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Ed & Lorraine Warren. I demonologi e ricercatori del paranormale che hanno ispirato la saga di The Conjuring

Nel panorama multiforme della cultura nerd e geek, pochi nomi risuonano con l’eco mistica e cinematografica dei Warren. Ed e Lorraine Warren non sono semplici figure storiche o protagonisti di cronache dimenticate; sono archetipi, un vero e proprio mito culturale che ha saputo fondere il fascino del folklore gotico con la potenza inarrestabile della cultura pop moderna. Sono il ponte ideale tra le vecchie leggende metropolitane e il cinema horror più redditizio del nostro tempo, quello di The Conjuring Universe.

Ma chi erano davvero questi due investigatori del paranormale che hanno ispirato uno dei franchise horror più amati e discussi? E qual è il segreto della loro controversa eredità che continua a generare serie TV, film e fumetti? A fare luce su questo enigma, con un’analisi che unisce il rigore giornalistico alla passione del vero cultore, arriva un volume imperdibile: “Ed & Lorraine Warren: I demonologi e ricercatori del paranormale che hanno ispirato la saga di The Conjuring” di Gianfranco Staltari, edito da Cut-Up Publishing.


Cut-Up: Il Coraggio di Esplorare l’Immaginario Oscuro 🦇

Per comprendere appieno la portata di quest’opera, è fondamentale soffermarsi sulla sua “casa”: Cut-Up Publishing. Questa casa editrice, nata nel lontano 1999 da un’idea di Fabio Nardini, non è una realtà come le altre. È una vera e propria “fabbrica delle storie” che da sempre ha osato avventurarsi nei territori più sfuggenti e affascinanti del fantastico, del weird e, ovviamente, dell’horror. Nata dalle ceneri della storica Cut-Up Magazine dell’Immaginario e legata al laboratorio culturale B52, Cut-Up si è distinta per una straordinaria capacità di mescolare linguaggi e sottoculture: dal teatro d’avanguardia alla fantascienza, dal fumetto d’autore alla musica rock più oscura.

È, dunque, naturale e quasi predestinato che sia proprio questa la culla editoriale di un’opera sui più celebri investigatori dell’occulto del XX secolo. La loro visione, non convenzionale e profondamente radicata in un approccio da veri cultori dell’horror, garantisce che il racconto dei Warren non sia una sterile cronaca, ma un’immersione totale in un universo di mistero e terrore.


Oltre lo Schermo: Vita, Fede e Indagini dei Warren

Il libro di Staltari non si limita a celebrare le icone pop che tutti conosciamo grazie a Hollywood. È un viaggio nel cuore oscuro dell’America del dopoguerra, un’esplorazione meticolosa nella vita e nelle indagini di una coppia che ha trasformato il paranormale in un campo di studio, fede e, ammettiamolo, spettacolo. Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’90, Ed (l’unico demonologo laico riconosciuto dalla Chiesa) e Lorraine (la celebre sensitiva e medium) hanno gestito centinaia di casi che sono entrati di diritto nella storia dell’occultismo moderno.

L’autore ricostruisce con acume giornalistico le loro vicende più note, quelle che hanno plasmato l’immaginario collettivo: la famigerata casa infestata di Amityville, la inquietante e maledetta bambola Annabelle, i tormenti della famiglia Perron e il controverso caso Enfield in Inghilterra. Ma Staltari compie un passo oltre la mera cronaca del paranormale. Si addentra nel lato umano e spirituale dei Warren, mettendo in luce la loro profonda fede cattolica e la filosofia che li muoveva: la convinzione di affrontare il Male per riaffermare l’esistenza del Bene.


Demonologia e Spettacolo: Il Metodo Warrenology

Uno degli aspetti più affascinanti del volume è l’analisi del metodo investigativo dei coniugi. Staltari non si limita a raccontare storie di fantasmi, ma spiega la demonologia secondo i Warren, dettagliando i tre stadi dell’attività demoniaca (infestazione, ossessione e possessione) e il loro approccio che univa il misticismo al pragmatismo. Rituali, discernimento e preghiera erano gli strumenti di questa coppia unica nel suo genere. Hanno saputo unire, in modo quasi contraddittorio, l’indagine e la fede, creando un immaginario horror occidentale che è ancora oggi una fonte inesauribile di ispirazione.

Ma il libro è anche un’indagine sull’impatto dei Warren sulla cultura di massa. L’autore esplora il fenomeno che potremmo definire “Warrenology”, analizzando il doppio volto della coppia: da un lato, i devoti ricercatori mossi da una profonda missione spirituale; dall’altro, gli abili comunicatori, capaci di raccontare il terrore con quella teatralità necessaria a catturare l’attenzione dei media e del pubblico.

Il testo non evita le critiche e le controversie che hanno sempre accompagnato la loro carriera: le accuse di sensazionalismo, la presunta manipolazione dei testimoni e le strategie mediatiche. Staltari non fornisce risposte definitive, ma mostra come il loro lavoro sia sempre stato un’oscillazione affascinante tra la sfera della fede e quella dello spettacolo, tra la ricerca e la narrazione.


L’Eredità Cinematografica: Senza i Warren, Non Ci Sarebbe The Conjuring 🎬

L’ultima e forse più rilevante parte del lascito dei Warren è la loro influenza sulla settima arte e sul gaming. Senza i loro dossier paranormali e il loro museo dell’occulto, James Wan non avrebbe mai potuto concepire l’universo cinematografico di The Conjuring, un franchise horror oggi riconosciuto come uno dei più coesi e redditizi della storia del cinema. Eppure, come ci ricorda Staltari, dietro le urla e gli esorcismi che vediamo in sala, resta l’essenza più profonda: la storia di due persone che hanno dedicato la loro vita a indagare il mistero per dare una forma al Male.

Arricchito dalla supervisione di Stefano Fantelli (scrittore e sceneggiatore dell’horror italiano e del fumetto) e da un progetto grafico elegante e da cult book di Alessio Stucci, questo volume di Cut-Up non è solo un saggio biografico. È una vera e propria mappa per orientarsi nel mistero, un’esplorazione della fragile linea che separa la fede dalla paura e, in definitiva, una riflessione sul potere delle storie. Quelle storie che nascono nell’oscurità delle case maledette e continuano a brillare (o a farci tremare) nelle sale, nei libri e nei sogni (o incubi) di chi, come noi, crede che a volte, la realtà possa superare la fantasia in fatto di inquietudine.


Cari lettori di CorriereNerd.it, voi che masticate fumetti, anime, videogiochi e leggende metropolitane, cosa ne pensate del fenomeno Warren? Fede sincera o abile messa in scena? Qual è il caso che vi ha terrorizzato di più? Dite la vostra nei commenti qui sotto! E se l’articolo vi è piaciuto, condividetelo sui vostri social network e parlatene con i vostri amici appassionati di horror! Spread the fear! 👇👻

Il mistero del Pentacolo: dalla magia pitagorica al simbolo demoniaco

Tra gli antichi misteri e le trame più nascoste della magia, pochi simboli esercitano un fascino così potente e, al tempo stesso, così frainteso come la stella a cinque punte. Non un semplice disegno geometrico, ma un vero e proprio archetipo che, nel corso dei millenni, ha mutato la sua pelle, attraversando filosofie esoteriche, pratiche occulte e, infine, approdando alla cultura popolare con un’accezione spesso distorta. Il suo nome cambia a seconda del contesto: Pentacolo, Pentagramma, Stella Pitagorica o Pentalfa. Ma una cosa è certa: la sua storia è molto più intricata e affascinante di quanto la sua reputazione di “simbolo demoniaco” suggerisca.


Le origini: dal cosmo ai segreti della matematica

 

Per svelare il vero volto di questo simbolo, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, fino all’antica Grecia e, più precisamente, alla scuola di Pitagora. Sì, proprio lui, il filosofo-matematico che ci ha tormentato con il suo teorema. Lontano dai banchi di scuola, Pitagora e i suoi seguaci erano ossessionati dalla ricerca dell’armonia universale e la trovarono proprio in questa stella. Disegnata unendo le diagonali di un pentagono regolare, la Stella Pitagorica appariva come la perfetta rappresentazione dell’equilibrio cosmico. Ma il suo fascino non era solo estetico. I Pitagorici scoprirono che ogni segmento della stella, dal più grande al più piccolo, era legato agli altri da un rapporto matematico perfetto: la sezione aurea. Era come se la stella nascondesse un segreto divino, un codice che regolava l’universo stesso.

Per i Pitagorici, il Pentacolo non era solo un’equazione geometrica; era il simbolo del microcosmo, l’universo che l’essere umano poteva percepire e sperimentare. Se il numero dieci rappresentava il tutto, il cinque era l’essenza dell’uomo, con i suoi cinque sensi e i suoi cinque vertici che richiamavano l’armonia tra corpo e spirito. Non a caso, il Pentacolo era un talismano di salute e armonia, perché poneva l’uomo al centro del creato, come metro di ogni cosa. Questa idea di una realtà frammentata eppure coesa si ritrova nella capacità della stella di riprodursi all’infinito al proprio interno: un movimento frattale, una danza di forme che si ripetono, dal grande al minuscolo, senza mai esaurirsi.


Druidi, streghe e unione con gli elementi

 

Ma il viaggio della stella non si ferma alla filosofia greca. Nei boschi sacri e tra i cerchi di pietre, i Druidi adottarono il Pentacolo per i loro riti. A differenza dei Pitagorici, lo disegnavano “libero”, con i lati che si intrecciavano l’uno sull’altro, senza essere circoscritto in un pentagono. Questa forma, usata ancora oggi da diverse tradizioni, come la Wicca, simboleggiava l’interconnessione tra i cinque elementi: Terra, Aria, Fuoco, Acqua e Spirito. Ogni punta della stella rappresentava uno di questi principi, uniti in un’unica, armonica interazione.

Nel Medioevo, il Pentacolo assunse connotazioni ancora più complesse. Conosciuto anche come il “Piede dei Druidi”, veniva usato sia per proteggere che per evocare. Le sue linee potevano essere tracciate in direzioni precise per incanalare l’energia in modi diversi, a seconda del rituale. La direzione in cui si disegnava, se dal vertice in alto a destra o in basso a sinistra, determinava se si trattava di un rituale di evocazione o di un incantesimo più generale. Il suo potere era tale che si pensava potesse scacciare le streghe, in un curioso paradosso che lo vedeva come simbolo sia di protezione che di stregoneria, a seconda di chi lo usasse.


 

L’uomo al centro del cosmo: il Pentacolo di Agrippa

 

Una delle rappresentazioni più iconiche è senza dubbio il Pentacolo di Agrippa, un capolavoro di simbolismo esoterico. Al suo interno, una figura umana si sovrappone alla stella, con la testa sul vertice superiore e gli arti che si allungano verso gli altri quattro. Questo disegno rappresenta l’uomo cosmico, l’essere umano come unione perfetta di corpo e spirito. Non è un caso che il cuore si trovi esattamente al centro del disegno, all’incrocio delle linee orizzontali e verticali: è il cuore, infatti, il fulcro del nostro essere, il punto di incontro tra materia e volontà. Cinque sensi, cinque dita, cinque arti: il numero cinque è la chiave dell’esperienza umana. Questo simbolo ci ricorda che non siamo semplici spettatori della realtà, ma esseri capaci di esercitare la nostra volontà per modellare il cosmo stesso.


Il ribaltamento: dal sacro al profano

 

E allora, come è avvenuto il grande tradimento? Come ha fatto un simbolo di armonia, salute e potere umano a diventare l’icona del male per eccellenza? La risposta è nel ribaltamento. La chiave di questo passaggio è la stella rovesciata, con la punta rivolta verso il basso. Questo gesto, apparentemente semplice, è un’inversione radicale del significato originale. Se la punta verso l’alto rappresenta lo spirito che domina la materia, la punta verso il basso simboleggia la materia che sottomette lo spirito. È un riflesso distorto del cosmo, una sua controparte oscura usata nei rituali di magia nera.

L’associazione con il satanismo si è poi consolidata con l’iconografia popolare, in cui il Pentacolo rovesciato è spesso usato per incorniciare il volto di un caprone, il celebre Bafometto. Questa immagine ha sigillato il destino del simbolo nella mente collettiva, dimenticando secoli di storia e significati complessi.

Tuttavia, il Pentacolo continua a vivere nelle pratiche magiche contemporanee, non solo come simbolo, ma come vero e proprio strumento. Può fungere da catalizzatore, come una bacchetta, ma deve essere forgiato con i cinque metalli alchemici (oro, argento, piombo, ferro, mercurio) e consacrato, orientando per cinque volte la punta verso i punti cardinali. Un rituale che, ancora una volta, sottolinea l’importanza del numero cinque e della sua profonda connessione con la realtà che ci circonda.

Il Pentacolo è un simbolo che ci sfida a guardare oltre le apparenze. Ci ricorda che il bene e il male non sono intrinseci a un disegno, ma si nascondono nell’intenzione di chi lo usa. È un archetipo che custodisce, tra le sue linee, i segreti di una sapienza antica e la storia di un’umanità in perenne ricerca di armonia e potere.

“Satana a Hollywood”, il legame tra il cinema l’occulto

Con la crescita del mondo del cinema, si è sviluppata di pari passo una realtà sotterranea fatta di misticismo e scienze occulte. Attori, registi e produttori, guru, stregoni e sette, tutti soci dello stesso club: lo show business. Come in una sorta di romanzo poliziesco, Satana a Hollywood raccoglie scrupolosamente dati e aneddoti apparentemente irrilevanti per penetrare in un panorama di grande complessità.

Tra salotti intellettuali e sfarzose ville di Beverly Hills, le bellezze della celluloide si scopriranno sorprendentemente invischiate in vicende legate alla parapsicologia, alla stregoneria e al satanismo. Da Maila Nurmi (detta “Vampira“) che praticò il vudù sul suo amato James Dean, a David Bowie rapito da un gruppo di streghe per generare l’Anticristo; da John Travolta iniziato a Scientology durante le riprese de Il maligno, a George Reeves – il Superman più famoso di sempre – morto in circostanze misteriose. Una sfilata di stelle del cinema in un carosello di oscuri episodi che partono dall’epoca d’oro dei primi film muti fino ad arrivare ai kolossal delle multinazionali.

Pagine tanto interessanti quanto – per certi versi – divertenti, frutto di un lungo e appassionato lavoro di ricerca condotto dal giornalista e critico cinematografico Jesús Palacios Trigo, pubblicate per la prima volta in Italia da Edizioni NPE.

Le terrificanti avventure di Sabrina: un’ode oscura alla stregoneria pop, raccontata con passione da una fan delle serie iconiche

Quando Netflix annunciò ufficialmente la cancellazione di Le terrificanti avventure di Sabrina l’8 luglio 2020, non rimasi del tutto sorpresa. Il destino della serie sembrava già segnato da tempo, eppure l’annuncio suscitò in me quella strana miscela di malinconia e gratitudine che solo le grandi serie sanno lasciare. Non parlo semplicemente da spettatrice, ma da appassionata di quei mondi televisivi capaci di scolpire nell’immaginario collettivo icone, emozioni, e inquietudini che ci accompagnano ben oltre i titoli di coda.

Le terrificanti avventure di Sabrina, per chi non lo sapesse, non è la classica serie da sorseggiare con leggerezza in una domenica pomeriggio: dimenticate le atmosfere zuccherose della sit-com anni Novanta con Melissa Joan Hart, qui ci muoviamo in territori decisamente più oscuri. Tratta dalla serie a fumetti della Archie Comics — la stessa casa che ha dato i natali a Riverdale, con cui condivide l’universo narrativo — la Sabrina di Netflix è un personaggio complesso, tormentato, affascinante, e sorprendentemente attuale.

La protagonista, Sabrina Spellman, vive a Greendale con le sue due zie, Zelda e Hilda, e il suo famigerato gatto nero Salem, che qui non parla come nella versione più leggera e ironica del passato, ma cela un’anima demoniaca. All’apparenza, Sabrina è una normale adolescente, frequenta il liceo Baxter High, ha un fidanzato umano, Harvey, e trascorre le sue giornate tra amicizie e interrogativi esistenziali. Ma dentro di sé custodisce un segreto devastante: è per metà strega e, al compimento del suo sedicesimo compleanno, è chiamata a scrivere il proprio nome nel Libro della Bestia, giurando fedeltà al Signore Oscuro, Satana in persona. Un rito che la renderebbe una strega a tutti gli effetti, strappandola però alla sua umanità e alla sua vita mortale.

Ciò che mi ha colpita, fin dal primo episodio, è stato il coraggio narrativo con cui Roberto Aguirre-Sacasa — ideatore della serie — ha saputo distillare suggestioni gotiche, femminismo militante, rituali satanici e un’estetica pop che mescola orrore e teen drama con una consapevolezza rara. La Sabrina interpretata da Kiernan Shipka non è un’eroina tradizionale: è ribelle, idealista, spesso incosciente, ma sempre determinata a sfidare le regole di un mondo — magico o umano — che cerca di ingabbiarla. Non si piega né al patriarcato della Chiesa della Notte, né alle ipocrisie del mondo mortale. E in questa sua doppia identità, in questo conflitto continuo tra ombra e luce, Sabrina incarna una figura potentemente contemporanea: una giovane donna che rivendica il diritto di scegliere per sé, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.

A impreziosire il racconto sono poi i personaggi secondari, mai relegati a semplici spalle ma costantemente protagonisti di proprie, affascinanti linee narrative. Penso a Zelda e Hilda, interpretate magistralmente da Miranda Otto e Lucy Davis: la prima austera e devota alla tradizione, la seconda empatica e anticonformista. Le loro dinamiche domestiche sono tra i momenti più autentici e umani della serie. Oppure Ambrose, il cugino recluso diventato stregone d’azione e voce della ragione, o ancora Prudence, figlia illegittima di Faustus Blackwood, che da nemica si trasforma in alleata e infine in eroina tragica. Anche i compagni umani di Sabrina meritano una menzione speciale: Harvey, Rosalind e Theo non sono mai solo comparse nel mondo delle streghe, ma portano avanti un percorso di crescita che riflette temi come la diversità, la disabilità, l’identità di genere e l’autodeterminazione.

Narrativamente, la serie non ha paura di osare. Dalla discesa negli Inferi alla riscrittura dei miti biblici, dai viaggi nel tempo alla battaglia contro i pagani, Le terrificanti avventure di Sabrina non si è mai accontentata di una trama lineare. Ha costruito un universo ricco di riferimenti alla cultura horror, alla letteratura gotica e persino al folklore esoterico, riuscendo a farsi amare e criticare con eguale intensità. Alcune scelte hanno destato scalpore, come la rappresentazione esplicita di rituali satanici o le allusioni alla Chiesa di Satana (che in effetti ha anche sporto denuncia), ma è proprio questa audacia visiva e tematica ad aver reso la serie qualcosa di diverso dalle solite produzioni “per ragazzi”.

Certo, non tutto ha funzionato alla perfezione. La scrittura, specie nella seconda metà della serie, ha mostrato delle crepe. Alcuni dialoghi suonano forzati, certe linee narrative si perdono o si chiudono in modo troppo affrettato. Il finale della prima stagione, per esempio, mi ha lasciata perplessa: troppe cose accadono in troppo poco tempo, e si ha l’impressione che i nodi vengano sciolti più per esigenze di sceneggiatura che per coerenza interna. Ma anche questi difetti fanno parte del fascino delle serie imperfette e audaci, quelle che non si accontentano di seguire una formula, ma tentano invece di scrivere nuove regole.

Con la quarta parte, destinata a concludere l’arco narrativo in otto episodi (emergenza Covid permettendo), la serie si prepara a dare l’addio definitivo al suo pubblico. E lo fa consapevole del proprio ruolo nel panorama della serialità moderna. Le terrificanti avventure di Sabrina non è solo un reboot: è un manifesto gotico per l’empowerment femminile, un’ode al coraggio di essere diversi, una celebrazione della magia come metafora del cambiamento interiore.

Sabrina ha affrontato ogni sfida che il destino ha posto sulla sua strada. Ha ricevuto il battesimo di sangue, ha sfidato Faustus Blackwood, ha stretto un’alleanza con Lilith, ha conosciuto la morte e la resurrezione delle sue zie, è diventata regina degli Inferi, ha sfidato i pagani, viaggiato nel tempo e affrontato i mostri — reali e interiori — che la circondano. E ora, mentre ci avviciniamo allo scontro finale con il suo arcinemico, possiamo almeno essere certi di una cosa: questa Sabrina ha saputo conquistare un posto tra le eroine più emblematiche e carismatiche dell’immaginario pop.

Non tutti hanno apprezzato questa rilettura cupa e sanguinolenta. C’è chi ha preferito la leggerezza dell’originale sit-com e chi ha trovato l’estetica troppo esasperata. Ma per chi, come me, ha amato questa versione alternativa e affascinante della giovane strega di Greendale, il viaggio è stato memorabile.

Non tutti i telefilm devono durare quindici stagioni come Supernatural, né tutti devono cedere alla nostalgia cieca dei reboot infiniti. A volte, una storia deve sapere quando fermarsi. E Le terrificanti avventure di Sabrina lo fa nel momento giusto: quando ancora riesce a incantare, inquietare e far riflettere. Un incantesimo che — almeno per me — durerà ancora a lungo.

Balthazar L’implacabile

Negli anni mi sono sempre considerato un appassionato di fumetti a 360°, che non si fossilizza solo su una sola tipologia, manga, comics, graphic novel ecc., e anche per quanto riguarda la provenienza, infatti la mia collezione di fumetti annovera oltre ai classici fumetti di provenienza americana e giapponese, anche opere argentine, italiane, franco-belga e così via. Non ho mai disdegnato nemmeno se essi erano prodotti da grandi o piccole case Editrici, o fossero anche solo delle auto produzioni.

Ho fatto questa premessa, perché un paio anni fa, durante una manifestazione fumettistica, vidi i primi numeri di un fumetto che mi aveva molto incuriosito, dopo aver chiesto alcune informazioni ai due autori, Alessandro Sidoti e a sua moglie Rossana Barretta riguardanti la loro opera, mi convinsi a prenderlo. L’opera in questione si intitola Balthazar l’Implacabile, un’opera fumettistica a detta dei due autori, per altro molto simpatici e disponibili, con un percorso narrativo già delineato, infatti è stata loro intenzione fin dall’inizio realizzare una saga con un inizio e una fine, di cui i vari capitoli, rilegati nei vari volumi, si possono anche leggere a sé come storie autoconclusive.

La trama poi si sviluppa pian piano in un crescendo sempre pieno di colpi di scena, dove non solo viene approfondita la storia e le origini del protagonista Balthazar, ma anche quella degli altri personaggi della saga.Questo da un certo punto di vista narrativo fa apprezzare la storia sotto molti punti di vista, per certi versi sembra che via via che si sviluppa la trama, non vi sia un solo protagonista, ma che siano tutti protagonisti, anzi per utilizzare un altro termin, per chi come me ha letto Balthazar, più che protagonisti sono tutte pedine di un grandissimo gioco cosmico. Anche la trama è molto ben articolata, infatti, nonostante la presenza di demoni, vampiri, templari e cacciatori di vampiri, non è il classico scontro tra bene e male, anzi di questo non vi è proprio traccia, il protagonista Bathazar, infatti, nonostante sia l’ultimo di una stirpe di cacciatori di demoni conosciuti come i Mietitori, per raggiungere il suo scopo di eliminare tali  creature non si fa scrupolo di utilizzare ogni mezzo, derivante sia dai suoi poteri legati alla negromanzia e occultismo, che dallo sfruttare anche altre risorse come persone innocenti. Infatti, per via di questo suo agire, e per le forze dell’ordine, è considerato un criminale e anche un possibile terrorista. Anche tra le file dei vampiri vi sono delle incongruenze, nonostante alcuni di essi siano creature delle tenebre, in alcuni di loro vi è una specie di codice d’onore da affrontare. I templari stessi nonostante si considerino i guardiani della luce divina, molto spesso, pur di sconfiggere le creature maligne, lasciano morire gente innocente anche se hanno le risorse per poterlo evitare, con la scusante che esse sono servite per un cosiddetto “bene superiore”. Possiamo classificare quest’opera fumettistica come un horror, in quanto vi sono demoni, vampiri e creature occulte, un noir in quanto non vi sono personaggi “buoni” nel senso stretto del termine e, per via di molte altre considerazioni, lo possiamo anche definire sia un action che un pulp a livello tarantiniano.

Il protagonista è Balthazar, un ragazzo orfano di origine medio-orientale dal carattere impulsivo e passionale che molto spesso lo caccia nei guai, con una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri, egli è un Mietitore, una sorta di cacciatore di demoni e vampiri, le cui armi sono i suoi poteri negromantici e la sua arma, al cui interno è racchiuso uno spirito chiamato Faust, che lo guida nella sua missione e lo aiuta nel combattere le creature della notte. L’origine dei suoi poteri e lo scopo per cui esistono i mietitori sono ancora avvolte nel mistero. Nel suo peregrinare per il mondo a combattere tale flagello, Balthazar si imbatte anche in una setta segreta di Templari, che da secoli perora la causa della “Luce” e ogni creatura oscura è considerata il nemico da abbattere con ogni mezzo e danno collaterale possibile, infatti per i templari, anche i mietitori sono uno dei mali da estinguere e uno dei loro adepti, la “templare” Sarah Jane Stacy, nei confronti di Balthaar ha fatto anche una questione personale ed è disposta a utilizzare ogni mezzo possibile sia come membro dei templari che come ufficiale di polizia per scovare ed eliminare il “male” e Balthazar dalla faccia della Terra. A mettersi in mezzo nella ricerca di Balthazar vi è anche una figura misteriosa di nome Cross, un vampiro che in precedenza era stato un gran maestro templare durante le crociate e che si è votato al “lato oscuro” in quanto, secondo il suo distorto senso dell’onore, i suoi confratelli templari sono usciti dal loro cammino iniziale di guardiani della luce, questi e altri personaggi ruotano intorno al mondo di Balthazar fino allo scontro finale, dove una delle parti in causa alla fine dominerà sulle alte.

Un ottimo fumetto sotto tutti i punti di vista, con una trama che si sviluppa via via che la storia prosegue, senza mai annoiare il lettore, aggiungendo pian piano pezzi dell’enorme puzzle che compongono le origini di Balthazar e sullo scopo di questa guerra tra forze occulte, dove sembra che all’orizzonte non ci sia mai una fine, e le cui battaglie non si limitano solo a un singolo luogo geografico, ma si allarga ai quattro punti cardinali in vari scenari, da Los Angeles, alle terre desertiche del Medio Oriente, fino alle nevi eterne della Scandinavia, patria delle leggende vichinghe. Combattimenti all’ultimo sangue senza esclusioni di colpi, dialoghi e ambientazioni intriganti e scene d’azione al cardiopalma, colpi di scena sensazionali il tutto arricchito da ottimi disegni puliti e ben illustrarti, per gli amanti del noir e dell’horror e per chi ama le autoproduzioni, Balthazar l’Implacabile è un’opera che secondo il mio parere dovrebbe far parte della vostra collezione.

Il percorso di studi scientifici di Alessandro Sidoti lo ha portato a cambiare da informatico e grafico, evolvendo il suo naturale interesse  su cinema, letteratura e fumetti a diventare uno scrittore, sceneggiatore, game designer. Dalla fantascienza, suo primo amore, si è allargato anche all’horror e al fantastico. Scrive racconti e romanzi  e sta lavorando al suo primo gioco di ruolo completamente originale.  Ha frequentato innumerevoli stage  di scrittura creativa e sceneggiatura a Pisa e a Genova con valenti insegnanti. L’incontro professionale con Rossana Berretta, sua moglie, e la vittoria nel 2011 alla fiera del fumetto Romics in un concorso di fumetti per esordienti, ha fatto nascere la saga di “Balthazar L’Implacabile”, quella che è stata più volte definita una delle migliori autoproduzioni a fumetti  dell’ultimo decennio. I suoi progetti attuali sono molti: una Graphic Novel “MoBDY’KK 31”, versione fantascientifica del celebre classico di Melville, “Ars Moriendi” GDR ambientato nello stesso universo di Balthazar, una raccolta di racconti brevi ambientati nell’epoca Sengoku dell’antico Giappone, un romanzo horror storico e molto molto altro.

Rossana Berretta, nata a Savona il 21/2/1980 e diplomata con 60/60 al Liceo Artistico, frequenta assiduamente con risultati assai proficui la Scuola Chiavarese del Fumetto, maturando come persona ed illustratrice. Lavora fin dai primi tempi a progetti grafici diversificati. Una personalità eclettica e poliedrica, difficile da inscrivere in uno schema fisso. Questo le permette di lavorare sia su illustrazioni, che tavole di arte classiche, fumetti. Annovera tra i suoi lavori opere di vario formato e tipo. Copertinista del secondo volume di “Andromeda” (rivista di fantascienza, ed. Ailus Editrice). Disegnatrice e copertinista ufficiale di “Balthazar L’Implacabile” (saga a fumetti, dal 2013 in poi, ed. Dimoon), “Il Riflesso” (racconto di Alessandro Sidoti, Dimoon 2016), “La Via delle Ombre” (Racconti di Alessandro Sidoti, 2016), “Verso Moby Dick 31” (di Alessandro Sidoti, Dimoon 2017).

Per ogni novità su Balthazar l’Implacabile e su altre future opere realizzate da Alessandro e Rossana le potete trovare qui o nel sito Balthazarlimplacabile.altervista.org oppure su Fb alla pagina, Facebook.com/balthazarlimplacabile.