove arrivava barcollando dopo una notte di festa interplanetaria) aveva già acceso l’entusiasmo, ma il trailer di Woman of Tomorrow ha fatto qualcosa di più. Ha trasformato l’interesse in investimento emotivo. Kara entra in scena come un fulmine, ma quel fulmine ha radici profonde.

Il successo di Superman e il peso che ora ricade su Supergirl

Con il Superman di Gunn protagonista di un debutto da oltre seicento milioni di dollari, molti spettatori hanno iniziato a chiedersi quale sarebbe stato il prossimo tassello per testare la solidità del nuovo universo narrativo. La risposta arriva adesso. Supergirl non è un semplice sequel, non è un progetto di contorno: è la prova di maturità del DCU. È la storia che può definire se l’ambizione di Gunn di raccontare un universo più corale, più drammatico e più stratificato reggerà davvero allo sguardo del pubblico.

Woman of Tomorrow, tratto dalla splendida graphic novel di Tom King e Bilquis Evely, è costruito come un viaggio iniziatico sporco, crudo, emotivamente devastante. Il film conserva questa visione senza compromessi e la porta sul grande schermo con una fedeltà che, pare, abbia già conquistato chi ha assistito alle prime proiezioni riservate.

Un film che nasce da ferite antiche e nuove alleanze

Il cuore narrativo del film si costruisce intorno a una missione che all’inizio sembra quasi un diversivo, ma che diventerà un imperativo morale. Kara incontra Ruthye Mary Knoll, interpretata da Eve Ridley, una ragazza aliena determinata a vendicare l’assassinio del padre. La loro alleanza non nasce dall’empatia, ma dalla necessità. Kara non è in cerca di redenzione. È in cerca di qualcosa che assomigli a un motivo per continuare a essere viva.

E poi c’è Krypto, il cane più maleducato dell’universo, l’amico più fedele che una kryptoniana possa desiderare, il compagno di viaggio che la segue attraverso deserti stellari e pianeti desolati. La loro dinamica è sporchissima e dolcissima insieme: se Kara è spezzata, Krypto è il cerotto che non tiene, ma che lei continua a mettere lo stesso.

Il villain principale, Krem of the Yellow Hills, interpretato da Matthias Schoenaerts, è l’incarnazione della crudeltà senza scrupoli. Niente trasformazioni digitali, niente follie cosmiche: solo un assassino con ideali distorti e una presenza scenica da incubo.

E in mezzo a tutto questo, sbuca lui: Lobo, interpretato da Jason Momoa, finalmente libero di abbracciare la versione più sfacciata e punk del personaggio. Anche se la sua presenza potrebbe essere limitata, la sua impronta sarà devastante.

Il costume che ha fatto impazzire il fandom

Durante il CCXP è stato rivelato il nuovo costume, diventato immediatamente un simbolo programmatico. Non più colorato, non più infantile, non più un doppione di quello del cugino. Il mantello ha linee tese che ricordano l’iconografia di Evely, lo stemma della Casa di El è grande e deciso, la cintura dorata elimina ogni dettaglio superfluo. Non è un abito da supereroina: è un’armatura emotiva.

Un messaggio chiaro: Kara non è un eco femminile di Superman. Kara è una soldatessa che ha già perso tutto e che ha ancora troppi conti aperti con l’universo.

Un DCU che riscrive la mitologia kryptoniana

Una delle svolte narrative più impattanti del nuovo universo riguarda Krypton stesso. L’idea introdotta nel film di Superman, che l’arrivo di Kal-El fosse parte di un piano di colonizzazione, apre scenari completamente inediti. Non più un popolo di puri e illuminati, ma una civiltà complicata, contraddittoria, forse persino colpevole.

David Krumholtz, interprete di Zor-El, ha confermato che il film sarà estremamente fedele alla graphic novel e chiarirà molto della storia familiare della Casa di El. La domanda che il fandom continua a ronzare è affilata come una lama: e se l’eroismo di Krypton non fosse stato così cristallino? E se la famiglia di Kara fosse coinvolta in dinamiche ben più oscure di quelle finora raccontate?

Il film sembra intenzionato ad affrontare queste domande senza paura.

Una costruzione estetica che profuma di epopea sci-fi

Le riprese tra Islanda, Scozia e Londra hanno permesso a Gillespie di costruire un universo visivo che sembra scolpito più che filmato. Niente luci perfette, niente colori saturi, niente spazi rassicuranti. Ogni pianeta è una ferita. Ogni cielo è un ricordo infranto. Ogni navicella ha graffi, bruciature, segni di guerra. Il costume stesso di Kara è segnato, consumato, vissuto. Non un simbolo pulito, ma un’armatura sopravvissuta all’inferno.

Prime reazioni: il film che potrebbe diventare un cult immediato

Secondo alcune indiscrezioni, chi ha visto il film in anteprima privata è uscito in lacrime e applausi. Milly Alcock viene descritta come un “uragano controllato”, capace di unire durezza e delicatezza con una naturalezza quasi spiazzante. Gunn pare esserne innamorato artisticamente, e questo è sempre un segnale potentissimo: quando un regista costruisce un universo narrativo intorno alla psicologia dei suoi personaggi, l’evoluzione è garantita.

Se Superman è la luce, Kara è il coltello che la attraversa

Questa è la vera chiave del film. Superman rappresenta ciò che crediamo di poter essere. Supergirl rappresenta ciò che serve per diventarlo: il dolore, la perdita, la resilienza, la rabbia, la scelta di rialzarsi ogni volta. Non è escluso che David Corenswet appaia in un cameo che ribalterebbe la dinamica vista in Superman. Sarebbe un gesto narrativo perfetto, una danza di specchi fra i due eredi della Casa di El.

Dalle ceneri nasce l’eroina che aspettavamo da anni

Per troppo tempo Kara è stata trattata come un’appendice, come una derivazione, come una variante rosa di Superman. Woman of Tomorrow spezza questa tradizione e la riscrive da capo. Kara diventa il volto della resilienza kryptoniana, la voce di chi ha visto l’oscurità e ha scelto di affrontarla, non di ignorarla.

Il 26 giugno 2026 sta arrivando. E se il trailer è solo un assaggio, allora prepariamoci: il futuro del DCU non parla più soltanto il linguaggio dell’eroismo classico. Parla con la voce graffiata di Milly Alcock. Una voce che brucia come un sole morente e promette una rinascita che potrebbe cambiare tutto.

“Dune: Parte 3” – Il Capitolo Finale della Trilogia di Villeneuve si Preannuncia come un’Epopea Oscura e Filosofica dal Cuore di Arrakis

Se pensavate che il viaggio di Paul Atreides si sarebbe fermato davanti alla maestosità di Dune: Parte Due, preparatevi a riconsiderare tutto. Dopo il successo clamoroso dei primi due capitoli, Denis Villeneuve è pronto a tornare dietro la macchina da presa per concludere il suo ambiziosissimo progetto cinematografico: Dune: Parte 3. Una scelta di titolo apparentemente semplice, ma che racchiude al suo interno una precisa dichiarazione d’intenti, un messaggio chiaro e potente rivolto a chi ha seguito questa saga con il fiato sospeso: la conclusione non sarà solo un adattamento, ma un’esperienza cinematografica totale, dove la psicologia del potere, i limiti dell’umanità e il destino dell’universo si intrecceranno in una narrazione dal respiro epico.

È ufficiale: Dune: Parte 3 è il titolo definitivo scelto dalla Warner Bros per il terzo capitolo della saga. Una decisione che si distacca volutamente dal più letterale Dune: Messia, il titolo dell’omonimo romanzo di Frank Herbert su cui si baserà il film, e che si inserisce invece nella tradizione delle grandi saghe cinematografiche. Un approccio che richiama l’evoluzione di titoli come Il Padrino: Parte II o The Batman: Parte II, suggerendo un continuum narrativo che va ben oltre il semplice adattamento letterario. È chiaro ormai che Villeneuve non vuole solo tradurre Herbert per il grande schermo: vuole costruire una trilogia che lasci un segno nella storia del cinema sci-fi.

Le riprese di Dune: Parte 3 sono pronte a iniziare a breve, e già cominciano ad arrivare notizie che fanno impazzire i fan. Una delle rivelazioni più significative riguarda il fatto che il film potrebbe non limitarsi ad adattare Dune: Messia, ma includere anche elementi de I Figli di Dune. Un dettaglio per niente trascurabile se si considera che nel cast compaiono Nakoa-Wolf Momoa (figlio di Jason Momoa) e Ida Brooke, chiamati a interpretare Leto II e Ghanima, i figli di Paul e Chani. Nei romanzi, questi personaggi appaiono come neonati in Messia e come ragazzini in I Figli di Dune, suggerendo che Villeneuve stia pianificando un affresco narrativo che abbracci entrambi i volumi per concludere degnamente il suo ciclo cinematografico.

Ma cosa possiamo aspettarci da questa terza parte? La trama si posizionerà ben dodici anni dopo gli eventi di Dune: Parte Seconda, con Paul Atreides ormai incoronato Imperatore dell’universo conosciuto. Tuttavia, la corona imperiale si rivelerà un fardello molto più pesante di quanto si potesse immaginare. Il potere conquistato da Paul non sarà un premio, ma una maledizione che lo consumerà dall’interno, schiacciato sotto il peso di una Guerra Santa che devasta pianeti, piega popoli e distrugge anime. Il conflitto interiore del protagonista si rifletterà su tutto ciò che lo circonda: il suo impero, la sua gente, il suo amore per Chani, interpretata ancora una volta da una magistrale Zendaya.

E proprio Chani, stavolta, avrà un ruolo centrale e tutt’altro che secondario. Il rancore e la frustrazione accumulati nel corso degli eventi precedenti torneranno a galla, mettendo a dura prova il legame tra lei e Paul. La loro relazione si caricherà di una tensione emotiva palpabile, mentre l’ombra delle decisioni di Paul – sempre più simile a un profeta tragico che a un classico eroe – incomberà sulle loro vite.

Villeneuve ha chiarito che Dune: Parte 3 rappresenterà una deviazione importante rispetto al percorso eroico tracciato nei primi due film. Il tono sarà più cupo, più intimo, più riflessivo. Non ci sarà spazio per l’esaltazione della figura del leader carismatico, ma piuttosto una meditazione cruda e realistica sul prezzo del potere, sulla manipolazione religiosa e politica, sulla predestinazione e sull’identità. Il regista ha dichiarato di voler rimanere fedele alla parte più “cinematografica” dei romanzi di Herbert, evitando di addentrarsi negli elementi troppo esoterici o cervellotici dei capitoli successivi. Un’operazione delicata, che punta a equilibrare profondità tematica e accessibilità pop, senza mai sacrificare l’integrità del materiale originale.

Sul fronte del cast, le conferme non mancano. Timothée Chalamet tornerà a vestire i panni di un Paul Atreides più maturo e segnato dalle cicatrici del potere, ma Villeneuve ha intenzione di aspettare ancora qualche anno prima di girare, proprio per permettere all’attore di crescere artisticamente e incarnare con maggior realismo un personaggio in piena decadenza interiore. Una scelta che dimostra ancora una volta l’attenzione quasi maniacale del regista per la coerenza narrativa e la profondità emotiva dei suoi personaggi.

Ma la vera bomba è il ritorno di Jason Momoa nel ruolo di Duncan Idaho. I fan dei romanzi sanno bene che questo personaggio ha ancora molto da dire, e il suo ritorno (probabilmente sotto una nuova forma…) apre scenari narrativi affascinanti e densi di pathos. E poi c’è Robert Pattinson. Non ancora confermato ufficialmente, ma i rumor parlano con insistenza della possibilità che interpreti Scytale, l’enigmatico antagonista Tleilaxu. Un personaggio tanto affascinante quanto inquietante, capace di trasformarsi, manipolare e ingannare, e che ben si adatterebbe alla cifra stilistica di Pattinson, ormai diventato un’icona di ruoli oscuri e stratificati.

Dal punto di vista tecnico, Dune: Parte 3 si preannuncia come una nuova vetta nella storia del cinema di fantascienza. Il film utilizzerà le nuovissime telecamere IMAX di seconda generazione, realizzate in materiali avanzatissimi come fibra di carbonio e titanio, capaci di offrire una qualità d’immagine che, a detta degli esperti, non ha precedenti. L’obiettivo? Trasportare lo spettatore dentro il deserto di Arrakis come mai prima d’ora, con una resa visiva iperrealistica e travolgente. A dirigere la fotografia tornerà Greig Fraser, già premiato con l’Oscar per il primo Dune e artefice di alcuni dei momenti visivi più iconici di The Batman e Rogue One. La sinergia tra lui e Villeneuve è una delle chiavi del successo della saga, e promette di brillare anche in quest’ultimo atto.

Naturalmente, portare a compimento un progetto di questa portata non sarà semplice. Rebecca Ferguson, che interpreta Lady Jessica, ha recentemente parlato delle difficoltà insite nell’adattare un’opera così complessa. Le sue parole sono un monito: trovare l’equilibrio tra fedeltà al testo e esigenze del grande schermo è un’impresa da far tremare i polsi. Ma la sua fiducia in Villeneuve è totale, e i fan sembrano condividere questo ottimismo.

Insomma, Dune: Parte 3 non sarà solo il finale di una trilogia: sarà una vera e propria dichiarazione d’amore verso la fantascienza intelligente, quella che sa intrattenere ma anche far riflettere, che ci accompagna nei meandri della politica galattica, delle scelte morali estreme, dei dilemmi esistenziali che fanno vacillare anche il più grande dei leader. Se i primi due film sono stati l’ascesa, questo sarà il tramonto. Ma che tramonto, signori. Un tramonto spettacolare, filosofico, struggente. Una fine degna di un imperatore.

E voi, cosa vi aspettate da Dune: Parte 3? Riuscirà a soddisfare le altissime aspettative? Avete teorie sul ruolo di Pattinson o sul ritorno di Duncan Idaho? Condividete le vostre speculazioni nei commenti o fate girare l’articolo sui vostri social preferiti: l’universo di Arrakis è più vivo che mai, e noi nerd non vediamo l’ora di tornarci!

Chief of War: l’epica serie Apple TV+ con Jason Momoa che riscrive la storia delle Hawaii

C’è qualcosa di profondamente affascinante nei racconti epici che affondano le radici nel sangue, nella terra e nello spirito di un popolo. È quella sensazione di immersione totale che ti cattura quando una storia non si limita a essere raccontata, ma ti chiama a viverla. È esattamente ciò che promette Chief of War, la nuova serie Apple TV+ creata e interpretata da Jason Momoa, pronta a debuttare il 1° agosto 2025 con un primo doppio episodio, seguito da un rilascio settimanale fino al gran finale previsto per il 19 settembre. Ma attenzione: qui non si parla della solita produzione in costume, costruita per stupire con effetti speciali e scenografie esotiche. No, Chief of War è qualcosa di più profondo, più radicato. È un tributo vibrante e coraggioso alla storia delle Hawaii, alla sua cultura millenaria, e soprattutto al punto di vista – spesso dimenticato o distorto – dei nativi.

Una narrazione indigena, un cuore polinesiano

L’anima di Chief of War pulsa fortissima fin dal suo concepimento. Non è un caso che alla guida del progetto ci siano proprio due voci legate visceralmente alle isole: Jason Momoa e Thomas Pa’a Sibbett, entrambi di origine hawaiana. La loro ambizione? Riappropriarsi della narrazione storica delle Hawaii, offrendo al pubblico globale una prospettiva indigena sulla tumultuosa unificazione dell’arcipelago, avvenuta tra il 1782 e il 1810 sotto il dominio di Kamehameha I. La serie segue la vita di Kaʻiana, un aliʻi (nobile) e guerriero che, dopo aver viaggiato nel mondo al di fuori delle isole – dalla Cina all’America del Nord, fino alle Filippine – ritorna nella sua terra natale e si ritrova coinvolto in una sanguinosa campagna di guerra. Ma la sua traiettoria è tutt’altro che lineare: il Kaʻiana di Momoa, come l’uomo storico a cui si ispira, finirà per ribellarsi al tentativo di unificazione, incarnando così tutte le contraddizioni di un’epoca in bilico tra tradizione e cambiamento.

Un cast e una produzione che fanno onore alla cultura hawaiana

Fin dal primo teaser rilasciato da Apple, è chiaro che Chief of War punta a un realismo coinvolgente, cinematografico. Gli spettacolari paesaggi naturali delle isole fanno da sfondo a una messinscena cruda e viscerale, arricchita da costumi autentici, armi tradizionali e una colonna sonora che si annuncia già leggendaria grazie al contributo del premio Oscar Hans Zimmer, in collaborazione con James Everingham e il team di Bleeding Fingers Music.

Il cast è una vera e propria celebrazione della diversità polinesiana: accanto a Momoa troviamo Temuera Morrison nei panni del Capo Kahekili, Luciane Buchanan come Kaʻahumanu, Kaina Makua che debutta nel ruolo di Kamehameha I, e volti noti come Cliff Curtis, Moses Goods, Te Ao o Hinepehinga, Siua Ikaleʻo, Mainei Kinimaka e Te Kohe Tuhaka. Dietro la macchina da presa, invece, si alternano registi di spessore come Justin Chon, che apre le danze dirigendo i primi due episodi, e lo stesso Momoa, che firma il gran finale.

Un racconto di guerra, identità e resistenza

Chief of War è, sì, una serie di guerra – nel senso più letterale e spettacolare del termine – ma è anche un’opera intimista, che indaga le fratture dell’identità e il peso della scelta. Kaʻiana non è un eroe monolitico: è un uomo diviso tra l’onore e il dubbio, tra la fedeltà alla propria gente e le verità scomode apprese nei suoi viaggi. È un outsider dentro casa propria, e questa complessità promette di regalarci uno dei protagonisti più affascinanti e sfaccettati delle ultime stagioni televisive.

In un’epoca in cui il colonialismo ha spesso dettato la narrazione dei popoli indigeni, Chief of War rappresenta una controstoria potente, in grado di ribaltare l’immaginario collettivo e di restituire dignità a una cultura troppo a lungo marginalizzata. Il suo arrivo su Apple TV+ non è solo un evento mediatico, ma un’occasione preziosa per riflettere su ciò che significa raccontare la storia attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta davvero.

Non solo intrattenimento: una dichiarazione d’amore alle Hawaii

Chi conosce Momoa sa bene quanto sia legato alla sua terra. Non è solo un attore che interpreta un ruolo, ma un figlio delle Hawaii che ha deciso di usare la sua fama per proteggere, celebrare e onorare le sue radici. Dal tatuaggio tradizionale che sfoggia sull’avambraccio sinistro, fino al suo impegno pubblico durante le proteste contro il Thirty Meter Telescope sul Mauna Kea, Momoa ha sempre dimostrato di non voler separare la sua identità personale da quella artistica.

Con Chief of War, questa fusione raggiunge il suo apice. Ogni scena trasuda autenticità, ogni dialogo è intriso di rispetto per la lingua e la spiritualità locali, ogni scelta narrativa è un piccolo atto di resistenza culturale. Ed è proprio questo che rende la serie così potente: non cerca mai di “esotizzare” le Hawaii, ma di restituirle alla loro complessità e profondità.

Verso l’alba di un nuovo racconto

Insomma, Chief of War non è solo una delle uscite più attese dell’estate 2025, ma un manifesto artistico e culturale. È una storia epica, sì, ma anche profondamente umana, che saprà toccare le corde di chiunque sia appassionato di storia, identità, resistenza e – ovviamente – grande televisione.

Noi del CorriereNerd.it non vediamo l’ora di immergerci in questa epopea di sangue, sudore e oceano. E voi? Siete pronti a scoprire la vera storia delle Hawaii, raccontata da chi quella terra la porta nel cuore?

Fatecelo sapere nei commenti qui sotto! E se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo sui vostri social e taggateci: il dibattito è aperto, e il viaggio è appena cominciato!

Un Film Minecraft conquista l’Italia: il debutto live-action del videogioco più amato di sempre incanta il box office

Il 2025 segna un evento epocale per tutti gli appassionati di cultura nerd e videoludica: “Un Film Minecraft”, distribuito da Warner Bros. Pictures, ha finalmente fatto il suo ingresso trionfale nei cinema, con un esordio che ha superato ogni previsione. In un solo weekend, il film ha incassato 4.8 milioni di euro, portando oltre 620.000 spettatori nelle sale italiane e conquistando il primo posto al box office, affermandosi come il miglior weekend d’esordio del 2025 in Italia. Un risultato straordinario, che dimostra quanto l’universo di Minecraft sia ancora oggi una forza creativa capace di muovere le masse, non solo sui server digitali ma anche sul grande schermo.

Diretto da Jared Hess, già noto per il cult “Napoleon Dynamite” e l’irriverente “Super Nacho”, il film rappresenta il primo adattamento cinematografico live-action di Minecraft, il videogioco più venduto di tutti i tempi. Il progetto ha visto la luce dopo un lungo percorso di sviluppo, durato quasi dieci anni, durante i quali le aspettative del fandom sono cresciute a dismisura. Eppure, a giudicare dall’accoglienza esplosiva, sembra che l’attesa sia valsa la pena.

Il film ha debuttato in Italia il 3 aprile 2025, distribuito su oltre 550 schermi in tutto il Paese. Un’operazione di marketing globale curata nei minimi dettagli dal team Warner Bros., che ha saputo trasformare la campagna promozionale in un evento virale, grazie al lavoro congiunto di Dana Nussbaum, Christian Davin, John Stanford e Jeff Goldstein, e all’impegno creativo delle divisioni Warner Bros. Discovery. La sinergia tra cinema e mondo del gaming non è mai stata così tangibile.

Ma qual è la trama che ha catalizzato l’interesse di grandi e piccini? La storia ci porta direttamente nel cuore dell’universo Minecraft, dove quattro personaggi del mondo reale – Garrett “The Garbage Man” Garrison (interpretato da Jason Momoa), Henry (Sebastian Hansen), Natalie (Emma Myers) e Dawn (Danielle Brooks) – vengono catapultati attraverso un portale in un mondo cubico chiamato Overworld. Un regno pixelato che, dietro l’aspetto infantile, cela insidie, pericoli e, soprattutto, un profondo bisogno di creatività per poter sopravvivere. A guidarli nella loro epica missione ci penserà Steve, leggendario personaggio del gioco, interpretato da Jack Black, in un ruolo tanto sorprendente quanto attesissimo.

Il film riesce a fondere elementi comici e avventurosi, dosando con intelligenza umorismo e azione. La presenza di Jennifer Coolidge e la candidata all’Oscar® Danielle Brooks, assieme alla giovane rivelazione Emma Myers – già apprezzata nella serie “Mercoledì” – conferisce un tono brillante e accessibile alla narrazione, mentre Jack Black porta con sé la sua inconfondibile energia, pronta a esplodere in momenti di puro delirio nerd.

Dietro la macchina da presa, Jared Hess si affida a un dream team tecnico degno di un colossal fantasy: dal direttore della fotografia Enrique Chediak (già candidato ai BAFTA) allo scenografo Grant Major, premio Oscar® per “Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re”, passando per il montatore James Thomas (“Pokémon: Detective Pikachu”) e il genio degli effetti visivi Dan Lemmon, premiato con l’Oscar® per “Il libro della giungla”. La colonna sonora è firmata da Mark Mothersbaugh, già autore di musiche per “Thor: Ragnarok” e i film LEGO®, una garanzia per chi cerca epicità pop in salsa sintetica.

Non mancano i riferimenti e gli easter egg pensati per i veri fan del gioco: dal chicken jockey che sbuca all’improvviso alla woodland mansion nascosta tra gli alberi, fino all’iconico water bucket clutch che strizza l’occhio ai veterani di Minecraft. Persino i Panda che mangiano bambù fanno la loro comparsa, insieme a un nitwit che attraversa la strada in perfetto stile NPC, regalando momenti di pura nostalgia digitale.

La pellicola non è soltanto un tripudio di effetti visivi e citazioni nerd. Al centro dell’avventura c’è anche un percorso di crescita e collaborazione tra i protagonisti, che imparano a fare squadra, a riscoprire la fiducia nelle proprie capacità e, soprattutto, a credere nella creatività come strumento di salvezza. Un messaggio chiaro, che ricalca perfettamente la filosofia del gioco originale.

Il villain principale, la Piglin Queen Malgosha, doppiata da Rachel House, regala uno dei momenti più intensi del film. L’incursione nel Nether, il regno infernale di Minecraft, è visivamente tra le sequenze più potenti e ambiziose della pellicola, grazie all’uso sapiente di effetti speciali e scenografie mozzafiato che ricordano i dungeon più iconici del gioco.

Dal punto di vista produttivo, “Un Film Minecraft” è frutto della collaborazione tra Vertigo Entertainment, On The Roam, Mojang Aktiebolag e Legendary Pictures, con nomi di peso tra i produttori: Roy Lee, Jon Berg, Mary Parent, Cale Boyter, Jason Momoa stesso, e il compianto Jill Messick. Un progetto corale che testimonia l’impegno nel voler rendere giustizia a un franchise amato da milioni di giocatori.

Le dichiarazioni entusiaste di Mike De Luca e Pam Abdy, CEO di Warner Bros. Motion Picture Group, riassumono l’orgoglio dietro questa operazione colossale: “Siamo estremamente felici che Un Film Minecraft sia stato accolto così calorosamente dal pubblico di tutto il mondo. Congratulazioni al regista Jared Hess, al cast fenomenale e a tutte le divisioni di Warner Bros. Discovery per aver reso questo film un evento imperdibile”.

Il debutto italiano anticipato al 3 aprile 2025 rispetto agli Stati Uniti ha dato il via a un’ondata di entusiasmo senza precedenti. I fan si sono riversati in sala armati di picconi (di plastica) e skin personalizzate, dimostrando che Minecraft non è solo un gioco, ma un universo culturale in continua espansione, capace di parlare a più generazioni contemporaneamente.

“Un Film Minecraft” è disponibile al cinema, pronto a conquistare anche i cuori più scettici. È un film che non si limita a sfruttare il brand, ma tenta – e in gran parte riesce – a reinterpretarlo in chiave cinematografica, restando fedele allo spirito del gioco. Che tu sia un veterano delle Redstone Machines o un neofita affascinato dalle avventure cubiche, questo viaggio nell’Overworld merita di essere vissuto sul grande schermo.

Lobo: Il Cacciatore di Taglie Intergalattico nel DCU – Guida Completa al Personaggio di Jason Momoa

L’annuncio che Jason Momoa interpreterà Lobo nel prossimo film del DC Universe, Supergirl: Woman of Tomorrow, ha suscitato un’ondata di entusiasmo tra i fan dei fumetti e del cinema. Lobo, uno dei personaggi più bizzarri e spietati dell’universo DC, è un cacciatore di taglie e sicario intergalattico proveniente dal pianeta Czarnia, e la sua figura rappresenta un perfetto equilibrio tra umorismo nero, violenza gratuita e un’irresistibile carica di anarchia. In questo articolo, esploreremo le origini, le caratteristiche e l’evoluzione di Lobo, il “flagello del cosmo”, per preparare i fan al suo debutto sul grande schermo.

La Creazione di Lobo

Lobo fa il suo debutto nel 1983 nel fumetto Omega Men, creato dal disegnatore Keith Giffen e dallo scrittore Roger Slifer. Nato inizialmente come una parodia dei supereroi, il personaggio è stato concepito per essere un anti-eroe spietato e esagerato, ma ha subito conquistato i lettori grazie al suo umorismo macabro e al suo comportamento estremamente violento. La sua personalità fuori di testa e il suo disprezzo per le regole morali lo hanno reso un personaggio iconico nel panorama fumettistico della DC. Nonostante fosse destinato a rimanere un semplice cameo, Lobo è rapidamente diventato uno dei più amati e riconoscibili personaggi della casa editrice.

Nel 1988, Lobo entra ufficialmente nel cuore dell’universo DC con un’apparizione nella Justice League International, sempre sotto la guida di Giffen. La sua crescente popolarità porta, nel 1990, alla pubblicazione della miniserie Lobo: The Last Czarnian, una serie che segnerà un punto di svolta nella sua carriera fumettistica. Le tavole disegnate da Simon Bisley, con il loro stile violento e grottesco, si sposano perfettamente con il tono parodistico e sanguinolento delle avventure di Lobo, consolidando la sua fama tra i lettori.

Il Cacciatore di Taglie Senza Limiti

Lobo si distingue per le sue avventure al limite del paradosso, dove il personaggio si spinge oltre i confini del surreale e dell’assurdo. Tra i suoi speciali più noti troviamo Lobo Paramilitary Christmas Special, in cui il nostro eroe viene incaricato di uccidere Babbo Natale, e Lobo’s Back, dove Lobo, dopo essere stato ucciso in un duello, distrugge l’intero Paradiso per tornare in vita (l’Inferno lo rifiuta, giudicandolo troppo malvagio anche per loro). Ogni storia di Lobo è un’esplosione di violenza e linguaggio colorito, con espressioni come “Frag”, “Feetal’s Gizz” e “Bastich” che ridicolizzano e sovvertono il linguaggio tradizionale dei fumetti.

Confronti Epici con gli Eroi DC

Lobo non è solo un personaggio che fa la sua figura in storie soliste, ma è anche un avversario temibile per i più grandi eroi dell’universo DC. I suoi scontri con Superman, Wonder Woman e Batman sono leggendari, ma uno degli incontri più celebri è quello con Wolverine, nel crossover DC vs. Marvel. Nonostante la superiorità fisica di Lobo, il suo scontro con Wolverine finisce in un pareggio decretato dal voto dei lettori, scatenando un acceso dibattito tra i fan.

Ma Lobo non è solo un avversario per gli eroi. La sua natura distruttiva gli ha guadagnato numerosi nemici e alleati, ma ciò che lo distingue è il suo approccio anarchico e la sua totale indifferenza verso la moralità. Lobo è il tipo di personaggio che non risparmia mai nessuno, nemmeno quando si tratta di uccidere i suoi stessi figli illegittimi sparsi nell’universo.

Il Rilancio e la Nuova Versione di Lobo

Negli anni ’90, Lobo ottiene una serie regolare che, tuttavia, si distingue per uno stile più cartoonesco e meno violento. Questo cambiamento porta a un progressivo calo di popolarità, culminando nella chiusura della serie nel 1999. Nonostante le apparizioni sporadiche nei fumetti, Lobo ritorna alla ribalta nel 2000, entrando nel roster di Young Justice e ricevendo un rilancio che lo riporta alla sua forma originale. Il vero colpo di scena arriva nel 2014, quando la DC decide di rilanciare il personaggio con il progetto New 52, ma la nuova versione, più snodato e meno selvaggio, non è ben accolta dai fan, e la miniserie si conclude dopo soli 13 numeri.

Lobo Oggi: Il Sicario Cosmico che Non Può Essere Ignorato

Oggi, Lobo è un personaggio che continua a dividere i fan. Alcuni lo amano per la sua irriverenza, il suo linguaggio colorito e la sua violenza gratuita, mentre altri preferiscono la versione più tradizionale, quella del sicario spietato e crudele che ha distrutto il suo intero pianeta natale. Una cosa è certa, però: Lobo è un personaggio che non si può ignorare. Con le sue abilità sovrumane, la sua intelligenza distruttiva e la sua capacità di sopravvivere a qualsiasi avversità, Lobo è una figura leggendaria nel mondo dei fumetti.

Il personaggio possiede numerosi poteri straordinari, tra cui forza, resistenza e velocità sovrumane, e una rigenerazione che lo rende quasi immortale. Lobo è immune alla morte naturale, può sopravvivere nello spazio aperto e ha una capacità straordinaria nel combattimento, riuscendo a battere qualsiasi avversario con armi a sua disposizione. Inoltre, la sua moto spaziale, la SpazFrag modello 666, è una delle sue armi più temute, capace di distruggere chiunque osi sfidarlo.

Il Lobo di Jason Momoa

Con Jason Momoa pronto a interpretare Lobo nel DCU, i fan possono aspettarsi una versione del personaggio che rifletterà tutte le caratteristiche iconiche che lo hanno reso un simbolo di anarchia e violenza. La fisicità di Momoa, unita alla sua capacità di interpretare personaggi intensi e carismatici, sembra essere la scelta perfetta per dare vita a questo cacciatore di taglie intergalattico. Secondo Momoa, il destino lo legava a Lobo sin dai primi provini per l’universo DC. E ora quel sogno si avvera: il cacciatore di taglie farà il suo debutto in Supergirl: Woman of Tomorrow, uno dei titoli di punta del nuovo corso targato James Gunn e Peter Safran.Diretto da Craig Gillespie (Cruella), il film vedrà Milly Alcock nei panni di Kara Zor-El, la giovane cugina di Superman. Basato sulla miniserie a fumetti di Tom King e Bilquis Evely, Supergirl: Woman of Tomorrow racconta il viaggio di Kara alla ricerca di un posto nel cosmo, un cammino che promette di essere sconvolto dall’irruzione di Lobo. Con la sua presenza esplosiva, il cacciatore di taglie potrebbe rubare la scena e portare una dose di caos irriverente. L’uscita del film è prevista per il 26 giugno 2026, e il solo pensiero di vedere Momoa nei panni di Lobo ha già acceso l’entusiasmo dei fan.

Con questo nuovo ruolo, Momoa abbandona il ruolo da eroe tradizionale per immergersi in un mondo di caos, humor nero e violenza sopra le righe. Lobo non è solo un personaggio: è un simbolo di ribellione e anarchia, e Momoa sembra perfetto per portarlo in vita. L’attesa per Supergirl: Woman of Tomorrow è alle stelle, e i fan sono pronti a vedere Jason Momoa trasformarsi nel flagello del cosmo. Potrebbe essere l’inizio di una nuova era per il DC Universe, con Lobo a guidare una rivoluzione cinematografica all’insegna del caos. Preparatevi: il cosmo non sarà più lo stesso. Lobo è un personaggio che rappresenta l’essenza stessa della trasgressione nei fumetti. Con la sua storia turbolenta, le sue imprese epiche e il suo comportamento irriverente, il “flagello del cosmo” è pronto a conquistare una nuova generazione di fan. E con l’arrivo di Jason Momoa nel ruolo, le promesse per il futuro del personaggio non potrebbero essere più eccitanti.

The Crow – Il Corvo: un ritorno che non sa di cult

Nel panorama cinematografico, alcuni film hanno avuto il potere di diventare veri e propri simboli di un’epoca. È il caso de “Il Corvo” (1994), diretto da Alex Proyas, che ha catturato in modo quasi magico lo spirito degli anni ’90 con una storia di vendetta e redenzione, abbinata a un’estetica dark indimenticabile. Ora, a distanza di trent’anni, il film cult è tornato sotto i riflettori con un remake moderno, “The Crow – Il Corvo”, diretto da Rupert Sanders, noto per i suoi lavori su “Biancaneve e il cacciatore” e “Ghost in the Shell”.

La nuova versione, che esce nelle sale italiane il 28 agosto 2024, si propone come un adattamento contemporaneo del fumetto di James O’Barr, che aveva già ispirato il film del 1994. In “The Crow – Il Corvo”, Bill Skarsgård, noto per il suo ruolo di Pennywise nella saga di “It”, interpreta Eric Draven, un musicista goth rock che, insieme alla fidanzata Shelly (FKA twigs), viene brutalmente assassinato. Grazie all’intervento di un misterioso corvo, Eric ritorna dalla morte per vendicarsi degli assassini e ristabilire l’ordine. Tuttavia, il film ha subito fin da subito critiche e reazioni contrastanti. Non è tanto il fatto che “The Crow” sia un remake a sollevare perplessità, quanto piuttosto la sua interpretazione moderna di un personaggio e di una storia che hanno segnato un’epoca. Questa nuova versione si distacca notevolmente dall’estetica dark e dalla carica emotiva del film originale, cercando di adattarsi ai gusti di un pubblico contemporaneo, ma finendo per allontanarsi dal fascino che aveva reso il primo film un cult.

Un Nuovo Corvo per una Nuova Generazione

Il film presenta un Eric Draven radicalmente diverso, ricoperto di tatuaggi e con un aspetto che cerca di rispondere alle tendenze odierne. Tuttavia, questo cambio di estetica non sembra riuscire a conquistare i fan dell’originale, che avevano apprezzato il profondo senso di perdita e il tono gotico del personaggio interpretato da Brandon Lee. Inoltre, l’interpretazione moderna ha sollevato la questione se sia possibile replicare la stessa magia che aveva reso il film del 1994 un capolavoro intramontabile. I sequel che sono seguiti all’originale non sono riusciti a ripetere quell’incanto, e anche questo remake sembra confrontarsi con le stesse difficoltà.

Un Pasticcio di Temi e Stili

Dal punto di vista narrativo, “The Crow – Il Corvo” tenta di iniziare con una certa originalità, offrendo una fotografia fredda e un tema demoniaco che mescola gli elementi classici con nuove influenze. Tuttavia, la trama si perde presto in una serie di ingredienti scollegati, come un amore adolescenziale, lunghe sequenze di combattimento violente ma poco ispirate e una miscela di possessioni demoniache e riflessioni amorose che non riescono a trovare un equilibrio coerente. Questo risultato è una pellicola che appare confusa e senza una direzione chiara, con una storia che sembra cambiare pelle ogni volta che cerca di decollare. Anche la colonna sonora riflette questa confusione, con un mix ecletico che va dai Joy Division a Enya, creando un’ulteriore dissonanza con l’atmosfera generale del film. Questo approccio musicale sembra mancare di una visione chiara e coerente, rispecchiando le indecisioni del film stesso.

In definitiva, “The Crow – Il Corvo” non riesce a reggere il confronto con l’originale, e questo problema è comune a molti remake e reboot. Non è possibile giudicare questa nuova versione senza fare riferimento al film da cui trae ispirazione, poiché è proprio grazie a quel titolo storico che il remake è stato realizzato e di cui oggi si parla. La produzione, che ha visto tra i suoi produttori nomi noti come Victor Hadida e Samuel Hadida, ha cercato di rilanciare una storia di successo adattandola ai gusti contemporanei, con un budget di circa 50 milioni di dollari e riprese effettuate tra Praga e Monaco. Ma il risultato, per quanto ambizioso, sembra più un pasticcio che una rivisitazione riuscita di un classico. Sebbene “The Crow – Il Corvo” offra un nuovo sguardo su una storia ben nota, i suoi sforzi di modernizzazione non sembrano riuscire a catturare l’essenza dell’originale, lasciando il pubblico a confrontarsi con una versione che, purtroppo, non riesce a brillare come l’iconico film degli anni ’90.

Minecraft: 15 Anni di Innovazione, Creatività e Comunità

Sono già passati 15 anni da quando Minecraft ha fatto il suo debutto nel mondo del gaming, conquistando il cuore di milioni di giocatori di tutte le età. Era il 17 maggio 2009 quando un giovane sviluppatore svedese, chiamato Markus Persson, noto anche come “Notch”, ha dato il via ad uno dei più grandi fenomeni videoludici più venduti di sempre. Con il suo stile grafico inconfondibile, fatto di blocchi e texture pixelate, Minecraft si è distinto fin dall’inizio per la sua semplicità e profondità. Il gioco di sandbox ha permesso ai giocatori di creare e esplorare mondi generati casualmente, usando blocchi di diversi materiali, dando vita a una libertà creativa senza precedenti nel panorama videoludico.

Le due modalità principali, creativa e sopravvivenza, hanno offerto esperienze di gioco diverse ma complementari. Nella modalità creativa, i giocatori hanno accesso a risorse illimitate e possono costruire qualsiasi cosa vogliano, senza doversi preoccupare di nemici, fame o danni. Nella modalità sopravvivenza, invece, i giocatori devono raccogliere risorse, craftare oggetti, combattere contro mostri e altri pericoli, e mantenere la propria salute e il proprio livello di sazietà.

Minecraft ha trascinato i giocatori in un viaggio senza fine attraverso la creatività e l’immaginazione, offrendo infinite possibilità di personalizzazione e di espressione. È diventato una piattaforma di apprendimento e di condivisione, dove i concetti di matematica, fisica, programmazione, arte, storia e altro sono stati integrati nel gameplay, permettendo ai giocatori di imparare giocando. La comunità di Minecraft è stata una delle più attive e creative nel panorama dei videogiochi. Server multiplayer, mappe personalizzate, e una vasta gamma di mod hanno permesso ai giocatori di condividere le proprie creazioni e di estendere l’esperienza di gioco ben oltre la visione originale degli sviluppatori. Gli aggiornamenti regolari hanno introdotto nuove funzionalità, blocchi, creature e ambienti, mantenendo il gioco fresco e interessante anche dopo tanti anni. La comunità di modder ha poi ampliato ulteriormente queste possibilità, creando contenuti aggiuntivi che hanno arricchito l’esperienza di gioco.

Minecraft è più di un gioco; è un fenomeno culturale che ha influenzato non solo l’industria del gaming, ma anche l’educazione e l’arte. È un titolo che merita di essere provato da chiunque ami la libertà, l’avventura e la creatività. Adatto a tutte le età e a tutti i gusti, Minecraft offre una varietà di stili di gioco, da quello rilassante e pacifico a quello sfidante e competitivo.

Dopo 15 anni, Minecraft non mostra segni di rallentamento. Con ogni nuovo aggiornamento e ogni nuova creazione della comunità, il gioco continua a dimostrare che non ha una fine, ma solo un inizio: quello della propria fantasia. Con oltre 300 milioni di copie vendute, Minecraft è il videogioco più venduto di tutti i tempi. Questo successo ha spinto Microsoft ad acquisire Mojang, il team di sviluppo, dieci anni fa. Ecco perché, dopo 15 anni, Minecraft rimane uno dei giochi più amati e giocati al mondo, un vero e proprio inizio di un’avventura senza tempo.

Per festeggiare l’evento, Jason Momoa e Jack Black hanno deciso di apparire insieme in un video divertente. Nel video, i due attori si ritrovano davanti a una torta a tema voxel, realizzata appositamente per il compleanno di Minecraft. Con grande entusiasmo, si fanno consegnare una spada e un’ascia per procedere al tradizionale taglio della torta. La presenza di Momoa e Black nel video non è casuale: entrambi fanno parte del cast del film di Minecraft, diretto da Jared Hess e scritto da Chris Bowman e Hubbel Palmer, che uscirà nelle sale il prossimo aprile.

Oltre al film attualmente in produzione, l’universo di Minecraft ha ispirato numerosi spin-off, tra cui Minecraft Legends, Minecraft Dungeons e Minecraft: Story Mode, consolidando ulteriormente la sua posizione come una delle proprietà intellettuali più influenti del settore videoludico.

Minecraft: un tuffo nel mondo dei pixel direttamente da Google!

Per celebrare questo anniversario in grande stile, Microsoft e Mojang hanno deciso di fare un regalo davvero speciale a tutti gli appassionati: Minecraft giocabile direttamente su Google!

Come funziona questo easter egg?

È semplicissimo! Ti basta digitare “Minecraft” nella barra di ricerca di Google e, in basso allo schermo, apparirà un riquadro con il logo del gioco. Cliccandoci sopra, si attiverà la magia: un braccio di un personaggio Minecraft apparirà sulla destra dello schermo, pronto a esplorare il mondo virtuale proprio come faresti tu.

Scava, costruisci e divertiti!

Con il mouse, potrai “scavare” attraverso la pagina del browser, creando delle finestre che si aprono su un affascinante mondo Minecraft in 2D. Ogni parte della pagina di ricerca si trasformerà in un quadrato indipendente, riprendendo lo stile dei vari biomi del gioco.

Ma non è finita qui!

Cliccando sui singoli cubi, potrai romperli proprio come faresti nel gioco originale. Se troverai un materiale utile per la creazione, otterrai anche uno strumento per scavare più velocemente e con maggiore efficacia.

Esplora e scopri nuovi orizzonti!

Continuando a scorrere verso il basso, potrai generare nuovi riquadri per ogni risultato di ricerca, espandendo il tuo mondo Minecraft virtuale e scoprendo sempre nuovi materiali e sfide.

Un’esperienza limitata ma divertente!

Naturalmente, questo easter egg non ti permetterà di vivere l’esperienza completa di Minecraft, con tutte le sue sfaccettature e possibilità. Tuttavia, rappresenta un modo simpatico e originale per celebrare il 15esimo anniversario del gioco e per stuzzicare la fantasia di tutti gli appassionati.

E per gli amanti dei manga…

Ciliegina sulla torta? In occasione del 15esimo anniversario, è stato annunciato l’arrivo in Italia del manga di Minecraft! Si tratta della prima pubblicazione ufficiale nel nostro paese di quest’opera, già apprezzata in Giappone dal 2020.

Aquaman e il Regno Perduto. Una conclusione solida ma non priva di ombre

Aquaman e il Regno Perduto arriva nelle sale con una responsabilità enorme: chiudere il capitolo di Aquaman all’interno del DC Extended Universe (DCEU) in un momento di transizione per il franchise. A distanza di cinque anni dal primo film, il sequel, diretto da James Wan, ci offre un’avventura visivamente magnifica, ma anche piena di luci e ombre narrative. Come blogger di cinema, posso dire che il film, pur non essendo un capolavoro, riesce a regalare una conclusione soddisfacente per il viaggio del protagonista, Arthur Curry.

La trama del film ruota attorno al conflitto tra Aquaman e Black Manta, che questa volta minaccia non solo Atlantide, ma l’intero mondo. Il ritorno del leggendario Tridente Nero rende la minaccia ancora più pericolosa, e il conflitto culmina in un’impresa che porterà il nostro eroe a riunirsi con il suo fratellastro Orm (Patrick Wilson), un’alleanza improbabile ma necessaria per fermare il perfido pirata interpretato da Yahya Abdul-Mateen II. L’elemento centrale della storia è l’introspezione del protagonista, che si trova a fare i conti con i suoi doveri di sovrano, la sua famiglia e la sua identità. Ma purtroppo, il film non riesce sempre a sfruttare al massimo queste dinamiche emotive, sacrificando la profondità dei personaggi a favore di una trama che, a tratti, sembra accelerata o mal gestita.

Una regia visivamente affascinante, ma narrativamente confusa

James Wan, un regista capace di regalare sequenze visivamente mozzafiato, non tradisce la sua essenza, regalandoci ambienti subacquei che mescolano magnificenza e pericolo. Tuttavia, sebbene la parte visiva sia solida, non riesce a eguagliare la potenza iconica di altri film recenti come Avatar – La via dell’acqua. Le sequenze d’azione, pur spettacolari, non hanno il respiro narrativo necessario per rendere ogni momento davvero emozionante. La scelta di concentrarsi più sulle dinamiche familiari e sui sentimenti di Aquaman non è di per sé un errore, ma la scrittura, a volte troppo rapida, non riesce a dare spazio a una riflessione più profonda sul legame tra i personaggi.

Le dinamiche tra Aquaman e Orm, purtroppo, sono il punto forte del film. La chimica tra Jason Momoa e Patrick Wilson funziona perfettamente, regalando il giusto mix di umorismo e tensione, ma la sceneggiatura non sfrutta mai appieno il potenziale emotivo della relazione tra i due fratelli. Purtroppo, altri personaggi, come Mera (Amber Heard), sono relegati a ruoli marginali e non brillano come ci si aspetterebbe da un film di questa portata.

Black Manta: Un cattivo con tanto potenziale, ma non abbastanza sviluppato

Un altro aspetto del film che lascia l’amaro in bocca è la gestione del villain, Black Manta. Sebbene la sua ricerca di vendetta nei confronti di Aquaman sia un ottimo punto di partenza, la sua figura risulta meno interessante rispetto al primo film. Yahya Abdul-Mateen II, pur restando un attore capace, non riesce a conferire a Black Manta la stessa intensità che avrebbe meritato, soprattutto alla luce della minaccia che rappresenta. La sua evoluzione da pirata vendicativo a potenziale minaccia mondiale avrebbe potuto essere esplorata con maggiore profondità, ma finisce per risultare solo un catalizzatore per l’azione.

Un finale che chiude il cerchio, ma senza stravolgimenti

Il finale, purtroppo, non offre il grande colpo di scena che molti si aspettavano, ma riesce comunque a concludere la storia di Arthur Curry in modo soddisfacente. La scena a metà dei titoli di coda, con Orm che mangia un cheeseburger in un ristorante sulla terra, è una chiusura leggera ma simbolica. È un tocco di comicità che sottolinea come, nonostante tutto, i legami familiari siano al centro della storia, anche nei momenti più banali e quotidiani. Questo epilogo fa sentire il film come una riflessione sul dovere e sull’amore che esiste tra i protagonisti, ma non raggiunge mai le vette di altre pellicole DCEU in termini di emozioni e sviluppi sorprendenti.

Un film che lascia il segno, ma non incanta completamente

Aquaman e il Regno Perduto è un film che, nonostante alcune debolezze narrative e una gestione a volte superficiale dei suoi personaggi, riesce a dare ai fan un’uscita decente per il personaggio di Arthur Curry. La pellicola si concentra sulla famiglia, l’onore e il dovere, ma non riesce a colpire come avrebbe potuto se avesse approfondito maggiormente i suoi temi e i suoi protagonisti. Tuttavia, con un cast solido, una regia che non delude e una conclusione che chiude la storia in maniera coerente, Aquaman e il Regno Perduto resta un’ottima visione per i fan del personaggio e per chi cerca una storia di avventura con una buona dose di emozioni familiari.

I Funko Pop! di Aquaman e il Regno Perduto

Dopo l’enorme successo del primo film del 2018, Jason Momoa torna nei panni di Aquaman nel nuovo e ultimo film del DC Extended Universe. In questa nuova avventura, Aquaman dovrà scontrarsi con Black Manta, storico nemico apparso anche nel primo capitolo, in cerca di vendetta dopo la morte del padre. Il re dei mari dovrà allearsi con il fratellastro Orm per poter sconfiggere il nemico, potenziatosi con il leggendario Tridente Nero.

Per l’occasione, Funko presenta la nuova collezione di Funko Pop! dedicata ai protagonisti del film. Da Aquaman a sua madre Atlanna fino al malvagio Black Manta, ci sono proprio tutti! L’imponente Pop! Ride che raffigura Aquaman in sella al fido Storm è un pezzo da collezione incredibile per portare un pizzico dei sette mari nella propria collezione!

Aquaman: Un’Epica Avventura Sottomarina che Riscatta il DCEU

Quando Aquaman è stato annunciato, le aspettative erano alte, soprattutto dopo il mediatico passo falso di Justice League. L’universo cinematografico della DC aveva bisogno di un’ondata di freschezza, e James Wan sembrava l’uomo giusto per il compito. Il regista, noto per la sua abilità nel genere horror e per il suo tocco distintivo nel creare tensione e spettacolarità, ha saputo dare vita a un film che è più di una semplice storia di supereroi: è un’epopea sottomarina che mescola fantasy, azione e dramma familiare con una maestria visiva impressionante.

Il film, il sesto capitolo del DC Extended Universe (DCEU), è ambientato dopo gli eventi di Justice League e segna una decisa svolta narrativa. La storia segue Arthur Curry (Jason Momoa), un uomo metà umano e metà atlantideo, alle prese con il suo destino di diventare re di Atlantide. La trama si snoda tra passato e presente, mescolando elementi di mitologia sottomarina e avventura. Dal momento in cui il film apre con una scena drammatica ambientata nel 1985, in cui il guardiano del faro Thomas Curry (Temuera Morrison) salva la regina Atlanna (Nicole Kidman) da un naufragio, è chiaro che ci troviamo di fronte a una storia che punta a coinvolgere lo spettatore sia sul piano visivo che emotivo.

Ciò che sorprende maggiormente di Aquaman è l’abilità di James Wan nel creare un universo coerente e affascinante, che mescola la grandeur di Star Wars con la profondità di Il Signore degli Anelli. Le ambientazioni, dalle maestose città sommerse di Atlantide agli abissi marini, sono assolutamente mozzafiato. In particolare, alcune sequenze girate in Sicilia aggiungono un tocco di realismo che rende la transizione tra il mondo umano e quello sottomarino ancora più affascinante. La CGI è al servizio della trama e non viceversa, il che consente alle spettacolari scene d’azione di non sovrastare mai il cuore emotivo del film.

Jason Momoa, nei panni di Aquaman, è finalmente l’eroe che molti speravano di vedere: un mix di carisma, forza fisica e vulnerabilità. Il suo Aquaman non è più il personaggio un po’ caricaturale di Justice League, ma un uomo che deve accettare il suo destino e diventare il re che è destinato a essere. Momoa riesce a trasmettere la lotta interiore di Arthur con naturalezza, dal suo atteggiamento spavaldo e quasi disinteressato all’inizio, alla sua crescita come leader responsabile verso la fine. La sua chimica con Mera (Amber Heard), purtroppo, non raggiunge mai l’intensità che ci si aspetterebbe da un duo protagonista, con la performance di Heard che risulta un po’ appiattita rispetto a quella di Momoa e degli altri membri del cast.

Il film offre anche un cast stellare che dà vita a personaggi altrettanto interessanti. Nicole Kidman, nei panni di Atlanna, è tanto affascinante quanto drammatica, riuscendo a interpretare una donna che cambia pelle nel corso del film, senza mai perdere la sua nobiltà interiore. Patrick Wilson, nel ruolo del fratellastro di Arthur, Orm, è il perfetto antagonista, capace di trasmettere tanto il suo rancore quanto il suo senso del dovere verso Atlantide. A completare il cast, Willem Dafoe e Dolph Lundgren, che portano sullo schermo personaggi che arricchiscono l’universo di Atlantide con la loro esperienza e presenza scenica.

Il cuore della storia è, tuttavia, il viaggio di Arthur, che si svolge non solo tra le profondità oceaniche, ma anche in un percorso di crescita personale. Aquaman è, in definitiva, un film su identità, famiglia e responsabilità. La dinamica tra Arthur e il padre Thomas è trattata con sorprendente delicatezza, aggiungendo un tocco emotivo che arricchisce il film. La relazione tra Arthur e la madre Atlanna, purtroppo, è meno esplorata di quanto si sarebbe desiderato, ma la sua presenza aleggia su tutta la storia, fungendo da motore emotivo per il protagonista.

La colonna sonora di Rupert Gregson-Williams accompagna perfettamente le scene, enfatizzando sia i momenti di battaglia che quelli più intimi, e contribuendo a creare un’atmosfera che varia dal maestoso al teso. La musica si fonde con l’azione, rendendo ogni sequenza ancora più coinvolgente.

In definitiva, Aquaman è un film che sorprende positivamente, riuscendo a trovare un equilibrio tra un’avventura epica e la narrazione di un personaggio che, pur in un contesto fantastico, lotta con questioni molto reali: il suo ruolo nella famiglia, il suo dovere verso il popolo di Atlantide e la sua crescita come individuo. Nonostante alcune performance recitative meno incisive e una sceneggiatura che a tratti sembra affrettata, Aquaman riesce a distinguersi come uno dei migliori capitoli del DCEU, e lascia il pubblico desideroso di scoprire quale sarà il prossimo capitolo della saga. La promessa di nuove avventure subacquee e la conferma di un re che deve ancora fare i conti con il suo regno sono tutte le premesse per un futuro brillante per il nostro eroe dei mari.

Supereroi Veneziani e tante altre nerdate!

In questi giorni, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si scherza sul fatto che Kevin Feige debba essere uno degli sponsor di questa 73esima edizione. Si sono infatti avvicendati sul red carpet ben 9 protagonisti dei cinefumetti targati Marvel Entertainment (e un decimo deve ancora arrivare: in chiusura arriverà Chris Pratt, ovvero Star-Lord); mentrenon si è registrata la presenza di alcun rappresentante DC Comics (speravamo tutti nell’arrivo di Jason Momoa-Aquaman, protagonista dell’apocalittico The Bad Batch, ma sembra essere troppo impegnato sul set). Ha “aperto le danze” (nel vero senso della parola) Emma Stone-Gwen Stacy protagonista di La La Land, presentato la sera dell’inaugurazione; Magneto e Hawkeye, al secolo Michael Fassbender e Jeremy Renner, erano in laguna per presentare i rispettivi film The Light Between Oceans e Arrival; tutti e tre titoli in concorso. In concorso anche Nocturnal Animal di Tom Ford, che ha portato sul tappeto rosso Quicksilver aka Aaron Taylor-Johnson. Sono invece stati presentati fuori competizione The Bleeder, ottimo esempio di metacinema di cui è protagonista Victor Creed-Liev Schreiber (l’attore ha anche ricevuto il Persol Tribute to Visionary Talent Award) e Hacksaw Ridge, diretto da Mel Gibson, che vede nel cast sia Andrew Garfield-Spiderman e Hugo Weaving-Teschio Rosso. Infine, è approdata al Festival per ricevere il Kinéo International Award 2016, la bellissima Jean Grey-Sophie Turner (per l’occasione in versione biondissima). Oggi è, infine, la giornata di Natalie Portman-Jane Foster. L’attrice è qui per presentare due pellicole: Jackie di Pablo Larraìn (concorso) e Planetarium, film cha la vede protagonista accanto a Lily Rose Depp (Giornate degli Autori). Musical, melodramma in costume, fantascienza, guerra, thriller e biopic: generi diversissimi per interpreti di tutto rispetto.

La La Land (sugli schermi italiani dal 26 gennaio)

Regia di Damien Chazelle, musiche e canzoni originali di Justin Hurwitz; con Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, J.K. Simmons, Finn Wittrock. La La Land racconta la storia di Mia, aspirante attrice, e di Sebastian, appassionato musicista jazz, che cercano di arrivare a fine mese in una città famosa per distruggere le speranze e infrangere i cuori. Ambientato nella Los Angeles di oggi, questo originale musical sulla vita di ogni giorno esplora le gioie e i dolori che si provano nel tentativo di seguire i propri sogni. Chazelle tenta di – ed in buona sostanza riesce a – ricreare le atmosfere dei grandi musical hollywoodiani degli anni ’50. Grande ricerca estetica e ottima colonna sonora. Purtroppo Gosling e la Stone non sono dei cantanti, e si sente. Ma nel complesso se la cavano egregiamente e il film scivola via leggero come un passo di danza.

The Light Between Oceans (nelle sale italiane arriverà a febbraio 2017 con il titolo La Luce sugli Oceani)
Tratto dal romanzo omonimo, sceneggiato e diretto da Derek Cianfrance; con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz. Su una remota isola australiana, negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, il guardiano del faro Tom e sua moglie Isabel, vedono cambiare le loro vite quando il mare spinge fino a loro una barca alla deriva con un morto e una neonata. La coppia, già provata da due aborti spontanei, dopo le prime resistenze di Tom decide di crescere la neonata e di chiamarla Lucy. Ma il destino ha in serbo delle sorprese…  Accoglienza tiepida, da parte della stampa internazionale, per questo melò strappalacrime che è stato galeotto per la coppia, ora anche nella vita, Fassbender e Vikander. Si parla di sensi di colpa, di perdono ed espiazione, ma anche di amore, nel senso più ampio del termine. La bellissima fotografia ed i paesaggi mozzafiato, accompagnati dalla musica di Alexandre Desplat, non bastano a sopperire ad alcune pecche narrative, ma nel complesso – grazie anche all’ottima performance dei protagonisti – la pellicola si merita un voto di piena sufficienza.

Arrival (nelle sale italiane dal 24 novembre)
Tratto dal romanzo Story of your life di Ted Chiang; diretto da Denis Villeneuve. Con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker. Arrival è un provocatorio thriller fantascientifico. Quando misteriose astronavi atterrano in vari punti del pianeta, una squadra speciale, diretta dalla linguista Louise Banks, si riunisce per studiare la situazione. Mentre l’umanità è sull’orlo di una guerra globale, Banks e la sua squadra lottano contro il tempo alla ricerca di risposte. Per trovarle Banks azzarda una scelta che potrebbe mettere in pericolo la sua vita e forse l’esistenza dell’umanità.  Finalmente delle idee nuove sul grande schermo! Finalmente degli alieni che non arrivano sulla Terra con intenzioni necessariamente bellicose. Finalmente una storia di fantascienza narrata con garbo e senza puntare tutto solo e soltanto su effetti speciali ed esplosioni. Ad oggi – siamo solo a metà Festival, ma tant’è – il film favorito da chi scrive fra quelli presentati. Teso fin dall’inizio, tiene incollati alla poltrona anche grazie al bellissimo – e ansiogeno – score originale di Johann Johannson. Straordinaria la Adams.

Nocturnal Animals (nelle sale italiane dal 17 novembre)
Tratto dal romanzo Tony and Susan di Austin Wright; sceneggiato e diretto da Tom Ford. Con Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Aaron Taylor-Johnson, Michael Shannon, Isla Fisher, Armie Hammer, Laura Linney.  Un inquietante thriller romantico, che esplora il sottile confine tra amore e crudeltà, vendetta e redenzione. Susan Morrow, una mercante d’arte di Los Angeles, conduce una vita agiata ma vuota insieme al marito Hutton. Mentre Hutton è via per un viaggio di lavoro, Susan trova un pacco inaspettato nella cassetta delle lettere. È un romanzo intitolato Nocturnal Animals, scritto dal suo ex marito, Edward Sheffield, con cui Susan non ha contatti da anni. Insieme al manoscritto c’è un biglietto di Edward che incoraggia Susan a leggere il libro e a chiamarlo durante la sua visita in città. Susan si immerge nella lettura. Il romanzo è dedicato a lei…ma il contenuto è violento e devastante. Susan è molto colpita dalla scrittura di Edward e non può fare a meno di ricordare i momenti più intimi della loro storia d’amore. Cercando di guardare dentro se stessa oltre la superficie patinata della sua esistenza, Susan vede sempre più chiaramente come quel libro sia il racconto di una vendetta, che la costringe a rivalutare le scelte fatte e risveglia in lei una capacità di amare che temeva di aver perso, mentre la storia procede verso una resa dei conti che riguarderà sia l’eroe del romanzo che lei. Sette anni dopo il trionfo di A Single Man, lo stilista porta alla Mostra di Venezia il suo secondo film da regista, Un film nel film, costruito su più piani narrativi, che alterna senza annoiare o confondere la storia di Susan con quella raccontata dal romanzo che Susan sta leggendo. Thriller cruento e minimalista, dove la violenza psicologica di una vendetta (servita, come vuole il proverbio, fredda) è più crudele della violenza fisica della seconda. Ottimi gli interpreti, in particolare il trio Gyllenhaal, Shannon e Taylor-Johnson.

The Bleeder (non c’è ancora una data di uscita italiana)

Regia di Philippe Falardeau; con Liev Schreiber, Naomi Watts,Elisabeth Moss, Ron Perlman. The Bleeder è la storia vera di Chuck Wepner, venditore di alcolici del New Jersey che resistette 15 round contro il più grande pugile di ogni tempo, Muhammad Ali. La sua storia ha ispirato la serie Rocky, che ha registrato incassi record di miliardi di dollari. Nei suoi dieci anni sul ring Wepner subì due K.O., otto rotture del naso e 313 punti di sutura. Ma le sue lotte più dure furono fuori del ring, dove condusse una vita epica fatta di droghe, alcol, donne spregiudicate, incredibili successi e drammatiche cadute.  Fra il biopic e un esperimento di metacinema, Falardelau confeziona un film esteticamente inappuntabile che ci trascina immediatamente negli anni ’70 grazie a colori, costumi, musica azzeccatissima; ma con poca anima. Non si riesce mai a provare empatia per Chuck, nemmeno in quelli che dovrebbero essere i momenti topici della sua storia.

Hacksaw Ridge (negli States lo vedranno in sala dal 4 novembre, ancora non ha una data di uscita italiana)
Regia di Mel Gibson; con Andrew Garfield, Vince Vaughn, Teresa Palmer, Sam Worthington, Luke Bracey. Hacksaw Ridge è la storia vera di Desmond Doss che, a Okinawa, durante una delle più cruente battaglie della seconda guerra mondiale, salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Convinto che la guerra fosse una scelta giustificata, ma che uccidere fosse sbagliato, fu l’unico soldato che in quel conflitto combatté in prima linea senza alcuna arma. Doss fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso.  Violento, crudo, diretto e cruento. Mel Gibson non risparmia nulla agli spettatori (nemmeno una certa dose di retorica, a dirla tutta) ma il suo cinema è potente e, soprattutto nella seconda metà, con le stupende scene di battaglia, meritevole di attenzione.

Jackie (verrà distribuito in Italia da Lucky Red nel 2017)
Regia di Pablo Larraìn, con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, John Hurt. Dopo l’assassinio del “suo” presidente Kennedy, la First Lady Jacqueline Kennedy lotta contro il proprio trauma e il proprio dolore per riconquistare fiducia, consolare i figli e definire l’eredità storica del marito.  Qualcuno ha urlato alla Coppa Volpi già all’uscita della prima proiezione stampa. Natalie Portman si è calata decisamente molto nella parte, in un flusso di coscienza intenso, inetrvallato da sequenze che ricreano quasi alla perfezione filmati di repertorio dell’epoca. Vedremo se riuscirà a conquistare l’ambito premio. Il film è senz’altro un prodotto di ottima fattura, ma dal regista cleno forse ci si sarebbe aspettato di più.

di Simona Marletti

 

 

 

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