Una libreria polverosa nel cuore di Soho, una Bentley nera che sfreccia per Londra ascoltando i Queen come se fosse rimasta intrappolata in un loop cosmico, un angelo troppo umano per essere davvero celestiale e un demone che, sotto gli occhiali scuri e il sarcasmo da rockstar decadente, finisce per amare l’umanità molto più di quanto sarebbe disposto ad ammettere. Bastano poche immagini per capire perché Good Omens sia diventata qualcosa di enormemente più grande di una semplice serie fantasy targata Prime Video. Per tanti di noi è stata una specie di rifugio emotivo travestito da commedia apocalittica, una storia capace di parlare di fede, identità, amicizia, amore, perdita e libero arbitrio senza mai perdere quell’ironia britannica assurda e irresistibile che sembra uscita da una collisione tra Doctor Who, Monty Python e una convention nerd piena di cosplayer che discutono animatamente davanti a uno stand di tè e biscotti.
L’anima di tutto, ovviamente, nasce dall’incontro quasi magico tra Neil Gaiman e Terry Pratchett, due autori che nel 1990 avevano già capito perfettamente quanto il fantasy potesse diventare satira sociale, racconto esistenziale e dichiarazione d’amore verso le imperfezioni umane. Buona Apocalisse a tutti! non era soltanto un romanzo cult: era un modo diverso di osservare il rapporto tra bene e male, quasi una gigantesca presa in giro delle gerarchie assolute. E la serie televisiva, diretta da Douglas Mackinnon, ha avuto il merito rarissimo di non tradire mai quello spirito, anzi di amplificarlo attraverso una messa in scena che sembra continuamente oscillare tra il grottesco e il poetico.
Il merito più grande appartiene senza dubbio alla coppia formata da David Tennant e Michael Sheen, perché Crowley e Aziraphale funzionano ben oltre la scrittura. Funzionano negli sguardi, nelle pause, nei silenzi assurdi davanti a una tazza di tè, nelle litigate che sembrano divorzi cosmici e nelle riconciliazioni che ricordano certe amicizie lunghissime nate ai tempi dell’università e sopravvissute a traslochi, relazioni tossiche, crisi lavorative e gruppi WhatsApp pieni di meme. La cosa incredibile è che Good Omens riesce a rendere epica perfino una conversazione dentro una libreria. Anzi, soprattutto quella.
La prima stagione resta ancora oggi una delle operazioni di adattamento più riuscite degli ultimi anni. Non solo perché segue il romanzo con una fedeltà quasi commovente, ma perché riesce a espanderlo senza snaturarlo. L’Apocalisse imminente, l’Anticristo scambiato alla nascita, Adam Young che cresce come un ragazzino normalissimo invece che come il distruttore definitivo dell’umanità, i Cavalieri dell’Apocalisse reinventati in chiave moderna… tutto funziona grazie a quell’equilibrio delicatissimo tra assurdo e quotidiano. Guerra sembra uscita da una sfilata dark post-punk londinese, Inquinamento prende il posto di Pestilenza come se il mondo contemporaneo avesse aggiornato i propri mostri, e intanto Crowley e Aziraphale cercano disperatamente di evitare la fine del mondo perché, banalmente, si sono affezionati alla Terra. Al sushi. Ai libri rari. Alla musica. Al vino. Alle persone.
Ed è qui che Good Omens smette davvero di essere “solo” fantasy. Perché sotto la facciata ironica parla continuamente di identità e appartenenza. Crowley non si sente davvero parte dell’Inferno, Aziraphale non riesce più a obbedire ciecamente al Paradiso, e questa frattura li rende profondamente umani pur non essendolo affatto. Da appassionata cronica di Doctor Who, ammetto che osservare Tennant giocare ancora una volta con quel mix di malinconia, ironia e caos emotivo è stato quasi terapeutico. Alcuni riferimenti alla serie BBC sono così evidenti da sembrare piccoli regali lasciati ai fan lungo il percorso. La cravatta di Newton Pulsifer richiama apertamente la sciarpa del Quarto Dottore di Tom Baker, la sigla sembra flirtare con certe follie visive whovian e poi arriva quella citazione “Exterminate!” che per qualunque nerd cresciuto tra Dalek e TARDIS provoca automaticamente un sorriso.
E poi diciamolo: vedere Tennant dentro una serie che parla di Apocalisse, paradossi morali e caos cosmico senza pensare al Decimo Dottore è praticamente impossibile. Anche perché Douglas Mackinnon aveva già collaborato con lui proprio su Doctor Who. Tutto sembra legato da una specie di filo invisibile della cultura geek britannica, quella capace di rendere poetica persino la fine del mondo.
La seconda stagione ha cambiato completamente tono, e forse è stato inevitabile. Non aveva più il romanzo originale a fare da mappa precisa e quindi ha dovuto costruire qualcosa di più emotivo, più intimo, quasi più fragile. Molti fan volevano semplicemente ritrovare Crowley e Aziraphale insieme, immersi nelle loro routine assurde, nei battibecchi eterni e in quell’alchimia impossibile da replicare. E la stagione gioca esattamente su questo desiderio, trasformando Soho in uno spazio sospeso fuori dal tempo dove gli angeli possono bere cioccolata calda, i demoni salvare librerie e gli esseri umani innamorarsi sotto insegne luminose che sembrano uscite da un vecchio quartiere queer londinese sopravvissuto alla gentrificazione.
Sul tema della relazione tra Crowley e Aziraphale si è discusso per anni praticamente ovunque: Tumblr, Reddit, TikTok, convention, gruppi Telegram, forum pieni di fanfiction chilometriche scritte alle tre di notte. E sinceramente trovo bellissimo che una serie fantasy abbia generato un dibattito così acceso sul modo in cui rappresentiamo l’amore, l’identità e i legami emotivi. Personalmente ho sempre visto i due come anime profondamente intrecciate prima ancora che come una coppia romantica nel senso tradizionale del termine. Due esseri eterni che hanno attraversato millenni insieme finiscono inevitabilmente per diventare qualcosa che supera le categorie umane. Però il bacio finale della seconda stagione ha avuto un impatto emotivo enorme perché rompeva finalmente quella paura tipica di tanta serialità fantasy contemporanea: lasciare tutto nel vago per non compromettersi davvero.
Per anni il fandom queer si è sentito preso in giro da serie che suggerivano relazioni LGBTQ+ senza mai renderle canoniche. Good Omens ha scelto invece di esporsi apertamente, e lo ha fatto senza trasformare il momento in fanservice sterile. Quel bacio è disperato, doloroso, quasi catastrofico. Non è costruito per “accontentare Internet”, ma per raccontare due creature che non riescono più a ignorare ciò che provano. E la reazione collettiva online è stata qualcosa di incredibile da osservare. Gente che piangeva in live reaction, artisti che pubblicavano fanart a raffica, fan storici del romanzo che si confrontavano con nuovi spettatori arrivati tramite TikTok o gli edit musicali.
La cosa che continuo ad amare profondamente della serie, però, è che l’inclusività non appare mai artificiale. Personaggi queer, personaggi non binari, persone disabili, identità differenti: tutto esiste semplicemente perché il mondo è fatto così. Nessuno deve “giustificare” la propria presenza narrativa. E in un fantasy televisivo moderno questa resta purtroppo ancora una rarità enorme. Pensavo spesso a quanto sia assurdo che universi pieni di draghi, magia e viaggi dimensionali abbiano per anni avuto paura di mostrare persone queer o disabili come parte naturale del racconto. Good Omens invece lo fa con una semplicità quasi disarmante.
Poi è arrivata la terza stagione. O meglio, il finale definitivo di questa storia lunga seimila anni. E qui confesso di aver avuto sentimenti molto contrastanti, proprio come succede con certe saghe che ami profondamente e che finiscono per lasciarti addosso contemporaneamente gratitudine e malinconia. Da una parte il finale possiede una bellezza filosofica potentissima. L’idea che l’universo possa andare avanti senza Paradiso né Inferno, senza un piano prestabilito, lasciando finalmente all’umanità il peso e il privilegio del libero arbitrio assoluto, è qualcosa di incredibilmente coerente con l’anima della serie. Good Omens ha sempre raccontato esseri soprannaturali che imparavano ad amare gli esseri umani più degli stessi sistemi divini che avrebbero dovuto proteggerli.
Dall’altra parte, però, quel senso di cancellazione cosmica lascia addosso un vuoto strano. Perché la serie ci aveva insegnato che ogni vita, ogni emozione, ogni incontro avesse un significato semplicemente per il fatto di essere esistito. E allora l’idea che tutto possa dissolversi fino a non essere mai accaduto davvero fa male. Tantissimo. Non è soltanto malinconia narrativa: è una riflessione quasi brutale sulla memoria, sul tempo e sulla paura umanissima di sparire.
Forse è proprio questo che rende Good Omens così speciale nella televisione fantasy contemporanea. Non parla davvero di angeli e demoni. Parla di noi. Della paura di restare soli, del desiderio disperato di essere amati, della sensazione che la vita sia assurda e incomprensibile ma comunque preziosa. Parla di amicizie che resistono al tempo, di persone che si scelgono anche quando il mondo intorno pretende il contrario, di esseri imperfetti che trovano conforto in una libreria, in una cena condivisa, in una canzone ascoltata troppe volte in macchina.
E forse è per questo che Crowley e Aziraphale continuano a sembrarci così reali. Perché in fondo li conosciamo già. Sono quella coppia di amici inseparabili che litigano da anni ma non riescono davvero ad allontanarsi. Sono i fandom che si ritrovano online alle due del mattino per discutere di un dettaglio nella sigla. Sono gli spettatori che cercano storie capaci di farli sentire meno soli dentro un universo sempre più caotico.
Ed è strano pensare che una serie sull’Apocalisse sia riuscita a diventare, per tanti di noi, una delle storie più profondamente umane degli ultimi anni. Forse perché le grandi narrazioni fantasy funzionano proprio così: parlano di mondi impossibili per aiutarci a sopravvivere al nostro. E sinceramente continuo a credere che, da qualche parte tra le strade di Soho e una Bentley piena di cassette dei Queen trasformate magicamente in greatest hits, Crowley e Aziraphale stiano ancora discutendo davanti a una tazza di tè su quanto gli esseri umani siano complicati, ridicoli e incredibilmente adorabili.








