Un certo tipo di energia la riconosci subito, anche se hai visto decine di fiere, anche se hai passato anni tra padiglioni che odorano di plastica nuova, carta stampata e cavi HDMI caldi, anche se hai ancora negli occhi i primi Lucca Comics vissuti da ragazzino quando il cosplay era quasi un atto di coraggio e non una lingua condivisa. Torino, stavolta, ha fatto qualcosa di diverso, e non è solo una questione di numeri — anche se quei venticinquemila e passa ingressi fanno rumore, eccome — ma di sensazione diffusa, quella strana combinazione tra debutto e déjà-vu che ti fa pensare “ok, qui sta nascendo qualcosa che non è un fuoco di paglia”.
Lingotto Fiere ha respirato come respirano i posti quando diventano temporaneamente altro da sé, una specie di portale dove il presente della cultura pop si mescola senza imbarazzo con tutto quello che ci portiamo dietro da anni, dalle pile di manga consumati sul comodino alle nottate passate su server multiplayer quando ancora il ping era una bestemmia più che una statistica. E questa prima edizione di Be Comics! Be Games! Torino ha giocato proprio su quel filo sottile: non spiegare la cultura nerd, ma lasciarla accadere, farla vivere attraverso chi la attraversa ogni giorno.
Passeggiare tra gli stand significava muoversi dentro un ecosistema che non prova più a giustificarsi, e questa è forse la conquista più evidente rispetto a qualche anno fa. Gli editori storici convivevano con realtà più giovani senza quella distanza un po’ snob che ogni tanto si respirava in passato, e vedere file davanti agli autori europei, sentire parlare di tavole, di sceneggiature, di influenze tra fumetto americano, francese e giapponese con la stessa naturalezza con cui si commenta una patch di gioco, racconta molto più di qualsiasi comunicato ufficiale.
Poi ci sono i volti, quelli che per una generazione sono diventati punti di riferimento tanto quanto lo erano gli attori dei blockbuster anni Novanta per chi, come me, è cresciuto a cavallo tra VHS e primi forum. Incontrare creator, streamer, cosplayer internazionali non è più il momento “extra”, è parte integrante del rito, un passaggio quasi obbligato in cui il digitale prende corpo e si lascia attraversare da strette di mano, selfie, chiacchiere veloci che però restano. Ed è curioso pensare a come siamo arrivati qui: da un web pionieristico, un po’ anarchico, fino a questa dimensione ibrida in cui chi crea contenuti online diventa catalizzatore fisico di community reali.
Il gaming, inutile girarci intorno, resta una delle colonne portanti di questo tipo di manifestazioni, ma quello che colpisce è il modo in cui viene vissuto. Non più solo competizione o dimostrazione tecnica, ma spazio condiviso, quasi sociale, dove la partita è solo il pretesto per stare insieme. Le aree freeplay, le sfide improvvisate, le urla che partono quando qualcuno piazza una giocata assurda su titoli che ormai sono linguaggio comune, tutto contribuisce a creare quella sensazione di appartenenza che spesso manca fuori da questi contesti.
Eppure, ridurre tutto a fumetti e videogiochi sarebbe un errore da principianti. Il cosplay, per esempio, non è più soltanto esibizione, è narrazione visiva, identità scelta e costruita, e a Torino si è visto chiaramente quanto questo linguaggio sia ormai maturo. Costumi sempre più curati, performance che mescolano teatro, danza, cultura pop globale — e qui entra in gioco anche l’influenza del K-pop, che non è più una nicchia ma una forza trainante capace di portare sul palco energia, coreografie e un tipo di partecipazione collettiva che ricorda quasi i concerti.
Interessante anche la dimensione più riflessiva che si è insinuata tra un evento e l’altro, senza mai diventare pesante. Il fumetto trattato come forma d’arte complessa, la discussione sulla rappresentazione, l’incontro tra media diversi che si contaminano continuamente… tutte cose che fino a qualche anno fa restavano ai margini e che oggi invece trovano spazio senza dover abbassare il volume per non disturbare.
E poi c’è un aspetto che, personalmente, considero fondamentale e che qui non è stato messo in un angolo per fare bella figura: l’inclusione. Non come slogan, ma come esperienza concreta. L’idea di costruire spazi che permettano davvero a tutti di partecipare, di capire, di mettersi nei panni degli altri, racconta molto della maturità raggiunta da questo tipo di eventi. Perché se la cultura nerd ha sempre avuto dentro di sé una certa apertura mentale, vederla tradotta in pratiche reali, tangibili, è un segnale che non passa inosservato.
Torino, da questo punto di vista, era una scommessa interessante. Città con una forte identità culturale, abituata a dialogare con il design, con l’arte, con una certa idea di innovazione che non fa troppo rumore ma lascia tracce profonde. Portare qui un format come Be Comics! Be Games! significava misurarsi con un pubblico attento, non necessariamente “di settore”, e il fatto che la risposta sia stata così ampia dice qualcosa di preciso: la cultura pop, quella vera, non è più un recinto.
E allora viene naturale guardare avanti, anche se in realtà la sensazione è che questo percorso sia già iniziato da un po’. Le date fissate per i prossimi appuntamenti non suonano come semplici repliche, ma come tappe di un’evoluzione che prova a consolidarsi senza perdere quella spontaneità che ha reso questa prima edizione così viva. Natale 2026, primavera 2027, il ritorno a Padova… tutto sembra muoversi lungo una traiettoria che punta a costruire continuità, cosa non banale in un panorama dove gli eventi spesso nascono e scompaiono con la stessa velocità.
Resta una domanda, però, di quelle che non si risolvono con un numero o con un comunicato: quanto di tutto questo riuscirà a restare anche fuori dai padiglioni? Perché la vera sfida, oggi, non è organizzare una fiera di successo, ma trasformarla in qualcosa che continui a vivere nelle conversazioni, nei progetti, nelle community che si portano a casa un pezzo di quell’esperienza.
E forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante, quella che non si vede nelle foto ufficiali ma nei commenti, nei thread, nelle storie condivise nei giorni dopo. Se eri lì, sai di cosa parlo. Se non c’eri, probabilmente stai già pensando se recuperare alla prossima occasione.
Poi oh, parliamone davvero: voi come l’avete vissuta? Perché certe vibrazioni — sì, quelle vere, non quelle da slogan — si capiscono solo mettendo insieme più punti di vista, ed è lì che tutto diventa ancora più interessante.



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