Stella stellina di Ermal Meta con i disegni di Michele Bernardi

Un racconto nato da una canzone, che conferma il talento letterario di Ermal Meta.

«Non preoccuparti per Nour, io non la lascerò mai.»

“Stella Stellina” di Ermal Meta è una delicata favola poetica e canzone del 2026, pubblicata da La Nave di Teseo nella collana Le onde. Il brano, nato da un’ispirazione della figlia del cantante, è una ninna nanna che affronta il tema della guerra e della pace, dedicata a una bambina palestinese.

  • Il Libro e l’Opera: Il libro “Stella Stellina” di Ermal Meta, uscito nel 2026, è un racconto illustrato che narra la storia di un padre e del suo dono inatteso, trasformando la notte in un cielo stellato.
  • Contenuto: La canzone e il libro fondono la classica ninnananna tradizionale («Stella stellina, la notte s’avvicina…») con una narrazione profonda, unendo la tenerezza del sonno alla cruda realtà dei momenti bui.

Un padre torna a casa con un dono inatteso per sua figlia, una bambola che è testimone di un presente drammatico e insieme complice di un nuovo futuro. Una favola poetica e intensa sull’amore più grande, quello che si manifesta anche nei momenti più bui, ed è capace di trasformare la notte in un cielo stellato di primavera.

INES: il graphic novel che racconta il lato oscuro delle mura di casa

«È tutta colpa mia. Non so più come fare… lasciarlo? E per andare dove?»

Bastano poche parole per capire che tipo di storia ci aspetta. Non servono esplosioni, non servono mostri, non servono invasioni aliene. A volte l’orrore più difficile da raccontare si consuma in silenzio, dietro la porta di un appartamento qualsiasi, in una casa identica a mille altre.

Chi è cresciuto come me tra fumetti, manga e cinema blockbuster tende ad associare il medium del fumetto all’avventura, alla fantascienza, agli universi eroici. L’infanzia è stata popolata da supereroi, robot giganti, cavalieri spaziali. Con il tempo però arriva quella consapevolezza che i fumetti non sono soltanto evasione. Possono essere strumenti potentissimi per raccontare il reale. A volte anche quello più difficile da guardare negli occhi.

Ed è esattamente quello che succede con INES, il graphic novel firmato da Loïc Dauvillier e Jérôme d’Aviau, in arrivo il 10 marzo sotto l’etichetta Astra.

Un’opera che non cerca scorciatoie emotive e non prova a rendere più digeribile ciò che racconta. Decide invece di fare la cosa più difficile: mostrare la violenza domestica nella sua forma più quotidiana.

E proprio per questo fa male.


La normalità che nasconde l’orrore

Il fumetto racconta una famiglia che, vista da fuori, sembra perfettamente ordinaria.

Un marito lavoratore, una moglie riservata, una bambina. La classica fotografia domestica che nessuno metterebbe mai in discussione. Il tipo di famiglia che si incontra sulle scale del condominio, al supermercato, al parco.

Poi arriva il momento in cui la porta di casa si chiude.

E tutto cambia.

Quella che all’esterno appare come una vita normale si trasforma lentamente in un incubo fatto di parole taglienti, controllo psicologico, umiliazioni e violenza fisica. Non esplosioni improvvise, non gesti cinematografici. Piuttosto un logoramento lento e costante.

Chi ha letto molti fumetti maturi sa che spesso la vera tensione narrativa nasce proprio dai dettagli. Dauvillier costruisce la storia in questo modo: piccoli segnali che all’inizio sembrano quasi invisibili e che, pagina dopo pagina, diventano impossibili da ignorare.

Un rumore soffocato oltre la parete.

Uno sguardo abbassato.

Un livido nascosto sotto le maniche lunghe.

Il vicino che capisce ma non interviene.

Il silenzio collettivo che diventa complice.

Il risultato è una narrazione che non urla mai, ma che riesce comunque a colpire con una forza devastante.


Il fumetto come lente sulla realtà

Chi frequenta CorriereNerd da anni sa bene quanto la cultura pop abbia sempre avuto la capacità di raccontare il mondo reale con strumenti diversi.

Il fumetto europeo, in particolare, possiede una tradizione lunghissima nel trattare temi sociali complessi. Non è una cosa nuova. Negli ultimi decenni abbiamo visto graphic novel affrontare guerra, memoria storica, identità, trauma, discriminazione.

INES si inserisce perfettamente in questa linea narrativa.

Il racconto non si limita a mostrare la violenza. Va oltre. Cerca di spiegare la dinamica invisibile che tiene intrappolate molte vittime: la dipendenza psicologica, quella economica, il senso di colpa costruito lentamente da chi esercita il controllo.

La protagonista non è una donna ingenua o incapace. È una persona intrappolata in un sistema di manipolazione.

Una trappola che spesso non si riconosce subito, neppure dall’interno.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più disturbanti del fumetto.

La domanda che attraversa tutta la storia non è soltanto “perché non scappa?”, ma qualcosa di molto più complesso: come si esce da una situazione in cui ogni strada sembra chiusa?


Il peso del silenzio

Uno dei temi più forti di INES riguarda chi sta intorno.

I vicini.

Gli amici.

La comunità.

Molte storie di violenza domestica rimangono invisibili non perché non esistano segnali, ma perché spesso quei segnali vengono ignorati. Il fumetto riesce a rendere questa dimensione con una precisione quasi dolorosa.

Gli sguardi che evitano.

Le frasi non dette.

Il pensiero che attraversa tutti almeno una volta: “non sono affari miei”.

È uno degli aspetti più difficili da accettare della realtà. La violenza domestica non vive soltanto dentro una relazione tossica. Vive anche nello spazio lasciato libero dall’indifferenza.

Ed è qui che il graphic novel diventa qualcosa di più di una semplice storia.

Diventa uno specchio.


I disegni di Jérôme d’Aviau: emozione senza retorica

Il lavoro visivo di Jérôme d’Aviau accompagna la narrazione con una sensibilità rara. Non cerca spettacolarizzazione. Non carica le scene con effetti drammatici inutili.

La forza delle tavole sta nella loro capacità di restare vicine ai personaggi.

Gli sguardi, i silenzi, gli spazi domestici diventano parte integrante della tensione narrativa. La casa stessa sembra trasformarsi in un luogo claustrofobico, una gabbia invisibile da cui la protagonista fatica a immaginare una via di fuga.

Il fumetto lavora molto sull’atmosfera emotiva. Non ha bisogno di mostrare tutto. Spesso basta una vignetta muta per far capire quello che sta accadendo.

Chi legge si ritrova coinvolto senza accorgersene, quasi come se stesse osservando qualcosa che non dovrebbe vedere.

Ed è proprio questo che rende INES un’esperienza di lettura intensa.


Una storia difficile ma necessaria

Il tema della violenza domestica continua purtroppo a essere uno dei problemi sociali più gravi e diffusi. Non riguarda una singola cultura, una classe sociale o un contesto specifico. Attraversa tutto.

Proprio per questo raccontarlo attraverso un medium come il fumetto ha un valore enorme.

Il graphic novel riesce a parlare a pubblici diversi, anche a lettori che magari non si avvicinerebbero a un saggio o a un’inchiesta giornalistica. La forza delle immagini, unita alla narrazione, crea un impatto emotivo difficile da ignorare.

INES non offre soluzioni semplici. Non chiude con un finale consolatorio.

Ma fa qualcosa di molto importante.

Costringe a guardare.


Il fumetto che apre una conversazione

Il volume sarà disponibile dal 10 marzo in fumetteria, libreria e negli store online. E vale davvero la pena leggerlo.

Non è una lettura leggera, questo è certo. Ma è una di quelle opere che ricordano quanto il fumetto possa essere uno strumento potente per raccontare la realtà e far nascere una riflessione collettiva.

E in fondo è proprio questo il ruolo migliore della cultura pop: non solo intrattenere, ma anche farci pensare.

Adesso sono curioso di sapere cosa ne pensate voi.

Vi capita mai di cercare nei fumetti storie che parlino della realtà, non solo di evasione?
E secondo voi il graphic novel è davvero uno dei mezzi più efficaci per affrontare temi sociali complessi?

Parliamone nei commenti qui su CorriereNerd.it, oppure sui nostri social. Le discussioni più interessanti spesso nascono proprio da storie come questa.

Il Silenzio degli Innocenti torna al cinema in 4K: perché il capolavoro con Hannibal Lecter continua a inquietarci dopo 35 anni

erti film non appartengono semplicemente alla storia del cinema. Restano in circolazione come presenze. Tornano a trovarci nei momenti più inattesi, come ricordi che non hanno mai davvero smesso di respirare. Il silenzio degli innocenti è uno di quei titoli che, anche dopo decenni, continuano a vivere nella memoria collettiva con una forza quasi inquietante, come se la pellicola stessa custodisse ancora qualcosa di irrisolto.

Chi ha vissuto gli anni Novanta da spettatore sa perfettamente cosa significò imbattersi per la prima volta in quel film diretto da Jonathan Demme nel 1991. Non era soltanto un thriller. Non era neanche semplicemente un horror psicologico. Era qualcosa di diverso, un punto di svolta culturale.

E adesso, trentacinque anni dopo, quel film torna nelle sale italiane restaurato in 4K per tre giorni speciali — il 13, 14 e 15 aprile — grazie all’iniziativa Back to Cult di Nexo Studios. Un ritorno che per molti spettatori non sarà soltanto una proiezione cinematografica, ma una specie di viaggio nel tempo.

Chi era già appassionato di cinema negli anni Novanta ricorda bene l’effetto che provocò quella storia tratta dal romanzo di Thomas Harris. Il nome di Hannibal Lecter esisteva già per chi aveva letto i libri o visto Manhunter di Michael Mann, ma l’interpretazione che arrivò nel 1991 cambiò completamente la percezione di quel personaggio.

L’incontro tra Anthony Hopkins e Hannibal Lecter fu uno di quei momenti in cui cinema e mito smettono di essere separati.

Ventiquattro minuti e cinquantadue secondi.

Questo è il tempo reale in cui Hopkins appare nel film. Un dato che negli anni è diventato quasi leggenda, perché nessuno, guardando The Silence of the Lambs, ha mai avuto l’impressione che il suo personaggio fosse presente così poco. Lecter domina ogni singola scena anche quando non è inquadrato. Lo senti arrivare prima ancora che la porta della cella si apra.

La cosa straordinaria è che Demme non costruisce il film attorno al mostro, ma attorno allo sguardo di una giovane agente dell’FBI che ancora deve capire chi è davvero.

Jodie Foster trasforma Clarice Starling in qualcosa di rarissimo per il cinema dell’epoca: una protagonista che cresce davanti ai nostri occhi mentre attraversa un mondo dominato da uomini, manipolazioni e violenza.

La prima volta che Clarice entra nel corridoio dell’ospedale psichiatrico di Baltimora resta una delle sequenze più potenti mai girate. Non serve una scena d’azione. Non serve una colonna sonora roboante. Bastano il silenzio, la lentezza dei passi, la sensazione che qualcosa di profondamente sbagliato stia per emergere dietro quelle porte blindate.

Poi arriva lui.

Lecter non alza mai la voce. Non ha bisogno di farlo.

Il terrore nasce dalla sua lucidità. Dalla calma chirurgica con cui osserva Clarice, analizza ogni dettaglio della sua vita, scava dentro la sua memoria come se stesse sfogliando un libro che lei stessa non ha mai avuto il coraggio di leggere fino in fondo.

Ed è qui che il film diventa qualcosa di molto più complesso di un thriller su un serial killer.

Da una parte c’è la caccia a Buffalo Bill, assassino disturbante e disturbato che uccide giovani donne per costruire una macabra seconda pelle. Dall’altra c’è un dialogo psicologico che sembra quasi appartenere più alla letteratura che al cinema.

Lecter non aiuta Clarice gratuitamente. Ogni informazione ha un prezzo. Ogni indizio è uno scambio.

Una seduta psicoanalitica mascherata da interrogatorio.

Così emergono lentamente i fantasmi dell’infanzia di Clarice, tra la morte del padre e quella scena destinata a diventare una delle metafore più celebri della storia del cinema: gli agnelli che urlano durante la macellazione.

Quella memoria traumatica diventa la chiave emotiva del film. Non si tratta solo di catturare un assassino. Si tratta di mettere a tacere un grido che continua a risuonare dentro di lei da quando era bambina.

Il risultato è un equilibrio narrativo quasi impossibile: un film capace di essere allo stesso tempo un thriller investigativo, un horror psicologico e un dramma umano.

Forse anche per questo, alla notte degli Oscar del 1992, successe qualcosa che nel cinema americano accade raramente.

Il silenzio degli innocenti conquistò i cosiddetti Big Five. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale per Ted Tally, miglior attrice protagonista per Foster e miglior attore protagonista per Hopkins.

Un’impresa riuscita prima soltanto a It Happened One Night e a One Flew Over the Cuckoo’s Nest.

Un thriller psicologico che trionfa agli Oscar con tutti i premi principali. Anche questo racconta quanto il film fosse percepito come qualcosa di diverso dal solito cinema di genere.

Negli anni successivi la sua influenza è diventata sempre più evidente. Serie TV, thriller moderni, narrazioni investigative, perfino videogiochi hanno preso qualcosa da quell’architettura narrativa fatta di tensione mentale e non di semplice spettacolo.

La figura stessa di Hannibal Lecter è diventata un archetipo della cultura pop, destinato a tornare ancora sullo schermo con Hannibal e altre incarnazioni televisive. Ma quell’equilibrio perfetto tra paura, eleganza e manipolazione psicologica raggiunto nel film di Demme resta ancora oggi difficilmente replicabile.

Forse perché tutto nasce da una scelta registica semplicissima e potentissima: far guardare gli attori direttamente in camera durante i dialoghi.

Chi ha visto il film ricorda bene quella sensazione quasi fisica.

Lecter non guarda Clarice. Guarda noi.

Ed è probabilmente anche per questo che il film continua a resistere al tempo. Non è solo un classico, ma un’esperienza emotiva che funziona ancora perfettamente con il pubblico di oggi, abituato a ritmi narrativi molto più veloci.

La restaurazione in 4K e il ritorno in sala rappresentano quindi qualcosa di più di una celebrazione nostalgica. Significa permettere a una nuova generazione di spettatori di vedere quel film nel modo in cui era stato pensato: su uno schermo grande, immersi nel silenzio di una sala cinematografica.

Per chi lo vide negli anni Novanta sarà una sorta di reunion con un vecchio incubo cinematografico. Per chi invece lo scoprirà adesso potrebbe diventare una di quelle esperienze che cambiano il modo di guardare i thriller.

E la verità è che pochi finali del cinema moderno restano così impressi nella memoria.

Clarice riceve una telefonata. La voce è calma, educata, quasi affettuosa. Lecter chiama da lontano, ormai libero.

La domanda è semplice, ma dentro quella frase c’è tutto il film.

Gli agnelli hanno smesso di gridare?

Poi un’altra battuta, pronunciata con quella cortesia inquietante che solo Hopkins è riuscito a rendere immortale. Sta andando a cena con un vecchio amico.

La macchina da presa si allontana lentamente mentre Lecter sparisce tra la folla.

Fine.

Oppure no.

Perché la sensazione che rimane, anche dopo trentacinque anni, è che Hannibal Lecter continui a camminare da qualche parte nel nostro immaginario collettivo.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui il ritorno in sala de Il silenzio degli innocenti non sembra affatto un’operazione nostalgica. Assomiglia più a un incontro con qualcosa che non se n’è mai davvero andato.

Chi di voi lo vide per la prima volta in VHS, nelle maratone notturne di cinema degli anni Novanta, probabilmente ricorda esattamente dove si trovava la prima volta che sentì quella voce dietro il vetro della cella.

Chi invece lo scoprirà oggi potrebbe capire perché questo film continua a essere citato, analizzato, discusso, imitato.

E proprio per questo la domanda resta aperta anche qui, tra noi, nella nostra piccola comunità nerd che attraversa epoche diverse della cultura pop.

Lecter vi ha inquietato di più la prima volta… o ogni volta che lo riguardate?

Parliamone nei commenti di CorriereNerd.it.

La rassegna Nexo Studios Back to Cult è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Studios in partnership con MYmovies e con i media partner Radio Deejay e ArteSettima.

Dylan Dog: I Conigli Rosa Uccidono – il ritorno della saga più inquietante dell’Indagatore dell’Incubo

Chi ha attraversato davvero certe stagioni del fumetto italiano lo sa bene: alcune storie non restano semplicemente sugli scaffali. Restano nella testa. Si incastrano in quella zona strana della memoria nerd dove convivono l’odore della carta Bonelli appena comprata in edicola, le videocassette registrate da Italia 1 e le prime notti passate davanti a un modem rumoroso mentre il web italiano muoveva i suoi primi passi incerti.

Tra quelle storie, per molti di noi, esiste un ricordo preciso e leggermente disturbante: un coniglio rosa.

Non uno qualunque, ovviamente. Uno di quelli che sorridono troppo.

Il 13 marzo Sergio Bonelli Editore riporta in libreria un pezzo di quell’immaginario con Dylan Dog: I Conigli Rosa Uccidono, un volume imponente da quattrocento pagine che raccoglie una delle saghe più strane, disturbanti e geniali mai passate dalle parti di Craven Road. Un titolo che già da solo suona come una promessa inquietante, e che chi legge Dylan Dog da qualche decennio riconosce immediatamente come uno di quei momenti in cui la serie decide di giocare con il linguaggio stesso della realtà.

Perché il punto non è soltanto la trama. Non lo è mai stato.

Il punto è quell’idea geniale, quasi perversa, che sta dietro a tutto: prendere l’estetica innocente dei cartoni animati e trasformarla in qualcosa di profondamente disturbante.

Chi è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta ha dentro di sé una grammatica visiva precisa. Incudini che cadono dall’alto. Candelotti di dinamite con la miccia che sibila. Schiacciasassi che attraversano lo schermo con la stessa leggerezza con cui un personaggio rimbalza contro un muro per poi rialzarsi senza un graffio. Il linguaggio slapstick dei cartoon classici — da Wile E. Coyote alle follie animate della Warner Bros. Animation — è sempre stato una zona franca dell’immaginario.

Una dimensione dove la fisica non esiste e dove la morte è solo una gag.

Adesso immaginate cosa succede se quelle regole smettono improvvisamente di essere finzione.

L’idea alla base della saga dei Conigli Rosa è semplice quanto destabilizzante: oggetti e dinamiche tipiche dei cartoni animati iniziano a materializzarsi nella realtà. Incudini che precipitano davvero dal decimo piano. Dinamite che esplode davvero. Schiacciasassi che attraversano le strade con intenzioni tutt’altro che comiche.

All’improvviso la grammatica slapstick diventa una scena del crimine.

E qui entra in gioco Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, che in questa occasione non si muove tra vampiri, demoni o fantasmi, ma dentro qualcosa di molto più ambiguo: il confine tra immaginazione e realtà.

Il colpevole sembra letteralmente uscire da un cartone animato.

Un’entità che scivola tra i fotogrammi del mondo reale come se fosse disegnata su un altro livello dell’esistenza. Un assassino impossibile da afferrare perché non appartiene del tutto alla nostra dimensione narrativa.

Il tutto ruota attorno alla Sandy Sidney, una potente multinazionale dell’animazione che sembra nascondere più di qualche segreto nel suo archivio di mascotte sorridenti e mondi colorati. Ed è qui che compare lui: Pink Rabbit.

Un coniglio rosa che dovrebbe appartenere a un innocuo universo cartoon, ma che lentamente rivela qualcosa di molto più inquietante. Non serve molto perché il sorriso rassicurante del personaggio inizi a trasformarsi in qualcosa di sinistro. La risata diventa smorfia. L’innocenza diventa maschera.

Ed è esattamente qui che Dylan Dog dimostra ancora una volta perché questa serie ha attraversato quarant’anni di cultura pop italiana senza perdere il suo fascino.

La saga dei Conigli Rosa non è solo un esperimento narrativo. È una riflessione su come funzionano le storie. Su come la finzione influenzi la realtà e su quanto siamo disposti a considerare innocuo ciò che nasce per farci ridere.

Il volume raccoglie quattro episodi scritti da Luigi Mignacco, uno degli autori che meglio hanno saputo interpretare il lato più grottesco e visionario dell’universo dylaniato. Al disegno troviamo matite che per i lettori storici sono praticamente sinonimo della serie: Luigi Piccatto, Cesare Valeri e Giorgio Sommacal. Tre stili diversi che insieme riescono a dare forma a quel senso di straniamento che attraversa tutta la storia.

A introdurre il volume è lo stesso Mignacco con un testo dal titolo già evocativo, Il sorriso del coniglio, mentre la copertina porta la firma di Claudio Villa, nome che per chi frequenta il fumetto italiano non ha bisogno di presentazioni.

Dentro il libro trovano posto quattro capitoli che, letti uno dopo l’altro, formano una vera e propria mini-saga: I Conigli Rosa uccidono, Il paese delle ombre colorate, I Conigli Rosa colpiscono ancora e I Conigli Rosa muoiono.

Chi ha già letto queste storie sa che non sono semplicemente un caso curioso nella lunga storia dell’Indagatore dell’Incubo. Sono uno di quei momenti in cui Dylan Dog riesce a fare qualcosa che il fumetto popolare italiano ha fatto poche volte: riflettere sul proprio linguaggio mentre lo usa.

Perché in fondo l’idea è potentissima.

Il cartone animato rappresenta il territorio più sicuro dell’immaginario infantile. Il luogo dove la violenza è sempre reversibile, dove nessuno muore davvero e dove la realtà è una gomma elastica pronta a deformarsi.

La saga dei Conigli Rosa prende quel meccanismo e lo rompe.

E nel momento in cui lo rompe, tutto diventa improvvisamente disturbante.

Il sorriso di Pink Rabbit smette di essere rassicurante.

Diventa qualcosa che ricorda troppo da vicino certe icone pop contemporanee, quelle mascotte che sembrano uscite da un incubo travestito da prodotto per famiglie. Chi oggi vive immerso tra meme, analog horror e creepypasta riconoscerà immediatamente quel tipo di estetica.

Il bello — o forse il perturbante — è che Dylan Dog ci era arrivato parecchio tempo prima.

Rileggere oggi queste storie significa anche rendersi conto di quanto la serie sia sempre stata capace di anticipare certi immaginari. Molto prima che internet trasformasse mascotte e cartoon in materiale per horror virali, qualcuno aveva già immaginato un mondo in cui un coniglio rosa poteva trasformarsi in un incubo.

Ed è probabilmente per questo che questo volume arriva nel momento giusto.

Le nuove generazioni di lettori, cresciute tra animazioni digitali e universi narrativi iperconnessi, troveranno dentro queste pagine qualcosa di sorprendentemente contemporaneo. I lettori storici invece ritroveranno quella sensazione familiare che si prova quando si riapre una storia capace di restare impressa nella memoria.

E allora la domanda torna inevitabile.

Quanto è sottile davvero il confine tra fantasia e realtà?

Quanto basta perché una gag da cartone animato diventi una scena del crimine?

Chi ha incontrato almeno una volta Pink Rabbit lo sa già: certi sorrisi non sono mai del tutto innocenti.

Ma sono curioso di capire una cosa, soprattutto da chi frequenta CorriereNerd.it da anni e da chi magari sta scoprendo Dylan Dog proprio adesso.

Quella saga dei Conigli Rosa vi è rimasta addosso quanto è rimasta addosso a me?

Perché alcune storie di Dylan Dog fanno questo effetto strano. Le leggi, chiudi l’albo… e per qualche giorno ti ritrovi a guardare i cartoni animati con un sospetto leggermente diverso.

Il mistero dei Templari 3: la caccia al tesoro di Ben Gates potrebbe tornare dopo 19 anni

Un vecchio documento ingiallito, una lente d’ingrandimento, simboli nascosti tra le pieghe della storia americana e una domanda che ogni fan dell’avventura cinematografica si è posto almeno una volta negli ultimi vent’anni: Benjamin Franklin Gates tornerà davvero a caccia di segreti?

Per chi è cresciuto tra DVD consumati, maratone televisive e discussioni infinite sui forum dedicati alla cultura pop, la saga de Il mistero dei Templari non è stata soltanto una serie di film. È stata un’esperienza. Un piccolo rituale nerd fatto di enigmi, mappe invisibili e teorie storiche che trasformavano musei, archivi e monumenti in giganteschi livelli di un videogame investigativo.

Dopo quasi due decenni di silenzio, qualcosa finalmente si muove sotto la superficie. Non parliamo dell’ennesima teoria da Reddit o di un rumor destinato a svanire nel giro di pochi giorni. Questa volta arrivano parole concrete da due protagonisti assoluti del franchise: Nicolas Cage e il produttore Jerry Bruckheimer. E per chi ama questo universo narrativo, basta poco per accendere l’immaginazione.

Una saga che ha trasformato la storia in avventura

Quando il primo Il mistero dei Templari arrivò nelle sale nel 2004, il pubblico si trovò davanti a una formula sorprendentemente semplice ma geniale. Avventura classica, enigmi storici e un pizzico di complottismo pop perfettamente calibrato.

Benjamin Gates, interpretato da Nicolas Cage con il suo inconfondibile mix di entusiasmo e ossessione, non era un archeologo nel senso tradizionale. Era qualcosa di più vicino a un detective della storia, un investigatore capace di decifrare simboli, documenti e monumenti per ricostruire un mistero che attraversava secoli di civiltà.

Il grande colpo di genio della saga stava proprio qui. Archivi polverosi e documenti storici diventavano terreno di gioco per una caccia al tesoro che sembrava uscita da una sessione di gioco di ruolo o da un puzzle game.

Il pubblico reagì con entusiasmo. Il film riusciva a evocare l’energia avventurosa di Indiana Jones, mescolandola con la fascinazione per i codici segreti resa popolare da romanzi come Il Codice Da Vinci. Il risultato fu un fenomeno capace di parlare a generazioni diverse: adulti affascinati dal mistero storico e spettatori più giovani rapiti dal ritmo dell’avventura.

Il secondo capitolo e l’espansione del mito

Tre anni dopo arrivò Il mistero delle pagine perdute, sequel che ampliava la scala narrativa e portava Ben Gates in una nuova missione ancora più intricata. Stavolta la posta in gioco era altissima: dimostrare che la sua famiglia non aveva avuto alcun ruolo nell’assassinio di Abraham Lincoln.

Tra documenti segreti, inseguimenti internazionali e leggende su città d’oro nascoste, il film consolidò definitivamente lo status della saga come comfort movie per nerd della storia.

Molti fan ricordano ancora l’emozione di seguire indizi disseminati tra biblioteche, monumenti e passaggi segreti. Il piacere non derivava soltanto dalla storia, ma dal processo stesso della scoperta. Ogni simbolo era un invito a partecipare. Ogni enigma sembrava rivolgersi direttamente allo spettatore.

Diciannove anni di attesa e promesse mancate

Dopo il 2007 il franchise è entrato in una zona d’ombra che ha alimentato speranze e frustrazioni. Anno dopo anno si sono susseguite voci, progetti annunciati e improvvisi silenzi.

La domanda che rimbalzava continuamente tra i fan era sempre la stessa: perché il terzo capitolo non è mai arrivato?

Hollywood non è nuova a queste situazioni. Molti franchise restano sospesi per anni, intrappolati tra cambi di strategia, sceneggiature riscritte e priorità produttive che cambiano di continuo.

Nel caso di Il mistero dei Templari, però, l’interesse del pubblico non è mai scomparso davvero. Il film è rimasto una presenza costante nella memoria collettiva della cultura pop.

La conferma che riaccende la speranza

La scintilla più recente arriva da Jerry Bruckheimer, uno dei produttori più influenti di Hollywood e figura centrale dietro il successo della saga.

Durante un evento dedicato al mondo dei produttori cinematografici, Bruckheimer ha confermato che National Treasure 3 è ufficialmente in fase di sviluppo. La sceneggiatura è attualmente in lavorazione e il progetto starebbe procedendo nella giusta direzione.

Non si tratta ancora dell’annuncio definitivo che tutti aspettano, con logo ufficiale e data di uscita. Tuttavia rappresenta la conferma più concreta arrivata negli ultimi diciannove anni.

Per il fandom equivale quasi a scoprire una mappa nascosta dietro una parete segreta.

Nicolas Cage e l’amore per Benjamin Gates

A rendere la situazione ancora più interessante sono state le parole dello stesso Nicolas Cage durante un’intervista rilasciata nel 2024. L’attore non ha nascosto il suo stupore per l’assenza di un terzo capitolo.

Cage ha ricordato con entusiasmo quanto fosse divertente lavorare su quei film e ha definito le opere dirette da Jon Turteltaub classici familiari capaci di intrattenere e far riflettere allo stesso tempo.

Secondo l’attore, la saga possedeva un elemento raro nel cinema contemporaneo: la capacità di offrire evasione intelligente. Non solo spettacolo, ma anche curiosità storica e senso della scoperta.

Le sue parole hanno riacceso la discussione tra i fan, perché il ritorno di Benjamin Gates dipende inevitabilmente da lui. Senza Nicolas Cage, l’identità della saga perderebbe gran parte della sua forza.

Una sceneggiatura già in movimento

Le novità non finiscono qui. Lo sceneggiatore Ted Elliot, coinvolto nello sviluppo del progetto, ha rivelato durante il podcast National Treasure Hunt di aver completato una prima bozza della sceneggiatura.

Il film dovrebbe mantenere una forte continuità narrativa con gli eventi precedenti e recuperare alcuni volti già noti del franchise, inclusi antagonisti che potrebbero tornare a creare problemi a Ben Gates e ai suoi alleati.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’evoluzione del personaggio di Riley Poole. Nei primi film rappresentava lo spettatore medio, il nerd affascinato dai complotti ma spesso un passo indietro rispetto alle scoperte di Ben.

Nel tempo Riley è cambiato. Ha scritto libri sui grandi complotti della storia americana e sembra possedere conoscenze che perfino Ben Gates potrebbe non avere ancora compreso.

Questo sviluppo potrebbe portare a una dinamica completamente nuova tra i due personaggi.

L’eredità della serie televisiva

Nel 2022 Disney ha tentato di espandere l’universo narrativo con la serie National Treasure: Edge of History. Ambientata nello stesso mondo dei film, la serie avrebbe dovuto aprire nuove strade per il franchise.

Il progetto non ha ottenuto il successo sperato ed è stato cancellato dopo una sola stagione. Nonostante questo, alcuni elementi narrativi introdotti nella serie potrebbero essere considerati canonici e influenzare il futuro del terzo film.

Uno degli aspetti più intriganti riguarda l’interazione con l’FBI dopo l’assenza dell’agente Sudusky, figura chiave nei film originali. Secondo Elliot, il rapporto tra Ben Gates e le autorità federali potrebbe evolversi in modo molto diverso rispetto al passato.

Il possibile ritorno di Jon Turteltaub

Un altro elemento fondamentale per il futuro della saga riguarda la regia. Jon Turteltaub, che ha diretto i primi due film, è stato determinante nel definire lo stile narrativo di Il mistero dei Templari.

Il suo approccio combinava ritmo avventuroso, misteri stratificati e una forma di divulgazione storica accessibile e spettacolare. Il ritorno dietro la macchina da presa garantirebbe una continuità stilistica molto importante.

Per molti fan rappresenterebbe anche un segnale di rispetto verso lo spirito originale della saga.

Perché questa saga continua a funzionare

Il motivo per cui Il mistero dei Templari continua a esercitare fascino anche dopo quasi vent’anni risiede nella sua struttura narrativa.

Non si limita a raccontare una caccia al tesoro. Invita lo spettatore a parteciparvi.

Ogni simbolo nascosto, ogni citazione storica, ogni passaggio segreto diventa una sfida intellettuale. L’esperienza di visione assume una dimensione quasi interattiva, molto simile a quella dei videogiochi investigativi.

Molto prima che il cinema iniziasse a flirtare apertamente con le logiche del gaming, questa saga aveva già trovato un modo per coinvolgere il pubblico in maniera attiva.

Una nuova caccia al tesoro all’orizzonte?

Il progetto è in sviluppo. La sceneggiatura sta prendendo forma. Nicolas Cage continua a dimostrare affetto per il personaggio di Ben Gates.

Gli indizi sono pochi ma promettenti. Proprio come in ogni buona caccia al tesoro.

L’idea di tornare a seguire Benjamin Gates tra archivi segreti, passaggi nascosti e verità alternative della storia americana possiede un fascino irresistibile per chi ama l’avventura cinematografica.

Diciannove anni sono passati dall’ultima volta che il pubblico ha visto Ben Gates correre tra indizi criptici e monumenti iconici. Un’era geologica nel tempo accelerato dell’industria dell’intrattenimento.

Eppure la domanda resta sospesa come un simbolo inciso su una pietra antica.

Il tesoro tornerà davvero sul grande schermo?

Gli appassionati di enigmi storici, complotti templari e avventure alla Indiana Jones stanno già preparando mappe, torce e lenti d’ingrandimento. Perché se il terzo film dovesse diventare realtà, la caccia al mistero potrebbe ricominciare da un momento all’altro.

E a quel punto sarà impossibile resistere alla tentazione di seguirne ogni indizio.

Blighted: l’incubo western psichedelico dei creatori di Guacamelee arriva su PC e Nintendo Switch 2

Un annuncio capace di far drizzare le antenne a chi ama i videogiochi indipendenti più visionari è arrivato durante uno degli appuntamenti digitali più seguiti dalla community Nintendo: l’Indie World. Tra trailer sorprendenti, nuove IP e progetti sperimentali, uno in particolare ha catturato l’attenzione degli appassionati con un mix di estetica allucinata, narrativa oscura e gameplay d’azione profondamente strategico. Il suo nome è Blighted, ed è il nuovo titolo firmato da DrinkBox Studios, lo stesso team che negli anni ha conquistato milioni di giocatori con l’irriverente energia di Guacamelee! e la creatività trasformista di Nobody Saves the World.

Il progetto arriverà nell’autunno del 2026 su PC e Nintendo Switch 2, segnando il debutto della nuova creatura di DrinkBox anche sulla prossima generazione della console Nintendo. E già da quello che si è visto nel trailer di presentazione, la sensazione è che lo studio canadese abbia deciso di spingersi verso territori più oscuri, sperimentali e narrativamente intensi rispetto al passato.

Chi conosce la storia dello studio sa bene che ogni loro progetto nasce da un’idea precisa: prendere un genere consolidato e ribaltarlo con personalità. Questa volta la base è quella di un action RPG fortemente orientato all’esplorazione, ma filtrato attraverso un’estetica che sembra uscita da un sogno febbrile tra western post-apocalittico e horror psichedelico.

Un mondo corrotto dove i ricordi crescono sugli alberi

L’universo narrativo di Blighted parte da un’idea tanto macabra quanto affascinante, una di quelle trovate che sembrano nate attorno a un tavolo di game designer con troppa caffeina e una passione smisurata per il worldbuilding.

Per generazioni, una civiltà ha custodito la memoria collettiva attraverso un rituale ancestrale. I defunti venivano sepolti con un seme di albero della memoria inserito nel cervello. Da quei semi germogliavano alberi capaci di produrre frutti carichi dei ricordi della persona sepolta. Mangiare quei frutti significava assorbire la conoscenza delle generazioni precedenti, tramandando così storia, esperienza e saggezza.

Un sistema culturale e spirituale affascinante, quasi poetico nella sua logica ciclica tra vita, morte e memoria.

Poi è arrivato Sorcisto.

Figura oscura, quasi mitologica, Sorcisto ha violato il rituale sacro scegliendo la via più brutale possibile per ottenere conoscenza: divorare i cervelli dei morti ancora caldi. Attraverso questo atto sacrilego ha acquisito potere e ricordi in quantità impossibile da controllare. Il risultato è stata una catastrofe.

Il villaggio del protagonista è stato annientato, la foresta degli alberi della memoria distrutta e il mondo intero è stato contaminato da una misteriosa malattia chiamata la Piaga.

Quella che rimane è una realtà distorta, mutata, corrosa da una forza che altera la percezione e trasforma ogni cosa.

Un solo sopravvissuto rimane in piedi dopo la devastazione. Il giocatore.

La missione è tanto semplice da dire quanto disperata da compiere: recuperare i ricordi perduti del proprio popolo prima che la Piaga consumi anche la mente del protagonista.

La Piaga: potere, maledizione e sistema di gioco

Uno degli elementi più interessanti di Blighted è proprio il modo in cui la Piaga entra nel gameplay trasformandosi in un meccanismo dinamico che modifica continuamente l’esperienza di gioco.

Non si tratta solo di un elemento narrativo. La Piaga diventa una forza concreta che influenza il mondo, i nemici e perfino il protagonista.

Il giocatore può sfruttarla come potere offensivo, manipolando la realtà e alterando il comportamento degli avversari. Ma ogni utilizzo porta con sé un prezzo, perché più si sfrutta questa forza oscura più il personaggio rischia di essere consumato dalla stessa corruzione che ha distrutto il mondo.

DrinkBox ha descritto questo sistema come una forma di difficoltà dinamica vivente. L’ambiente cambia, i nemici reagiscono in modo diverso e il protagonista evolve in base al livello di contaminazione della Piaga.

Il risultato promette una struttura ludica imprevedibile dove ogni partita potrebbe trasformarsi in un’esperienza leggermente diversa.

Combattimenti letali e progressione attraverso i ricordi

Chi ha giocato i precedenti titoli dello studio sa che DrinkBox ama creare sistemi di combattimento precisi, rapidi e tecnicamente soddisfacenti.

Blighted sembra seguire quella filosofia ma con un approccio più brutale. Gli scontri sono descritti come raffinati e mortali, costruiti attorno al tempismo perfetto degli attacchi, alla concatenazione di combo e alla capacità di sfruttare il momento giusto per infliggere colpi di grazia devastanti.

Il sistema di progressione ruota attorno a un’idea narrativa perfettamente integrata nel gameplay: i ricordi.

Quando si sconfigge un boss, il protagonista può assorbire il cervello della creatura caduta, ottenendo così i suoi ricordi e le sue abilità. Questo permette di espandere il proprio set di poteri, ma allo stesso tempo aumenta l’influenza della Piaga sul personaggio.

Diventare più forte significa avvicinarsi sempre di più alla corruzione.

Un equilibrio delicato che potrebbe trasformare ogni scelta in una scommessa.

Esplorazione surreale tra deserti psichedelici e creature bizzarre

Se la narrativa è disturbante, l’estetica non è da meno.

Il mondo di Blighted è stato descritto come un western psichedelico da incubo, un luogo dove paesaggi apparentemente familiari si deformano in visioni surreali.

Le ambientazioni alternano territori desertici, città fantasma mutate dalla Piaga, foreste contorte e luoghi che sembrano usciti da un trip lisergico. Il tutto popolato da creature strane, inquietanti o semplicemente impossibili da classificare.

Chi conosce lo stile visivo di DrinkBox riconoscerà subito quella capacità unica di mescolare colori vividi, animazioni fluide e design di personaggi estremamente riconoscibili. Solo che questa volta l’atmosfera sembra decisamente più cupa e inquietante rispetto alla comicità esplosiva di Guacamelee.

Avventura cooperativa per affrontare l’incubo insieme

Un altro elemento interessante riguarda la modalità cooperativa.

Blighted potrà essere giocato in multiplayer cooperativo sia locale che online, con un sistema drop-in/drop-out che permetterà a un amico di entrare e uscire dall’avventura in qualsiasi momento.

L’idea di affrontare questo mondo corrotto insieme a un compagno di viaggio potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si esplorano i territori e si affrontano i boss più pericolosi.

La cooperativa è sempre stata uno dei punti forti delle produzioni DrinkBox, e qui potrebbe trovare una dimensione ancora più interessante grazie alle dinamiche della Piaga e ai poteri condivisi.

La colonna sonora di Jim Guthrie

A rendere l’atmosfera ancora più magnetica ci penserà Jim Guthrie, compositore molto amato nella scena indie e già autore delle musiche di titoli iconici come Superbrothers: Sword & Sworcery EP, Below e Nobody Saves the World.

Il suo stile musicale, capace di fondere elettronica malinconica, suggestioni ambient e melodie evocative, sembra perfetto per accompagnare un viaggio dentro un mondo contaminato dalla memoria e dalla follia.

Uno degli indie più ambiziosi dei prossimi anni

Guardando l’insieme delle idee messe sul tavolo da DrinkBox Studios, Blighted sembra avere tutte le carte in regola per diventare uno dei progetti indie più affascinanti della seconda metà del decennio.

Un universo narrativo originale costruito attorno al concetto di memoria, un sistema di gameplay che trasforma la corruzione in meccanica ludica e un’estetica che unisce western, horror e psichedelia in un mix decisamente insolito.

Autunno 2026 può sembrare ancora lontano, ma l’hype generato da questo primo sguardo è già tangibile.

E ora passo la parola alla community.

L’idea di un action RPG psichedelico dove i ricordi diventano potere e maledizione vi incuriosisce quanto ha incuriosito me? Oppure preferivate l’anima più scanzonata di Guacamelee?

Parliamone nei commenti, perché qualcosa mi dice che Blighted sarà uno di quei giochi destinati a far discutere parecchio tra gli appassionati di indie.

…che Dio perdona a tutti: il romanzo di Pif tra satira religiosa, amore e ipocrisie italiane

Certe storie arrivano in libreria in silenzio e poi, quasi senza chiedere il permesso a nessuno, finiscono per infilarsi nelle conversazioni tra amici, nei bar, nelle chat Telegram di chi ama raccontarsi libri, film e strane coincidenze della cultura pop italiana. È più o meno quello che è successo con “…che Dio perdona a tutti”, il romanzo con cui Pif ha deciso di fare un salto curioso: dalla televisione satirica alla narrativa, passando per quella zona grigia dove l’ironia siciliana incontra la religione, l’ipocrisia sociale e le piccole nevrosi quotidiane.

Per chi è cresciuto tra fumetti, VHS e i primi forum del web italiano — la generazione che ricorda quando la satira televisiva aveva ancora il gusto della sorpresa — il percorso di Pif non è mai stato lineare. Prima Le Iene, poi il cinema con La mafia uccide solo d’estate, quindi una carriera che si muove sempre tra racconto civile e comicità malinconica. Il romanzo pubblicato da Feltrinelli nel 2018 si inserisce esattamente in quella traiettoria. Solo che invece di usare la telecamera, Pif usa una cosa ancora più pericolosa: la pagina scritta.

Ed è curioso pensarci oggi, perché quella storia che ha venduto centinaia di migliaia di copie e ha scalato per mesi le classifiche dei libri più letti in Italia sta per fare il percorso inverso. A Pasqua 2026 “…che Dio perdona a tutti” diventa un film, diretto e interpretato dallo stesso Pif, con Giusy Buscemi nel ruolo di Flora. Una di quelle operazioni che sembrano quasi inevitabili: un racconto nato con la voce di un narratore fortissimo che prima o poi doveva tornare sullo schermo.

Ma prima ancora del film, vale la pena tornare al libro. Perché sotto la superficie della commedia romantica, questa storia nasconde qualcosa di molto più pungente.

Il protagonista, Arturo, è uno di quei personaggi che sembrano usciti direttamente da una conversazione tra amici. Trentacinque anni, palermitano, agente immobiliare senza troppe ambizioni e con una passione quasi religiosa per i dolci siciliani. Non un foodie da Instagram, attenzione. Parliamo di un uomo che vive il rapporto con la ricotta come se fosse una forma di spiritualità gastronomica. Cannoli, cassate, sciù. Chiunque abbia mai passato un pomeriggio a Palermo sa che certi dolci non sono semplicemente dessert: sono filosofia di vita.

Arturo vive in una specie di equilibrio statico. Un’esistenza costruita per evitare scosse. Lavoro tranquillo, calcetto con i colleghi, qualche pasticceria di fiducia. La missione professionale più grande della sua carriera? Vendere un appartamento impossibile soprannominato “l’Indomabile”, sabotato da un vicino anziano che organizza festini notturni decisamente poco compatibili con il concetto di immobile di prestigio.

E poi arriva Flora.

Chiunque abbia letto il romanzo ricorda il momento preciso in cui Arturo la incontra: una pasticceria, l’odore della crema, lo sciù perfetto. La rivelazione non è solo sentimentale. È quasi teologica. Perché Flora non è soltanto la figlia del pasticcere che prepara il dolce migliore di Palermo. Flora è cattolica. Cattolica sul serio. Non nel senso culturale, ma nel senso liturgico del termine.

Per uno come Arturo, che ha con la fede lo stesso rapporto che molti italiani hanno con il telecomando della TV — lo accendi solo quando serve — quella scoperta diventa l’inizio di un gioco pericoloso.

Chi ha vissuto gli anni Novanta e Duemila sa bene quanto la religione in Italia sia sempre stata una faccenda strana. Da un lato identità culturale profondissima, dall’altro pratica quotidiana spesso molto elastica. Ed è proprio lì che Pif piazza la sua bomba narrativa.

Per conquistare Flora, Arturo finge. Si adegua. Mormora preghiere, improvvisa citazioni evangeliche, partecipa perfino a una Via Crucis interpretando Gesù. Una scena che nel romanzo ha la stessa energia di certe gag tragicomiche della commedia italiana anni Settanta. Un calvario nel senso più letterale del termine.

Solo che il punto non è la gag.

Il punto arriva dopo, quando Flora scopre che Arturo non è esattamente un campione di fede. A quel punto succede qualcosa che ribalta completamente la dinamica della storia. Arturo decide di fare la cosa più assurda possibile.

Prendere il Vangelo alla lettera.

Tre settimane.

Tre settimane in cui proverà davvero a vivere come un cristiano praticante. Non nel modo simbolico o sociale che molti italiani adottano, ma nel modo radicale. Dire sempre la verità. Aiutare chi ha bisogno. Non barare. Non mentire. Non voltarsi dall’altra parte.

Ed è qui che il romanzo smette di essere soltanto una commedia romantica e diventa una specie di esperimento sociale.

Perché Arturo scopre molto presto una verità che molti lettori riconoscono immediatamente: vivere davvero secondo certi principi crea problemi. Problemi enormi.

Dire la verità fa saltare una vendita immobiliare. Ammettere un gol inesistente rovina una partita di calcetto aziendale. Insistere sul tema dell’accoglienza dei migranti durante una cena con la “gente ricca e bella” trasforma una serata elegante in una specie di terremoto morale.

Il meccanismo narrativo è semplice ma spietato. Arturo non diventa fanatico. Diventa coerente.

E quella coerenza mette in crisi tutti.

Gli amici, i colleghi, la società elegante che frequenta il club cattolico. Persino Flora, che teoricamente dovrebbe essere la più felice di questa improvvisa conversione.

Solo che la realtà è più complicata. Molto più complicata.

Chiunque sia cresciuto in Italia sa perfettamente quanto il cattolicesimo culturale sia spesso una questione di equilibrio. Tradizioni, rituali, identità. Arturo invece rompe quell’equilibrio e porta tutto all’estremo. E quando qualcuno prende sul serio certe parole — solidarietà, verità, carità — il sistema comincia a scricchiolare.

È qui che il romanzo di Pif mostra davvero la sua anima.

Sotto la superficie leggera della storia sentimentale si nasconde una satira lucidissima. Non feroce nel senso cinico del termine. Piuttosto malinconica, quasi affettuosa. Pif non sembra interessato a distruggere la religione. Semmai a mettere davanti allo specchio chi la usa come etichetta sociale.

Ed è impossibile non pensare a quanto questo tema sia profondamente italiano.

Un paese dove la fede convive con la furbizia. Dove la morale pubblica e quella privata spesso viaggiano su binari paralleli. Dove la parola “cristiano” può significare tutto e il contrario di tutto.

Arturo diventa allora una specie di bug nel sistema.

Un glitch morale.

Uno che prende le regole alla lettera e scopre che farlo è quasi impossibile.

La sua parabola narrativa, che lo porterà lontano da Palermo fino a New York, ha il sapore delle storie di formazione un po’ sghembe che la cultura pop italiana ama raccontare. Quelle dove la maturità non arriva con una rivelazione epica ma con una serie di piccoli fallimenti.

E forse è proprio questo che rende “…che Dio perdona a tutti” un libro così curioso nel panorama narrativo italiano degli ultimi anni. Non cerca di dare risposte definitive. Non prova a fare il romanzo morale.

Racconta piuttosto la confusione.

La stessa confusione che molti di noi hanno provato almeno una volta nella vita quando ci siamo chiesti cosa significhi davvero essere coerenti con ciò in cui crediamo.

Ora questa storia si prepara a diventare cinema. E conoscendo il modo in cui Pif ama raccontare i suoi personaggi, è facile immaginare che il film manterrà quella miscela strana di ironia e malinconia che già attraversava il romanzo.

Il bello è che, a distanza di anni dalla pubblicazione, il tema del libro sembra persino più attuale. In un’epoca in cui la religione torna spesso nel dibattito pubblico come bandiera identitaria, la domanda che Arturo solleva rimane sorprendentemente semplice.

E se qualcuno prendesse davvero sul serio quelle parole?

Non come slogan.

Non come tradizione.

Proprio sul serio.

La risposta che Pif suggerisce non è rassicurante. Ma forse è proprio questo il motivo per cui questa storia continua a far discutere. E probabilmente continuerà a farlo anche dopo l’uscita del film.

Perché sotto la superficie di una commedia romantica con cannoli e Via Crucis improvvisate si nasconde una domanda che, da bravi nerd cresciuti tra fumetti morali e saghe fantasy piene di dilemmi etici, conosciamo benissimo.

Seguire davvero i propri principi rende il mondo migliore… o semplicemente più complicato?

Io una risposta definitiva non ce l’ho. E sospetto che neanche Pif l’abbia mai avuta davvero.

Magari è proprio questo il bello.

Se avete letto il romanzo “…che Dio perdona a tutti”, o se state aspettando di vedere come questa storia funzionerà al cinema, la discussione è apertissima. Come sempre la community di CorriereNerd.it è il posto perfetto per continuare la conversazione.

Perché certe storie, più che finire, sembrano fatte apposta per essere discusse.

Alessandro Manzoni raccontato da Topolino

Panini Comics presenta Alessandro Manzoni raccontato da Topolino, il nuovo TopoLibro da collezione dedicato a uno dei padri della letteratura italiana. Il volume – disponibile in edicola, fumetteria e su Panini.it da mercoledì 4 marzo insieme a Topolino 3667 – raccoglie due imperdibili storie in cui il grande romanzo incontra la fantasia disneyana. 

Con Paperino nei panni di un giovane Alessandro Manzoni e Paperoga in quelli dell’amico Tonio, PaperManzoni, rende omaggio all’autore milanese con un’interpretazione poetica sotto forma di racconto illustrato, scritto da Augusto Macchetto, con i disegni di Giada Perissinotto e Lorenzo Pastrovicchio e i colori di Andrea Cagol. Più spassosa e irriverente è invece I Promessi Paperi – scritta da Edoardo Segantini e Giulio Chierchini, e disegnata sempre da quest’ultimo – parodia del 1976 ormai diventata un vero e proprio cult. 

Panini Comics completa questo ideale percorso tra Manzoni e il mondo Disney con il volume I Promessi Paperi, che raccoglie l’omonima parodia insieme alla più recente Zio Paperone e il troppo vero storico, realizzata da Alessandro Sisti e Paolo Mottura nel 2023 per celebrare il 150esimo anniversario della scomparsa del romanziere. Questo prezioso volume da collezione – disponibile da giovedì 12 marzo in libreria, fumetteria e su Panini.it – propone le due avventure corredate da approfondimenti dedicati ai tanti “incontri” che, nella storia disneyana, hanno portato Topi e Paperi a confrontarsi con “Don Lisander” e le sue opere. 

Con questo imperdibile TopoLibro da collezione, il settimanale Topolino è pronto a celebrare uno dei più grandi autori della letteratura. Alessandro Manzoni raccontato da Topolino attende tutti i lettori in edicola, fumetteria e su Panini.it da mercoledì 4 marzo insieme a Topolino 3667.

Arriva SCUOLA DI SEDUZIONE, il nuovo film diretto e interpretato da Carlo Verdone

IL NUOVO FILM DI CARLO VERDONE “SCUOLA DI SEDUZIONE” DEBUTTERÀ IL 1° APRILE IN ESCLUSIVA SU PARAMOUNT+. Nel Cast, Oltre a Carlo Verdone, Anche Karla Sofía Gascón, Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen e Romano Reggiani

SCUOLA DI SEDUZIONE, il nuovo film diretto e interpretato da Carlo Verdone, che ne firma anche la sceneggiatura insieme a Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni, sarà disponibile in esclusiva su Paramount+ dal 1° aprile. Paramount+ ha svelato oggi anche le prime immagini ufficiali e la key art del film. Prodotto da Luigi e Aurelio De Laurentiis, SCUOLA DI SEDUZIONE segna il ritorno di Verdone alla regia di un film dopo la fortunata esperienza nella serialità con VITA DA CARLO.

Nell’epoca in cui ci si può innamorare, tradirsi, prendersi e lasciarsi anche attraverso l’intelligenza artificiale, sei personaggi accomunati da insicurezze e fragilità affettive si rivolgono a una love coach per interpretare e indirizzare le proprie vite. C’è chi cerca l’amore, chi vuole salvarlo e chi non smette di interrogarsi sul passato.

Nel cast, accanto a Carlo Verdone, ci saranno: Karla Sofía Gascón Ruiz, Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen, Romano Reggiani, Elisa Di Eusanio, Irene Girotti, Jacopo Garfagnoli, Luca Seta, Camilla Bianchini, Duccio Camerini, Lucia Rossi, Matilde Piana, Cinzia Susino, Guglielmo Favilla, Pia Lanciotti, Lilith Primavera.

Soggetto e Sceneggiatura sono di Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Luca Mastrogiovanni; Organizzatore Generale della Produzione: Carlo Pasini; Montaggio, Pietro Morana; Direttore della Fotografia, Giovanni Canevari; Scenografia, Giuliano Pannuti; Costumi: Tatiana Romanoff; Aiuto Regia: Alessandro Specchio; Casting Director: Yozo Tokuda, Claudia Verna; Suono: Cinzia Alchimede; Prodotto da: Luigi e Aurelio De Laurentiis.

Esce in Italia GENOCIDE BAD di Sim Kern: il caso editoriale che ha acceso il dibattito negli Stati Uniti

Arriva in Italia il libro che ha scosso l’opinione pubblica americana: Genocide Bad, di Sim Kern, pubblicata da Gremese, sarà disponibile dal 27 febbraio in tutte le librerie e piattaforme digitali, Un’opera potente e controversa che intreccia memoria personale, analisi storica e intervento politico in dieci saggi incisivi capaci di raggiungere, con linguaggio diretto e consapevolezza pop, anche le generazioni digitali.

Best seller del New York Times, il volume ha venduto oltre 50.000 copie in poche settimane, imponendosi come uno dei testi più discussi negli Stati Uniti sul conflitto israelo-palestinese e sul ruolo della narrazione nella costruzione del consenso.

In parte memoir attivista, in parte corso intensivo di storia ebraica e palestinese, Genocide Bad affronta senza compromessi i nodi che, secondo l’autrice, hanno accompagnato la costruzione e la difesa del progetto sionista. Tracciando collegamenti tra promesse bibliche e contemporaneità, tra persecuzioni storiche e dinamiche politiche attuali, Kern ricostruisce la genealogia del conflitto e l’evoluzione delle politiche di occupazione ed espropriazione che, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948, hanno segnato la vita dei palestinesi fino alla tragedia di Gaza.

Nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, il suo attivismo da una posizione ebraica antisionista ha ottenuto attenzione internazionale, generando un vasto dibattito pubblico, ma anche attacchi personali e minacce. In questo libro Kern attraversa gli orrori degli stermini passati e presenti, interrogando il rapporto tra memoria, identità e responsabilità politica, e rivendica una speranza fondata sugli esempi di coraggio, resilienza e testimonianza di fronte alla violenza.

Con uno stile immediato, ironico e graffiante, l’autrice analizza propaganda, colonialismo e imperialismo moderno, mostrando come le narrazioni dominanti abbiano contribuito a plasmare il presente. Al tempo stesso racconta il proprio percorso: dalle discriminazioni vissute in adolescenza alla mobilitazione virale sui social nell’ottobre 2023, che ha coinvolto milioni di persone e raccolto oltre mezzo milione di dollari per Gaza.

Genocide Bad è un libro destinato a far discutere: un intervento netto nel dibattito internazionale, una riflessione sulla storia e sul presente, e un invito a immaginare la possibilità di una liberazione collettiva.

Sim Kern è giornalista, book influencer e attivista ebrea antisionista. Autrice del bestseller The Free People’s Village (selezionato da Indie Next), utilizza i social media per diffondere contenuti educativi sulla Palestina e sui temi della giustizia sociale.

Paramount+ marzo 2026: tra Yellowstone, Starfleet Academy e ritorni cult, il multiverso seriale si fa adulto

Marzo 2026 non è solo un cambio di stagione. È uno di quei mesi che ti fanno capire quanto la serialità contemporanea abbia ormai sostituito i vecchi palinsesti generalisti con qualcosa di molto più vicino alla nostra cultura geek: universi condivisi, spin-off che diventano mitologia, ritorni che parlano alla memoria e nuove serie che cercano di costruire un’identità forte in mezzo al rumore.

Paramount+ questo mese gioca una partita interessante. Non è solo una questione di titoli, ma di direzione narrativa. Si percepisce un filo rosso che unisce western moderni, accademie spaziali, drammi familiari e reality da spiaggia. È un mosaico che parla a generazioni diverse, ma che in fondo racconta sempre la stessa cosa: identità, appartenenza, sopravvivenza.

E chi, come noi, è cresciuto tra VHS consumate, forum anni Duemila e le prime notti a scaricare trailer con connessioni improbabili, lo sente subito.


Marshals: A Yellowstone Story: il mito del cowboy entra nell’era degli U.S. Marshals

L’universo di Yellowstone è uno di quei fenomeni che abbiamo visto nascere quasi in sordina e poi esplodere come solo le saghe americane sanno fare. Western moderno, conflitti familiari, politica, sangue e terra. Ora il mondo creato da Taylor Sheridan si espande ancora con Marshals: A Yellowstone Story, disponibile dal 2 marzo.

Kayce Dutton, interpretato da Luke Grimes, abbandona definitivamente il ranch per entrare in un’unità d’élite degli U.S. Marshals. La cosa interessante, però, non è il cambio di divisa. È il cambio di prospettiva.

Kayce è sempre stato il personaggio più “spaccato” tra mondi diversi: cowboy, Navy SEAL, marito, padre, uomo in conflitto costante tra violenza e protezione. Portarlo dentro una task force federale significa spingere ancora più in là quella tensione morale. Montana selvaggio, riserve come Broken Rock, criminalità locale e dinamiche federali. Il western incontra il procedural, ma con una densità emotiva che Sheridan sa costruire bene.

La presenza di personaggi come Mo e Thomas Rainwater mantiene saldo il legame con la dimensione nativa americana, elemento che ha dato profondità politica a Yellowstone. Qui la posta in gioco è doppia: la giustizia esterna e la responsabilità familiare, soprattutto verso Tate. E chi ha figli – o anche solo una memoria di padri imperfetti nei film anni Novanta – sa quanto questa linea narrativa possa colpire duro.

Non è solo azione. È il prezzo psicologico dell’essere “ultima linea di difesa”. E questo, nel 2026, risuona parecchio.


The Madison: Montana contro Manhattan, ovvero la guerra silenziosa delle famiglie

Dal 14 marzo arriva un altro tassello dell’immaginario sheridaniano: The Madison. Sei episodi, due mondi opposti. Da una parte i paesaggi del Montana, dall’altra Manhattan. In mezzo, una famiglia che prova a ricomporsi.

Vedere Michelle Pfeiffer e Kurt Russell in una serie così è un piccolo cortocircuito per chi è cresciuto con il cinema anni Ottanta e Novanta. Sono volti che portano addosso memoria cinematografica. E qui quella memoria viene messa al servizio di un racconto su resilienza e trasformazione.

Il Montana, ormai, non è più solo sfondo. È personaggio. È luogo mitico, quasi da epopea americana. Manhattan invece rappresenta l’energia, la competizione, l’identità urbana. Il trasferimento della famiglia Clyburn nella valle del fiume Madison non è solo geografico. È simbolico.

Mi affascina questa insistenza contemporanea sul ritorno alla terra. La vediamo nelle serie, nei videogiochi survival, perfino nei board game. Forse è una reazione digitale. Forse è nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai davvero vissuto.


NCIS: Sydney: il procedural globale non muore mai

Dal 4 marzo torna la terza stagione di NCIS: Sydney. E qui parlo da spettatore che ha attraversato tutte le ere del procedural: da X-Files in TV in chiaro fino ai binge notturni sulle piattaforme.

NCIS è diventato un linguaggio. È comfort zone, ma anche macchina narrativa rodata. Ambientarlo in Australia aggiunge un respiro internazionale e uno scenario visivo potente. La dinamica resta quella che funziona da vent’anni: casi, tensione interna al team, minacce globali.

Non reinventano la ruota. Ma la fanno girare bene.


Paw Patrol: generazione Rescue Wheels

Qui qualcuno sorriderà. Ma chi ha figli – o nipoti – sa benissimo che Paw Patrol è una presenza costante quanto lo erano per noi i Cavalieri dello Zodiaco al ritorno da scuola.

Con Rescue Wheels e la prosecuzione della dodicesima stagione, Paramount+ rafforza un brand che insegna collaborazione, coraggio e problem solving. Sembra semplice, ma costruire un immaginario condiviso per la Generazione Alpha è un’operazione culturale gigantesca.

Ogni generazione ha i suoi eroi in miniatura. Questi cuccioli sono quelli del 2026.


School Spirits e Star Trek: Starfleet Academy: adolescenza e spazio, due modi di cercare se stessi

Il 4 marzo si chiude la terza stagione di School Spirits. Misteri soprannaturali, drammi adolescenziali, identità sospese. È la versione 2026 di quell’ibrido teen-horror che negli anni Novanta ci aveva ipnotizzati.

Ma il 12 marzo arriva qualcosa che per noi nerd ha un peso specifico diverso: il finale di stagione di Star Trek: Starfleet Academy.

Tornare all’Accademia della Flotta Stellare significa tornare all’idea pura di Star Trek: formazione, etica, futuro. La presenza di Holly Hunter e Paul Giamatti dà spessore adulto, mentre il ritorno di Robert Picardo come il Dottore è un regalo per chi ha amato Star Trek: Voyager.

Nuovi cadetti, nuove specie, nuove rivalità. Ma la domanda è sempre la stessa: cosa significa appartenere alla Flotta? In un’epoca in cui il futuro sembra fragile, Star Trek continua a proporre una visione costruttiva. E non è poco.


Tra passioni adulte e reality spietati

Il 3 marzo arriva anche Conversazioni con altre donne, remake italiano con Valentina Lodovini e Francesco Scianna. Ex coniugi, un matrimonio a Tropea, passione che riaffiora. È un racconto intimo, quasi teatrale, che gioca tutto sui dialoghi e sulle crepe emotive.

E poi c’è la seconda stagione di Ex on the Beach Italia. Reality puro, dinamiche sentimentali, gelosie. Lo guardi magari con ironia, ma finisci per discuterne. Fa parte del panorama pop, che lo si ami o meno.


Paramount+ e l’idea di universo

Guardando questo marzo 2026 mi viene una riflessione che va oltre i singoli titoli. Le piattaforme non competono più solo sui contenuti. Competono sulla coerenza dell’immaginario.

Western moderni, drammi familiari, accademie stellari, procedural internazionali, animazione per l’infanzia, reality. È un ecosistema. E noi, che siamo passati dai palinsesti imposti al binge consapevole, sappiamo scegliere, ma cerchiamo anche continuità.

Paramount+ sembra voler costruire proprio questo: un’identità riconoscibile, ma capace di parlare a pubblici diversi. Dal cowboy tormentato al cadetto klingon con il sogno di diventare medico.

Ora la palla passa a noi.

Quale di questi titoli vi chiama di più? Siete team Yellowstone espanso o state aspettando il salto nell’iperspazio con Starfleet Academy? Oppure avete già segnato in agenda la chiusura di School Spirits?

Parliamone nei commenti e sui social di CorriereNerd.it. Perché le piattaforme cambiano, le stagioni passano, ma la discussione tra nerd resta la vera serie infinita.

Edizioni BD & J-POP Manga presentano le novità di marzo 2026

Mentre le giornate si allungano e le temperature salgono ricordandoci che la primavera è sempre più vicina, J-POP Manga presenta nuove serie tutte da scoprire e magari da leggere all’aria aperta in un caldo pomeriggio di sole!

Si inizia con i romance: approda nel nostro Paese la serie vincitrice ai Kodansha Award Nina The Starry Bride e la novità dalle atmosfere spicy Assassin and Cinderella.

Suspense e mistero vi terranno invece incollati alle pagine dell’apocalisse zombie intimista di Eternità e Castigo – Fushi to Batsu e del thriller con viaggi temporali Un secondo addio.

A conclusione di un mese già molto ricco di novità, i lettori di Frieren impazziranno per Frieren – Oltre la fine del viaggio – Official Fanbook, la prima guida ufficiale per scoprire il mondo della celebre maga elfa e i personaggi che l’accompagnano nelle sue quest.

Non potranno mancare nuovi numeri delle serie più seguite tra cui Hanako Kun – I sette misteri dell’Accademia Kamome 25The Fragrant Flower Blooms with Dignity 6Le 100 ragazze che ti amano tanto tanto tanto tanto tanto 18La strana casa 6Zatch Bell! 3 e non solo!

Di seguito maggiori dettagli:

La settimana 2-8 marzo

Una avvenente spia viene incaricata di sedurre il sicario di un’organizzazione rivale. Quando la sua copertura salta e tutto sembra perduto, il killer, anziché ucciderla, le fa un proposta inaspettata chiedendole di sposarlo! Un interesse sincero o un’astuta trappola? Si parte con il botto con una novità romance dalle atmosfere decisamente hot: Assassin and Cinderella 1 di Yuzo Natsuno.

Inizia questa settimana anche la serie horror Eternità e Castigo – Fushi to Batsu 1 di Kentaro Sato. Un ragazzo assillato dai demoni del proprio passato si ritrova bloccato nella camera di un love hotel durante la diffusione di un’epidemia zombie. Mentre fuori la lotta per la sopravvivenza si fa sempre più dura, dovrà fare i conti con se stesso, alla ricerca ossessiva di una redenzione. Quale inferno è più temibile: quello che sta annientando la società civile o la colpa che arde dentro la propria coscienza?

Arriva sugli scaffali il capitolo finale di Astro Boy, il capolavoro del padre del manga Osamu Tezuka nella nuova edizione integrale in 9 volumi proposta da J-POP nella collana Osamushi Collection.

Dopo l’uscita in cofanetto della serie completa diventa disponibile in volume singolo Takemitsu Zamurai 4 e continuano Hanako Kun – I 7 misteri dell’Accademia Kamome 25Kemono Jihen 23A Kingdom of Quartz 4Tatari 5.

La settimana 9-15 marzo

Arrivati alla metà di marzo potremo assistere all’uscita dei nuovi numeri di alcune delle serie più interessanti degli ultimi mesi come l’originale romance Il primo amore di Nezumi 5 e RaiRaiRai 4, la saga sci-fi nominata sia ai Next Manga Awards che al Kono Manga ga Sugoi!

Proseguono inoltre Dead Tube 25Il mistero di Ron Kamonohashi 17Miss Kobayashi’s Dragon MaidSkip & Loafer 12The War of Greedy Witches 14.

La settimana 16-22 marzo

Hinata indaga sulla morte del suo migliore amico del Liceo, Sora, scomparso in circostanze misteriose. La sua fine sembra essere in qualche modo legata a un dipinto realizzato da Sora stesso. Mentre Hinata sta osservando più da vicino l’opera, viene tramortito da un aggressore misterioso e perde i sensi. Al suo risveglio si ritrova nel passato, proprio il giorno della tragica dipartita di Sora… J-POP Manga presenta un avvincente thriller che si dipana tra i piani temporali: Un secondo Addio 1 di Tomo Tanaka Takomaru Takogawa. Il primo capitolo di una serie mystery in quattro volumi che non passerà inosservata agli occhi dei lettori de La nave di Teseo e de L’estate in cui Hikaru è morto!

Prosegue l’ascesa della colta Sitara alle cariche più alte dello stato mongolo nel secondo volume di Jaadugar – A Witch in Mongolia. E si intensificano i teneri incontri amorosi di Rintaro e Kaoruko nel numero 6 della serie che sta conquistando i vertici delle classifiche di vendita: The Fragrant Flower Blooms with Dignity.

Continuano Alya sometimes hides her feelings in Russian 7Dance Dance Danseur 29Firefly Wedding 8I diari della speziale 16La storia di Genji – Asaki Yumemishi 4Mission: Yozakura Family 28Shimazaki nella terra della pace 9The Shiunji Family Children 5.

La settimana 23-29 marzo

Va avanti nel secondo volume la romcom Yano-kun’s Ordinary Days. Quale sarà il segreto di Yano, perennemente ricoperto di ferite e con una misteriosa benda sull’occhio? Mentre la premurosa rappresentante di classe si prodiga per medicarlo, e prevenire futuri incidenti, tra i due sembra nascere qualcosa di più di una semplice amicizia…

Continuano Cosmos 4Gaea-Tima 5I quattro fratelli Yuzuki 19Inazuma Eleven 7Makeine – Too many losing heroines 4My Charms are wasted 17Squalificati  – Ranger Reject 17.

La settimana 30 marzo – 5 aprile

Tra amori e intrighi di corte esce a fine mese uno dei romantasy più attesi dell’anno: Nina the Starry Bride 1 di Rikachi. Nina è un’orfana cresciuta nella povertà. Le cose cambiano radicalmente quando viene rapita dal principe Azure Seth Fortuna. A causa dei suoi bellissimi occhi color lapislazzuli, Nina somiglia, infatti, moltissimo alla principessa-sacerdotessa Alisha, da poco scomparsa, e dovrà prenderne il posto, anche nel ruolo di promessa sposa del principe di Galgada. Nel frattempo, però, il suo cuore è ogni giorno più vicino ad Azure…

Arriva poi sugli scaffali la prima guida ufficiale del pluripremiato fantasy da oltre 20 milioni di copie vendute: Frieren – Oltre la fine del viaggio – Official Fanbook. Un viaggio alla scoperta delle ambientazioni e dei personaggi che circondano l’indimenticabile maga elfa.

Continuano Akane Banashi 16Don’t Call it Mystery 13Kingdom 73La strana casa 6Le 100 ragazze che ti amano tanto tanto tanto tanto tanto 18Painter of the night 6Zatch Bell! 3.

Pokémon Winds e Pokémon Waves: la Generazione 10 soffia forte su Nintendo Switch 2

Trent’anni. Scriverlo fa un certo effetto. Trent’anni da quando un manipolo di mostriciattoli tascabili ha trasformato un Game Boy grigio in una macchina dei sogni collettivi. Io c’ero, con le pile stilo che si scaricavano nel momento meno opportuno e il cavo link passato di banco in banco come fosse tecnologia aliena. E oggi mi ritrovo davanti all’annuncio di Pokémon Winds e Pokémon Waves, nuova generazione principale della saga, decima in ordine cronologico, pronta a sbarcare su Nintendo Switch 2 nel 2027.

Il tempo passa, ma alcune scosse emotive restano identiche.

L’annuncio è arrivato durante il Pokémon Presents del Pokémon Day, una data che ormai per chi mastica cultura pop è diventata una specie di Natale nerd anticipato. Non parliamo di uno spin-off, non di un esperimento laterale come Pokémon Legends: Z-A, ma del nuovo capitolo mainline sviluppato ancora una volta da Game Freak. La Generazione 10. Un numero che pesa. Un numero che dice: siamo sopravvissuti a tutto, dai glitch di MissingNo. ai flame infiniti su Pokémon Scarlet and Violet, e siamo ancora qui.

Vento e Onde: una scelta che sa di simbolo

Winds e Waves. Venti e Onde. Due parole che sembrano uscite da una poesia shōnen, ma che raccontano molto più di quanto sembri. Pokémon ha sempre giocato con le coppie: Rosso e Blu, Oro e Argento, Sole e Luna. Dualità che non sono solo marketing, ma filosofia ludica.

Il vento è movimento invisibile, forza che non si vede ma si percepisce. L’onda è materia in trasformazione, impatto, energia che si infrange. Se Scarlet e Violet avevano puntato su passato e futuro, qui la sensazione è quella di un ritorno agli elementi, alla natura, a qualcosa di primordiale ma reinterpretato con sensibilità contemporanea.

Il trailer mostra scorci di ambientazioni ampie, Pokémon che sembrano integrati in ecosistemi più dinamici, e soprattutto introduce i tre starter che, come sempre, diventano immediatamente oggetto di dibattito feroce nelle chat e nei gruppi Telegram.

Browt, di tipo Erba, ha quell’aria da creatura boschiva che potrebbe nascondere un’evoluzione sorprendente. Pombon, Fuoco, trasmette energia pura, con un design che sembra strizzare l’occhio a un’estetica più cartoon rispetto agli starter delle ultime generazioni. Gecqua, Acqua, appare più elegante, quasi misterioso.

Non sono solo mostriciattoli. Sono dichiarazioni d’intenti. Ogni starter è una promessa di viaggio.

Generazione 10: maturità o reboot emotivo?

Dieci generazioni non sono solo un traguardo numerico. Sono una prova di resistenza culturale. Pokémon è passato dal Game Boy monocromatico alle battaglie online globali, dai rumor sulle riviste cartacee ai leak su X e Reddit. Io ho visto nascere forum italiani dedicati esclusivamente a scambiare codici amico, ho assistito al boom di Pokémon GO che ha trasformato piazze e parchi in palestre digitali, ho visto adulti tornare ad allenare Pikachu con la stessa dedizione di vent’anni prima.

Questa decima generazione arriva in un momento delicato. Il pubblico storico è cresciuto, ha figli, mutui, responsabilità. Il pubblico nuovo è abituato a open world fluidi, performance tecniche solide, standard visivi alti. Pokémon deve parlare a entrambi.

Nintendo Switch 2 non è solo un upgrade hardware. È una dichiarazione di passaggio generazionale. La promessa implicita è chiara: mondo più vivo, animazioni più curate, forse una gestione più solida delle prestazioni rispetto alle criticità viste in Scarlet e Violet. Il vento del cambiamento, appunto.

L’eredità di Scarlet, Violet e Legends

Il 2022 ha segnato uno spartiacque con Pokémon Scarlet and Violet, primo vero open world della serie principale. Un progetto ambizioso, imperfetto, ma fondamentale. Poi è arrivato Pokémon Legends: Z-A, che ha consolidato l’idea di un Pokémon più narrativo, più sperimentale.

Winds e Waves sembrano raccogliere entrambi i semi. L’open world non è più una novità, è una base. La narrazione ambientale diventa centrale. La sensazione è che Game Freak stia cercando una sintesi tra esplorazione libera e identità classica, tra innovazione e comfort zone.

Ed è qui che la Generazione 10 può fare la differenza. Non basta aggiungere nuovi Pokémon. Serve dare un senso al viaggio.

Trent’anni di Pokémon: memoria personale e memoria collettiva

Pokémon compie trent’anni. Trent’anni di anime, carte collezionabili, film al cinema, spin-off improbabili e capolavori silenziosi. Per chi, come me, è cresciuto tra fumetti Marvel in edicola e VHS registrate, Pokémon è stato uno dei primi veri fenomeni globali vissuti in tempo reale.

Ricordo le polemiche iniziali, gli adulti che parlavano di moda passeggera. Ricordo le prime fiere del fumetto in cui comparivano cosplayer di Ash e Misty, quando ancora il termine cosplay non era sdoganato come oggi. Satyrnet e realtà come CorriereNerd sono nate e cresciute anche attraversando questa onda lunga, raccontando come dietro a un franchise apparentemente “per bambini” si nascondesse una cultura condivisa, intergenerazionale, capace di creare comunità.

Winds e Waves non sono solo due videogiochi in arrivo nel 2027. Sono il simbolo di una saga che rifiuta di invecchiare in modo passivo. Si trasforma, cambia forma, proprio come i suoi Pokémon.

Nintendo Switch 2 e il futuro del brand

Lancio mondiale nel 2027 significa una cosa: sviluppo lungo, ambizione tecnica, volontà di fare le cose con un respiro più ampio. Nintendo Switch 2 diventa il palcoscenico naturale per questa nuova fase.

Il mercato è diverso rispetto al 1996. La concorrenza è feroce. Gli open world moderni hanno alzato l’asticella. Pokémon Winds e Pokémon Waves dovranno dimostrare che il brand non vive solo di nostalgia, ma sa ancora sorprendere.

Eppure, mentre scrivo, mi rendo conto che una parte di me non chiede perfezione tecnica assoluta. Chiede meraviglia. Chiede quella sensazione di partire per un viaggio con uno starter al fianco e non sapere davvero cosa ci aspetta dietro la prossima collina digitale.

Forse è questo il segreto della longevità di Pokémon: non la grafica, non le meccaniche, ma l’idea di avventura come rito di passaggio.

E adesso?

Il 2027 sembra lontano, ma il vento ha già iniziato a soffiare. I fan stanno scegliendo mentalmente il loro starter, analizzando frame per frame il trailer, ipotizzando regioni, meccaniche, nuove evoluzioni. La community è già in movimento, come sempre.

Io ho ancora il mio primo salvataggio mentale, quello in cui scelsi un tipo Fuoco contro ogni logica statistica perché mi sembrava più “epico”. Non è mai stata una questione di meta. È sempre stata una questione di emozione.

E voi? Vi sentite più vento o più onda? Avete già scelto da che parte stare tra Pokémon Winds e Pokémon Waves?

Parliamone nei commenti e sui social di CorriereNerd.it. Perché se trent’anni di Pokémon ci hanno insegnato qualcosa, è che l’avventura è ancora più bella quando la si condivide.

Lo chiamavano Jeeg Robot torna al cinema in 4K: perché il cinecomic di Mainetti ha cambiato il cinema

Modalità nostalgia attivata. Ma quella autentica, non filtrata dai ricordi addomesticati dai social. Dieci anni possono sembrare un battito di ciglia se li misuri con il ritmo delle piattaforme, ma diventano un’era intera se li attraversi con la memoria di chi è cresciuto tra VHS consumate, forum notturni e discussioni infinite su quale fosse il vero significato di Evangelion.

Febbraio 2016 non è solo una data. È una sensazione. È la sala che si spegne e quella consapevolezza improvvisa che qualcosa di diverso sta accadendo sullo schermo. Non l’ennesimo tentativo di imitare Hollywood, non una copia sbiadita del cinecomic americano. Un corto circuito tutto nostro. Si chiamava Lo chiamavano Jeeg Robot e portava il nome di un anime che per molti di noi non è mai stato soltanto un cartone animato, ma una grammatica emotiva.

Diretto da Gabriele Mainetti, il film prende il mito di Jeeg robot d’acciaio e lo scaraventa in una Roma sporca, periferica, concreta. Il riferimento all’opera di Go Nagai non è una strizzata d’occhio nostalgica per quarantenni cresciuti con le sigle urlate davanti alla TV. È un elemento narrativo centrale. Alessia, fragile e sospesa in un mondo tutto suo, è convinta che Hiroshi Shiba esista davvero. E lo riconosce in Enzo Ceccotti.

Enzo non è un predestinato. Non è il prescelto. È un ladruncolo romano che sopravvive ai margini, che pensa solo a riempire il frigorifero e a non farsi notare troppo. Il contatto con sostanze radioattive nascoste nel Tevere gli regala forza sovrumana e resistenza quasi totale ai colpi. La scena della sparatoria, la caduta nel vuoto, la scoperta graduale di un corpo che non si spezza più: sono passaggi da origin story classica, ma filtrati attraverso un realismo ruvido che odora di cemento e umidità.

All’inizio Enzo usa i poteri per fare soldi. Nessuna missione morale, nessuna chiamata cosmica. Solo opportunismo. Questa è la scelta che rende Lo chiamavano Jeeg Robot diverso da qualsiasi cinecomic italiano precedente. L’eroismo non è un destino scritto, è un processo doloroso. È qualcosa che ti viene imposto dagli eventi e dalle persone che incontri.

Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, è il cuore emotivo della storia, anche se il film non la tratta mai con pietismo. Vive immersa nell’immaginario degli anime giapponesi, confonde realtà e finzione, ma proprio per questo è l’unica a vedere l’eroe prima che Enzo lo accetti. La loro relazione è tenera e disturbante insieme, attraversa momenti di dolcezza e una violenza che segna un punto di non ritorno. Non è una favola. È un percorso accidentato verso la consapevolezza.

Sul fronte opposto si muove Fabio Cannizzaro, detto lo Zingaro. Luca Marinelli costruisce un antagonista che resta inciso nella memoria collettiva. Ossessionato dalla fama, dalla musica pop italiana anni Settanta e Ottanta, dall’idea di essere qualcuno. Non è un semplice boss criminale. È un uomo che vuole essere guardato, temuto, celebrato. La sua trasformazione in supervillain, dopo il contatto con le stesse sostanze radioattive, crea uno scontro che è fisico ma anche simbolico: due marginali che reagiscono al potere in modo opposto.

La sequenza dell’attentato durante la stracittadina, la lotta finale, l’esplosione nel Tevere, e poi quell’immagine iconica di Enzo sulla cima del Colosseo con la maschera di Jeeg realizzata da Alessia. Cinema di genere puro, ma con un’identità italiana fortissima. Non un’imitazione. Una dichiarazione.

La performance di Claudio Santamaria è parte integrante di questa identità. Venti chili in più, un corpo massiccio, movimenti pesanti. Ogni termosifone strappato dal muro, ogni bancomat piegato con le mani nude, ha un peso tangibile. In un’epoca dominata dalla CGI, quella fisicità concreta ha fatto la differenza. Non era un supereroe patinato. Era un uomo che faceva male davvero.

Il successo commerciale non fu un’esplosione da primo weekend. Crescita lenta, costante, sostenuta dal passaparola. Oltre cinque milioni di euro incassati con un budget contenuto, sette David di Donatello conquistati, sedici candidature. Premi per regia, attori, riconoscimenti che arrivavano dall’interno dell’industria. Un segnale forte: il cinema italiano poteva fare film di supereroi senza vergognarsi di essere italiano.

Molti speravano in una rivoluzione immediata. Una nuova stagione di cinecomic tricolori. Non è andata esattamente così. L’industria ha tentato di spingersi verso film di genere più spettacolari, ma il pubblico non sempre ha risposto con entusiasmo. Eppure qualcosa è cambiato sotto traccia. L’uso degli effetti visivi, del digitale, di una post-produzione più ambiziosa è diventato meno sospetto. Tecnici e professionisti hanno trovato maggiore ascolto. La diffidenza verso il linguaggio del blockbuster si è attenuata.

Mainetti ha scelto di non cavalcare subito l’onda con un sequel. Ha preferito rischiare ancora con Freaks Out, progetto più grande, più complesso, uscito in un periodo difficile per le sale. Una scelta coerente con l’idea che il cinema di genere in Italia debba esistere come ricerca, non come formula replicabile all’infinito.

Oggi Lo chiamavano Jeeg Robot torna al cinema in versione rimasterizzata 4K dal 2 al 4 marzo. Non è soltanto un’operazione nostalgia. È un banco di prova. Una verifica collettiva. Funziona ancora? Riesce ancora a parlare a chi è cresciuto con il Marvel Cinematic Universe già consolidato, con il multiverso come normalità narrativa?

Per chi ha vissuto l’epoca delle VHS registrate, delle sigle cantate a memoria, delle discussioni sui primi forum italiani, questo ritorno in sala è quasi un rito. Rivedere Enzo Ceccotti sul grande schermo significa ricordare che il supereroe può nascere in una periferia romana, che l’immaginario anime può dialogare con Pasolini e con il neorealismo, che il cinema italiano non deve chiedere il permesso a nessuno per osare.

La vera questione non riguarda solo il passato. Riguarda il presente. Siamo pronti a sostenere ancora film di supereroi italiani che rischiano, che non cercano la validazione americana, che affondano le mani nel nostro territorio e nella nostra cultura pop?

Io in sala ci torno. E voi? L’avete vissuto nel 2016 o lo scoprirete adesso in 4K? Parliamone. Perché alcune storie non smettono di evolversi. Aspettano solo che qualcuno riaccenda lo schermo e dica, ancora una volta, che sì, anche qui può nascere un eroe.

“TABÙ. EGON SCHIELE” al cinema il 20, 21, 22 aprile

Nexo Studios La Grande Arte al Cinema” torna nelle sale italiane. Si parte il 20, 21, 22 aprile con TABÙ. EGON SCHIELE, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Studios, diretto da Michele Mally, autore del soggetto che firma anche la sceneggiatura assieme ad Arianna Marelli. 

Ad accompagnare gli spettatori sulle tracce dell’artista c’è Erika Carletto, attrice esordiente capace di rievocare con il suo canto le atmosfere di Vienna e Praga di allora. A cavallo tra Otto e Novecento, queste città, mostrate attraverso filmati d’archivio, furono i centri propulsori delle rivoluzioni e delle contraddizioni che caratterizzano ancora la nostra contemporaneità. La colonna sonora, d’impatto fortemente emotivo, è caratterizzata dalle musiche originali composte ed interpretate dalla violinista Laura Masotto e sarà disponibile in digitale su etichetta Nexo Digital.

L’elenco delle sale che proietteranno il film sarà presto disponibile su nexostudios.it e le prevendite apriranno a partire dal 20 marzo.

Nella “corsa folle” della vita di Schiele (1890-1918), costellata da centinaia di quadri e migliaia di opere su carta, c’è un eterno ritorno: quello al paese di nascita della madre dell’artista, Krumau, Český Krumlov oggi, in Repubblica Ceca. TABÙ. EGON SCHIELE si snoda a partire da qui: dall’Atelier Egon Schiele – la casa con giardino dove il pittore abitò con la compagna e modella Wally Neuzil.

Proprio nella cittadina della Boemia, che ai tempi di Schiele faceva parte dell’Impero austro-ungarico, affonda la radice di un’arte capace di sovvertire le regole estetiche, morali e psicologiche del tempo e di condurci – ancora oggi – all’essenza dell’essere umano.

È infatti dall’architettura di Krumau che Egon Schiele, ancora ragazzo, impara a osservare da una prospettiva inedita, destinata a diventare il marchio della sua visione e a tradursi nei suoi disegni: lo sguardo dall’alto. Una prospettiva capace di farci riflettere sulle dinamiche stesse del guardare, sulla sua “violenza” e sulla sua forza erosiva. Krumau è una città che alterna curve morbide – il fiume Moldava che abbraccia e allo stesso tempo stringe il centro storico – ed elementi angolari e spigolosi: le case medievali, le strade tortuose.

Una figura per certi versi materna, come quella così presente nella produzione di Schiele, pronta a interrogarci sul desiderio inconscio di ritorno all’origine, sul tentativo di riconnettersi alla dimensione da cui dipende l’immagine che tutti abbiamo di noi stessi. Il rapporto di Schiele con la madre Marie, del resto, era segnato dalla mancanza di affetto e dal conflitto, così come solitudine e senso di estraneità segnarono la relazione con Edith Harms, sposata nel 1915 dopo l’abbandono del grande amore Wally. L’affinità elettiva più profonda restò sempre quella con la sorella Gerti, di cui solo oggi emergono nuovi dati biografici.

L’esplorazione di tutte queste connessioni visive e interiori è possibile grazie agli interventi di esperti e studiosi: Jane Kallir, curatrice del catalogo completo delle opere; Ralph Gleis e Elisabeth Dutz, rispettivamente Direttore e Curatrice capo dell’Albertina di Vienna; Kerstin Jesse, curatrice del Leopold Museum di Vienna; Verena Gamper, Curatrice del Belvedere di Vienna; Klára Sváčková del Museum Fotoatelier Seidel, Český Krumlov; Elio Grazioli e Otto M. Urban, storici dell’arte; Maddalena Mazzocut-Mis, filosofa; Micaela Riboldi, psicanalista; Amelia Valtolina, germanista; gli scrittori Romina Casagrande e Alessandro Banda; la regista Gerda Leopold.

Snodo cruciale del film è il 1910, anno in cui si afferma lo stile unico di Schiele. È proprio nel 1910 che la Cometa di Halley attraversa il cielo, lasciando una scia luminosa che unisce le latitudini e ridisegna le cronologie. Sotto quel cielo possiamo immaginare Egon che cammina per le strade di Praga insieme a Franz Kafka (1883-1924), altra figura ricorrente nel docufilm. Non vi è prova che i due si siano mai conosciuti o incontrati, ma il loro destino e la loro arte si incrociano allora come oggi, offrendoci nuove chiavi per penetrare anche l’universo kafkiano: il suo tempo onirico, il disturbo che continua a provocare, esattamente come spesso “disturbano” i corpi contorti di Schiele. Del resto, in quella Vienna fu proprio la percezione del tempo a cambiare: un tempo non più lineare e causale, ma condensato, affettivo, “fatale”, come le “ore stellari” di cui parlava Stefan Zweig, in cui nascita e morte sono legate in modo indissolubile. Tutti respiravano il senso di una fine. Nel 1918, anno in cui muoiono Schiele ma anche Gustav Klimt e molti altri protagonisti della Vienna d’oro, crolla l’Impero austro-ungarico, mentre nasce la Cecoslovacchia.

La storia di Egon Schiele finisce qui, mentre quella di Kafka continua. Ma è soprattutto il nostro mondo che, ormai, ha cominciato la propria storia: l’eterno ritorno, l’ossessione per la morte, l’autoanalisi istintiva e ossessiva, il sentirsi sbagliati e insieme sfacciatamente presenti al mondo rivelano uno Schiele talmente contemporaneo da dare ancora, violentemente, fastidio. Schiele ci costringe a pensare ai nostri tabù. Quelli di allora come quelli di oggi.

Per il 2026, la stagione di Nexo Studios La Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia con i media partner Radio CapitalSky ArteMYmovies, e in collaborazione con Abbonamento Musei.

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