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The Great Beyond: J.J. Abrams torna alle origini con un film che riscrive il confine tra realtà e immaginazione

Una cosa succede puntualmente ogni volta che J. J. Abrams scompare dai radar per un po’: l’aria cambia densità. Non è silenzio, è elettricità trattenuta. Dopo aver rimesso mano a mitologie gigantesche come Star Trek e Star Wars, il regista californiano sceglie finalmente di tornare a un territorio completamente suo con The Great Beyond, il primo film originale dai tempi di Super 8. E già questo basterebbe a farci drizzare le antenne. Ma il progetto, avvolto fino a pochi giorni fa in una nebbia degna della Bad Robot, sta iniziando a prendere forma grazie a una serie di indiscrezioni che delineano una trama capace di parlare direttamente a chi è cresciuto con mappe fantasy appese in camera e forum dedicati alle teorie sui multiversi.

Quando il mondo che scrivi inizia a risponderti

La storia di The Great Beyond ruota attorno a un autore di romanzi fantasy interpretato da Samuel L. Jackson. Uno scrittore che ha costruito un regno mitico talmente dettagliato da sembrare reale. Bestseller, fandom accaniti, fan art, lore sterminata. Fin qui tutto normale, per chi mastica saghe alla Tolkien o alla Martin.

Poi la crepa.

Perché quel mondo inventato non è solo carta e inchiostro: esiste davvero. E l’autore decide di inviare nel regno fantastico il protagonista del film, Joe, interpretato da Glen Powell.

Joe non è l’eroe predestinato. Non è il prescelto. È un ex promessa del liceo che ha raggiunto l’apice della sua vita tra corridoi e armadietti, per poi rimanere incastrato in una comfort zone fatta di rimpianti. Codardo, insicuro, incapace di crescere davvero. In altre parole: l’anti-eroe perfetto per una storia di formazione in salsa fantasy.

Catapultato in un’avventura che non ha mai desiderato, Joe dovrà affrontare le sue paure più radicate e trasformarsi nell’eroe che non avrebbe mai immaginato di poter essere. E qui Abrams sembra tornare a una delle sue ossessioni più sincere: la crescita attraverso il mistero.

Mentori nerd, eroine carismatiche e dinamiche meta-fantasy

Ad accompagnare Joe c’è una figura che farà impazzire metà della community geek: una mentore nerd esperta di letteratura fantasy interpretata da Jenna Ortega. Dopo il successo globale di Mercoledì, Ortega incarna una guida che conosce le regole del genere, i cliché, le trappole narrative. Non è solo un personaggio: è quasi un avatar del fandom consapevole.

Nel regno fantasy vive invece l’eroina carismatica interpretata da Emma Mackey, già amata per Sex Education. Cool, competente, magnetica: rappresenta l’ideale eroico che Joe non è mai stato.

Il trio promette dinamiche interessanti: il fallito del mondo reale, la fan esperta che conosce la mitologia, l’eroina autentica che abita il regno. È un gioco di specchi tra chi scrive le storie, chi le studia e chi le vive.

E in controluce si intravede un discorso più ampio: cosa succede quando la fantasia non è evasione ma responsabilità?

Dal titolo Ghostwriter a The Great Beyond: una dichiarazione d’intenti

All’inizio il progetto era conosciuto come Ghostwriter, un nome più intimo, quasi ironico. Il passaggio a The Great Beyond cambia completamente la prospettiva. Non più solo lo scrittore e la sua ombra, ma l’idea di un “oltre” che chiama.

Il titolo evoca confine, trascendenza, passaggio. Sembra un invito a guardare oltre la pagina scritta, oltre la comfort zone, oltre il rimpianto adolescenziale. E in un’epoca in cui il fantasy è spesso dominato da adattamenti e reboot, un film completamente originale diretto e scritto da Abrams – prodotto dalla sua Bad Robot – suona come una piccola rivoluzione.

Un cast che parla il linguaggio del presente

Glen Powell è reduce da titoli come Hitman, The Running Man e Twisters, oltre alla serie Chad Powers. Il suo volto ha quella miscela perfetta di carisma classico e vulnerabilità contemporanea. Jenna Ortega è diventata icona generazionale, capace di attraversare horror, dark fantasy e thriller psicologici. Samuel L. Jackson, inutile dirlo, porta con sé un’aura che va da Pulp Fiction al Marvel Cinematic Universe con Nick Fury. Emma Mackey aggiunge stratificazione emotiva e modernità.

Non sembra un cast assemblato per algoritmo, ma per risonanza. E questo, per chi ama il cinema che osa, è un segnale importante.

Abrams e la nostalgia che non è solo nostalgia

Chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta non può non percepire un’eco di film come The Last Starfighter. Anche lì un ragazzo comune attraversava il confine tra quotidiano e straordinario. Anche lì la fantasia chiamava per nome.

La differenza? The Great Beyond sembra voler interrogare quella dinamica in chiave adulta. Non più l’adolescente che sogna di scappare, ma l’adulto bloccato che deve imparare a crescere davvero. In un’epoca in cui il fandom è maturo, stratificato, consapevole, questa scelta narrativa potrebbe colpire nel segno.

Dopo anni passati a riattivare saghe iconiche, Abrams torna a costruire da zero. Ed è qui che si gioca la partita più interessante: dimostrare che sa ancora sorprendere senza appoggiarsi a mitologie pre-esistenti.

Uscita, attesa e hype

The Great Beyond è attualmente in post-produzione e arriverà al cinema il 13 novembre 2026. Sembra lontano, ma l’hype è già partito. E, conoscendo la macchina narrativa di Abrams, possiamo aspettarci teaser enigmatici, trailer che rivelano tutto e niente, dettagli disseminati come breadcrumb per i fan più attenti.

La vera domanda, però, non riguarda il box office.

Riguarda noi.

Siamo ancora pronti a credere che un mondo inventato possa esistere davvero? Siamo disposti a lasciarci mettere in discussione da una storia che parla di fallimenti, di crescita, di immaginazione che diventa realtà?

The Great Beyond promette di essere molto più di un fantasy. Potrebbe essere un film sul rapporto tra autore e creazione, tra fan e mito, tra adulto e adolescente interiore.

E adesso passo la parola a voi.
Se un portale si aprisse davanti ai vostri occhi e vi chiedesse di attraversarlo… lo fareste? Oppure restereste sulla soglia, con il dubbio che sia meglio non sapere cosa c’è dall’altra parte?

25 anni di Unbreakable – Il predestinato: perché il film di Shyamalan rimane ancora oggi il più grande anti-cinecomic di sempre

Esistono film che non hanno bisogno di urlare per lasciare un segno. Alcuni preferiscono insinuarsi tra le pieghe della percezione, sussurrando una storia che ti resta addosso anche quando scorrono i titoli di coda. “Unbreakable – Il predestinato”, uscito negli Stati Uniti il 22 novembre 2000, appartiene a questa categoria rara: opere che sembrano in anticipo sui tempi, quasi fuori posto nella loro epoca, ma che finiscono per diventare fondamento di un linguaggio nuovo. Venticinque anni dopo, la creatura di M. Night Shyamalan continua a vibrare come una parabola contemporanea sull’identità, sulla fragilità e sul bisogno profondamente umano di credere in qualcosa di straordinario.

Il viaggio comincia con un uomo qualunque, David Dunn, interpretato da un Bruce Willis lontanissimo dai ruolo action che l’avevano consacrato nell’immaginario collettivo. La sua storia assume una piega inquietante quando sopravvive senza nemmeno un graffio a un incidente ferroviario devastante. La situazione sarebbe già abbastanza suggestiva così, ma Shyamalan non si limita a giocare con il mistero: sfrutta l’incredibile per scavare un solco profondissimo nella psicologia del protagonista. David è un uomo trascinato dal quotidiano, stanco, incerto, incapace perfino di riconoscersi. La sua invulnerabilità non è presentata come un dono, bensì come un peso che lentamente destabilizza ogni certezza. Il vero conflitto non riguarda ciò che può fare, ma ciò che deve fare ora che il mondo lo guarda con occhi diversi, e lui stesso fatica a capire chi è davvero.

Unbreakable - Trailer

A guidarlo in questa lenta e tormentata trasformazione arriva Elijah Price, un Samuel L. Jackson magnetico, elegante e inquieto. Elijah è l’opposto di David, quasi la sua immagine speculare. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni battuta ricorda la sua fragilità fisica, quella malattia rara che frantuma le sue ossa come fossero cristallo. Questa condizione, più che renderlo vittima, lo trasforma in un collezionista di significati, un detective della mitologia moderna. Elijah è convinto che se lui rappresenta l’estremo della fragilità, da qualche parte debba esistere il suo contrario: un essere praticamente indistruttibile. La sua ricerca assume allora contorni quasi religiosi, un pellegrinaggio dell’anima tra fumetti, archetipi e credenze popolari.

Shyamalan costruisce questa relazione come una spirale narrativa, lenta ma persistente, che avvolge lo spettatore in un’atmosfera di sospensione. Non si tratta di un cinecomic tradizionale, e nemmeno di un thriller nel senso classico. È piuttosto un’indagine filosofica, una riflessione noir in cui ogni inquadratura suggerisce più di quello che mostra. Il regista sceglie di ridurre all’osso qualunque forma di spettacolo pirotecnico, bilanciando silenzi, movimenti lenti, cromatismi essenziali. Ogni scena sembra dipinta su una tavola di fumetto, ma priva del clamore supereroistico che ci aspetteremmo. Questo approccio minimalista non rende il film statico, ma gli dona un’intensità particolare, una forma di tensione emotiva continua che accompagna lo spettatore in un crescendo ovattato.

David Dunn diventa così un eroe atipico, costruito non sulla potenza ma sulla consapevolezza. L’eroismo emerge come una scelta, non come un destino già stabilito. Willis lo interpreta con una delicatezza inaspettata: i suoi gesti sono misurati, le parole trattenute, come se temesse che ogni verità scoperta potesse frantumarlo tanto quanto un urto rompe le ossa di Elijah. Questa scelta di recitazione è il cuore narrativo dell’opera: un uomo che scopre di essere quasi invincibile, ma che ha sempre vissuto come se fosse invisibile.

Unbreakable - il risveglio

Il film pone molte domande, e Shyamalan non è interessato a fornire risposte immediate. La struttura ricorda quella della graphic novel d’autore, dove l’azione è solo un modo per raccontare i personaggi, non il contrario. L’uso del colore, per esempio, suggerisce un significato profondo: il verde di David, il viola di Elijah, una simbologia che richiama i codici cromatici tipici dei supereroi ma filtrata attraverso una lente psicologica.

Nonostante la critica dell’epoca non lo avesse compreso appieno, “Unbreakable” anticipò un’intera stagione del cinema supereroistico. Prima del realismo di Nolan, prima dell’avvento del cinecomic maturo e introspettivo, Shyamalan stava già raccontando un supereroe senza costume, che sapeva di essere speciale solo quando qualcuno glielo diceva. L’opera aprì una finestra narrativa diventata poi fertile terreno per molte produzioni successive, dai film che riscrivono l’origin story in chiave introspettiva fino ai progetti che reimmaginano l’eroe non come icona ma come individuo.

La lentezza del racconto, spesso criticata, si rivela invece uno strumento prezioso. Permette al film di respirare, di dare tempo alle emozioni di sedimentare e allo spettatore di comprendere che la storia non sta procedendo verso una battaglia epica, ma verso una rivelazione personale. L’azione esplode solo nelle menti dei protagonisti, e quando arriva fisicamente, lo fa con una sobrietà spiazzante, che la rende ancora più reale. Tutto ciò rafforza la dimensione umana dell’opera, invitando a riflettere su cosa significhi davvero diventare l’eroe della propria vita.

Se le sue qualità non erano state comprese al debutto, l’eredità del film è oggi indiscutibile. La trilogia completata con “Split” e “Glass” ha ridefinito l’opera come il primo tassello di un universo più grande e complesso. Tuttavia “Unbreakable” rimane il capitolo più potente, proprio perché non era pensato per essere parte di una saga. Era un esperimento narrativo, un gesto coraggioso che usava i codici dei fumetti per parlare della solitudine, del bisogno di dare un senso alla propria esistenza, del desiderio di essere visti per ciò che si è realmente. Il film funziona ancora oggi perché non dipende dagli effetti speciali, ma dalle domande che pone.

Guardarlo nel 2025 significa riconoscere quanto Shyamalan avesse intuito con straordinaria lucidità: il mondo aveva bisogno di un supereroe che non sapesse di esserlo, di un antagonista che non volesse distruggere ma comprendere, di un racconto che si muovesse nelle zone grigie della moralità. “Unbreakable” è il cinecomic che ha mostrato come l’eroismo sia una forma di consapevolezza, non un potere. E questa verità non invecchia.

A distanza di venticinque anni, continua a parlarci con la stessa intensità di allora, come se fossimo noi gli esseri umani incerti che cercano un posto nel mondo. Forse è per questo che resiste: perché celebra quel momento fragile e irripetibile in cui scopriamo che dentro di noi c’è qualcosa di più grande. Magari non indistruttibile, ma comunque indispensabile.

E tu, hai rivisto “Unbreakable” di recente? Ti ha colpito allo stesso modo della prima volta o ha rivelato nuove sfumature ora che conosciamo l’intera trilogia? La community di CorriereNerd.it è pronta a parlarne insieme, perché i film che cambiano il modo di raccontare i supereroi meritano di essere celebrati, analizzati, amati. Anche dopo venticinque anni.

NOLA King: Samuel L. Jackson protagonista dello spin-off di Tulsa King, lo Sheridanverse sbarca a New Orleans

Immaginatevi le luci tremolanti di Bourbon Street, il suono ipnotico di un sax che si perde nella notte, e un uomo, Russell Lee Washington Jr., che attraversa le strade umide di New Orleans con lo sguardo di chi sa esattamente quanto sia sottile il confine tra potere e rovina. Quest’uomo ha il volto magnetico di Samuel L. Jackson, una leggenda vivente del cinema che si prepara a conquistare anche il piccolo schermo con NOLA King, lo spin-off di Tulsa King targato Paramount+.

Se vi siete appassionati alle vicende del boss mafioso Dwight “The General” Manfredi, interpretato da un Sylvester Stallone in stato di grazia, preparatevi a immergervi in un nuovo capitolo del cosiddetto Sheridanverse, l’universo criminale creato dalla mente geniale di Taylor Sheridan, già autore di successi come Yellowstone e Mayor of Kingstown. Sheridan, instancabile tessitore di storie, sta infatti espandendo il suo impero narrativo con uno spin-off ambientato nella vibrante e decadente New Orleans, una città che non sarà solo scenario, ma vera protagonista.

La serie madre, Tulsa King, è diventata uno dei titoli di punta di Paramount+, capace di conquistare il pubblico con un mix irresistibile di crime, dramma e ironia. Non sorprende, dunque, che Sheridan voglia cavalcare l’onda del successo, portando sullo schermo un nuovo personaggio interpretato da uno degli attori più iconici di Hollywood. Samuel L. Jackson, che ha alle spalle più di 150 film e un incasso cumulativo da capogiro – parliamo di oltre 7 miliardi di dollari – è pronto a vestire i panni di un boss carismatico e spietato, Russell Lee Washington Jr., la cui storia inizierà proprio nella terza stagione di Tulsa King come guest star, per poi spiccare il volo con una serie tutta sua.

Il progetto di NOLA King non è nato dall’oggi al domani. Già nel 2023, Terence Winter, storico sceneggiatore de I Soprano, aveva iniziato a gettare le basi di uno spin-off ambientato nella città del jazz. Ora, con Dave Erickson (noto per il lavoro su Fear the Walking Dead e Mayor of Kingstown) al timone come showrunner e sceneggiatore, il progetto ha trovato nuova linfa. E con Taylor Sheridan e David C. Glasser di 101 Studios come produttori esecutivi, le aspettative sono altissime.

Ma cosa possiamo aspettarci da NOLA King? Poco è trapelato sulla trama, ma possiamo già intuire il tono: un crime drama intenso, ricco di personaggi ambigui, alleanze fragili, tradimenti dietro l’angolo e un’estetica cinematografica da noir del sud. New Orleans, con i suoi contrasti tra lusso e povertà, magia e corruzione, tradizione e modernità, non sarà un semplice sfondo, ma un’entità viva che influenzerà ogni scelta dei protagonisti. Si preannuncia una serie capace di intrecciare storie di potere, redenzione e vendetta, con quell’inconfondibile stile sheridaniano che ha già sedotto milioni di spettatori nel mondo.

La produzione della terza stagione di Tulsa King è già in corso, con riprese tra Oklahoma e Georgia, e l’arrivo di Jackson nel cast alzerà sicuramente la posta. Insieme a Stallone, ritroveremo volti noti come Jay Will, Max Casella, Andrea Savage, Annabella Sciorra, Martin Starr, Garrett Hedlund, Vincent Piazza e Dana Delany, a cui si aggiungono le new entry Neal McDonough e Frank Grillo. E non dimentichiamoci Kevin Pollak, che interpreterà l’agente speciale dell’FBI Musso.

La roadmap è chiara: produzione di NOLA King prevista per il 2026, con un lancio che punta a trasformare questo spin-off in un nuovo pilastro del cosiddetto Premium Drama di Paramount+. Siamo davanti non solo a una serie, ma a un vero e proprio statement: Samuel L. Jackson non è solo una guest star di lusso, è il simbolo dell’ambizione di un progetto che vuole ridefinire i confini della serialità crime contemporanea.

Per gli appassionati di crime drama, mafie televisive e storie piene di antieroi carismatici, l’appuntamento è già segnato sul calendario. NOLA King promette di essere un viaggio indimenticabile tra i vicoli di una città leggendaria, tra fiumi di bourbon, jazz ipnotico e intrighi criminali. E se siete fan di Stallone, di Sheridan, di Jackson o, semplicemente, delle storie ben raccontate, preparatevi: ci sarà di che godere.

E adesso, tocca a voi: siete pronti a immergervi nello Sheridanverse che si espande sempre di più? Che ne pensate di questo nuovo spin-off e dell’arrivo di Samuel L. Jackson? Aspettiamo i vostri commenti qui sotto! Condividete l’articolo sui vostri social e fateci sapere con chi vi piacerebbe guardare NOLA King: un amico, una partner, o magari il vostro gruppo di binge-watching preferito. Il mondo nerd e geek vive anche di confronto e di entusiasmo condiviso, quindi non siate timidi: fatevi sentire!

Afterburn: Bautista e Jackson tra reliquie e radiazioni nella nuova action sci-fi post-apocalittica

Immagina un mondo devastato, dove la tecnologia è solo un ricordo polveroso e le opere d’arte sono più preziose dell’oro. La Terra, scossa fino al midollo da una colossale eruzione solare, è diventata un deserto radioattivo chiamato “Zona Bruciata”. Ma proprio in questo panorama da incubo, tra ruderi contorti e relitti della civiltà perduta, si scatena la nuova corsa all’oro… o meglio, ai pre-flare objects. E tra questi, c’è anche una certa Gioconda. Sì, proprio quella Gioconda. È qui che esplode Afterburn, il nuovo film action sci-fi diretto da J.J. Perry, già stuntman dietro le quinte di saghe come Fast & Furious e John Wick, e ora regista a tutto tondo. Perry si lancia in questa avventura cinematografica portando con sé due pesi massimi dell’universo Marvel: Dave Bautista e Samuel L. Jackson. Dimenticatevi però Drax il Distruttore e Nick Fury: in questo mondo, i superpoteri sono sopravvivenza, ingegno e tanto, tanto coraggio.

AFTERBURN Trailer (2025) Dave Bautista, Samuel L. Jackson

Un mondo post-apocalittico… con stile

Basato sull’omonima graphic novel di Red 5 Comics, scritta da Scott Chitwood, Paul Ens e illustrata da Wayne Nichols, Afterburn si ambienta dieci anni dopo l’apocalisse solare. In questo scenario, il nostro eroe è Jake (Bautista), ex soldato diventato cacciatore di tesori per clienti senza scrupoli. Non cerca banali gioielli o lingotti d’oro: Jake vuole le reliquie del mondo perduto, oggetti iconici e introvabili, come… la Mona Lisa. Perché in un mondo senza Internet, senza satelliti e senza smartphone, ciò che rimane della nostra cultura ha un valore inestimabile.

Accanto a lui, troviamo Drea (Olga Kurylenko), anche lei combattente e sopravvissuta. La loro missione è chiara: trovare e recuperare la celebre opera prima che cada nelle mani sbagliate, quelle di un signore della guerra che sogna di costruirsi un impero sulla nostalgia e sul collezionismo post-bellico.

Ma la strada è tutt’altro che lineare. Nella Zona Bruciata si nascondono bande di predoni mutanti, creature deformate dalle radiazioni e trappole tecnologiche residue. Ed è proprio qui che il film promette di fare scintille, grazie a stunt pratici e scene d’azione viscerali, girate old school, con veri stuntman e zero effetti cheap.

Jackson, Bautista e il richiamo della distopia

Samuel L. Jackson, che interpreterà Valentine, è un altro combattente per la libertà, figura leggendaria in questa nuova realtà devastata. La coppia Bautista-Jackson promette alchimia e carisma, due volti iconici che si incrociano ancora una volta dopo l’MCU, ma con ruoli completamente diversi, crudi e spogliati dai mantelli supereroistici.

L’intero progetto è stato in incubazione per anni. La prima notizia di un adattamento cinematografico di Afterburn risale addirittura al 2008, con nomi come Tobey Maguire alla produzione e persino Gerard Butler in trattativa come protagonista. Ma dopo innumerevoli stop, cambi di regia e riscritture (tra cui quella di Matt Johnson e Nimród Antal), finalmente nel 2024, a Bratislava, sono iniziate le riprese.

E non è tutto rose e fucili al plasma: il film ha già fatto parlare di sé anche per le turbolenze dietro le quinte. Una disputa legale ha visto coinvolta Fourth Chance Productions, che ha ottenuto un risarcimento di 7,7 milioni di dollari a causa di una frode nel finanziamento. Ma sembra che, nonostante tutto, la nave stia arrivando in porto.

Un mix esplosivo di Indiana Jones e Children of Men

I produttori lo descrivono come una fusione tra Indiana Jones e I figli degli uomini, e se l’ambizione è alta, anche le aspettative lo sono. L’idea di un mondo dove la cultura pop e l’arte diventano la nuova valuta di potere è quanto di più attuale e visionario si possa immaginare. E con Roque Baños alla colonna sonora e José David Montero alla direzione della fotografia, Afterburn sembra avere tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult geek.

Il countdown è iniziato

Segnate questa data nei vostri calendari distopici: 22 agosto 2025, quando Afterburn debutterà nei cinema americani selezionati. Non sappiamo ancora la distribuzione italiana, ma una cosa è certa: il multiverso dei film post-apocalittici ha appena guadagnato un nuovo, esplosivo capitolo.

“Die Hard – Duri a Morire” compie 30 anni: l’apoteosi dell’action movie con Bruce Willis e Samuel L. Jackson

Il 19 maggio 1995 usciva nei cinema americani “Die Hard – Duri a Morire” (Die Hard with a Vengeance), il terzo capitolo della celebre saga action con protagonista il poliziotto più sfortunato di New York, John McClane. Diretto dal maestro del genere John McTiernan, il film rappresenta una pietra miliare del cinema d’azione anni ’90, un mix esplosivo di adrenalina, battute al vetriolo e scene d’azione che ancora oggi lasciano col fiato sospeso.

Dopo i successi di “Trappola di cristallo” (1988) e “58 minuti per morire – Die Harder” (1990), McClane torna per affrontare un’altra giornata da incubo, ma stavolta non sarà solo. Ad affiancarlo c’è il vulcanico Samuel L. Jackson nei panni di Zeus Carver, un personaggio tanto cinico quanto brillante, che diventa suo compagno di sventure. A dar filo da torcere alla coppia c’è Jeremy Irons, che veste i panni del perfido Simon Gruber, fratello maggiore di Hans Gruber, il leggendario villain interpretato da Alan Rickman nel primo “Die Hard”.

Il ritorno del re (degli action)

John McTiernan non si limita a riportare in scena il classico poliziotto solitario alle prese con un gruppo di terroristi, ma amplia la scala degli eventi, portando il caos nel cuore di New York. Niente più grattacieli o aeroporti: questa volta l’intera città diventa il campo di battaglia. L’esplosione iniziale di un grande magazzino dà il via a una serie di “giochi” contorti orchestrati da Simon, che costringe McClane e Zeus a risolvere enigmi disseminati in giro per la città, con l’ombra costante di una nuova esplosione pronta a seminare morte e distruzione.

L’incipit è memorabile. McClane, appeso a una vita alla deriva, viene strappato dal suo stato di apatia e post-sbornia e catapultato nel quartiere di Harlem con un cartello pieno di insulti razzisti. Qui, Zeus Carver entra in scena e salva McClane da un linciaggio sicuro. Questa situazione surreale e pericolosa mette subito in chiaro il tono del film: niente sarà semplice, tutto sarà sul filo del rasoio.

La vendetta di Simon Gruber: non solo vendetta personale

Il personaggio di Simon Gruber, interpretato con eleganza e crudeltà da Jeremy Irons, è uno degli antagonisti più riusciti della saga. Con la sua voce calma e glaciale, Simon gioca con McClane come un gatto con il topo, ma il suo piano va ben oltre la vendetta personale. Dopo aver seminato il caos con attentati e minacce, il suo vero obiettivo viene rivelato: derubare la Federal Reserve di New York. Fingendo di aver piazzato una bomba in una scuola (che si rivelerà un bluff), Simon distoglie l’attenzione della polizia, lasciando campo libero alla sua squadra per svuotare il caveau della riserva federale e rubare tonnellate di lingotti d’oro.

Il colpo di scena funziona alla grande e spinge lo spettatore a rivedere l’intera sequenza di eventi con occhi nuovi. Non è solo una caccia al tesoro o una sfida di astuzia tra il protagonista e l’antagonista, ma una mossa strategica orchestrata con una precisione chirurgica. Il tutto culmina con l’iconico scontro finale, in cui McClane, con il supporto di Zeus, riesce a sventare il piano di Simon e distruggere il suo elicottero in una scena degna di essere scolpita nella memoria collettiva degli amanti del cinema d’azione.

La coppia perfetta: Bruce Willis e Samuel L. Jackson

Se “Trappola di cristallo” puntava tutto sulla solitudine di McClane, “Die Hard – Duri a Morire” alza la posta in gioco con la dinamica tra Bruce Willis e Samuel L. Jackson, una coppia perfettamente bilanciata. Da un lato c’è McClane, il poliziotto stanco e sfinito, ma sempre pronto a rialzarsi; dall’altro Zeus, un uomo comune costretto a immergersi in un gioco letale. I loro dialoghi sono un concentrato di ironia, cinismo e battute che restano nella storia.

Le interazioni tra i due sono il cuore pulsante del film. Zeus Carver non è uno scagnozzo o una semplice “spalla” comica, ma un personaggio attivo e cruciale. La sua intelligenza e la sua capacità di risolvere enigmi sono fondamentali per affrontare i giochi mentali di Simon. La loro chimica è naturale, grazie anche all’esperienza maturata da entrambi gli attori in “Pulp Fiction”, uscito solo un anno prima, che li aveva già visti brillare in ruoli iconici.

Un ritmo esplosivo e mai noioso

La regia di John McTiernan è, senza mezzi termini, un manuale di cinema action. Ogni scena è costruita con cura maniacale, senza cadute di ritmo o momenti morti. Le esplosioni non sono solo fuochi d’artificio per gli occhi: servono a costruire la tensione narrativa. Le esplosioni sono reali, i pericoli sono palpabili, e il tutto è amplificato da un montaggio serrato che non lascia tregua.

Le sequenze d’azione hanno un impatto visivo che oggi, nell’era della CGI, è quasi nostalgico. Qui non ci sono effetti digitali a tappeto: le esplosioni avvengono davvero, i veicoli vengono realmente distrutti e gli stuntman mettono in gioco la loro incolumità fisica. È questo “realismo” che dà a “Die Hard – Duri a Morire” un impatto visivo senza tempo.

L’eredità di “Die Hard – Duri a Morire”

Quando si parla di “Die Hard – Duri a Morire”, si parla di un modello da cui molti registi hanno attinto nel corso degli anni. Il film non solo ha rilanciato la carriera di Bruce Willis, ma ha anche stabilito un nuovo standard per il cinema action. McTiernan rimane il re indiscusso del genere, grazie alla sua capacità di bilanciare azione, humor e personaggi memorabili.

L’uscita italiana avvenne il 27 ottobre 1995 per mano di Cecchi Gori Group, portando anche il pubblico italiano nel vortice di adrenalina di McClane e Zeus. La pellicola venne accolta con grande entusiasmo sia dalla critica che dal pubblico, cementando il suo status di classico immortale del genere action.

Un cast stellare e un villain indimenticabile

Oltre a Bruce Willis e Samuel L. Jackson, la presenza di Jeremy Irons aggiunge un tocco di classe e raffinatezza al film. Il suo Simon Gruber è subdolo, calcolatore e, a tratti, persino affascinante. La sua capacità di manipolare gli eventi e giocare con la mente dei protagonisti è una lezione di come si costruisce un villain perfetto.

Conclusione: il miglior “Die Hard” di sempre?

A distanza di 30 anni, “Die Hard – Duri a Morire” è ancora oggi considerato il miglior capitolo della saga. Se “Trappola di cristallo” ha creato il mito di John McClane, “Duri a Morire” l’ha perfezionato. La scelta di ampliare l’ambientazione, portando l’intera città di New York a fare da sfondo, ha reso l’azione più imprevedibile e avvincente.

Con una regia impeccabile, effetti pratici, un cast all-star e una trama mai banale, “Die Hard – Duri a Morire” rimane un capolavoro intramontabile del cinema d’azione. Dopo trent’anni, McClane corre ancora per le strade di Harlem, con Zeus al suo fianco, sfidando terroristi, bombe e cospirazioni con il solito inconfondibile spirito: “Yippee-ki-yay, figlio di…”.

Damaged: Il thriller con Samuel L. Jackson che prometteva tensione e mistero, ma si perde nei meandri del déjà-vu

Alcuni film ti agganciano ancora prima di partire, come quel trailer visto alle tre di notte mentre scrolli distrattamente tra una clip di TikTok e un vecchio AMV di Neon Genesis Evangelion, e senti subito quella vibrazione familiare, quella promessa silenziosa che ti dice “questa volta sì, questa volta ti porto giù nel buio come si deve”. “Damaged” era esattamente quel tipo di richiamo, un titolo che sembrava uscito da una fanfiction oscura tra Se7en e Il silenzio degli innocenti, con dentro Samuel L. Jackson e Vincent Cassel, cioè roba che sulla carta ti fa già apparecchiare la serata come fosse un rituale: luci basse, snack strategici, cervello pronto a essere manipolato da un serial killer scritto bene, di quelli che ti restano addosso come un trauma digitale.

Il problema è che quell’hype iniziale, quello che ti fa partire convinto di aver trovato il thriller della settimana, inizia a sgretolarsi con una lentezza quasi crudele, come una patch promessa al day one che non arriva mai, e tu resti lì a chiederti se sei tu a non essere più impressionabile oppure se davvero qualcosa si è inceppato nel sistema. La trama prova a fare la voce grossa, ti lancia dentro questo detective consumato, Dan Lawson, figura archetipica quanto basta per funzionare, e lo catapulta in una Edimburgo gotica e umida che sembra costruita apposta per farti sentire dentro una side quest di Alan Wake, con omicidi rituali, simbolismi, passato che torna a bussare come un boss fight non risolta. Tutto perfetto, tutto già visto ma nel modo giusto, quello che ti fa dire “ok, se giocano bene le carte qui esce qualcosa di solido”.

Solo che non le giocano bene, ed è questo che fa più male.

La regia di Terry McDonough, uno che ha dimostrato di sapere cosa significa costruire tensione ai tempi di Breaking Bad, qui sembra muoversi come un NPC che ha perso la pathfinding: scene che dovrebbero stringerti lo stomaco restano sospese, dialoghi che dovrebbero scavare si limitano a sfiorare, e il ritmo si trascina come quelle serie che binge-watchi per inerzia più che per reale coinvolgimento. Non scatta mai quel momento in cui smetti di essere spettatore e diventi preda, e per un thriller questo è praticamente un peccato mortale.

E poi la sceneggiatura… qui entriamo in quel territorio delicato dove il fan riconosce tutto, troppo, immediatamente. I richiami ai grandi classici non sono suggestioni, sono quasi copie carbone senza la forza di reinventarle, come se qualcuno avesse preso una checklist del genere crime e l’avesse compilata senza mai fermarsi a chiedersi “ma questa cosa cosa mi lascia?”. Ogni svolta arriva con quel mezzo secondo di anticipo che ti rovina tutto, come sapere già lo spoiler mentre stai ancora guardando l’episodio. E per chi è cresciuto a pane, forum, creepypasta e maratone notturne di serial killer stories, questa prevedibilità pesa come un bug che ti rompe l’immersione.

Il cast, che doveva essere la boss fight finale, finisce per essere quasi la delusione più grande. Samuel L. Jackson sembra in modalità risparmio energetico, presente ma distante, come se il personaggio fosse rimasto sulla carta senza mai attraversargli davvero lo sguardo. Vincent Cassel entra, lascia quella sua aura magnetica che conosciamo bene, e poi sparisce prima ancora di incidere davvero, mentre Gianni Capaldi ci prova con una certa onestà ma resta intrappolato in una scrittura che non gli permette di uscire dal livello base. Solo John Hannah, a tratti, regala quella sensazione di “ok, adesso succede qualcosa”, ma sono lampi, non una tempesta.

Visivamente il film gioca bene le sue carte, ed è forse la cosa che ti tiene lì più a lungo del previsto. Edimburgo diventa quasi un personaggio, con quelle strade bagnate, le architetture gotiche, la nebbia che si infila ovunque come un filtro Instagram dark che però funziona davvero. Ti ritrovi a guardare certe inquadrature pensando a quanto sarebbe stato perfetto se la storia avesse avuto lo stesso livello di cura, come un cosplay realizzato in modo impeccabile ma indossato senza conoscere davvero il personaggio.

E poi arriva il finale, quel momento che dovrebbe ribaltare tutto e invece scivola via come una cutscene non skippabile ma inutile. La rivelazione che Dan Lawson è il killer avrebbe potuto essere devastante, uno di quei twist che ti fanno tornare indietro mentalmente su ogni scena, ma qui manca completamente l’impatto emotivo, manca la costruzione, manca il coraggio di spingere davvero fino in fondo. Persino la scelta di lasciarlo andare, senza un vero confronto, senza una chiusura che faccia male, sembra più una resa che una decisione narrativa.

E mentre scorrono i titoli di coda ti resta addosso quella sensazione strana, familiare, quasi nostalgica nel modo peggiore possibile: quella delle occasioni mancate. “Damaged” non è brutto nel senso classico, non è il disastro che smonti pezzo per pezzo ridendo, è qualcosa di più frustrante, perché intravedi continuamente il film che avrebbe potuto essere, lo senti sotto la superficie come un livello nascosto mai sbloccato, e questo lo rende ancora più difficile da digerire.

Alla fine rimane una domanda sospesa, di quelle che si infilano tra una discussione su Discord e un commento sotto un reel: siamo diventati troppo esigenti noi, cresciuti tra capolavori che hanno settato l’asticella troppo in alto, oppure è il genere thriller che sta iniziando a giocare troppo sul sicuro, dimenticandosi di rischiare davvero? Perché la sensazione è quella di aver visto qualcosa che aveva tutte le carte per essere memorabile e ha scelto di restare comodo, prevedibile, quasi timido.

Curioso di sapere se anche tu hai avuto quella stessa vibrazione strana a fine visione, quel mix di hype tradito e voglia di riscrivere mentalmente intere scene mentre guardavi lo schermo. Magari mi sbaglio, magari qualcosa ti ha colpito davvero e sono io che sto diventando troppo cinico dopo anni di binge e notti passate a cercare il thriller perfetto… raccontamelo, perché questa conversazione secondo me è appena iniziata.

The Unholy Trinity: il western dell’estate che mescola piombo, redenzione e segreti sepolti

Che succede quando metti insieme due giganti del cinema come Pierce Brosnan e Samuel L. Jackson, li spedisci nel Montana del 1870 e gli affidi una storia di vendetta, mistero e tesori nascosti? Succede che nasce The Unholy Trinity, un crime western che promette scintille – e non solo quelle delle sparatorie. Diretto da Richard Gray (già dietro la macchina da presa di Robert the Bruce – Guerriero e re), il film ci riporta nelle terre polverose e spietate del Vecchio West, ma con uno sguardo moderno, teso e ricco di ambiguità morali. Non siamo davanti al classico western manicheo alla John Wayne, ma a qualcosa che profuma di revisionismo, noir e tensioni psicologiche.

La storia si apre col botto – o meglio, con la corda del patibolo pronta a stringersi attorno al collo di Isaac Broadway, interpretato da un intenso Tim Daly. È proprio sul filo di quella fine imminente che Isaac affida al figlio Henry (Brandon Lessard, giovane promessa vista in Murder at Yellowstone City) un compito che più impossibile non si può: trovare e uccidere l’uomo che lo ha incastrato. E da qui parte il viaggio.

Henry si mette in cammino verso la cittadina di Trinity – nome tutt’altro che casuale, in questo racconto di fede, redenzione e inganni – e lì si scontra con due figure che incarnano, almeno in apparenza, il bene e il male. Da una parte Gabriel Dove (un carismatico e insolitamente trattenuto Pierce Brosnan), il nuovo sceriffo che gli lancia una frase sibillina nel trailer: “Fammi un favore, mantieni la tua ascendenza tra di noi.” Dall’altra St. Christopher (Samuel L. Jackson in modalità mistico e minaccioso), che sembra sapere molto più di quanto lasci intendere. È lui a pronunciare una delle linee più potenti del trailer: “Un uomo non sa se è buono o cattivo finché non è con le spalle al muro.” E viene subito da chiedersi: Henry, da che parte starà quando il momento arriverà?

Il trailer, distribuito da Roadside Attractions insieme al poster ufficiale, è un mix esplosivo di sparatorie, sguardi carichi di tensione e silenzi pesanti come il piombo. La leggenda del tesoro nascosto da Broadway, infatti, è più che una voce: sembra essere il motore silenzioso che muove desideri, vendette e tradimenti. La cittadina di Trinity diventa così un crocevia di anime dannate e speranze residue, dove la verità è sepolta sotto strati di polvere e menzogne.

Il film si è guadagnato un posto al sole anche al Zurich Film Festival nell’ottobre 2024, anticipando la sua uscita nelle sale statunitensi prevista per il 13 giugno 2025. Le riprese si sono svolte nel Montana nell’autunno del 2023, durante lo sciopero SAG-AFTRA, ottenendo una deroga speciale che ha permesso alla produzione di continuare. E per fortuna, aggiungerei, visto che questo progetto promette di essere una delle sorprese più affascinanti della stagione estiva.

Accanto al trio protagonista troviamo un cast secondario solido e variegato: Veronica Ferres, Gianni Capaldi, David Arquette (nei panni di un prete inquietante), Ethan Peck, Q’orianka Kilcher, Stephanie Hernandez e altri ancora, tutti impegnati a dare corpo e voce a un’America violenta e senza pace, dove ogni scelta può trasformarsi in condanna.

Siamo davanti a un film che, almeno sulla carta, fonde gli archetipi classici del western con un’estetica moderna e uno storytelling che punta più sulle sfumature morali che sulle sparatorie a effetto (che comunque non mancano). Brosnan e Jackson si affrontano con il carisma dei titani, mentre Lessard si muove come un giovane cowboy dell’anima, in bilico tra giustizia, eredità paterna e una verità che fa male più di una pallottola.

Aspettando di sapere quando The Unholy Trinity arriverà anche nei cinema italiani, non possiamo che restare affascinati da questo mix di mito e cinema, polvere e sangue, santi e dannati. Sarà un altro western da dimenticare o l’inizio di un nuovo culto cinematografico?

Diteci la vostra! Condividete l’articolo, taggate il vostro amico appassionato di spaghetti western e fateci sapere nei commenti: siete pronti a varcare le porte di Trinity?

Pulp Fiction compie 30 anni: un cult senza tempo che continua a far parlare di sé

Il 28 ottobre 1994, il mondo del cinema fu testimone di un evento che cambiò per sempre il panorama della settima arte: Pulp Fiction, il secondo lungometraggio di Quentin Tarantino, trionfava al Festival di Cannes, conquistando la Palma d’Oro. Questo successo non fu solo una sorpresa, ma un vero e proprio colpo al cuore della concorrenza, che comprendeva registi già affermati come Krzysztof Kieślowski e Robert Altman. Pulp Fiction non era semplicemente un film; era una rivoluzione. La sua trama, che intrecciava le storie di personaggi coinvolti nella criminalità di Los Angeles, si distingueva per una struttura narrativa non lineare e per dialoghi che oscillavano tra il cinismo e l’irriverenza. Il tutto condito da violenza, humor nero e una profonda miscela di citazioni alla cultura popolare e al cinema di genere.

Pulp Fiction è un’opera che si rifà alla tradizione pulp nel suo senso più ampio. Ispirato dalle riviste di genere degli anni Trenta, quelle pubblicazioni di bassa qualità che raccontavano storie di crimine, mistero e azione, Tarantino non si limitava a riprendere i cliché del genere. Piuttosto, li mescolava, li sovvertiva e li reinventava, creando un mondo unico dove ogni dettaglio aveva una sua funzione e significato. Un universo originale, che affascinava tanto il pubblico quanto la critica.

L’impatto di Pulp Fiction sul cinema è stato straordinario. Con un budget di soli 8 milioni di dollari, il film è riuscito a incassare oltre 200 milioni, conquistando sette nomination agli Oscar, tra cui quella per la miglior sceneggiatura originale, che vinse. Ma l’influenza di Pulp Fiction non si è limitata ai numeri. Ha rilanciato carriere e dato nuova vita a attori come John Travolta, Samuel L. Jackson, Uma Thurman e Bruce Willis, consolidando Tarantino come uno dei registi più originali e influenti della sua generazione. La sua pellicola è diventata un cult, ispirando parodie, imitazioni e citazioni che si sono diffuse in film, serie TV, libri, fumetti, videogiochi e persino musica. La misteriosa valigetta, la danza tra Uma Thurman e John Travolta al Jack Rabbit Slim’s, il celebre monologo di Jules su un versetto biblico, e il burger di Big Kahuna sono entrati di diritto nella cultura popolare, diventando icone di un’era cinematografica.

Oggi, a trent’anni di distanza, Pulp Fiction continua a esercitare un fascino indiscusso. Tarantino ha saputo mescolare generi diversi—dal noir al western, dal gangster movie alla commedia nera—dando vita a una formula esplosiva che ha lasciato un segno indelebile. I personaggi, con le loro complessità, sono diventati leggendari. Chi non ricorda il carismatico e inquietante Jules Winnfield, con il suo memorabile monologo biblico? E cosa dire di Vincent Vega, il cui stile inconfondibile e la dipendenza dall’eroina hanno fatto sognare e riflettere generazioni di spettatori?

La danza di Uma Thurman nei panni di Mia Wallace è uno degli esempi più emblematici di come Tarantino abbia saputo regale momenti indimenticabili, trasformando una semplice scena in una vera e propria celebrazione della sensualità sullo schermo. Ma oltre alle performance straordinarie degli attori, Pulp Fiction ha ridefinito il linguaggio cinematografico. La sua struttura narrativa non lineare, i dialoghi serrati e una colonna sonora perfetta hanno reso il film un punto di riferimento per il cinema indipendente, ispirando innumerevoli registi.

Eppure, ciò che rende Pulp Fiction così speciale, così amato, è la sua capacità di parlare a tutti, di attraversare i decenni e le generazioni. Temi universali come la morte, la redenzione, la violenza e l’amicizia risuonano in modo profondo in ogni spettatore, creando un legame che va oltre il tempo. La visione di Tarantino, con le sue inquadrature mozzafiato e un montaggio dinamico, ha dato vita a uno stile che è diventato inconfondibile, un marchio di fabbrica che lo ha reso unico. E poi ci sono i dialoghi: battute e monologhi che sono entrati nel linguaggio comune, citati e parodiati ancora oggi.

In occasione del trentesimo anniversario, Pulp Fiction viene celebrato con ristampe speciali in Blu-ray, eventi cinematografici, mostre e convegni. Una celebrazione non solo del film, ma di un’epoca, di un cambiamento che ha segnato un punto di non ritorno nel cinema moderno. Pulp Fiction è molto più di un film: è un’opera d’arte, un manifesto culturale, un’esperienza che rimane impressa nella memoria. È uno di quei film che, come dice il suo regista, è fatto di “momenti” che non smettono mai di affascinare. E a distanza di tre decenni, rimane un faro luminoso per gli amanti del cinema, una pellicola che non smette mai di stupire, divertire e provocare, una testimonianza della forza e della potenza della settima arte.

La Stanza degli Omicidi

A trent’anni dall’uscita del celebre “Pulp Fiction”, Uma Thurman e Samuel L. Jackson tornano a lavorare insieme, accompagnati da Joe Manganiello. I tre attori, volti amati e iconici di Hollywood, sono pronti a far parlare di sé con un nuovo film.

Nel film, Uma Thurman interpreta Patrice, la proprietaria di una galleria d’arte a New York che non riesce a decollare. Samuel L. Jackson e Joe Manganiello interpretano Gordon e Reggie, due criminali che cercano un modo per riciclare il denaro ottenuto dai loro colpi per la mafia. Il destino li unisce quando una conoscenza comune li mette in contatto, mescolando il mondo dell’arte con quello della malavita. Tra colpi di scena e situazioni paradossali, un assassino diventa inaspettatamente una star dell’avanguardia artistica. Tuttavia, i nuovi guadagni portano a scelte disastrose, trascinando il trio in una lotta disperata per la sopravvivenza.

Il trailer del film, intitolato “La Stanza degli Omicidi”, è stato pubblicato sul canale YouTube di Universal Pictures International Italy, offrendo un’anteprima del lavoro diretto da Nicol Paone. Il cast comprende anche Maya Hawke, Debi Mazar e Dree Hemingway. L’uscita nelle sale cinematografiche italiane è prevista per il 6 giugno.

Argylle – La Superspia, il nuovo film di spionaggio di Matthew Vaughn con Henry Cavill

Henry Cavill ha fatto il suo ritorno nel mondo dello spionaggio con “Argylle”, il nuovo film diretto da Matthew Vaughn in uscita su Apple TV+. Nella pellicola, Cavill interpreta Argylle, una spia di alto livello coinvolta in un pericoloso complotto internazionale che mette a repentaglio la sicurezza del mondo intero.

La trama di “Argylle”, ispirata al libro ancora non pubblicato di Ellie Conway, offre una nuova prospettiva al genere degli spionaggi, regalando al pubblico un’avvincente storia di intrighi e tradimenti. Il cast del film include nomi illustri come Dua Lipa, Sam Rockwell, Bryce Dallas Howard, Bryan Cranston, Catherine O’Hara, John Cena e Samuel L. Jackson, che contribuiscono a creare un ricco e coinvolgente mondo di personaggi.

Matthew Vaughn, noto per il suo lavoro nel franchise dei “Kingsman”, dimostra ancora una volta la sua maestria nella creazione di atmosfere suggestive e intriganti. Con “Argylle”, Vaughn porta sullo schermo una storia avvincente che mescola azione, suspense e umorismo in modo magistrale, tenendo lo spettatore con il fiato sospeso fino all’ultima scena.

In definitiva, “Argylle” si conferma come un capolavoro di intrattenimento che non delude le aspettative, regalando al pubblico un’esperienza cinematografica avvincente e coinvolgente che conferma Vaughn come uno dei registi più talentuosi della sua generazione.

La recensione di The Marvels. Un Fallimento Tra Le Stelle del MCU

Come appassionata di cinecomics e fan storica dell’universo Marvel, avevo aspettative piuttosto alte per The Marvels, il 33° film del Marvel Cinematic Universe (MCU), un’opera che avrebbe dovuto unire le storie di tre eroine: Carol Danvers (Brie Larson), Kamala Khan (Iman Vellani) e Monica Rambeau (Teyonah Parris). Ma, purtroppo, quello che mi sono ritrovata a vedere è stato un film che ha tradito completamente le aspettative, scivolando nel baratro della delusione.

The Marvels è un sequel di Captain Marvel (2019), ma soprattutto un crossover con la serie Ms. Marvel (2022), che sembrava essere la base perfetta per un’avventura emozionante. Eppure, nonostante la premessa intrigante, il film non riesce a decollare nemmeno per un momento. La trama si concentra su un fenomeno misterioso che provoca uno scambio di corpi tra le tre protagoniste ogni volta che usano i loro poteri. Se da un lato questo potrebbe sembrare un’idea divertente, sullo schermo risulta essere più un espediente narrativo confusionario che un punto di forza. La continua alternanza tra i corpi delle protagoniste, che sarebbe dovuta essere un elemento di tensione e dramma, finisce per risultare un esercizio inutile che non aggiunge nulla alla profondità dei personaggi e alla comprensione della trama. Anzi, spesso la sensazione è che il film non sappia come sviluppare davvero la storia, preferendo imboccare la strada della comicità forzata piuttosto che esplorare le dinamiche tra le sue eroine.

A livello estetico, The Marvels è un disastro. La regia di Nia DaCosta sembra totalmente priva di ispirazione. Le scenografie sono vuote e senza carattere, come se il film fosse stato girato in tutta fretta, senza alcun sforzo nel creare l’atmosfera che ci si aspetterebbe da un cinecomic Marvel. Gli effetti speciali, pur essendo abbondanti, non riescono a compensare la mancanza di sostanza: invece di esaltare la narrativa, sembrano solo riempitivi di una trama che non si fa mai strada. La sensazione che rimane è quella di assistere a un film pensato per un pubblico decisamente giovane, con una regia che preferisce adottare un tono infantilizzante piuttosto che affrontare temi più maturi.

I personaggi, purtroppo, sono una delle note dolenti del film. Carol Danvers, interpretata da Brie Larson, era stata una delle figure più promettenti del MCU, ma qui appare stanca e disinteressata, e il suo rapporto con le altre due protagoniste non viene mai realmente esplorato. La dinamica con Kamala Khan, che avrebbe dovuto essere uno degli snodi centrali del film, rimane piatta e priva di chimica, nonostante le buone intenzioni comiche di Iman Vellani. Monica Rambeau, purtroppo, viene trattata con la stessa superficialità: la sua storia non viene mai davvero sviluppata, e il suo arco narrativo finisce per perdersi nel caos di un film che non sa dove voglia andare. Il risultato è che le tre eroine, nonostante il loro potenziale, non riescono mai a brillare come dovrebbero, e la mancanza di un vero legame tra di loro rende il film ancora più frustrante.

A livello di tono, The Marvels non riesce a trovare un equilibrio. Si alterna tra il tentativo di essere epico e l’insistenza su gag comiche che non arrivano mai al punto giusto. Quella che doveva essere un’avventura avvincente finisce per essere una serie di scene in cui il tentativo di far ridere il pubblico si traduce in momenti imbarazzanti. La regia di Nia DaCosta non trova mai la sua voce: il film è troppo infantile per i fan di lunga data e troppo confuso per chi cerca una trama solida. Non c’è cuore, non c’è quella scintilla che ha reso titoli come Guardians of the Galaxy e Avengers: Endgame così memorabili. Anzi, The Marvels sembra una di quelle pellicole Marvel di cui ci dimenticheremo presto, incapace di lasciare il segno.

L’antagonista, Dar-Benn (Zawe Ashton), è l’ennesima delusione. Sebbene il film tenti di dare una motivazione per il suo odio verso Carol Danvers, il personaggio risulta essere completamente privo di spessore. Non c’è alcuna empatia per lei o per il suo popolo, e la sua presenza come villain sembra più un riempitivo che un vero e proprio ostacolo per le protagoniste. La sua assenza di profondità, combinata con il conflitto universale poco avvincente, rende difficile qualsiasi coinvolgimento emotivo. La sua mancanza di motivazioni credibili è solo uno dei tanti fallimenti del film.

La durata di The Marvels (105 minuti) scivola via senza lasciare nulla di memorabile. Nonostante qualche sequenza d’azione che potrebbe intrattenere, non c’è alcun momento che rimanga impresso nella mente dello spettatore. Le scene post-crediti, ormai una tradizione nell’universo Marvel, sono solo un timido tentativo di prolungare la vita del franchise, ma non riescono a riscattare un film che, nel complesso, è solo una delusione.

In conclusione, The Marvels è una delle pellicole più deboli del MCU, che non solo delude le aspettative, ma fa rimpiangere quello che il franchise è stato e che potrebbe ancora essere. Con personaggi mal sviluppati, una trama priva di mordente e una regia che non sa dove andare, questo film si unisce alla lunga lista di titoli Marvel che sembrano aver perso la loro identità. Un vero peccato, considerando il potenziale delle sue protagoniste e il richiamo di un universo che un tempo sapeva emozionare.

I fumetti da leggere prima di vedere “Secret Invasion”

Secret Invasion, la nuova serie originale Disney+ di spionaggio che ha debuttato mercoledì 21 giugno sulla piattaforma streaming come prima serie televisiva della Fase Cinque del Marvel Cinematic Universe,è pronta a stregare tutti i fan dell’Universo Marvel. Al centro della trama, che si preannuncia ricca di intrighi, c’è la razza aliena degli Skrull, mutaforma che vivono clandestinamente sulla Terra assumendo l’aspetto umano e che sono intenzionati a rivendicare il pianeta come loro dimora. Nick Fury (storico direttore dello S.H.I.E.L.D., interpretato nella serie da Samuel L. Jackson), deve ritornare sulla Terra e, assieme allo Skrull alleato Talos,sventare l’imminente attacco. Per l’occasione, Panini Comics consiglia una selezione di volumi che raccontano l’eterno scontro tra gli Skrull e gli eroi più potenti della terra.

Si parte con una delle saghe Marvel più importanti degli ultimi decenni raccolta nel formato Must-Have, ideale per chi volesse approcciarsi per la prima volta alla lettura delle vicende di Secret Invasion. Da anni gli Skrull stanno inviando sulla Terra dei loro agenti, il cui compito è quello di infiltrarsi nella comunità supereroistica. E ora che la verità è venuta a galla, gli alieni mutaforma sono pronti a portare a compimento il loro piano di conquista. Come possono i paladini del bene sperare di fermarli, se non sanno più di chi fidarsi? Paura, paranoia e colpi di scena a ripetizione in una pietra miliare realizzata da un team creativo di prima grandezza: Brian Michael Bendis (Avengers) e Leinil Francis Yu (X-Men).

 

Per chi volesse poi approfondire, Secret Invasion: Gli Skrull sono fra noi è il cofanetto completo che raccoglie lo storico conflitto tra gli eroi della Terra e gli alieni mutaforma. Dall’arrivo degli Skrull alla loro guerra con i Kree – con i grandi autori del passato Stan LeeJack KirbyNeal Adams e Roy Thomas – fino all’esordio della folle e violenta Skull Kill Krew di Grant Morrison e Mark Millar. I quattro volumi che compongono il cofanetto solo disponibili anche singolarmente.

Infine, perfettamente in linea con la serie televisiva, il nuovo volume Secret Invasion: Gli Skrull sono ancora tra noi, che terrà i lettori con il fiato sospeso.Gli Skrull sono tornati! O forse, gli alieni mutaforma non sono mai andati via: una nuova invasione segreta è in corso sulla Terra, e solo Maria Hill può fermarla… prima che sia troppo tardi. Di chi è possibile fidarsi? Dalla sua, potrà contare sull’aiuto degli Avengers, di Iron Man e di Nick Fury, anche se chiunque tra loro potrebbe essere un infiltrato multiforme. Che sia l’inizio di un nuovo attacco su larga scala? Una spy-story in salsa Marvel ricca di tensione e di colpi di scena, scritta da Ryan North (Fantastic Four) per i disegni dell’astro nascente Francesco Mobili (X-Men).

La serie Secret Invasions su Disney+

Disney+ ha diffuso il trailer di Secret Invasions, il thriller di spionaggio Marvel Studios. Sono inoltre disponibili la key art e le immagini della serie originale live-action che debutterà il 21 giugno in esclusiva su Disney+.

Nella nuova serie Marvel Studios Secret Invasion, ambientata nel presente MCU, Nick Fury viene a conoscenza di un’invasione clandestina della Terra da parte di una fazione di Skrull mutaforma. Fury si unisce ai suoi alleati, tra cui Everett Ross, Maria Hill e lo Skrull Talos, che si è costruito una vita sulla Terra. Insieme corrono contro il tempo per sventare l’imminente invasione Skrull e salvare l’umanità.

La serie Marvel Studios Secret Invasion è interpretata da Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Cobie Smulders, Martin Freeman, Kingsley Ben-Adir, Charlayne Woodard, Killian Scott, Samuel Adewunmi, Dermot Mulroney, Christopher McDonald, Katie Finneran, con Emilia Clarke e Olivia Colman, e Don Cheadle.

Ali Selim dirige la serie e ne è produttore esecutivo, insieme agli altri produttori esecutivi Kevin Feige, Jonathan Schwartz, Louis D’Esposito, Victoria Alonso, Brad Winderbaum, Samuel L. Jackson, Ali Selim, Kyle Bradstreet e Brian Tucker. Kyle Bradstreet è anche il capo sceneggiatore, mentre Jennifer L. Booth, Allana Williams e Brant Englestein sono i co-produttori esecutivi.

Jackie Brown: 25 anni di eleganza criminale secondo Quentin Tarantino

C’è un momento preciso nella carriera di Quentin Tarantino in cui il regista più chiacchierato degli anni ’90 decise di rallentare, di lasciare da parte l’adrenalina pop e i montaggi frenetici per costruire una storia che fosse prima di tutto un omaggio al cinema che lo aveva formato. Quel momento ha un titolo e un volto: Jackie Brown. Uscito negli Stati Uniti nel dicembre 1997 e arrivato in Italia il 27 marzo 1998, il film compie oggi venticinque anni, un quarto di secolo che lo ha trasformato da “terzo film di Tarantino” a opera matura, meditativa e sorprendentemente intima del suo autore.

Diversamente da Le Iene e Pulp Fiction, che nascevano direttamente dalla penna di Tarantino, Jackie Brown prende vita da un romanzo di Elmore Leonard, Punch al rum. È l’unico caso in cui il regista abbia scelto di adattare un’opera altrui, segno della stima smisurata verso uno degli autori crime più raffinati della narrativa americana. Eppure, pur restando fedele alla trama e ai dialoghi dell’originale, Tarantino imprime alla storia il suo marchio: ritmo dilatato, personaggi eccentrici e un’ironia che convive costantemente con il pericolo. La protagonista è Jackie, hostess di mezza età che si arrangia contrabbandando denaro per conto del trafficante d’armi Ordell Robbie. Quando la polizia la incastra e Ordell decide di farla fuori per proteggere i suoi affari, Jackie mette in campo tutta la sua astuzia. Da quel momento prende forma un piano che è al tempo stesso inganno, vendetta e possibilità di riscatto.

Trama come partita a scacchi

La vicenda si muove tra doppi giochi, tradimenti e improvvise esplosioni di violenza. Jackie finge di collaborare con la polizia, illude Ordell di essere dalla sua parte e intanto costruisce un piano che la porterà a intascarsi mezzo milione di dollari. Attorno a lei ruotano figure che sembrano uscite da un noir anni ’70: il maldestro Louis Gara (un Robert De Niro sorprendentemente dimesso), la bionda e scostante Melanie, l’agente Ray Nicolette, e soprattutto Max Cherry, garante di cauzioni interpretato da Robert Forster, che diventa spalla silenziosa e quasi romantica di Jackie.

Il culmine narrativo arriva nello scambio al Del Amo Mall, un momento orchestrato con la precisione di un’orchestra jazz: tre punti di vista diversi raccontano la stessa sequenza, in un montaggio che trasforma un’operazione criminale in pura suspense cinematografica.

Tarantino tra omaggi e feticci

Il film è disseminato di dettagli che i fan del regista riconoscono immediatamente: l’inquadratura dal bagagliaio, i punti di vista soggettivi che trasformano lo spettatore in vittima o complice, e naturalmente il celebre feticismo per i piedi, qui affidato soprattutto a Melanie. Ma Jackie Brown è anche un film più pacato, meno urlato dei precedenti: la violenza esiste, ma non domina. Ciò che resta sono i dialoghi lunghi, carichi di tensione sotterranea, e i silenzi pieni di sottintesi, soprattutto nelle scene tra Jackie e Max.

Un cast leggendario

La pellicola segna anche un momento di rinascita per diversi attori. Pam Grier, icona della blaxploitation anni ’70, trova nel ruolo di Jackie un rilancio clamoroso: Tarantino la trasforma in eroina moderna, forte, vulnerabile e incredibilmente carismatica. Robert Forster riceve addirittura una nomination all’Oscar per la sua interpretazione misurata e malinconica. Samuel L. Jackson è un Ordell inquietante e magnetico, mentre De Niro sorprende nel ruolo del criminale impacciato, lontanissimo dalle sue solite performance iper-carismatiche. Curiosità nerd: Michael Keaton interpreta Ray Nicolette e riprende lo stesso ruolo anche in Out of Sight di Steven Soderbergh, tratto da un altro romanzo di Leonard, creando uno dei rari casi di “crossover” cinematografico ante-litteram.

Accoglienza e incassi

Pur non raggiungendo il clamore planetario di Pulp Fiction, Jackie Brown ottenne un buon successo al botteghino: 74,7 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di 12 milioni. La critica, inizialmente spiazzata dal passo lento e dal tono più malinconico, col tempo ha rivalutato l’opera, riconoscendole una profondità emotiva e un’eleganza narrativa che ne fanno uno dei titoli più maturi di Tarantino.

Perché rivederlo oggi

A distanza di venticinque anni, Jackie Brown resta un gioiello che sfugge alle classificazioni facili. È un noir travestito da commedia criminale, un omaggio al cinema degli anni ’70 e al tempo stesso un film sulla seconda possibilità. Jackie e Max sono due personaggi segnati dalla vita che scelgono, ciascuno a modo loro, di non rassegnarsi.

Ed è forse questo il segreto della sua longevità: in un film pieno di armi, denaro e inganni, ciò che resta è la dolcezza di uno sguardo, la possibilità di cambiare rotta quando sembra troppo tardi. Tarantino, in quel 1997, ha regalato al pubblico il suo film più adulto, meno urlato e più intimo.

E allora, nel celebrare i 25 anni di Jackie Brown, viene spontaneo chiedersi: tra le mille citazioni pop e le sparatorie alla Tarantino, non è forse questo il suo vero capolavoro nascosto?


👉 Tu lo ricordi al cinema nel ’98 o lo hai recuperato dopo? Qual è la tua scena preferita di Jackie Brown? Raccontacelo nei commenti: la community nerd vive di dialogo e memoria condivisa, proprio come le storie che amiamo.

Captain Marvel

Ambientato negli anni ‘90, Captain Marvel è un’avventura completamente nuova che mostra al pubblico un periodo storico mai visto prima nell’Universo Cinematografico Marvel. Il film è interpretato dall’attrice premiata con l’Academy Award Brie Larson (Room, Kong: Skull Island), Samuel L. Jackson (il film Marvel Avengers: Age of Ultron, The Hateful Eight), Ben Mendelsohn (Rogue One: A Star Wars Story, Ready Player One), Djimon Hounsou (Blood Diamond, il film Marvel  Guardiani della Galassia), Lee Pace (The Book of Henry, il film Marvel  Guardiani della Galassia), Lashana Lynch (Brotherhood, Fast Girls), Gemma Chan (Humans, Animali Fantastici e Dove Trovarli), Algenis Perez Soto (Sambá, Sugar), Rune Temte (Eddie The Eagle – Il Coraggio della Follia, The Last Kingdom), McKenna Grace (Tonya, Gifted – Il Dono del Talento). Con loro anche Clark Gregg (La Legge della Notte, il film Marvel The Avengers) nel leggendario ruolo di Phil Coulson e Jude Law (Spy, Grand Budapest Hotel) cje vestirà i panni del dottor Walter Lawson, la forma umana del guerriero Kree Mar-Vell, il Captain Marvel originale.

Basato sul personaggio dei fumetti Marvel apparso per la prima volta nel 1968, Captain Marvel prosegue le epiche avventure sul grande schermo raccontate in Iron Man, L’Incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America – Il Primo Vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia, Avengers: Age of Ultron, Ant-Man, Captain America: Civil War, Doctor Strange, Guardiani della Galassia Vol. 2, Spider-Man: Homecoming, Thor: Ragnarok e, più recentemente, Black Panther.

La storia segue le vicende di Carol Danvers, che diventa uno degli eroi più potenti dell’universo quando la Terra viene coinvolta in una guerra galattica tra due razze aliene.  Ambientato negli anni ‘90, Captain Marvel è un’avventura completamente nuova che mostrerà al pubblico un periodo storico mai visto prima nell’Universo Cinematografico Marvel.

Scritto e diretto dai registi/sceneggiatori Anna Boden and Ryan Fleck, il nuovo film Marvel Studios Captain Marvel arriverà nelle sale italiane il 6 marzo, interpretato dall’attrice premio Oscar® Brie Larson nel ruolo della potente supereroina.  La regista Anna Boden, che è la prima donna a dirigere un film dell’Universo Cinematografico Marvel, commenta:

“Si tratta di un personaggio femminile potente, interessante, unico e indipendente. Siamo davvero entusiasti di raccontare la storia di una persona dotata di superpoteri ma anche molto complessa e umana”.

Le riprese si sono svolte all’interno e nei pressi della Greater Los Angeles Area, che ha ospitato anche la base operativa della produzione, e a Fresno, in California, oltre che in diverse località della Louisiana tra cui Baton Rouge e New Orleans.

 

“Abbiamo pensato che fosse finalmente arrivato il momento di presentare Captain Marvel al mondo,,, È uno dei personaggi più amati e potenti dei fumetti e ora diventerà il personaggio più potente dell’Universo Cinematografico Marvel”.

 

Daniel Frigo, amministratore delegato di The Walt Disney Company Italia, ha dichiarato:

“Ancora una volta Marvel Studios porta a un nuovo livello valori e tematiche molto attuali come l’empowerment femminile e l’uguaglianza di genere. Un messaggio importante per tutto il pubblico e in modo particolare per le bambine, per molte delle quali la tenacia di questa potente supereroina è già diventata una fonte di ispirazione. Un messaggio molto importante anche per tutto il team Disney Italia che ha messo grande passione e impegno nel raggiungimento di questo risultato e al quale vanno i miei complimenti. Siamo appena all’inizio di una lunga stagione ricca di film molto attesi dal nostro pubblico e siamo già al lavoro per rendere indimenticabili anche tutti i prossimi appuntamenti”.

In occasione dell’uscita di Captain Marvel nelle sale italiane, diverse personalità dello spettacolo, dello sport e del web hanno partecipato alla festa anni ’90 organizzata per celebrare l’arrivo del film. Numerose celebrities come Fabio Rovazzi, Diletta Leotta, Maccio Capatonda, Antonio Rossi, Chiara Grispo, Rocco Hunt, Andrea Damante, Valerio Staffelli, Rosaria Renna, Marco Orsi, Juliana Moreira, Edoardo Stoppa, Sara Cardin, Paola Turani, Guido Bagatta, Lidia Schillaci, Gordon, Carlotta Ferlito, Germano Lanzoni (Il Milanese Imbruttito), Barbara Snellenburg, Giorgio Mastrota, Miguel Gobbo Diaz e molti altri ancora hanno potuto immergersi nelle atmosfere della nuova avventura Marvel Studios grazie a un dj set a tema e agli allestimenti ispirati al film.