Dan Brown – Il simbolo perduto (Dan Brown’s – The Lost Symbol) è una serie televisiva che tenta di portare sul piccolo schermo l’universo affascinante e misterioso creato da Dan Brown nel suo omonimo romanzo del 2009, un’opera che si inserisce nel filone dei thriller intellettuali, ricchi di enigmi e simbolismi antichi. Sviluppata da Dan Dworkin e Jay Beattie per Peacock, questa produzione si presenta come un prequel della celebre saga cinematografica dedicata al personaggio di Robert Langdon, il professore di simbologia che ha conquistato il grande pubblico grazie agli adattamenti cinematografici con Tom Hanks nel ruolo del protagonista. La serie ha debuttato il 16 settembre 2021, ma la sua corsa è stata breve, terminando con la cancellazione nel gennaio 2022, dopo una sola stagione composta da dieci episodi.
Ambientata diversi anni prima degli eventi di Il codice da Vinci, Il simbolo perduto si concentra su un giovane Robert Langdon, interpretato da Ashley Zukerman, che viene reclutato dalla CIA per risolvere enigmi mortali legati alla massoneria, quando il suo mentore, Peter Solomon, misteriosamente scompare. Il suo compito è arduo e pieno di pericoli, poiché deve rintracciare e recuperare oggetti cruciali che sembrano avere poteri segreti legati a antiche tradizioni. Mentre Langdon si muove tra le ombre di Washington, il suo cammino si incrocia con quello di Mal’akh, un avversario enigmatico e spietato, che lo costringe a compiere una serie di ricerche tra simboli, codici e trappole mortali.
La trama, quindi, si dipana tra colpi di scena e un susseguirsi di rivelazioni, ma è qui che il primo nodo critico della serie emerge. Nonostante la solida premessa, la narrazione risulta a tratti ripetitiva e forzata, soprattutto per la tendenza a enfatizzare il personaggio di Langdon come una sorta di “banca del sapere vivente” senza una vera evoluzione. Questo è, per certi versi, il più grande difetto della serie: la costante esposizione di conoscenze simboliche e storiche appare talvolta più come un esercizio di stile che non come un reale motore narrativo. Zukerman, pur riuscendo a dar vita a un Langdon giovane e brillante, finisce per fare il verso al Langdon cinematografico di Tom Hanks senza riuscire a trasmettere la stessa aura di carisma o complessità interiore. In effetti, la sua performance non si distacca mai dal semplice ruolo di veicolo per la trama, mentre il personaggio di Hanks, pur rimanendo un archetipico professore senza troppe sfumature, riesce comunque a incarnare un’umanità che manca al Langdon della serie.
Un altro aspetto che merita attenzione è l’introduzione di personaggi secondari che, purtroppo, non riescono a sfuggire dalla trappola del cliché. Peter Solomon (interpretato da Eddie Izzard), mentore di Langdon e figura centrale nel mistero che si sviluppa, non ha la profondità necessaria per rendere il suo rapimento una vera fonte di dramma. La sua presenza rimane sospesa tra il ruolo di figura paterna e quello di strumento narrativo, privo di vere sfumature emotive. Katherine Solomon (Valorie Curry), sua figlia e co-protagonista della missione, appare più come un elemento funzionale alla storia che non come un personaggio che possa emergere con una personalità propria. La scelta di inserire un simile archetipo femminile, sempre in secondo piano rispetto alla figura maschile, denota una certa mancanza di spessore nella costruzione dei ruoli.
Dal punto di vista stilistico, la serie tenta di restituire le atmosfere cupe e intellettuali dei romanzi di Brown, ma la sua realizzazione soffre di una certa superficialità. La sceneggiatura è spesso ingolfata da spiegazioni eccessive, rendendo la tensione che dovrebbe derivare dal mistero più artificiosa che naturale. La presenza della CIA, con il suo personaggio di Inoue Sato (Sumalee Montano), appare come un espediente per allontanarsi dai puri enigma simbolici e introdurre un elemento di thriller spionistico che risulta poco integrato con il resto della narrazione.
Se da un lato Il simbolo perduto cerca di fare leva sulla nostalgia dei fan della saga di Robert Langdon, dall’altro lato non riesce a sviluppare una nuova identità per il personaggio e per la serie in generale. Il suo tentativo di aggiornare il mito di Langdon in una versione più giovane e acerba, ancora lontana dalla figura iconica che vedremo nei film, risulta alla fine più una forzatura che una vera rivisitazione. La speranza dei creatori di rivitalizzare l’interesse per la saga tramite un prequel si scontra con scelte narrative non sempre brillanti e una gestione delle dinamiche della trama che, purtroppo, non fa giustizia al potenziale che una serie come questa avrebbe potuto avere.
