Parlare di Willow significa aprire una fessura luminosa nella memoria collettiva di chi è cresciuto a pane, VHS e spade incantate. Il film del 1988 non è stato soltanto un fantasy d’avventura, ma un vero rito di passaggio per un’intera generazione che ha imparato a sognare tra magie imperfette, eroi improbabili e un’ironia capace di alleggerire anche la battaglia più disperata. Proprio per questo, quando l’universo di Willow è tornato al centro dell’attenzione negli ultimi anni, le aspettative erano altissime. E proprio per questo la delusione è stata altrettanto sonora.
Il lungometraggio originale, Willow, nasceva da una combinazione quasi alchemica: la regia solida di Ron Howard, la visione fiabesca di George Lucas e una storia che riusciva a essere epica senza mai prendersi troppo sul serio. Willow Ufgood, contadino Nelwyn con ambizioni da mago, non era il classico prescelto granitico, ma un protagonista fragile, ostinato, umano. Accanto a lui brillava Madmartigan, spadaccino canaglia dal sorriso beffardo, figura diventata iconica ben oltre il film stesso. Quel mix di avventura, umorismo e magia aveva un’identità precisa, riconoscibile, figlia diretta del fantasy anni Ottanta. Quando Disney+ ha deciso di riportare Willow sullo schermo con una serie ambientata vent’anni dopo, il ritorno di Warwick Davis sembrava la promessa di un ponte ideale tra passato e presente. La produzione, affidata a Lucasfilm e Imagine Entertainment, puntava a espandere il mondo narrativo, introducendo nuovi personaggi e tematiche più moderne. Sulla carta tutto funzionava. Sullo schermo, però, qualcosa si è incrinato. La serie ha scelto toni, ritmi e dialoghi che molti fan storici hanno percepito come distanti dallo spirito originale, quasi appartenenti a un altro universo fantasy. Il risultato è stato un affetto tiepido, quando non apertamente critico, culminato nella cancellazione dopo una sola stagione.
Ed è proprio da quella frattura emotiva che nasce una delle storie più interessanti degli ultimi anni per chi ama il fantasy indipendente. Lontano dai grandi studi e dai budget faraonici, un gruppo di produzioni italiane ha deciso di fare ciò che spesso i colossi dimenticano: ascoltare i fan. Nuovo Sole, Bottega IW e Dream Factory Studio hanno unito competenze, passione e ostinazione per dare vita a una webseries che non rincorre l’attualizzazione forzata, ma abbraccia con orgoglio l’eredità del fantasy classico. Il progetto si intitola Willow and the Quest for Madmartigan e fin dal primo episodio chiarisce le proprie intenzioni: omaggiare, non riscrivere.
La regia è affidata a Elena D’Atri, autrice che arriva dal mondo degli anime, dei manga e delle produzioni derivate, con una sensibilità visiva che si sposa perfettamente con l’immaginario pop. Il suo approccio non cerca di imitare pedissequamente il film del 1988, ma di recuperarne il tono, quella leggerezza avventurosa capace di convivere con il pericolo. La webseries si propone come un sequel alternativo, ignorando gli eventi della serie Disney e costruendo un nuovo percorso narrativo coerente con la mitologia originale.
Al centro della storia troviamo Lugh, figlio di Madmartigan e Sorsha, interpretato da Carlo Grotti Trevisan. Il personaggio eredita il carisma e l’irrequietezza del padre, ma deve fare i conti con un’ombra ingombrante, quella di un eroe diventato leggenda. Trevisan non è un volto sconosciuto per chi segue il panorama delle produzioni web italiane: la sua esperienza in Saint Seiya Rebirth, una delle serie italiane più viste all’estero, si percepisce nella sicurezza con cui affronta un ruolo tanto carico di aspettative.
Accanto a lui spicca Lexy Oliver, atleta e attrice brasiliana, nei panni della guerriera Ayla. Il primo episodio ruota proprio attorno a lei, introducendo una figura femminile che unisce fisicità, mistero e un passato ancora tutto da svelare. Il villain Zane prende forma grazie a Giuseppe Joel Mastroianni, maestro d’armi e stuntman, che porta in scena combattimenti credibili e una presenza minacciosa mai sopra le righe. Il mentore dei protagonisti, Fionn, è interpretato da Gianluca Conti, volto noto di cinema e teatro, visto di recente anche in Romulus. Conti figura anche tra i produttori, a conferma di un coinvolgimento che va oltre la semplice interpretazione. Completa il cast Denise Camporesi nel ruolo della maga Selene, personaggio legato a doppio filo alla figura di Bavmorda e alle ombre del passato.
Uno degli aspetti più affascinanti della webseries è l’uso delle location italiane. Il Castello di Gradara, con le sue mura cariche di storia, diventa uno scenario perfetto per intrighi e duelli. Il Lago di Bracciano offre paesaggi sospesi tra realtà e leggenda, mentre il Bosco della Ficuzza e il Parco Naturale di Monte San Bartolo contribuiscono a costruire un mondo credibile, lontano anni luce dai set digitali anonimi. Gli effetti speciali realizzati da Dream Factory Studio non cercano lo spettacolo fine a sé stesso, ma supportano la narrazione con creature e magie integrate nel contesto. A completare l’atmosfera arriva la colonna sonora di Marco Werba, che rilegge con rispetto alcuni temi del film originale firmati da James Horner, affiancandoli a nuove composizioni ispirate al fantasy anni Ottanta. Il risultato è un tappeto musicale che accompagna l’avventura senza sovrastarla, evocando immediatamente quel senso di meraviglia che molti credevano perduto.
Willow and the Quest for Madmartigan non è soltanto una webseries, ma una dichiarazione d’amore verso un modo di fare fantasy che mette al centro i personaggi, il viaggio e la passione. In pochi minuti riesce a ricordare perché Willow è rimasto nel cuore di tanti spettatori e dimostra che il cinema indipendente, quando nasce dall’ascolto e dal rispetto, può colmare vuoti lasciati dalle grandi produzioni. Ora la palla passa alla community. Questa nuova avventura saprà diventare il capitolo che aspettavamo da anni? La discussione è aperta, come ogni buona leggenda che si rispetti.
