Roma perde uno di quei posti che non erano semplicemente “un’attività”, ma una tappa emotiva. Un luogo che entravi magari per una barba o una sistemata ai capelli e uscivi con addosso la sensazione di aver fatto un viaggio, di aver attraversato decenni di immaginario cinematografico senza bisogno di biglietto o popcorn. Il Bulli Barbershop Movie chiude definitivamente, e con lui se ne va un piccolo, prezioso esperimento di contaminazione nerd che aveva dimostrato quanto cinema e vita quotidiana possano intrecciarsi in modo sorprendente.
Dal 4 febbraio 2026 quello spazio verrà occupato da un centro Harley-Davidson. Una trasformazione che racconta bene i tempi che cambiano, ma che non può cancellare ciò che il Bulli è stato. Perché prima di diventare “ex”, il Bulli è stato un’idea fortissima: il primo Movie Barber Shop interamente dedicato alla storia della Settima Arte, un progetto italiano al cento per cento che aveva deciso di giocare la sua partita puntando sull’esperienza, non solo sul servizio.
Varcare la soglia di via dei Grottoni 53 significava entrare in una specie di set permanente. Non uno di quelli patinati e finti, ma un ambiente vissuto, caldo, dove il cinema non era decorazione ma racconto. L’area d’attesa sembrava più un foyer che una sala d’aspetto, con richiami evidenti all’American Style e una cura maniacale per i dettagli. C’era un piccolo museo del cinema, accessibile liberamente, che non si limitava a esporre oggetti ma invitava a guardarli con occhi curiosi, come se ogni pezzo avesse una storia pronta a essere raccontata. Nell’attesa, il tempo smetteva di pesare: un biliardo, freccette, un bar tematico senza alcol ma con consumazioni gratuite, quattro schermi giganti che proiettavano clip divertenti a tema, e quei divani Winchester che sembravano urlare “mettiti comodo, qui non hai fretta”.
E forse era proprio questo il segreto del Bulli. Non aveva paura dell’attesa, anzi la trasformava in parte dell’esperienza. Mentre fuori Roma correva, lì dentro il tempo rallentava, diventava un intervallo narrativo prima del “taglio di scena” finale, quello davanti allo specchio. Il team di barbieri, super professionale e apprezzato anche dalle recensioni online, non si limitava a fare il suo lavoro: accompagnava il cliente in un rituale che aveva qualcosa di cinematografico, come se ogni seduta fosse una piccola première personale.
A rendere tutto ancora più unico c’era l’attenzione quasi maniacale alla sicurezza. Il Bulli era stato definito “il barbiere più sicuro d’Italia” grazie a soluzioni progettate con largo anticipo rispetto alle emergenze sanitarie. Poltrone distanziate oltre i due metri, postazioni che ruotavano trasformandosi da taglio a lavaggio senza far alzare il cliente, un doppio impianto di immissione e sottrazione dell’aria. Dettagli tecnici che raccontavano una filosofia precisa: prendersi cura delle persone, non solo del loro look. Anche questo, a suo modo, era un gesto profondamente nerd, nel senso più bello del termine: attenzione, studio, rispetto delle regole e voglia di fare le cose meglio degli altri.
Il Bulli guardava anche avanti. Non era un tempio della nostalgia fine a se stessa. Tra i servizi più futuristici spiccava un plotter capace di realizzare hair tattoo di nuova generazione, una tecnologia che trasformava la testa in una tela e il capello in linguaggio visivo. Per i cosplayer, poi, quello spazio era quasi sacro. Il Barbemaster aveva allestito postazioni dedicate alle acconciature di parrucche, pensate per chi vive il costume come estensione della propria identità nerd. Qui non si giudicava, si capiva. E questa comprensione, per chi frequenta fiere, eventi e convention, vale più di mille slogan.
Definire il Bulli solo come barbiere sarebbe sempre stato riduttivo. Non era un museo, non era una sala giochi, non era un semplice esercizio commerciale. Era un luogo ibrido, un esperimento riuscito di storytelling applicato alla vita reale. Un posto dove la cultura pop non veniva esposta dietro una teca, ma vissuta, toccata, respirata mentre qualcuno ti sistemava la barba parlando di cinema, serie TV o personaggi iconici.
La chiusura definitiva lascia un vuoto che non verrà riempito facilmente, nemmeno da un marchio iconico come Harley-Davidson. Perché certi spazi non si sostituiscono, si ricordano. Restano nella memoria collettiva come quei cinema di quartiere che non esistono più, ma che continui a citare ogni volta che parli di “come si facevano le cose una volta”. Il Bulli è stato questo: una parentesi luminosa nella geografia nerd di Roma, una dimostrazione concreta che l’esperienza conta ancora, che l’immaginario può diventare quotidiano, che anche un taglio di capelli può trasformarsi in una storia da raccontare.
E adesso tocca a noi, community compresa, fare quello che sappiamo fare meglio: non lasciare che queste storie scivolino via. Raccontarle, condividerle, tenerle vive. Perché i luoghi chiudono, sì. Ma le esperienze, se hanno lasciato il segno, continuano a camminare con noi. E il Bulli Barbershop Movie, almeno per chi lo ha vissuto davvero, non chiuderà mai del tutto.
