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Masters of the Universe: il ritorno di He-Man che aspettavamo da quasi quarant’anni è finalmente realtà

Alcuni film riescono a riportarti indietro nel tempo prima ancora che compaia il primo fotogramma. Ti basta una spada alzata verso il cielo, una musica familiare, un castello che emerge all’orizzonte e all’improvviso ti ritrovi di nuovo seduto sul pavimento della tua cameretta, circondato da action figure consumate dalle battaglie immaginarie. Uscendo dalla sala dopo aver visto Masters of the Universe di Travis Knight mi sono accorto che la sensazione dominante non era la nostalgia. Era qualcosa di molto più raro. La sorpresa.

Perché diciamocelo senza girarci attorno: dopo decenni di annunci, cancellazioni, reboot mai partiti e promesse finite nel nulla, l’idea di vedere davvero un nuovo film di He-Man sembrava quasi una leggenda metropolitana della cultura pop. Uno di quei progetti che sopravvivono più nelle discussioni dei fan che negli studi di Hollywood. E invece eccoci qui, nel 2026, davanti a un film che non solo esiste davvero, ma che riesce persino nell’impresa più difficile di tutte: prendere sul serio Eternia senza trasformarla in una caricatura.

La storia sceglie una strada che mescola mito classico, fantasy epico e racconto di formazione. Il giovane principe Adam Glenn viene strappato al proprio mondo durante una devastante guerra civile e finisce sulla Terra, lontano dalla Spada del Potere e dalla propria eredità. Vent’anni più tardi, ormai adulto, è costretto a tornare su Eternia per affrontare un destino che non può più ignorare. Accanto a lui troviamo la Sorceress, Teela, Duncan alias Man-At-Arms, l’inseparabile Cringer destinato a diventare Battle-Cat e i pochi guerrieri ancora pronti a opporsi all’avanzata delle armate di Skeletor.

Potrebbe sembrare la classica trama dell’eroe predestinato, e in parte lo è. La differenza sta nel modo in cui viene raccontata.

Masters Of The Universe | Trailer 2

Travis Knight, che aveva già dimostrato una sensibilità particolare con opere come Kubo e la Spada Magica e Bumblebee, evita accuratamente la tentazione di realizzare un semplice catalogo di riferimenti per nostalgici. Il suo Masters of the Universe non vive di citazioni. Vive di emozioni. E questa è probabilmente la scelta più intelligente che potesse fare.

Adam non è il guerriero perfetto che molti ricordano. Non è soltanto una montagna di muscoli destinata a risolvere ogni problema brandendo una spada magica. Nicholas Galitzine costruisce un protagonista attraversato da dubbi, paure e insicurezze. La trasformazione in He-Man non appare come un premio o un superpotere da videogioco. Assomiglia piuttosto a un’accettazione dolorosa della propria identità.

Da appassionato cresciuto tra anime giapponesi, fumetti americani e videogiochi degli anni Novanta, ho percepito qualcosa di sorprendentemente familiare in questo percorso. La celebre frase che accompagna da sempre la trasformazione di Adam perde il ruolo di slogan iconico e diventa una dichiarazione di consapevolezza. Non è più soltanto un momento spettacolare. È il punto in cui il personaggio smette di fuggire da sé stesso. E funziona. Funziona perché il film capisce che il pubblico del 2026 non è lo stesso degli anni Ottanta. Molti degli spettatori che oggi comprano un biglietto per Masters of the Universe sono gli stessi bambini che giocavano con il Castello Grayskull sul tappeto del soggiorno. Sono cresciuti, hanno affrontato responsabilità, fallimenti e cambiamenti. Di conseguenza anche il loro eroe deve crescere con loro.

Attorno ad Adam si muove un cast che riesce a dare spessore a figure che, in passato, erano spesso poco più che archetipi fantasy. Teela, interpretata da Camila Mendes, possiede una presenza scenica naturale e una forza che non ha bisogno di essere continuamente sottolineata dalla sceneggiatura. Idris Elba porta a Duncan una gravità quasi paterna, trasformandolo in qualcosa di molto più complesso del semplice maestro d’armi… E poi arriva Skeletor.

Masters of The Universe – Official Teaser Trailer

Ogni volta che si annuncia una nuova incarnazione del più celebre villain di Eternia emerge sempre la stessa paura: renderlo troppo serio oppure troppo ridicolo. La versione interpretata da Jared Leto riesce a evitare entrambe le trappole. Mantiene quella teatralità che ha reso immortale il personaggio, conserva il sarcasmo e l’ironia che i fan ricordano con affetto, ma introduce anche una dimensione più inquietante. Non domina la scena attraverso urla e monologhi continui. Spesso basta la sua presenza a generare tensione. Risultato? Uno Skeletor che riesce contemporaneamente a divertire e a inquietare, proprio come dovrebbe fare.

Sul piano visivo il film compie un’altra scelta coraggiosa. Invece di inseguire l’estetica fantasy realistica che domina il cinema contemporaneo, decide di abbracciare l’anima giocattolosa e colorata delle sue origini. Eternia è un luogo esagerato, impossibile, a tratti persino folle. Creature gigantesche, armature improbabili, architetture monumentali e paesaggi che sembrano usciti direttamente dalle illustrazioni delle confezioni Mattel degli anni Ottanta. La cosa incredibile è che tutto questo non appare mai ridicolo. Anzi, proprio quella volontà di non vergognarsi delle proprie radici rende il film autentico. In un periodo storico in cui molti reboot sembrano quasi imbarazzati dal materiale originale, Masters of the Universe fa esattamente l’opposto. Guarda la propria eredità negli occhi e la abbraccia completamente. Le sequenze d’azione beneficiano enormemente di questa filosofia. I combattimenti non cercano il realismo assoluto. Cercano l’epicità. E la trovano spesso. Duelli con spade leggendarie, assedi, battaglie campali e scontri tra personaggi iconici restituiscono quella sensazione di grandezza che ha sempre definito il mondo di Eternia.

Naturalmente non tutto è perfetto.

When times were simpler… Teaser Trailer Tomorrow | Masters of The Universe

Alcuni comprimari ricevono meno spazio di quanto meritassero. Diverse relazioni vengono soltanto accennate e alcuni passaggi narrativi avrebbero beneficiato di qualche minuto aggiuntivo. I fan più irriducibili noteranno inoltre l’assenza di alcuni personaggi storici, sia tra gli eroi sia tra i servitori di Skeletor. Eppure queste mancanze non compromettono davvero l’esperienza complessiva. Anzi, danno quasi l’impressione che gli autori stiano conservando molte carte per eventuali capitoli successivi.

Ripensando al film del 1987, I dominatori dell’universo, la differenza appare enorme. Quel lungometraggio possedeva un fascino tutto suo, figlio di un’epoca diversa e di un budget limitato, ma sembrava spesso costretto a nascondere Eternia. Questa nuova versione, invece, la mette al centro di tutto. La celebra. La mostra senza timidezza. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film riesce a colpire così tanto chi è cresciuto con He-Man. Non perché ricordi il passato. Perché riesce a far sembrare quel passato ancora vivo.

Mentre scorrevano i titoli di coda continuavo a pensare a quanto sia cambiata la cultura geek negli ultimi quarant’anni. I bambini che giocavano con Battle-Cat oggi discutono di multiversi, seguono anime in simulcast, collezionano statue premium e analizzano trailer frame per frame sui social. Eppure qualcosa è rimasto identico. Quel desiderio di avventura. Quella voglia di credere che da qualche parte esista ancora un castello misterioso, una spada leggendaria e un eroe pronto a difendere il proprio mondo. Masters of the Universe non reinventa He-Man. Non ne aveva bisogno. Fa qualcosa di più difficile: ricorda a tutti noi perché ce ne siamo innamorati la prima volta. E a giudicare dalla reazione della sala, dagli applausi spontanei durante alcuni momenti chiave e da quella strana espressione soddisfatta che vedevo sui volti degli spettatori all’uscita, forse Eternia non è mai stata davvero lontana.

Forse stava soltanto aspettando il momento giusto per richiamarci a casa. Voi avete già visto Masters of the Universe? Questo nuovo He-Man vi ha conquistato oppure preferite ancora l’immaginario classico degli anni Ottanta? La discussione, proprio come la leggenda di Eternia, è appena cominciata.

The Old Guard 2: Charlize Theron, Uma Thurman e la nuova era degli immortali guerrieri

C’è qualcosa di incredibilmente affascinante nel vedere donne oltre i quarant’anni, armate fino ai denti e coperte di sangue, sudore e fango, mentre affrontano battaglie epiche con una grinta che sfida tempo e morte. È quel tipo di spettacolo che non solo scalda il cuore dei fan dell’action, ma che ridefinisce le regole di Hollywood. E se c’è un film che incarna perfettamente questo spirito, è proprio The Old Guard 2.

Dopo il successo travolgente del primo capitolo, uscito su Netflix nel 2020, la saga ispirata all’omonimo fumetto creato da Greg Rucka e illustrato da Leandro Fernandez è pronta a tornare in grande stile. Il sequel, diretto da Victoria Mahoney e ancora una volta sceneggiato da Rucka stesso, promette di alzare ulteriormente l’asticella tra combattimenti mozzafiato, mitologia immortale e conflitti emotivi profondi. E lo fa con un cast da capogiro: Charlize Theron torna nei panni dell’indomita Andy, affiancata da KiKi Layne, Marwan Kenzari, Luca Marinelli, Matthias Schoenaerts, Vân Veronica Ngô e Chiwetel Ejiofor, tutti di ritorno dalla prima pellicola. Ma la vera, dirompente novità è l’ingresso di due fuoriclasse: Uma Thurman e Henry Golding.

Il ritorno degli immortali

The Old Guard 2 riprende le fila della storia là dove l’avevamo lasciata, con Andy e il suo gruppo di guerrieri millenari pronti ad affrontare nuove minacce, portando avanti la loro missione segreta di proteggere l’umanità. Ma stavolta, le acque sono più torbide che mai. L’ombra del tradimento di Booker grava ancora sul team, mentre la figura di Quỳnh, interpretata da una intensa Vân Veronica Ngô, emerge dalle profondità dell’oceano, assetata di vendetta dopo secoli di prigionia.

Charlize Theron ci regala una Andy apparentemente in pace, ma sappiamo bene che nel suo mondo la pace dura quanto un bicchiere d’acqua nel deserto. Già nel teaser trailer, disponibile online, la vediamo sfrecciare tra combattimenti brutali, lanciarsi da finestre e affrontare nuovi nemici con la solita, glaciale determinazione. Ma c’è un cambiamento: Andy è diventata mortale. Una condizione che la costringe a ripensare tutto, mentre l’equilibrio tra il suo passato e il futuro del team si fa sempre più fragile.

Discordia e rivelazioni: entra in scena Uma Thurman

E qui entra in gioco la regina del cinema action anni Duemila: Uma Thurman. Il suo personaggio, Discord, è la prima immortale conosciuta, un essere misterioso e potentissimo che sembra conoscere tutti i segreti dell’immortalità. Ma se pensavate che l’incontro tra lei e Andy potesse essere pacifico, vi sbagliate di grosso. I loro scontri promettono scintille – e non solo in senso figurato – perché Discord vede attraverso Andy, e non le piace ciò che vede.

Il carisma magnetico di Thurman si sposa alla perfezione con la mitologia della saga, riportando alla mente le sue iconiche performance in Kill Bill, ma con un tocco più oscuro e criptico. È proprio lei il catalizzatore di quel salto di qualità che ogni sequel ambisce a raggiungere. E il fatto che la produzione abbia scelto di affiancarle un attore come Henry Golding, qui nel ruolo di Tuah, un vecchio alleato del gruppo con informazioni cruciali sull’origine dell’immortalità, aggiunge ulteriore spessore al cast.

Dietro le quinte di un kolossal

Il cammino verso The Old Guard 2 non è stato privo di ostacoli. Le riprese principali sono iniziate nel giugno 2022, in parte agli iconici studi di Cinecittà in Italia, un omaggio quasi poetico alle radici antiche dei protagonisti. Ma ad agosto dello stesso anno, proprio durante lo smantellamento del set, un incendio ha rallentato i lavori, costringendo la produzione a spostarsi nel Regno Unito. Fortunatamente, le riprese si sono concluse a settembre, e dopo una lunga pausa dovuta a cambiamenti interni a Netflix, il film ha finalmente completato la post-produzione nel 2024.

Alla regia troviamo Victoria Mahoney, la prima donna afroamericana a dirigere una produzione di questo calibro per Netflix, che raccoglie il testimone da Gina Prince-Bythewood con energia e visione. Il montaggio è affidato a Matthew Schmidt, già noto per il suo lavoro nei film Marvel, mentre la colonna sonora è stata composta da Max Aruj e Ruth Barrett, una scelta che segna un cambio di rotta rispetto ai compositori del primo film.

Quando esce The Old Guard 2?

L’attesa è quasi finita: The Old Guard 2 arriverà su Netflix il 2 luglio 2025. Sono passati cinque anni dal primo film, un tempo che ha permesso alla saga di sedimentarsi nella memoria degli spettatori e di crescere in attesa e hype. La posta in gioco è altissima, ma tutto lascia pensare che questo secondo capitolo saprà soddisfare sia i fan più appassionati che i nuovi spettatori, offrendo azione di qualità, personaggi memorabili e una riflessione potente su cosa significhi davvero essere immortali… o tornare a essere umani.

Dunque, affilate le spade (virtuali), ricaricate gli archi (metaforici) e preparatevi a scendere in campo con Andy, Nile, Joe, Nicky e tutti gli altri. Che siate mortali o meno, The Old Guard 2 è pronto a conquistarvi.

E ora tocca a voi: siete pronti a immergervi di nuovo nell’universo degli immortali? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo articolo con i vostri amici sui social! Chi vorreste vedere sopravvivere, chi temete possa cadere e quale personaggio vi intriga di più? Il destino degli immortali si scrive anche grazie alla passione dei fan!

Odissea di Christopher Nolan: il trailer riscrive il mito di Ulisse e prepara l’epica del 2026

Alcuni trailer non si limitano a mostrarti un film, ti danno proprio la sensazione di essere stati evocati da qualcosa di antico, come se qualcuno avesse pronunciato un nome proibito e all’improvviso il mare iniziasse a muoversi sotto i tuoi piedi. È esattamente la vibrazione che arriva dalle prime immagini di ODISSEA, la nuova scommessa titanica di Christopher Nolan, uno di quei progetti che non si guardano soltanto ma si attraversano, e già questo dovrebbe far scattare qualcosa nella testa di chiunque abbia anche solo sfiorato l’immaginario del mito greco tra videogiochi, anime e racconti letti di notte sotto le coperte.

Il 16 luglio 2026 non è una data qualsiasi, ha il sapore di un checkpoint epico, di quelli che nei giochi ti fanno capire che stai per entrare nella parte davvero difficile della storia, e il fatto che l’Italia arrivi un giorno prima rispetto al resto del mondo ha qualcosa di stranamente poetico, quasi rituale, come se fossimo stati chiamati a testimoniare per primi questo incontro tra cinema contemporaneo e una delle narrazioni più antiche mai concepite. In fondo, parliamoci chiaro, l’Odissea non è solo un poema: è il primo grande open world della storia dell’umanità, pieno di side quest, boss fight e scelte morali che ancora oggi riescono a parlare a chi è cresciuto tra RPG e saghe fantasy.

E qui entra in gioco Nolan, uno che non si è mai accontentato di raccontare storie lineari, uno che ha sempre trattato il tempo come un puzzle da smontare e ricostruire, e che stavolta decide di affrontare un mito che è già di per sé un labirinto emotivo. Non aspettatevi una trasposizione scolastica o reverenziale, perché il senso è tutto nel riportare quel viaggio a una dimensione quasi fisica, sporca, concreta. Il trailer lo suggerisce senza mezzi termini: il mare non è un fondale digitale elegante, è una presenza che sembra voler uscire dallo schermo, il legno delle navi scricchiola come se fosse vivo, il peso degli anni si legge sui volti.

A guidare questo viaggio troviamo Matt Damon nei panni di Odisseo, e già qui si apre una parentesi interessante tra appassionati, perché la scelta di un volto così lontano dall’eroe mitologico classico sembra voler raccontare qualcosa di diverso, qualcosa di più umano e meno idealizzato. Il suo Ulisse non è l’eroe perfetto, è un uomo consumato, uno che porta addosso cicatrici invisibili, uno che ha visto troppo e che continua a muoversi non per gloria ma per una cosa molto più fragile e potente: il ritorno.

Intorno a lui ruota un cast che sembra uscito da un Olimpo ricostruito con sensibilità contemporanea, una combinazione quasi irreale di nomi che fanno scattare mille connessioni nerd tutte insieme. Anne Hathaway, Zendaya, Tom Holland, Lupita Nyong’o, Charlize Theron, Mia Goth, Benny Safdie, Jon Bernthal, Elliot Page e John Leguizamo compongono una squadra che non serve nemmeno presentare, perché basta leggerne i nomi per immaginare già il livello di intensità che potrebbe emergere.

E poi ci sono quei dettagli che fanno scattare l’hype vero, quello che ti porta a riguardare il trailer più volte cercando di cogliere ogni frame. La Calipso interpretata da Theron appare come una figura magnetica, ambigua, quasi aliena nella sua bellezza, mentre i Ciclopi promettono di essere qualcosa di più di semplici creature digitali, qualcosa di tangibile, coerente con l’ossessione di Nolan per la materia reale. Perché sì, anche qui ritorna la sua filosofia: se puoi costruirlo davvero, fallo davvero. Il cavallo di Troia non è una CGI elegante, è una presenza fisica, gigantesca, quasi inquietante.

Il discorso tecnico merita un attimo di pausa, perché qui si entra in territorio quasi sperimentale. Girare un intero film narrativo in IMAX non è solo una scelta estetica, è una dichiarazione di intenti, un modo per dire che il cinema deve tornare a essere esperienza immersiva totale, qualcosa che ti ingloba. Più di due milioni di piedi di pellicola, cineprese modificate, location reali sparse tra Italia, Grecia, Marocco, Islanda, Scozia e Malta, paesaggi che non fanno da sfondo ma diventano parte attiva del racconto. Il vento, la roccia, la sabbia, il mare: tutto contribuisce a costruire quella sensazione che il viaggio non sia solo geografico ma quasi esistenziale.

E qui si arriva al punto che forse rende tutto questo progetto così interessante per chi vive la cultura nerd come qualcosa di personale e profondo. L’Odissea non è una storia di mostri e dei, o almeno non solo. È una storia di identità, di perdita, di ritorno, di trasformazione. È il racconto di qualcuno che cambia talmente tanto durante il viaggio da non essere più lo stesso quando arriva a destinazione. Se ci pensi, è lo stesso schema che ritroviamo in mille anime, in videogiochi, in saghe fantasy moderne, perché quella struttura narrativa è talmente potente da essere diventata un archetipo.

Nolan sembra averlo capito perfettamente e non prova a semplificarlo, non prova a renderlo rassicurante. Al contrario, lascia che il confine tra realtà e mito resti sfocato, proprio come accadeva nei racconti originali. Le divinità esistono? Le creature sono reali? Oppure tutto passa attraverso la percezione di Odisseo, attraverso la sua mente segnata dalla guerra e dalla solitudine? Non arrivano risposte semplici, e forse è proprio questo il bello.

A questo punto la domanda viene spontanea, ed è una di quelle che probabilmente continuerà a rimbalzare tra discussioni, forum e chiacchiere tra amici: riuscirà davvero questo film a trasformare un mito antico in qualcosa di nuovo senza tradirne l’anima, o assisteremo a una reinterpretazione che dividerà come spesso accade con operazioni così ambiziose?

Perché diciamolo senza troppi giri di parole, ogni volta che qualcuno prova a mettere mano a un pilastro del genere, il rischio è altissimo. Però è proprio quel rischio a rendere tutto più interessante, più vivo, più degno di essere vissuto insieme, come succede sempre quando una storia che conosciamo da sempre prova a raccontarsi di nuovo.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più affascinante, in quello spazio sottile tra memoria e reinvenzione, tra fedeltà e tradimento creativo, un territorio che chi ama davvero il cinema e il mito non può fare a meno di esplorare, anche solo per il gusto di vedere fin dove si può arrivare questa volta.

Se hai già visto il trailer, sai esattamente di cosa sto parlando. Se non l’hai ancora fatto, probabilmente stai per farlo. E a quel punto sarà difficile non chiedersi quanto siamo pronti, oggi, a rimetterci in viaggio insieme a Ulisse.

Furiosa – A Mad Max Saga: la nascita di una guerriera

Finalmente irrompe nei cinema Furiosa, l’epico personaggio ideato da George Miller e conosciuto per la prima volta quasi dieci anni fa in “Mad Max: Fury Road“. “Furiosa: a Mad Max saga” è la pellicola prequel. Un film carico di adrenalina caratterizzato da una fotografia di altissimo livello, da scene d’azione mozzafiato e da effetti speciali dal grande impatto visivo. Un buon sonoro e le musiche sostengono il ritmo incalzante che porta ad un ottimo risultato, dato da una squadra già rodata in Mad Max: Fury Road ma che va oltre grazie alla competenza del cineasta australiano.

Il Franchise di Mad Max

Per chi non conosce il franchise il film è un ottima introduzione alle avventure ambientate in questo futuro distopico il cui personaggio principale, e protagonista delle precedenti 4 pellicole, è Mad Max. Il personaggio è stato ideato da George Miller alla fine degli anni 70 e ha visto tre pellicole tra il 1979 ed il 1985 interpretate da Mel Gibson. Nel 2015 il film “Mad Max: Fury Road” prosegue la storia del guerriero della strada, questa volta interpretato da Tom Hardy.

L’ambientazione

L’ambientazione sviluppata dal regista australiano, oggi quasi ottantenne, è quella di un futuro post apocalittico nel quale acqua e benzina scarseggiano, non c’è democrazia e la legge del più forte determina le strutture sociali.

Gli eventi si svolgono lungo la Fury Road. I signori della guerra si sono spartiti il territorio e gestiscono tre luoghi fondamentali per la sopravvivenza in un delicato equilibrio di potere.

La Cittadella è forse il luogo più importante: vi si producono ortaggi e “latte delle madri”. Il potere è detenuto da Immortan Joe, il più potente dei signori della guerra, interpretato da Lachy Hulme che va a sostituire Hugh Keays-Byrne (venuto a mancare nel 2020) che ha interpretato il ruolo nella precedente pellicola.

Bullet Farm è il luogo di produzione delle armi; fondamentalmente è la fabbrica alla quale fanno tutti riferimento.

Gas Town, luogo di produzione del carburante, invece è controllata da un altro signore della guerra che verrà sostituito a inizio film da Dementus, interpretato da Chris Hemsworth. Il personaggio dell’attore interprete di Thor da il via a tutti gli eventi che portano alla situazione che troveremo in Mad Max: Fury Road.

Furiosa: a Mad Max Saga

Questo nuovo capitolo del franchise narra di come la giovane Furiosa, qui interpretata dalla bravissima Anya Taylor-Joy, diventerà l’imperatrice guerriera che i fan del genere hanno tanto apprezzato nella pellicola del 2015, nella quale l’attrice interprete era la splendida Charlize Theron. Appena bambina Furiosa viene rapita dal Luogo Verde delle Molte Madri dagli uomini di Dementus, a capo di un gruppo di motociclisti, e che aspira ad acquisire sempre più potere. Furiosa avrà modo di scappare ma finirà nelle mani di Immortan Joe tra le cui file cresce, a seguito di una tentata fuga, fingendosi un maschio. Negli anni Furiosa si rafforza, con l’aiuto di Pretorian Jack (Tom Burke), ma il suo intento è chiaro nella sua mente e nel suo cuore: trovare il modo di vendicarsi di Dementus e tornare alla sua casa.

Nel momento in cui Dementus prende il controllo di Gas Town sconvolge gli equilibri di potere che al termine della guerra dei 40 giorni della Fury Road, così sarà ricordata la battaglia finale nella storia, vedranno il rafforzamento di Immortan Joe e la morte dello stesso Dementus per mano di Furiosa.

La Produzione di Furiosa: a Mad Max Saga

I complimenti vanno a George Miller e ad Anya Taylor-Joy per essere riusciti a trasmettere in maniera magistrale i pensieri, il carattere e la voglia di vendetta della protagonista nonostante questa abbia pochissime battute all’interno della pellicola. Altrettanti onori alla giovane attrice Alyla Browne che interpreta Furiosa da bambina. Altri complimenti allo staff creativo e tecnico che permettono il trasporto dello spettatore nel mezzo dell’azione tra inseguimenti, attacchi alla blindobotte e assedi delle fortezze post apocalittiche, tra esplosioni e acrobazie dei Figli della guerra.

La pellicola, distribuita dalla Warner Bros e prodotta dalla Village Roadshow Pictures in collaborazione con Kennedy Miller Mitchell, è stata diretta e sceneggiata da George Miller. La Fotografia è stata affidata a Simon Duggan (già vincitore di numerosi premi per il Grande Gatsby), Margaret Sixel torna al montaggio a seguito dell’Oscar per Mad Max: Fury Road come fanno anche Colin Gibson alla scenografia e Jenny Beavan ai costumi. Le musiche sono realizzate nuovamente da Junkie XL.

Durante un’intervista a George Miller sembra sia stato inserito un rapido cameo di Jacob Tamuri, stantman di Hardy in Fury Road e qui interprete proprio del guerriero della strada.

Il film è stato presentato fuori concorso il 15 Aprile a Festival di Cannes e uscirà nelle sale italiane da domani 23 maggio, con un mese di anticipo rispetto alla data inizialmente prevista.

Fast & Furious 9 – Secondo Trailer Ufficiale (Universal Pictures)

F9 è il nono capitolo di Fast & Furious, la saga che appassiona da due decenni e che ha incassato oltre 5 miliardi di dollari in tutto il mondo. Il Dom Toretto di Vin Diesel sta conducendo una vita tranquilla fuori dal giro, con Letty e suo figlio, il piccolo Brian, ma sanno che il pericolo è sempre in agguato al di là del loro pacifico orizzonte. Questa volta, una nuova minaccia costringerà Dom a confrontarsi con i peccati del suo passato, se vuole salvare coloro che più ama. La sua squadra si riunisce nuovamente per fermare un complotto a risonanza mondiale guidato dal più abile assassino e pilota ad alte prestazioni che abbiano mai incontrato: il fratello rinnegato di Dom, Jakob (John Cena, l’imminente The Suicide Squad).

 

Fast & Furious 9 vede il ritorno alla regia di Justin Lin, che ha diretto il terzo, il quarto, il quinto e il sesto capitolo della saga, quando cioè è diventata un successo globale. L’azione sfreccia in tutto il mondo, da Londra a Tokyo, dall’America centrale a Edimburgo, e da un bunker segreto in Azerbaigian alle strade brulicanti di Tblisi.

Lungo la strada, i vecchi amici risorgeranno, i vecchi nemici torneranno, la storia verrà riscritta, e il vero significato della famiglia verrà messo alla prova come mai prima d’ora. Tornano a recitare nel film Michelle Rodriguez, Tyrese Gibson, Chris “Ludacris” Bridges, Jordana Brewster, Nathalie Emmanuel e Sung Kang, al fianco delle attrici premiate con l’ Oscar® Helen Mirren e Charlize Theron.

Fanno parte del cast di Fast & Furious 9 anche la superstar premio Grammy, Cardi B, nei panni del nuovo personaggio del franchise Leysa, una donna legata al passato di Dom, e il re del Reggaeton, Ozuna, in un ruolo cameo. Fast & Furious 9 è prodotto da Neal H. Moritz, Vin Diesel, Jeff Kirschenbaum, Joe Roth, Justin Lin, Clayton Townsend e Samantha Vincent.

 

The Old Guard – La Vecchia Guardia

THE OLD GUARD 1 FUOCO DI APERTURA di Greg Rucka Leandro Fernandez

 IL FUMETTO CHE HA DATO ORIGINE ALL’OMONIMO FILM NETFLIX INTERPRETATO DA CHARLIZE THERON E LUCA MARINELLI. LA STORIA DI UN GRUPPO DI MERCENARI IMMORTALI CHE TRA SANGUE E PALLOTTOLE DOVRÀ FARE I CONTI CON L’AMORE E L’AMICIZIA

Il primo volume di The Old Guard, la “Vecchia Guardia”, edito in Italia da Panini Comics e disponibile dal 23 luglio, è la storia di due donne e di tre uomini immortali… o quasi. Andy, Nicky, Joe, Booker e Nile formano un gruppo di mercenari che operano a fin di bene, accomunati da capacità dalle origini misteriose: non invecchiano e non possono essere uccisi. Quando un ex agente della CIA affida loro l’incarico di salvare dei bambini rapiti, la situazione precipiterà rischiando di portare il loro segreto sotto gli occhi di tutti.

​A raccontare le gesta di questa “pattuglia fantasma” l’affermato scrittore Greg Rucka, famoso per Lazarus e per un acclamato ciclo di storie su Wonder Woman, e il disegnatore argentino Leandro Fernandez, al quale si deve l’incredibile realizzazione di epiche scene di battaglia. Insieme, i due danno vita a una narrazione esplosiva: un vero e proprio thriller, con scene d’azione mozzafiato e momenti introspettivi.

Dal primo volume è stata realizzata una trasposizione filmica già disponibile su Netflix, diretta da Gina Prince-Bythewood con Charlize Theron e Luca Marinelli.

 

Uscita 23 luglio 2020

Prezzo € 21

Pagine 176

Rilegatura Cartonato cucito

Formato cm 17×26

Interni A colori

Distribuzione Libreria, fumetteria, online

 

Bombshell, la voce dello scandalo

Con il Premio Oscar Charlize Theron, il Premio Oscar Nicole Kidman®, il candidato al Premio Oscar® John Lithgow e la candidata al Premio Oscar® Margot Robbie, Bombshell, da uno scandalo realmente accaduto, mostra dall’interno il più potente e controverso impero televisivo di tutti i tempi e la vicenda delle donne che hanno distrutto l’uomo che lo creò. Diretto dal vincitore di Emmy Award® Jay Roach e scritto dal Premio Oscar® Charles Randolph.

Bombshell, la voce dello scandalo, basato su fatti realmente accaduti, Bo racconta l’incredibile storia delle donne che hanno spodestato l’uomo che ha contribuito a creare il più potente e controverso impero dei media di tutti i tempi, Fox News. Uno straordinario ritratto delle scelte coraggiose di tre donne, molto differenti tra loro, che decidono di lottare contro un sistema di potere e di abusi, che vigeva indisturbato.

Protagonisti del film sono il premio Oscar® Charlize Theron, il premio Oscar® Nicole Kidman, il candidato Oscar® John Lithgow e la candidata Oscar® Margot Robbie. È diretto dal vincitore del premio Emmy® Jay Roach ed è sceneggiato dal premio Oscar® Charles Randolph.

BOMBSHELL la voce dello scandalo è una produzione Lionsgate in associazione con Creative Wealth Media e Annapurna Pictures, una produzione Bron Studios / Denver And Delilah / Gramsci / Lighthouse Management & Media.

A cena con Cersei Lannister

Nuovo appuntamento tra cucina e doppiaggio alla tavola estiva di “Porto una voce a tavola!” il format di cena e doppiaggio ideato dalla chef Emma Pilleroni. Ospite di questa serata sotto le stelle del 16 Luglio è Claudia Catani, una voce femminile molto conosciuta cha ha doppiato l’agente del FBI Dana Scully, Charlize Theron e, sopratutto Cersei Lannister di Game of Thrones, Claudia racconterà agli ospiti della chef romana aneddoti, storie e, speriamo qualche spoiler sulla nuova stagione di “Trono di spade” che sarà trasmessa il 17 Luglio!

Claudia Catani iniziò a doppiare a soli due anni e mezzo come voce italiana del nipote di Marlon Brando nel film Il Padrino. Nel corso della sua carriera ha prestato la sua voce principalmente a Gillian Anderson, Marion Cotillard, Angelina Jolie e Cameron Diaz ed è stata vincitrice nel 2006 del premio «Voce femminile dell’anno», assegnatole dai direttori del doppiaggio al Gran Galà del Doppiaggio durante il romics; nel 2010 ha vinto il premio alla carriera “Ferruccio Amendola”. Sempre nel 2010 per aver doppiato Toni Collette in United States of Tara, ha ricevuto il premio come «Miglior voce femminile protagonista per la televisione» al XIV Festival Nazionale del Doppiaggio. Nel 2014 vince il Leggio d’oro alla miglior interpretazione femminile per il doppiaggio di Angelina Jolie in Maleficent. Ha inoltre prestato voce a vari spot televisivi, tra cui Armani, Nivea, Ferrarelle, Ferrero Rocher, Magnum, Garnier, Enel, Pampers, Volvo, Mercedes-Benz e Toyota. Ha una voce da mezzo soprano e si dedica non solo al doppiaggio ma anche al mondo della musica e alla poesia. È una posturologa olistica diplomata ed è specializzata in danza contemporanea e orientale.

La cucina è di Emma Pilleroni è meravigliosa (trovate la sua pagina all’indirizzo https://www.facebook.com/emmaincucina), con prodotti del territorio e di stagione, uniti in ricette dai sapori genuini. Per questa serata del 16 Luglio, Emma ha inserito nel menu leccornie quali “lasagna bianca con pesto, fagionili e mozzarella di bufala” o la sua famosissima “cheesecake alla ricotta di pecora con fichi e miele” … piatti perfetti per gustare una cena sotto le stelle con Cersei Lannister.

Per info e prenotazioni: https://www.facebook.com/events/1705016786469606/

Mad Max Fury Road recensione: il capolavoro post apocalittico che ha rivoluzionato il cinema action

Polvere, benzina, ferraglia e follia. Continuavo a sentire il rombo dei motori pure tornando a casa, come se qualcuno avesse parcheggiato un convoglio di war rig sotto il mio palazzo. Alcuni film li guardi, altri ti attraversano addosso come un camion lanciato a tutta velocità nel deserto e ti lasciano lì, mezzo stordito, con la sensazione di aver assistito a qualcosa che il cinema action aveva dimenticato da anni. Mad Max: Fury Road non sembra nemmeno un blockbuster moderno, sembra una reliquia impazzita riemersa da una videocassetta maledetta degli anni Ottanta, un delirio metallico che ha divorato il CGI anestetizzato degli ultimi anni e gli ha sputato addosso benzina incendiata.

La cosa assurda è che la trama, raccontata così a freddo, pare semplicissima. Gente che scappa. Gente che insegue. Deserto ovunque. Eppure durante quelle due ore ti ritrovi immerso dentro un universo che sembra vivo davvero, sporco, tossico, disperato, con personaggi che parlano poco ma raccontano tutto attraverso cicatrici, sguardi, pezzi di ferro infilati nella carne e simboli dipinti sul corpo come tribù uscite da un manga postatomico. Guardando il film mi è venuto in mente quanto certi anime abbiano sempre capito il fascino della fine del mondo meglio di Hollywood. Le atmosfere di Hokuto no Ken, l’anarchia meccanica di Akira, la brutalità tribale di certi OAV cyberpunk anni Novanta. Solo che qui George Miller non copia nulla. Sembra uno che quelle immagini le aveva in testa da trent’anni e finalmente ha deciso di mostrarle senza filtri.

E poi ragazzi, che razza di regia è questa? Ogni inseguimento ha una leggibilità che ormai sembrava perduta. Nessun montaggio epilettico per nascondere stunt mediocri. Qui le auto si distruggono davvero, esplodono davvero, saltano davvero. Si percepisce il peso del metallo, la polvere che entra nei polmoni, il sudore. Ad un certo punto mi sono reso conto che stavo stringendo i braccioli della poltrona come un idiota durante una scena con i pali oscillanti dei War Boys. Roba da parco post-apocalittico creato da un fanatico del rock industriale e delle copertine degli Iron Maiden.

Il mondo di Fury Road è folle ma non casuale. Ogni dettaglio sembra nato da secoli di degrado culturale. Immortan Joe non governa solo con l’acqua, governa con il mito. Manipola i suoi guerrieri trasformandoli in fanatici suicidi pronti a morire per raggiungere il Valhalla cromato. Dentro quella massa di disperati si mescolano iconografie norrene, religione distorta, estetica da kamikaze giapponesi, gladiatori motorizzati e rituali tribali che sembrano usciti da un documentario impazzito sul collasso della civiltà. Ed è incredibile come tutto questo emerga senza spiegoni. Nessuno si ferma a raccontarti la lore come in certi fantasy moderni pieni di dialoghi enciclopedici. Qui osservi e capisci. Oppure non capisci del tutto, ma senti che quel mondo esiste anche fuori dall’inquadratura.

Tom Hardy funziona in modo stranissimo. Il suo Max è quasi animalesco, più vicino ad un sopravvissuto randagio che a un eroe classico. Borbotta, ringhia, fugge dai fantasmi della propria mente. Però più il film va avanti, più capisci che non è davvero lui il centro della storia. La vera detonazione del film è Furiosa. Charlize Theron entra in scena e praticamente si prende tutto. Non perché il film “vuole fare il personaggio femminile forte” come spesso capita nei blockbuster costruiti a tavolino, ma perché Furiosa sembra appartenere organicamente a quell’inferno. Porta addosso dolore, rabbia, speranza e una specie di ostinazione quasi mitologica. Non combatte per salvare il mondo. Combatte per conservare l’idea che un mondo diverso possa ancora esistere.

Ed è qui che Mad Max: Fury Road smette di essere solo un film d’azione. Sotto tutta quella benzina bruciata pulsa una riflessione nerissima sul controllo delle risorse, sulla manipolazione politica, sulla distruzione ambientale e persino sulla memoria. Tutti inseguono qualcosa che forse non esiste più. La Terra Verde diventa quasi un ricordo tramandato oralmente, una leggenda da custodire anche se il mondo l’ha cancellata. Una speranza irrazionale che però continua a spingere le persone avanti. Forse è questo il dettaglio che mi ha colpito di più uscendo dalla sala. Fury Road parla di esseri umani devastati che continuano comunque a cercare qualcosa di migliore, anche se il pianeta intorno a loro è ormai un cadavere coperto di sabbia.

E la colonna sonora di Tom Holkenborg è semplicemente criminale. Non accompagna le scene, le martella. Ti entra addosso come una scarica elettrica. Durante certe sequenze sembrava di stare dentro un AMV impazzito montato da un fan di Evangelion e Motörhead contemporaneamente. Ancora non riesco a togliermi dalla testa il tizio con la chitarra lanciafiamme appeso davanti agli amplificatori sul camion. Giuro, quella roba sembra partorita dalla mente di un master di gioco di ruolo cresciuto leggendo Heavy Metal e ascoltando industrial metal fino alle tre del mattino.

La parte più incredibile è che George Miller riesce a rendere poetica pure la deformità. Ogni personaggio secondario, pure quello che compare trenta secondi, sembra avere una storia assurda alle spalle. Le mogli di Immortan Joe non sono semplici “damigelle da salvare”, ma frammenti di un’umanità che prova disperatamente a sottrarsi a un sistema basato sul possesso dei corpi e delle risorse. I War Boys fanno paura e allo stesso tempo mettono tristezza. Sono bambini cresciuti dentro un culto tossico che li convince che morire schiantandosi contro un nemico sia l’unico modo per diventare qualcuno.

Ed è buffo pensare che un film con così pochi dialoghi riesca a dire molto più di tanti colossal pieni di monologhi pseudo-filosofici. Fury Road comunica attraverso il movimento, il caos, gli sguardi, il montaggio, le esplosioni, il silenzio improvviso dopo la tempesta. Cinema puro, senza stampelle.

Una sensazione che ormai capita raramente uscendo dalla sala. Di solito commentiamo effetti speciali, scene post-credit, trailer futuri. Stavolta invece mi sono ritrovato a fissare il parcheggio del multisala pensando a quanto sia raro vedere un blockbuster con un’identità così feroce, così sporca, così sinceramente folle. E forse è proprio questo il punto. Mad Max: Fury Road non vuole rassicurarti. Vuole trascinarti dentro una tempesta di sabbia e lasciarti lì, mezzo accecato, mentre in lontananza senti ancora i motori.

E adesso sono curioso di capire una cosa. Sono io che sto ancora delirando dopo la proiezione oppure abbiamo davvero assistito a qualcosa destinato a restare scolpito nella memoria nerd per parecchio tempo?

Tu chiamami Peter

Questione spinosa e vecchia quanto vecchio è il cinema: chi è l’attore dietro la maschera? C’è un uomo, o un attore è soltanto i suoi personaggi? Il tema è stato già trattato, ma stavolta il pirandelliano dilemma riguarda uno degli attori più grandi ed eclettici che il cinema ci abbia mai regalato, l’indimenticabile Peter Sellers. Il film è riuscito solo a metà, perché se riesce nel suo intento di descrivere il travaglio interiore dell’attore, la sceneggiatura troppo spesso scade nel melodramma, al punto di risultare in alcuni passaggi apologia del dolore introspettivo, a scapito della carriera di Sellers, ridotta a mero elenco, e della caratterizzazione approssimativa dei personaggi di contorno, come testimoniano le “macchiette” Blake Edwards e Stanley Kubrick.

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