Immagina di aprire un manuale di Dungeons & Dragons, ma invece di trovare razze, classi e incantesimi ti ritrovi davanti l’“ambientazione patriarcale”, un sistema sociale che assegna bonus di potere quasi esclusivamente ai personaggi maschi, meglio se adulti, meglio se anziani, meglio se in posizione di comando. Non è una campagna fantasy, è la storia dell’umanità. E, sorpresa poco piacevole, influenza ancora oggi anche quella galassia che molti di noi vivono come rifugio: la cultura nerd, geek e pop.
In questo viaggio proveremo a fare quello che la buona fantascienza ha sempre fatto: usare gli universi immaginari per leggere, criticare e – si spera – ribaltare la realtà. Dal patriarcato mesopotamico alle timeline rosa shocking di Barbieland, passando per fumetti, cosplay e community tossiche, cerchiamo di capire come funziona davvero “la legge del padre” e perché riguarda da vicino chiunque ami fumetti, videogiochi, anime e cinema.
Cos’è il patriarcato, senza giri di parole
In sociologia, il patriarcato è un sistema sociale in cui il potere viene concentrato in mano agli uomini, di solito adulti e anziani, che detengono le leve della politica, dell’autorità morale, del prestigio sociale e del controllo della proprietà. Non si tratta solo di “maschilismo” generico o di qualche stereotipo fastidioso: è una struttura che organizza famiglie, leggi, religioni, economia e immaginario collettivo.
Nel modello familiare patriarcale il padre o la figura maschile dominante ha autorità sulla donna e sui figli. La discendenza e i beni vengono trasmessi lungo la linea maschile, così che eredità, titoli e proprietà restino “in mano agli uomini”. Questo tipo di organizzazione sociale ha attraversato epoche e civiltà diverse, mutando forma ma mantenendo un nocciolo comune: chi ha il potere è maschio, e non è un dettaglio.
Già l’etimologia sembra scritta come un incantesimo di controllo: patriarcato significa letteralmente “legge del padre”, dal greco patriarkhēs, “capo della stirpe”, composto da patria (stirpe, discendenza) e arkhō (comando). Non è un termine neutro: definisce chi comanda, in base a che cosa e su chi.
Il patriarcato non è sempre esistito (e questo è importantissimo)
Uno dei plot twist più interessanti che emergono da archeologia e antropologia è che il patriarcato non è “la natura umana”, ma un’invenzione storica relativamente recente. Per gran parte della preistoria, gli esseri umani sono vissuti come cacciatori-raccoglitori in società più egualitarie, dove ruoli e poteri erano meno rigidi e meno gerarchici rispetto alle epoche successive.
Gli studiosi hanno abbandonato da tempo l’idea che esistesse un “matriarcato originario” in cui le donne dominavano sugli uomini, ma concordano sul fatto che le forme dure e strutturate di patriarcato compaiano in modo massiccio a partire dal Neolitico, con la rivoluzione agricola. Quando le comunità iniziano a coltivare la terra e ad addomesticare gli animali, la ricchezza smette di essere solo “quello che mangi oggi” e diventa terra, bestiame, raccolti, cioè beni accumulabili e trasmissibili.
In parallelo cambia la comprensione della procreazione. Con la logica della semina, gli esseri umani cominciano a collegare in modo più esplicito il rapporto sessuale alla gravidanza. Da qui nasce la figura del padre come “proprietario” della discendenza: chi lavora un campo vuole essere sicuro che quel campo e la “prole” che cresce lì restino suoi. Matrimonio e famiglia si configurano sempre più come strutture di controllo sulla sessualità femminile e sulla trasmissione dei beni.
In diverse culture compaiono usi come il “prezzo della sposa”, la compravendita della moglie, forme di clausura o sorveglianza del corpo femminile, fino all’idea che “l’onore” dell’uomo e della famiglia passi dal comportamento sessuale delle donne. Tutto questo non nasce per caso: è un sistema di gestione del potere, travestito da ordine naturale.
Dalla Grecia a Roma: quando i classici erano patriarcali (e lo sono ancora nei programmi scolastici)
Se allarghiamo la lente all’antichità “classica”, vediamo due mondi che hanno forgiato l’immaginario dell’Occidente e che continuano a vivere nelle nostre storie, dai manga storici alle serie tv epiche.
Nell’Antica Grecia le donne non erano considerate cittadine, al pari degli schiavi e degli stranieri. Non partecipavano alla vita politica, non possedevano beni in modo autonomo, e in molte città non potevano ereditare. Nel caso ateniese delle “epikleroi”, le figlie rimaste uniche eredi venivano di fatto “legate” alla proprietà di famiglia: dovevano sposare un parente maschio perché i beni restassero nel ramo giusto. È come se la donna fosse il supporto fisico della proprietà, ma non il soggetto che la possiede.
Sul piano simbolico, il pensiero filosofico ha fatto il resto. Aristotele descrive le donne come inferiori agli uomini sul piano morale, intellettuale e fisico, relegandole alla riproduzione e al servizio domestico, e presentando il dominio maschile come naturale e virtuoso. Idee di questo tipo non sono rimaste intrappolate nei rotoli: sono diventate “sfondo di sistema”, interiorizzate, tramandate, normalizzate.
A Roma il pater familias ha un potere ancora più esplicito: decide sui figli, sulla moglie, sulle nuore, sugli schiavi; ha persino il diritto, almeno nelle forme più antiche, di vita e di morte. Il matrimonio è un’alleanza familiare e patrimoniale in cui il corpo femminile è nodo di scambio fra uomini. Nel tempo, alcune norme cambiano, certe violenze vengono limitate, le donne conquistano piccoli spazi di autonomia, ma il modello di base resta: il centro decisionale è maschile.
Se pensiamo a quante “grandi storie” del nostro canone narrativo nascono qui, capiamo quanto il patriarcato sia radicato non solo nelle leggi, ma anche nelle trame che raccontiamo da millenni.
Religioni, modernità e potere: la lunga ombra del padre
Le religioni storiche hanno dato al patriarcato un ulteriore boost di legittimazione. Nelle tradizioni abramitiche, ad esempio, l’idea di “patriarca” è legata a figure come Abramo, Isacco, Giacobbe, capi tribali e spirituali, mentre le donne, pur presenti in ruoli importanti in alcuni racconti, sono meno numerose e raramente riconosciute come protagoniste pubbliche. La struttura familiare è nettamente sbilanciata: il marito può ripudiare la moglie, non viceversa; la trasmissione della proprietà è pensata a favore degli uomini; il corpo femminile è regolato da norme precise su verginità, matrimonio, discendenza.
Nel corso dei secoli, la politica ha spesso giustificato la propria gerarchia richiamandosi a quella familiare: il re come padre, il sovrano come capo-padrone del “corpo” del popolo. Una parte della teoria politica moderna ha persino provato a fare derivate dirette dalla Bibbia per giustificare il diritto divino dei re. Anche quando questi sistemi crollano, l’idea che sia “naturale” avere un uomo al comando resta appiccicata alla cultura.
Con la rivoluzione industriale e il capitalismo, la divisione tra lavoro produttivo (pagato, pubblico, maschile) e lavoro riproduttivo (non pagato, domestico, femminile) ha rafforzato la percezione dell’uomo come “colui che porta il pane”, aumentando il suo potere simbolico ed economico. Non è una leggenda urbana da post su Instagram, è struttura sociale.
Ok, ma che c’entra tutto questo con la cultura nerd?
A questo punto potresti chiederti: va bene la lezione di storia, ma io sto qui per parlare di fumetti, anime e videogiochi. Il punto è proprio questo: la cultura nerd non è un’isola felice fuori dal mondo, è un prodotto della stessa società che per millenni ha funzionato secondo logiche patriarcali.
Per decenni il nerd maschio è stato visto come “sfigato”, emarginato dai modelli di mascolinità tradizionale: non sportivo, non dominante, non “virile” in senso classico. Molti ragazzi che si riconoscevano in questa identità venivano bullizzati, esclusi, ridicolizzati. Il rifugio nei fumetti, nei giochi di ruolo, nelle serie di fantascienza è diventato anche uno spazio di resistenza, di appartenenza alternativa.
Quando però questi mondi sono esplosi nella cultura pop mainstream, qualcosa si è incrinato. Chi per anni si era sentito escluso ha iniziato a vivere i propri spazi nerd come “territorio da difendere”. E qui il patriarcato ha trovato il modo di rientrare dalla finestra.
Gatekeeping: quando il nerd diventa il boss di fine livello
Il meccanismo è abbastanza semplice: se vivi la tua identità nerd come una rivincita, potresti iniziare a decidere chi è “degno” di condividere quello spazio. E spesso, a farne le spese, sono proprio le donne e le persone marginalizzate.
Il gatekeeping funziona come un filtro: pochi autoproclamati custodi decidono quale sia la “vera” passione per Star Wars, per i fumetti Marvel, per i JRPG, per Warhammer, per i manga seinen. Se una ragazza dice di amare una saga, scatta l’interrogatorio da quiz finale: “Ah sì? Dimmi il nome di tutti i personaggi del numero 37 della run del ’92”. La competenza non viene misurata per curiosità, ma usata come arma per escludere.
Questo non è solo snobismo da collezionisti, è la riproposizione di gerarchie patriarcali all’interno di spazi che dovrebbero essere di gioco, condivisione e creatività. Il messaggio implicito è: il club è maschile per default, tutti gli altri devono dimostrare di avere abbastanza “punti fandom” per entrare.
Personaggi femminili: tra armature-bikini e archetipi prefabbricati
Il patriarcato si infiltra anche nel character design. Chiunque abbia passato abbastanza ore fra fumetti, videogiochi action, fighting game e anime sa quanto sia frequente la sessualizzazione estrema dei personaggi femminili.
Eroine con armature che lasciano scoperti i punti vitali, pose studiate per enfatizzare seni e glutei, costumi poco pratici per combattere, inquadrature “a telecamera all’altezza del bacino”, design pensati più per l’occhio maschile che per la credibilità narrativa. Il corpo femminile viene usato come fanservice, come premio visivo, come oggetto estetico prima ancora che come soggetto d’azione.
Non è solo un problema di “minigonne e reggiseni corazzati”. È la ripetizione di uno schema: le donne sono viste in funzione dello sguardo maschile. E quando queste rappresentazioni finiscono nelle fiere, fra i cosplay, l’effetto collaterale si fa subito sentire.
Cosplay, molestie e critiche tossiche: quando il patriarcato indossa il badge dell’evento
Le fiere e i raduni dovrebbero essere la celebrazione più libera, creativa e gioiosa della cultura geek. Eppure molte cosplayer raccontano esperienze tutt’altro che idilliache: commenti sessualizzanti non richiesti, foto scattate senza consenso, “scherzi” invadenti, mani che si allungano con la scusa della foto, body shaming travestito da “critica tecnica al costume”.
Chi interpreta personaggi molto sessualizzati viene accusata di “cercare attenzioni” o di essere “troppo scoperta”, mentre chi sceglie versioni più coperte o varianti creative viene attaccata perché “non fedele al personaggio”, “non abbastanza sexy”, “non con il corpo giusto”. In entrambi i casi il punto non è il costume, è il controllo sul corpo femminile: giudicato, misurato, ridicolizzato.
Questa dinamica ricalca perfettamente logiche patriarcali: qualunque cosa tu faccia, sei comunque ridotta a oggetto di giudizio in base a criteri che non stabilisci tu. È il modo in cui la “cultura dello stupro” si normalizza: se abituiamo le persone a trattare i corpi come oggetti disponibili dell’immaginario, diventa più facile giustificare commenti, molestie, violenze come “esagerazioni” o “non era così grave”.
Barbie, Greta Gerwig e il patriarcato al cinema: quando il rosa diventa un evidenziatore
In questo scenario, il film “Barbie” di Greta Gerwig è arrivato come un meteorite glitterato nel 2023, spaccando in due pubblico e critica. C’è chi lo ha definito superficiale, chi l’ha osannato come manifesto femminista pop, chi lo ha liquidato come “propaganda”, chi lo ha amato proprio per la sua capacità di essere tanto accessibile quanto pungente.
La sua forza, dal punto di vista nerd e culturale, sta nel gioco di specchi. Barbieland è un mondo matri-centrico in cui le Barbie fanno tutto: sono operaie, scienziate, mediche, mamme, giudici, presidenti. I Ken esistono quasi solo in funzione dello sguardo di Barbie. Gli uomini, insomma, occupano la posizione che le donne hanno ricoperto per secoli nei media reali.
Il film spinge questo ribaltamento ai limiti del grottesco per far emergere l’assurdità del patriarcato nel mondo reale. Quando Ken scopre la società patriarcale del nostro mondo e cerca di importarla a Barbieland, vediamo letteralmente una “installazione” del sistema: i Barbie Dreamhouse diventano Mojo Dojo Casa Houses, i Ken occupano il potere, le Barbie vengono ipnotizzate da narrazioni che le convincono a rimpicciolirsi, a servire, a compiacere.
L’operazione non è quella di sostituire un dominio con un altro, ma di mostrare che la supremazia di un genere sull’altro non funziona, né in rosa né in blu. Anche Ken, alla fine, intraprende un percorso di emancipazione: capire che non deve esistere solo “in funzione di Barbie” è la sua versione del femminismo, un’uscita dalla gabbia del ruolo imposto.
Il film non è perfetto, è pieno di contraddizioni e limiti, ma fa qualcosa di prezioso: porta nelle grandi sale, a un pubblico trasversale, un discorso sul patriarcato, sul femminismo e sull’identità che fino a poco tempo fa sarebbe stato confinato in saggi di teoria o in cinema di nicchia. E lo fa usando una delle icone pop più controverse di sempre, storicamente accusata di essere strumento del capitalismo e del controllo sui corpi femminili.
Perché il patriarcato riguarda anche gli uomini nerd
Un equivoco diffusissimo è pensare che il patriarcato danneggi solo le donne. In realtà è un sistema che impone agli uomini un manuale di istruzioni rigidissimo su cosa significhi “essere un vero uomo”: niente fragilità, niente vulnerabilità, niente emozioni troppo visibili, niente interessi “non virili”.
Il nerd maschio che ama storie, sentimenti, estetica, mondi immaginari, è spesso visto come “deviazione” dalla norma maschile tradizionale. Non è un caso che molti di loro abbiano subito bullismo proprio perché non rientravano nel modello del maschio sportivo, aggressivo, competitivo.
Il problema nasce quando, invece di criticare il manuale, alcuni lo interiorizzano e provano a spostarsi di ruolo al suo interno: da vittime a piccoli dominatori del proprio microcosmo. È in questo passaggio, spesso inconsapevole, che si passa dall’essere emarginati al diventare gatekeeper, dall’essere esclusi all’escludere, dal subire il patriarcato al riprodurlo in scala ridotta.
Un approccio femminista intersezionale, che considera non solo il genere ma anche classe, razza, orientamento, abilismo, ci permette di vedere meglio questo intreccio. Non si tratta di “odio verso gli uomini”, ma di rifiuto di un sistema che schiaccia chiunque non si adegui ai ruoli di genere preconfezionati – uomini compresi.
Cultura nerd, femminismo e futuro: cosa possiamo fare noi, qui e ora
La buona notizia è che nulla di tutto questo è scolpito nel marmo. Se il patriarcato è un costrutto storico, può essere smontato, riscritto, patchato come un vecchio regolamento di gioco. E la cultura nerd, proprio perché abituata ai reboot, alle timeline alternative, agli universi paralleli, ha un potenziale enorme nel ripensare queste dinamiche.
Le community possono scegliere consapevolmente di non tollerare molestie e body shaming, di credere alle testimonianze, di proteggere chi subisce abusi. Gli organizzatori di eventi possono lavorare su regole chiare, staff formato, canali sicuri per segnalare comportamenti inaccettabili. Gli autori e le autrici possono creare personaggi femminili complessi, non ridotti a skin sexy o a spalla emotiva del protagonista maschile.
Noi, come fan, possiamo fare attenzione a come parliamo dei corpi, dei cosplay, delle protagoniste. Possiamo smettere di usare il “test di purezza nerd” come arma, ricordarci che nessuno nasce esperto e che la cultura pop cresce quando nuove persone la abitano, la reinterpretano, la ampliano.
E soprattutto possiamo continuare a usare i nostri universi preferiti – da Barbieland a Tatooine, da Gotham a Neo-Tokyo – come specchi critici. Ogni volta che vediamo una storia che ripete schemi patriarcali, possiamo scegliere di non assorbirla passivamente. Possiamo commentarla, criticarla, remixarla, scrivere fanfiction, articoli, fumetti, giochi che raccontino altro.
La quest è aperta: parliamone
In fondo, la cultura nerd vive di community. CorriereNerd.it esiste proprio per raccontare questi mondi e discuterli insieme, con la passione di chi li ama e lo spirito critico di chi sa che nessun universo narrativo è neutro.
Il patriarcato non è un boss di fine livello che si batte da soli, né un glitch che si risolve con una patch invisibile. È un sistema che si incrina quando tanti giocatori e giocatrici, insieme, smettono di accettarne le regole non scritte.
E ora tocca a te: quali esperienze hai vissuto nella cultura nerd che ti hanno fatto percepire queste dinamiche? Ti sei mai sentita o sentito escluso, giudicato, tollerato “a condizioni”? Hai avuto momenti in cui una serie, un film o un fumetto ti hanno aperto gli occhi sul patriarcato, un po’ come è successo a molti con “Barbie”?
Raccontalo nei commenti: la discussione è parte della quest, e la prossima trasformazione del nostro multiverso geek potrebbe iniziare proprio da lì.