Pioggia. Neon. Una ragazza che sorride sotto un ombrello troppo piccolo per contenere tutto quello che sta per succedere. E Denji che, per un attimo, sembra un protagonista di shōjo manga invece che il ragazzo motosega più instabile della storia degli anime.
L’ho rivisto così, Chainsaw Man – Il Film: La Storia di Reze, con quella sensazione addosso che ti resta dopo una boss fight vinta per miracolo ma con la barra HP a un pixel dalla fine. Dopo l’uscita al cinema lo scorso autunno, il film dedicato all’arco di Reze sta per arrivare in streaming su Crunchyroll questa primavera. E sì, sto già contando i giorni come se fosse un nuovo banner gacha su cui voglio buttare tutti i miei cristalli emotivi.
Chainsaw Man – Il Film: La Storia di Reze
Chi ha divorato la prima stagione dell’anime sa bene che non si trattava solo di combattimenti coreografati da urlo. Era un’esperienza quasi fisica. Un mix di disagio, ironia sporca, desiderio e disperazione che lo studio MAPPA ha trasformato in un’esplosione visiva senza compromessi. Ogni episodio era una ferita nuova. Ogni ending una confessione diversa.
Portare l’arco di Reze al cinema non è stata una scelta casuale. È stata una dichiarazione. Perché questa parte della storia di Denji non è solo azione. È vulnerabilità pura. È il momento in cui il ragazzo che sogna toast con la marmellata e una ragazza che gli tenga la mano si ritrova davanti a qualcosa che assomiglia pericolosamente alla felicità.
E sappiamo tutti come finiscono le cose belle nell’universo creato da Tatsuki Fujimoto.
La regia affidata a Tatsuya Yoshihara spinge sull’acceleratore emotivo senza mai rallentare davvero. Si sente l’energia che aveva già mostrato altrove, ma qui diventa più sporca, più intima. La sceneggiatura di Hiroshi Seko taglia, cuce, comprime. Un’ora e quaranta che scorrono come un binge notturno: dici “ancora una scena” e ti ritrovi devastata sul divano.
Reze. Solo pronunciare il nome è come attivare una cutscene romantica che si trasforma in QTE mortale. Non è la classica “ragazza misteriosa”. È il sogno di normalità di Denji incarnato in uno sguardo gentile, in un appuntamento sotto la pioggia, in un caffè condiviso. Per uno che ha sempre vissuto tra debiti, sangue e motoseghe, quella leggerezza è quasi fantascienza.
E io, lo ammetto, in quelle scene mi sono sciolta. Perché sotto tutto quel caos ultraviolento, Chainsaw Man parla di fame. Fame di amore. Fame di contatto. Fame di essere scelti.
Poi la favola si spezza.
L’arco di Reze è una trappola emotiva perfetta. Ti attira con vibes da commedia romantica adolescenziale e poi ti scaraventa in una tragedia che ha qualcosa di greco, ma filtrato attraverso meme, fan service e un senso dell’umorismo che ride mentre sanguina. Il conflitto interiore di Denji si fa quasi insopportabile: l’attrazione sincera per Reze contro l’ossessione tossica per Makima. Una scelta che non è mai davvero una scelta.
La violenza arriva improvvisa, coreografata in modo spettacolare ma mai gratuita. Ogni colpo pesa. Ogni trasformazione è un sacrificio. L’animazione alza l’asticella rispetto alla serie del 2022, con sequenze che sembrano fatte apposta per essere riviste in loop, analizzate frame per frame come facciamo noi nerd ossessivi.
Non è un film pensato per chi entra a freddo. Serve conoscere il mondo, i personaggi, le dinamiche. Serve aver sofferto con Power, aver odiato e amato Makima nello stesso respiro, aver capito cosa significa per Denji desiderare una vita “normale” senza sapere nemmeno cosa sia.
Qualche dialogo corre troppo. Alcune scelte narrative possono lasciare quell’attimo di “eh?”. Però fa parte del DNA di Fujimoto. Il caos non è un difetto, è linguaggio. È come una build sbilanciata in un RPG che però, nelle mani giuste, diventa devastante.
Ho adorato anche il doppiaggio italiano. Sentire Denji con la voce di Mosè Singh, Reze interpretata da Katia Sorrentino, Makima con la sfumatura glaciale di Chiara Leoncini… è stato come rigiocare una run in una lingua diversa e scoprire nuove nuance. Piccole differenze che cambiano la percezione di certe scene.
E poi c’è quella sensazione, difficile da spiegare. Quella che ti prende allo stomaco verso il finale. Non è solo tristezza. È consapevolezza. Denji cresce, ma lo fa perdendo pezzi di sé. Ogni battaglia lo rende più forte e più vuoto allo stesso tempo. Una dinamica che, se ci penso troppo, mi ricorda certi grind infiniti nei videogiochi online: sali di livello, ma a che prezzo?
Chainsaw Man – Il Film: La Storia di Reze conferma che l’opera di Fujimoto funziona anche su grande schermo. Non addolcisce nulla. Non semplifica. Abbraccia la dissonanza e la trasforma in identità. Dolcezza e brutalità convivono nello stesso fotogramma, come in una fanart che mischia glitter e sangue.
Sto già immaginando le reaction su Twitter, i reel su Instagram, le analisi infinite su Reddit. E le discussioni nei commenti qui sotto, ovviamente. Perché questo arco divide. Spezza il fandom in chi difende Reze fino alla fine e chi resta ancorato a Makima come se fosse l’unica verità possibile.
Io? Mi sento ancora sotto quella pioggia, con Denji che per un attimo crede di poter essere solo un ragazzo innamorato.
Voi da che parte state? Team Reze o team Makima? E soprattutto… siete pronti a rivivere tutto in streaming, sapendo già che farà male?
