Quando un romanzo ti afferra dalla primissima riga e ti trascina in un Ottocento parallelo, sporco di fuliggine, febbre e presagi siderali, capisci che stai entrando in uno di quei mondi narrativi capaci di restare addosso. Nella neve, nella polvere, nel vento, il nuovo lavoro di Paolo Aresi pubblicato nella collana Odissea Fantascienza, è esattamente quel tipo di viaggio: non un semplice racconto, ma un attraversamento. Una ferita aperta sul continente europeo, un’eco di paure modernissime filtrate attraverso estetica vittoriana e suggestioni proto-fantascientifiche.
Leggendo le prime pagine, sembra quasi di scorgere il vapore delle locomotive mescolarsi alla nebbia delle nostre inquietudini contemporanee. Perché questa storia ambientata nel 1890 parla al 2025 con una lucidità che fa impressione. E lascia un brivido lungo la schiena, di quelli che solo la buona fantascienza sa generare.
Un continente che cade a pezzi, un ragazzo che si rifiuta di cedere al destino
L’Europa che Aresi costruisce è una creatura ferita: frontiere serrate, governi nel caos, la guerra che non è un fulmine ma un rumore sordo e continuo, una malattia endemica che attraversa mari e montagne come un’entità viva e inarrestabile. Un mondo dove perfino le notizie viaggiano male, distorte, lente, come se la realtà stessa fosse diventata un territorio instabile.
Dentro questo scenario disturbante e ipnotico, si muove Pietro, giovane italiano che vive a Londra e che riceve un colpo inaspettato: la notizia della morte della sua Angela. Una notizia che non accetta. Non del tutto. Non fino in fondo. Perché la sua fede – tanto incerta quanto affascinante – nella teoria dell’“inconscio cosmico” gli suggerisce che da qualche parte, oltre la coltre di dolore, esiste ancora una possibilità di verità.
Ed è qui che il romanzo cambia pelle. Da racconto di lutto diventa odissea. Da intimità si apre alla grande avventura. Un viaggio impossibile attraverso un continente che sembra un enorme organismo in decomposizione, dove il gelo, la polvere e il vento non sono semplici fenomeni atmosferici, ma presenze che graffiano i personaggi e li modellano, quasi fossero spiriti di un pantheon dimenticato.
Steampunk all’italiana, con una marcia visionaria che profuma di protofantascienza
Aresi non si limita a reinterpretare l’estetica steampunk: la viviseziona, la ricuce, la innesta su suggestioni storiche che profumano di Salgari, di Verne, ma anche di quel filone fantascientifico italiano che troppo spesso dimentichiamo di avere avuto. Il romanzo dialoga con quella tradizione senza nostalgia, sfruttandone invece il potenziale immaginifico.
E mentre Pietro attraversa l’Europa, qualcosa incombe dall’alto. Qualcosa che sfugge ai telescopi, ma non ai sussurri dell’epoca. Giovanni Schiaparelli parla di luci provenienti da Marte: segnali enigmatici, forse messaggi, forse errori di osservazione, forse il preludio a un contatto che la nostra specie non è pronta a decifrare.
Il romanzo gioca sull’ambiguità meravigliosa della fantascienza primordiale: quella fase in cui tutto era ancora possibile, in cui l’universo era un’immensa lavagna di misteri e gli scienziati non erano solo studiosi, ma esploratori del possibile. Uno spirito che, in tempi in cui parliamo ogni giorno di AI, viaggi spaziali privatizzati e nuove pandemie, risuona incredibilmente attuale.
Un autore che attraversa i generi come Pietro attraversa l’Europa
Aresi porta con sé una sensibilità narrativa maturata in anni di esplorazioni letterarie. Dalla fantascienza glaciale di Oberon ai viaggi intimi de L’amore al tempo dei treni perduti, dalle epopee sovietiche di Korolev ai mondi post-apocalittici, ogni suo libro sembra dialogare con il precedente pur andando in direzioni sempre diverse.
In Nella neve, nella polvere, nel vento ritroviamo quell’alchimia rara tra rigore scientifico e malinconia poetica, tra avventura e riflessione, tra storia e visionarietà. È come se ogni sua opera costruisse una parte di una costellazione più ampia, una mappa stellare personale che permette ai lettori di orientarsi attraverso temi, ossessioni, paure e desideri che parlano della condizione umana prima ancora che della fantascienza.
Un romanzo che non ti lascia fermo: né come lettore, né come persona
L’effetto più sorprendente di questo libro è il suo ritmo. Aresi non concede tregua. Ogni capitolo cambia temperatura, intensità, prospettiva. L’Europa che descrive sembra a un passo dalla disfatta, eppure pulsa ancora di un’energia primordiale; un’energia che spinge Pietro a non arrendersi.
Durante la lettura si ha la sensazione di essere su un treno sbuffante, lanciato a tutta velocità attraverso paesaggi che mutano in continuazione. Un momento sei tra cumuli di neve che sembrano voler inghiottire le città. Un attimo dopo sei tra nuvole di polvere e febbre, mentre i confini geografici si deformano come in un incubo lucidissimo.
E quando emergono i segnali misteriosi da Marte, tutto si apre. Tutto diventa cosmico. Tutto si fa domanda.
Perché leggerlo oggi
Perché in un mondo che oscilla tra emergenze globali, confini che tornano rigidi e incertezze sanitarie che non abbiamo ancora completamente elaborato, questo romanzo ci regala un modo diverso di guardare allo smarrimento. Lo rende epico. Lo rende narrabile. Lo rende affrontabile.
E ci ricorda che dietro ogni grande storia di fantascienza c’è un essere umano che, nonostante tutto, sceglie di credere nella possibilità del ritorno. O del riscatto. O, semplicemente, della verità.
Un finale che non chiude, ma spalanca
Arrivati all’ultima pagina, non si ha la sensazione di aver completato un viaggio. Si ha la sensazione di averne iniziato uno nuovo. Aresi costruisce un romanzo che si legge come un cammino interiore mascherato da avventura steampunk, lasciando il lettore con quella fame di senso e quella voglia di continuare a parlarne che solo le opere migliori sanno generare.
E ora, community, tocca a voi.
Vi ha incuriosito questa Europa steampunk? Vi affascina l’idea dei segnali marziani nella fantascienza ottocentesca? O volete raccontarmi le vostre letture preferite di proto-sci-fi?
Scrivetelo nei commenti: come sempre, il bello di queste storie è discuterne insieme.
