In certi momenti della storia del fandom succede qualcosa che manda in corto circuito il cervello, fa spalancare gli occhi e costringe a una pausa catartica in cui l’unica reazione possibile è una risata incredula seguita da un “finalmente”. È successo oggi, quando Netflix ha ufficializzato ciò che milioni di gamer e appassionati aspettavano da anni: l’universo narrativo di Assassin’s Creed avrà una nuova vita in carne e ossa, una serie live-action che promette di riaccendere la fiamma degli Assassini. E a guidare questo nuovo viaggio ci sarà lui, Toby Wallace, il volto magnetico di Euphoria, The Society e Bikeriders.
La scelta di Wallace come co-protagonista non è un dettaglio da casting: è un’impronta, un marchio iniziale, un segnale preciso di tono, estetica e direzione. Perché Wallace appartiene a quella generazione di attori capaci di portare sullo schermo un mix letale di fragilità e inquietudine, due qualità perfette per addentrarsi in un mondo dove memoria genetica, colpa, eredità e destino si intrecciano come l’elica di un DNA.
Netflix non ha ancora svelato l’identità del suo personaggio, e già questo basterebbe a incendiare i thread delle community italiane su Telegram, Discord e Reddit. L’unica certezza è che avrà un ruolo centrale in una storia diversa dai giochi, ma intrisa dello stesso conflitto millenario tra Assassini e Templari, un duello ideologico che ha attraversato secoli, imperi, rivoluzioni, regni e crepuscoli.
Ed è proprio qui che la notizia diventa ancora più affascinante: le riprese inizieranno in Italia nel 2026. Non semplice location scenografica, ma luogo narrativo. La tradizione europea di Assassin’s Creed torna così a incrociare quella italiana, un ritorno spirituale alle atmosfere di Ezio Auditore, Firenze, Venezia e Roma. Ancora non è chiaro se la serie si ambienterà in epoca rinascimentale, barocca, medievale o moderna, ma l’idea che i tetti, le pietre, le piazze e i vicoli italiani diventino nuovamente scenario di parkour, complotti e lame celate ha già fatto tremare di nostalgia i fan più longevi.
Dietro il progetto ci sono due showrunner dal curriculum talmente robusto da mettere chiunque a proprio agio: Roberto Patino, che ha già lavorato su Westworld, Sons of Anarchy e DMZ, e David Wiener, noto per la sua esperienza su Halo, Homecoming e The Killing. Due creatori che non hanno mai avuto paura di esplorare mondi complessi, moralmente ambigui e tecnicamente ambiziosi. Hanno dichiarato apertamente di sentirsi “onorati ed eccitati” di poter mettere mano a un franchise che non è un semplice videogioco, ma un ecosistema narrativo stratificato, un universo espanso che da quasi vent’anni parla di libertà, verità nascoste e rivoluzioni silenziose.
Non è un caso che Ubisoft sia coinvolta direttamente attraverso la sua divisione Film & Television, con figure come Gerard Guillemot, Margaret Boykin, Austin Dill, Genevieve Jones e Matt O’Toole pronte a garantire che il DNA della saga venga rispettato. Dopo l’adattamento cinematografico del 2016, accolto con entusiasmo tiepido e un po’ di frustrazione, questa collaborazione sembra costruita per non ripetere gli errori del passato.
Netflix, negli ultimi anni, ha dimostrato di saper maneggiare con cura le trasposizioni videoludiche, come dimostrano produzioni acclamate quali Castlevania, Cyberpunk: Edgerunners e l’altissimo livello di qualità mostrato da Arcane. Assassin’s Creed arriva dunque in un momento storico perfetto, in cui la piattaforma sembra aver trovato un equilibrio tra fanservice, dignità narrativa e autorevolezza visiva.
La serie punterà – secondo le prime indiscrezioni – a un tono maturo, cupo, pieno di tensione morale. Non ci saranno eroi stucchevoli né antagonisti caricaturali, ma personaggi consumati dal dubbio, intrappolati tra verità divergenti e memorie non loro. Si parlerà di controllo, manipolazione, libero arbitrio, fanatismo, eredità, paura del cambiamento. Sono gli stessi temi che hanno reso immortale la saga videoludica, perché chiunque abbia giocato un capitolo di Assassin’s Creed conosce quella sensazione di essere contemporaneamente il protagonista e un semplice ingranaggio di una storia molto più grande.
E poi c’è lei: l’Italia. Le nostre piazze, i nostri porti, i nostri castelli, le nostre chiese e i nostri paesaggi. È impossibile non immaginare Wallace correre sui tetti di una città italiana, fendere la luce dorata di un tramonto mediterraneo, ritrovare indizi perduti nelle pieghe del tempo.
La serie non adatterà nessun capitolo esistente, ma potrebbe pescare liberamente da epoche diverse, creando un mosaico storico nuovo e imprevedibile. Una tela narrativa ampia, forse cross-temporale, forse multigenerazionale, forse affine all’architettura di Assassin’s Creed Odyssey o Origins, ma con un taglio realistico, fisico, concreto.
C’è una domanda che aleggia su tutto: quanto sarà diversa la serie dai videogiochi? Patino e Wiener sembrano voler creare una storia nuova senza tradire lo spirito originale. E questo apre uno scenario interessantissimo: un prodotto autonomo, capace di sorprendere anche chi conosce ogni simbolo, ogni ordine occulto, ogni pezzo dell’Isu.
Toby Wallace, dal canto suo, si trova davanti alla più grande occasione della sua carriera. Diventare un Assassino – o un Templare, o entrambi, o nessuno dei due – è una responsabilità narrativa enorme. Significa incarnare un’eredità audiovisiva che va oltre il mondo dei videogiochi e che parla al cinema, all’arte, alla storia, alla filosofia.
E mentre Netflix rafforza la sua ambizione di trasformare Assassin’s Creed in un franchise seriale di punta, i fan italiani non possono che guardare questo progetto con un misto di eccitazione e orgoglio. Perché parte delle riprese avverrà qui. Perché la saga, in fondo, ci è sempre appartenuta un po’. Perché l’Animus, quando si accende, non è solo un viaggio nella memoria: è un viaggio dentro noi stessi.
Ora non resta che attendere nuovi annunci sul cast, le prime immagini dal set e una data di uscita che, inevitabilmente, entrerà nel calendario dei fan come una sorta di festività laica.
Quando la lama celata si aprirà per la prima volta sullo schermo, ci ricorderà perché, dopo quasi vent’anni, il Credo continua a chiamare. E noi rispondiamo sempre.
