Resident Evil torna al cinema il 18 settembre 2026 con un nuovo film diretto da Zach Cregger, interpretato da Austin Abrams e costruito come una corsa survival horror concentrata in una sola notte. Le prime indiscrezioni parlano di circa 90 minuti di tensione continua, un protagonista senza abilità da combattimento e una storia originale ambientata durante il disastro di Raccoon City. Più che inseguire Leon, Jill o il fan service automatico, questo reboot sembra voler recuperare la sensazione più autentica dei videogiochi Capcom: essere fragili, impreparati e terribilmente a corto di risorse.
Resident Evil durerà davvero soltanto 90 minuti?
Novanta minuti, più o meno la durata di una serata passata a dire “faccio ancora una partita e poi stacco”, salvo accorgersi alle due di notte che il salvataggio più vicino è lontanissimo e nell’inventario rimangono tre colpi, un nastro d’inchiostro e una pianta che forse potevamo combinare meglio. La durata del nuovo Resident Evil di Zach Cregger non è stata ancora comunicata ufficialmente da Sony Pictures, ma le indiscrezioni provenienti da una proiezione di prova descrivono un montaggio vicino all’ora e mezza, accolto con reazioni molto positive e definito come una corsa “senza freni”, quasi una versione horror di Mad Max: Fury Road.
Detta così potrebbe sembrare una scelta strana, soprattutto nell’epoca dei blockbuster da due ore e quaranta che chiedono allo spettatore la stessa preparazione mentale necessaria per affrontare un raid. Per Resident Evil, però, una durata compatta potrebbe essere la mossa più intelligente possibile. Il survival horror non ha bisogno di spiegare ogni documento trovato sopra una scrivania, aprire sei sottotrame o preparare dodici serie derivate. Deve trascinarti dentro una situazione tremenda, farti capire che le vie d’uscita stanno scomparendo e lasciarti abbastanza tempo per cominciare a respirare male.
La vera sfida sarà evitare che “tutto a gas” significhi semplicemente azione continua. Resident Evil non diventa automaticamente fedele ai videogiochi aggiungendo zombie, laboratori e un logo Umbrella sullo sfondo. Il ritmo della saga nasce dall’alternanza tra fuga e attesa, dal rumore di una creatura che non riesci ancora a vedere, dalla porta che impiega una quantità assurda di secondi ad aprirsi mentre il cervello sta già immaginando il peggio. Se Cregger riuscirà a inserire quella paura dentro un film rapido, allora l’ora e mezza non sembrerà breve: sembrerà una notte intera.
Perché Zach Cregger ha scelto un protagonista sconosciuto invece di Leon o Jill?
Bryan non è un agente speciale, non appartiene alla S.T.A.R.S. e non possiede il curriculum da action figure che ormai accompagna personaggi come Leon Kennedy, Jill Valentine o Chris Redfield. È un corriere medico interpretato da Austin Abrams, finito per errore in una catastrofe molto più grande di lui. Sony presenta ufficialmente la storia come la lotta per la sopravvivenza di un uomo comune, intrappolato durante una notte in cui ogni cosa intorno a lui precipita nel caos.
Zach Cregger lo ha descritto come qualcuno privo di capacità di combattimento e completamente impreparato a sopravvivere, paragonando la sua situazione a quella di Frodo mandato verso Mordor. Solo che Frodo aveva almeno Sam, una cotta di maglia in mithril e una quantità discretamente utile di lembas. Bryan sembra avere soprattutto pessime probabilità statistiche.
La scelta dividerà sicuramente il fandom, perché pronunciare “Resident Evil senza Leon” online equivale quasi ad attivare una boss fight nei commenti. Una parte del pubblico vuole riconoscere personaggi, costumi, armi e momenti iconici. È comprensibile: quelle figure fanno parte della memoria collettiva della saga, alimentano cosplay, fan art, meme e discussioni che proseguono da decenni. Un altro adattamento diretto delle loro storie, però, rischierebbe di diventare la copia meno interattiva di qualcosa che i giocatori conoscono già scena per scena.
Bryan permette al film di recuperare un elemento che il successo ha lentamente sottratto ai protagonisti storici: la vulnerabilità. Leon oggi viene percepito come quello che può affrontare un villaggio infestato, lanciare una battuta e sistemarsi i capelli senza perdere credibilità. Un corriere medico che non sa sparare, invece, rende di nuovo spaventosa anche una singola creatura dietro una porta.
Quindi il nuovo film ignorerà completamente i videogiochi?
Ignorare i giochi sarebbe quasi impossibile, oltre che parecchio autolesionista. Cregger ha spiegato di voler raccontare una storia originale collocata dentro il mondo di Resident Evil, senza riscrivere le vicende di Leon o degli altri protagonisti già sviluppate da Capcom. Il film dovrebbe svolgersi durante gli eventi legati all’epidemia di Raccoon City, seguendo però una traiettoria laterale e autonoma, come se la telecamera abbandonasse per qualche ora i corridoi più conosciuti e seguisse un altro sopravvissuto dall’altra parte della città.
Personalmente è una soluzione che trovo molto più interessante dell’ennesima riproduzione del commissariato di Resident Evil 2 con attori costretti a imitare pose che nei videogiochi funzionano perché siamo noi a controllarle. La fedeltà non coincide con la fotocopia. Un adattamento può cambiare protagonista, percorso e perfino atmosfera, mantenendo intatta la logica emotiva dell’opera originale.
Pensiamo agli anime che espandono una saga attraverso personaggi secondari o agli episodi di una serie che seguono per una volta qualcuno rimasto fuori dall’inquadratura principale. Le storie migliori non riducono il mondo, lo fanno sembrare più grande. Sapere che Leon sta affrontando il proprio inferno da qualche altra parte potrebbe perfino aumentare la tensione, perché Bryan non dispone del privilegio narrativo dell’eroe già entrato nella leggenda.
I fan più allenati potranno comunque mettersi a caccia di riferimenti, oggetti e dettagli disseminati nelle scene. Le anticipazioni indicano la presenza di richiami ai videogiochi, compresi elementi collegati a Resident Evil 4, ma l’obiettivo non sembra essere quello di trasformare ogni fotogramma in un quiz per creator alla ricerca dell’Easter egg perfetto da usare nella miniatura di YouTube.
Zach Cregger riporterà davvero Resident Evil all’horror?
“Ritorno alle origini” è una formula che noi fan abbiamo sentito talmente tante volte da aver sviluppato gli anticorpi. Ogni nuova produzione promette atmosfera, fedeltà e rispetto, poi parte una moto attraverso una vetrata mentre qualcuno spara con due mitragliatrici al rallentatore. Il problema non è che la saga cinematografica precedente fosse action: molti di quei film hanno costruito un’identità esagerata e riconoscibile, diventando per una generazione una specie di universo alternativo di Resident Evil. Il problema nasce quando l’azione elimina la sensazione di fragilità e gli infetti diventano comparse da abbattere invece di minacce capaci di cambiare il modo in cui attraversi una stanza.
Cregger arriva da Barbarian e Weapons, due esperienze che hanno mostrato il suo gusto per il disagio, per gli spazi apparentemente normali che smettono improvvisamente di esserlo e per quella manipolazione delle aspettative che sui social genera teorie ancora prima dei titoli di coda. Stavolta, però, il regista ha anticipato una struttura più lineare rispetto ai suoi film precedenti: un unico protagonista, una progressione quasi continua e una serie di luoghi sempre più pericolosi, come una gigantesca sequenza che riproduce il movimento del videogioco da una zona alla successiva.
Questa impostazione potrebbe catturare una verità spesso dimenticata: Resident Evil non è mai stato soltanto lento. Anche i capitoli classici alternavano esplorazione, enigmi, fughe disperate e picchi di violenza. Il terrore nasceva dalla consapevolezza che ogni scontro consumava qualcosa di prezioso. L’azione diventava ansia economica: quanti proiettili posso spendere, quante cure mi restano, vale davvero la pena eliminare questo nemico oppure devo imparare a passargli accanto?
Tradurre quella logica al cinema significa rendere ogni scelta fisicamente costosa. Bryan non dovrebbe uscire dagli scontri più “forte”, come accade nei normali archi da eroe, ma più stanco, ferito e vicino al collasso. Il suo inventario cinematografico non compare sullo schermo, eppure noi dovremmo percepirlo lo stesso.
Una sola notte può bastare per raccontare Raccoon City?
Una notte basta eccome, soprattutto se è una di quelle che sembrano non finire mai. La sinossi ufficiale descrive il disastro come una corsa per la sopravvivenza concentrata in poche ore, mentre le immagini mostrate finora collocano Bryan in una Raccoon City innevata, una variazione evidente rispetto alla stagione e al clima associati agli eventi originali.
La neve ha qualcosa di inquietante che funziona benissimo con Resident Evil. Assorbe i rumori, isola le strade, rende visibili le tracce e trasforma ogni spazio illuminato in una piccola zona sicura circondata dal buio. È quasi l’opposto della classica città invasa dagli zombie, rumorosa e piena di incendi. Qui l’orrore potrebbe sembrare congelato, sospeso, pronto a muoversi appena Bryan volta lo sguardo.
Una struttura notturna permette inoltre di eliminare tutte quelle pause narrative che spesso fanno perdere pressione agli horror. Nessun salto temporale rassicurante, nessuna mattina successiva in cui i personaggi possono elaborare il trauma bevendo un caffè. Soltanto il passaggio da una minaccia all’altra, con la percezione che l’alba sia lontanissima e forse non rappresenti nemmeno una salvezza.
Mi torna inevitabilmente in mente l’esperienza dei primi giochi, anche se appartengo alla generazione che li ha spesso recuperati attraverso remake, streaming, retrospettive e video con titoli tipo “La timeline completa di Resident Evil spiegata in tre ore”. Quella porta caricata lentamente, diventata oggi quasi un meme archeologico, insegnava una cosa fondamentale: l’attesa può essere gameplay. Il film dovrà trovare il proprio equivalente, magari attraverso il suono, i respiri, gli spazi fuori campo o quei secondi in cui non succede nulla e proprio per questo cominciamo a cercare il pericolo ovunque.
Il cast può reggere un Resident Evil senza personaggi iconici?
Austin Abrams possiede la faccia giusta per un protagonista che non dovrebbe trovarsi lì. Non trasmette l’invulnerabilità levigata dell’eroe da franchise e la sua presenza in Weapons ha già mostrato una sintonia interessante con la regia di Cregger. Attorno a lui compaiono Paul Walter Hauser, Zach Cherry e Kali Reis, interpreti capaci di portarsi dietro una strana imprevedibilità: non sembrano scelti soltanto per riempire ruoli funzionali, ma per farci dubitare continuamente di chi riuscirà a superare la notte.
Paul Walter Hauser, in particolare, ha quel talento raro per entrare in scena e far pensare immediatamente che qualcosa non quadri, anche mentre il suo personaggio sta magari compiendo l’azione più normale del mondo. Zach Cherry conosce benissimo le atmosfere in cui il quotidiano viene deformato da regole assurde, mentre Kali Reis porta una fisicità e una durezza che potrebbero diventare molto interessanti accanto alla totale impreparazione di Bryan.
L’assenza delle icone rende il destino del cast meno prevedibile. Con Leon sappiamo che il franchise difficilmente lo eliminerebbe dopo venti minuti. Bryan non possiede alcuna assicurazione narrativa. Potrebbe salvarsi, trasformarsi, sparire oppure diventare uno dei tanti nomi dimenticati durante la distruzione di Raccoon City. Per uno spettatore abituato a controllare in anticipo cast, leak e teorie su TikTok, non sapere quanto sia importante davvero un personaggio è quasi un lusso.
Il film parlerà anche delle paure tecnologiche di oggi?
Resident Evil ha sempre raccontato una scienza trasformata in prodotto, l’ambizione privata che supera ogni limite etico e una multinazionale capace di vendere benessere mentre nasconde laboratori pieni di cose che probabilmente non dovrebbero possedere denti. La saga nasce nel 1996, ma osservata nel 2026 sembra quasi più contemporanea di allora.
Oggi discutiamo ogni giorno di intelligenza artificiale, manipolazione genetica, sorveglianza digitale, dati biometrici e aziende tecnologiche che sviluppano strumenti più velocemente di quanto governi e persone riescano a comprenderli. Questo non significa che l’AI sia il nuovo T-virus o che ogni laboratorio stia preparando un Tyrant nel seminterrato; significa che conosciamo bene la sensazione di vivere accanto a tecnologie potenti, promettenti e difficili da controllare.
Umbrella Corporation funziona perché estremizza una paura riconoscibile: il progresso guidato non dalla curiosità, ma dal profitto e dalla convinzione che ogni conseguenza possa essere gestita attraverso una conferenza stampa. Sarebbe interessante vedere il reboot recuperare questa dimensione senza trasformarla in una predica. Un logo intravisto, una consegna medica apparentemente innocua, un protocollo automatizzato che continua a funzionare mentre la città crolla possono raccontare molto più di un monologo del cattivo.
Questo Resident Evil sarà fedele oppure coraggioso?
Forse la domanda più utile non riguarda la quantità di riferimenti ai giochi, ma la capacità del film di farci provare le stesse emozioni attraverso strumenti diversi. La fedeltà letterale rassicura perché ci permette di riconoscere tutto; il coraggio creativo espone al rischio di sbagliare, ma offre anche la possibilità di sorprenderci. Cregger sembra aver scelto la seconda strada, cercando però di conservare il ritmo, la vulnerabilità e il senso di progressione tipici della saga.
Sony Pictures porterà Resident Evil nelle sale il 18 settembre 2026 e, almeno sulla carta, l’idea di un horror da circa 90 minuti, concentrato su un uomo normale e costruito come una sequenza ininterrotta di sopravvivenza, sembra molto più intrigante dell’ennesimo tentativo di riprodurre le immagini dei videogiochi senza comprenderne la tensione.
Resta quell’incognita che accompagna ogni adattamento videoludico: il confine tra rispettare una saga e lasciarla respirare in una forma nuova. Magari usciremo dalla sala discutendo della neve, degli Easter egg e di tutte le cose cambiate rispetto al canone; magari torneremo a casa con il desiderio di reinstallare Resident Evil 2 e controllare ancora una volta quanti proiettili abbiamo lasciato nel baule. Oppure Bryan entrerà nel fandom dalla porta principale, ammesso che dietro quella porta non ci sia già qualcosa ad aspettarlo.
Voi da questo reboot volete soprattutto riconoscere il Resident Evil che amate oppure preferite essere spiazzati da una storia capace di cambiare percorso? Parliamone nei commenti, tra ricordi delle prime partite, dubbi legittimi, teorie improbabili e headcanon che probabilmente diventeranno più complessi della timeline ufficiale.







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