Cosa vuol dire Waifu?

Negli angoli più colorati e fervidi della cultura otaku, dove la realtà si intreccia con l’immaginazione, sta prendendo sempre più piede un fenomeno che, negli ultimi anni, ha assunto contorni quasi mitologici: il waifuismo. Ma cosa significa davvero essere innamorati di una waifu? E da dove nasce questa parola tanto usata nei circoli degli appassionati di anime e manga? Il termine “waifu” è oggi ben radicato nel vocabolario di ogni otaku che si rispetti, ma la sua storia è più lunga e affascinante di quanto si possa pensare. Secondo i dati di Google Trends, la prima vera esplosione d’interesse per la parola risale al novembre del 2007. Tuttavia, le radici del termine affondano nei primi anni ’80, quando la parola inglese “wife” (moglie) venne importata nel lessico giapponese e rielaborata nella pronuncia come “waifu”. Non si trattò solo di un adattamento linguistico: il Giappone di quegli anni stava attraversando un cambiamento profondo nelle dinamiche familiari e nelle relazioni di coppia.

Parole tradizionali come “kanai” per indicare la moglie (letteralmente “dentro casa”) e “shujin” o “danna” per il marito (che significano rispettivamente “padrone” e “capofamiglia”) cominciavano a suonare stonate e perfino offensive per molte giovani coppie. La modernizzazione e l’influenza occidentale portarono all’adozione di termini come “husband” e “wife”, i quali, nella loro forma nipponizzata, divennero rispettivamente “hazu” e “waifu”.

Nel frattempo, nel vasto universo degli anime, i fan americani e occidentali iniziarono ad appropriarsi di questi termini, riplasmandoli in chiave affettiva e idealizzata. Una “waifu”, nel gergo otaku, non è semplicemente una moglie immaginaria, ma una figura idealizzata, un personaggio femminile di anime, manga o videogiochi per cui un fan sviluppa un legame emotivo forte, profondo, talvolta addirittura romantico o spirituale.

Non è un caso che l’anime “Azumanga Daioh” venga spesso citato come uno dei primi ad aver reso popolare il termine waifu. In realtà, molte produzioni giapponesi avevano già utilizzato questo vocabolo, ma fu con l’esplosione del fandom occidentale che la parola acquistò un significato più ampio e personale. Da allora, il waifuismo si è evoluto in una sottocultura a sé stante, con i suoi rituali, le sue community online e perfino le sue festività: in Giappone, infatti, il 1° agosto è diventato l’annuale “Waifu Day”, un giorno in cui gli appassionati celebrano le proprie waifu con messaggi d’amore, fanart e dichiarazioni pubbliche d’affetto.

Ma non tutti i waifuisti vivono questa passione allo stesso modo. Per alcuni è una simpatica eccentricità, un passatempo, un modo per sfuggire allo stress della vita reale rifugiandosi in un amore immaginario e senza complicazioni. Per altri, invece, è qualcosa di più serio: c’è chi indossa una vera e propria fede nuziale per simboleggiare l’unione con la propria waifu, e chi cerca di prendere decisioni quotidiane pensando a cosa farebbe o approverebbe la sua amata immaginaria.

Il waifuismo, sebbene spesso oggetto di scherno o incomprensione, rappresenta una delle espressioni più sincere e affascinanti della cultura otaku. Va oltre il semplice fandom: è un modo di vivere, una filosofia personale, un’affermazione d’amore che non ha bisogno di essere reale per essere autentica. Ed è proprio questa l’essenza della cultura otaku: la capacità di creare mondi alternativi dove il sentimento supera i confini del possibile.

Per chi volesse esplorare più a fondo questo universo, esistono risorse online dedicate a ogni possibile declinazione del waifuismo. Il sito MyWaifuList offre un database pressoché infinito di waifu celebri e meno note, mentre Waifu Labs permette di generare la propria waifu ideale grazie all’intelligenza artificiale. Perché, in fondo, ognuno di noi merita un amore perfetto, anche se solo a due dimensioni.

Cosplay: quando la passione diventa sexy! : Evoluzione o deriva di un’Arte?

Negli ultimi anni, il mondo del cosplay sta vivendo una trasformazione che definire “dirompente” è quasi riduttivo. Da innocente passatempo per appassionati di anime, manga, videogiochi, fumetti e cinema fantasy, il cosplay si è evoluto – o forse sarebbe più corretto dire “mutato” – in un universo dove la spettacolarizzazione del corpo e la sessualizzazione dei personaggi sembrano diventati elementi centrali. Non è raro, oggi, imbattersi in costumi decisamente provocanti, in cosplay che puntano dritti sull’estetica sexy, se non esplicitamente erotica. Ma a quale prezzo? E soprattutto: è ancora corretto chiamarlo cosplay, oppure stiamo parlando di qualcos’altro?

Quando mi sono avvicinato per la prima volta al cosplay, ormai più di vent’anni fa, era pura magia. Ricordo le prime edizioni di Lucca Comics, i primi raduni improvvisati davanti ai fumetterie, i costumi cuciti a mano con pazienza certosina e il tremolio d’emozione nello sfoggiare per la prima volta l’armatura del proprio personaggio preferito. Era tutto passione, dedizione, amore per un universo immaginario che si voleva rendere reale almeno per un giorno. Oggi, invece, il cosplay è anche – e in certi casi soprattutto – uno strumento di visibilità, monetizzazione e, per alcuni, una vera e propria carriera.

Con l’avvento dei social media e la diffusione di piattaforme come Patreon e OnlyFans, il confine tra arte del travestimento e contenuto per adulti si è fatto sempre più sfumato. Certo, da sempre nei fumetti (americani, giapponesi o italiani che siano) le figure femminili sono rappresentate con costumi attillati, scollature vertiginose e pose da pin-up. Stessa cosa, sebbene per motivi diversi, accade anche per i personaggi maschili, spesso idealizzati come superuomini muscolosi e iper-performanti. Ma interpretare un personaggio non significa necessariamente accentuarne solo l’aspetto fisico. Eppure, sembra che oggi, per avere successo nel mondo del cosplay, sia quello l’elemento su cui puntare.

È diventata una prassi quasi scontata: una cosplayer crea un account Instagram o TikTok, posta contenuti sensuali, apre un canale su Patreon o OnlyFans, e inizia a monetizzare. Non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato nel guadagnare con il proprio talento – anzi, è una cosa meravigliosa che una passione possa diventare un lavoro – ma mi chiedo dove finisca la passione e dove inizi il marketing del corpo. Siamo ancora nel regno del cosplay o ci siamo spostati in quello della soft-erotica?

La verità, forse, sta nel mezzo. Perché è innegabile che dietro ogni foto, ogni video, ogni post accattivante ci sia comunque un lavoro enorme. Realizzare un costume, anche se sexy, richiede studio, abilità manuale, conoscenze sartoriali, make-up, fotografia e spesso anche montaggio video. Non basta essere belli o in forma: ci vuole dedizione. Quindi sì, molti cosplayer sono diventati veri e propri professionisti e meritano di essere trattati come tali. Ma questo non cancella la sensazione che qualcosa sia cambiato in modo irreversibile.

OnlyFans, ad esempio, è un terreno scivoloso. Nato per offrire un contatto diretto tra creatori e fan, si è ben presto trasformato in una piattaforma dominata da contenuti per adulti. Cosplayer che inizialmente lo usavano per condividere tutorial, set fotografici o making-of dei costumi, si sono trovati nella posizione di dover “alzare la posta” per mantenere l’interesse degli abbonati. Molti hanno scelto consapevolmente di puntare su contenuti sempre più spinti, altri lo hanno fatto per sopravvivere nell’algoritmo della visibilità. Il risultato è un ecosistema in cui la sessualizzazione è diventata quasi una moneta di scambio.

Il problema non sta tanto nel mostrare il proprio corpo – ognuno è libero di esprimersi come vuole – quanto nel rischio di ridurre l’arte del cosplay a una vetrina sensuale. Quando il focus si sposta interamente sull’apparenza sexy, si perde il cuore del cosplay: l’interpretazione, l’empatia con il personaggio, la narrazione visiva. Non dovrebbe trattarsi solo di “chi ha il costume più scollato”, ma di “chi ha saputo incarnare meglio quell’eroe o quell’eroina che ci ha fatto sognare”.

E poi c’è l’effetto collaterale più subdolo: le critiche sessiste. Le cosplayer che scelgono di mostrarsi vengono spesso bersagliate da commenti volgari, insulti o insinuazioni. Una mentalità retrograda e maschilista che, purtroppo, continua a infestare anche la nostra nerd community. Come se una donna che interpreta un personaggio sexy debba per forza “meritarsi” l’oggettificazione. Non è così. Non lo è mai stato. E come redattori, fan, appassionati e membri della community, dobbiamo essere i primi a dirlo.

Alla fine, il cosplay resta un atto d’amore. Che si scelga di farlo per gioco, per arte o per lavoro, poco importa. L’importante è non perdere di vista ciò che ci ha fatto innamorare di questa forma di espressione: la possibilità di vivere, anche solo per un momento, in un altro mondo. Di diventare il nostro personaggio preferito. Di raccontare una storia senza bisogno di parole.

E ora tocca a voi, compagni di nerdaggine: cosa ne pensate di questa evoluzione del cosplay? È una naturale espansione creativa o una deriva commerciale? Avete mai sentito la pressione di dover “apparire” più che “interpretare”? Condividete questo articolo sui vostri social e fatemi sapere la vostra opinione: il dibattito è aperto, e il CorriereNerd.it è il posto giusto per farlo esplodere!

Cosa sono i breast-feeding tutorial che stanno invadendo Instagram?

Le modelle di OnlyFans hanno trovato un modo astuto per aggirare le regole di Instagram: il breast-feeding tutorial. Questa nuova tendenza vede le modelle fingere di allattare al seno dei neonati utilizzando bambole finte, consentendo loro di mostrare il seno senza essere bloccate dal social network e al contempo promuovere i loro contenuti erotici su OnlyFans.

La politica di Instagram riguardo alle immagini di nudo è ferma, ma le immagini di donne che allattano al seno sono ammesse. Questo ha aperto la porta a un nuovo trucco utilizzato dalle modelle di OnlyFans che stanno sfruttando al meglio questa falla per aumentare la propria visibilità.Tuttavia, questa strategia ha causato una certa agitazione soprattutto tra le mamme che condividono vere esperienze sull’allattamento. Le mamme fake si confondono con quelle reali, creando una certa confusione e distorto il significato di un gesto così intimo e naturale come l’allattamento al seno.

Mentre le modelle di OnlyFans cercano di ottenere vantaggi personali da questo trucco, è importante ricordare che l’allattamento al seno è un momento sacro che non dovrebbe essere strumentalizzato a fini commerciali. L’allattamento dovrebbe essere visto come un gesto di amore e cura per il proprio bambino, non come uno strumento per vendere contenuti erotici.

Sopratutto alla vigilia della Festa della Donna, in un contesto globale in cui molte mamme lottano quotidianamento per nutrire i propri figli, l’uso dell’allattamento al seno per scopi superficiali e privi di significato è decisamente discutibile. È necessario mantenere il rispetto per questo gesto naturale e non permettere che venga distorto a fini puramente commerciali.

Farplane: il locale cyber sexy di Osaka

Oltre all’iconico locale goth Rock Bar Midian, la vivace e stimolante vita notturna di Osaka offre un altro luogo affascinante in cui immergersi in un universo fetish cyber-psichedelico: il Farplane. Questo incantevole bar accoglie i visitatori con una musica dance allegra e coinvolgente, rendendolo uno dei posti migliori in cui trascorrere una serata indimenticabile nella città giapponese.

Situato nel cuore del quartiere Amemura di Osaka, il Farplane non si definisce semplicemente un bar e un negozio di abbigliamento sexy, ma uno spazio “alla moda, erotico e divertente”. Tuttavia, questa modesta definizione è quasi inadeguata per descrivere la sua eccentricità. Ciò che era iniziato nel 2005 come un piccolo negozio di abbigliamento con elementi stravaganti e sensuali si è gradualmente trasformato in qualcosa di più grande. Oggi, il negozio di abbigliamento continua a prosperare, ma è il bar che attira l’attenzione con la sua reputazione di essere uno dei luoghi più stimolanti e unici per trascorrere una serata a Osaka.

L’esperienza al Farplane è folle e surreale fin dal momento in cui si varca la sua soglia. Gli ospiti vengono accolti da uno scenario straordinario, con un gigantesco fallo di cartapesta, gambe cibernetiche appese alle pareti e una miscela intensa di colori e disegni che ricorda un viaggio lisergico. Anche senza aver ancora bevuto nulla, basta entrare nel Farplane per sentirsi in uno stato di ebbrezza.

Questo luogo è ben lontano dall’atmosfera mistica del tempio Senkoji e Santuario Namba Yasaka. Appena si varca la soglia del Farplane, sembra di entrare in un mondo completamente diverso dalla realtà quotidiana. Gli abiti stravaganti del personale richiamano immagini avventurose di creature fantascientifiche dai colori vivaci, mentre il design degli interni evoca uno stile familiare solo alla famiglia Addams. Non sorprenderti se vedrai qualcuno legato e imbavagliato sul palco, perché al Farplane è una pratica del tutto normale, persino in un tranquillo martedì sera. Ma non lasciarti ingannare dalle apparenze, perché il Farplane accoglie tutti con le braccia aperte (e forse anche con delle manette, se così si desidera).

Gli eventi organizzati al Farplane comprendono regolari spettacoli di burlesque e l’annuale Farplane Night, un’iconica festa fetish che richiama centinaia di persone fuori dall’ordinario. Durante questa straordinaria notte, tutti si godono la musica e gli spettacoli senza limiti di genere fino all’alba. Gli spettacoli passati hanno incluso band, DJ, ballerini di pole dance e perfino performance sadomaso dal vivo.

Se ti trovi a Osaka durante la Farplane Night, partecipare è un must assoluto: si tratta di una festa fetish di enormi proporzioni che con spettacoli di burlesque, ballerini di pole dance e performance eccentriche e sadomaso. È un evento unico nel suo genere, che attira una folla variegata e pronta a mettere da parte le inibizioni per vivere un’esperienza indimenticabile nella vivace vita notturna di Osaka.

Il Mistero del Sangue dal Naso: La Gag Comica che Ha Conquistato gli Anime

Se avete visto anche solo un pugno di episodi di un qualsiasi anime, sapete che c’è una gag che ritorna più spesso di un Goku che si trasforma: un personaggio maschile che, all’improvviso, inizia a sanguinare dal naso. Una reazione esplosiva, quasi una fontana di sangue, che scatta di solito quando il malcapitato si trova di fronte a una situazione piccante, magari una ragazza in bikini o, ancora meglio, completamente nuda. Un’immagine così iconica da essere diventata quasi il marchio di fabbrica dell’umorismo nipponico. Ma vi siete mai chiesti da dove arrivi questo cliché? Siete pronti a fare un viaggio tra folklore, medicina e un pizzico di esagerazione tipica del Sol Levante?

La scena è sempre la stessa: il protagonista, o un suo sfortunato amico, incontra la donna dei suoi sogni (o magari solo una che ha la sfortuna di essere in una vasca da bagno) e boom! La pressione sanguigna schizza alle stelle, il viso si fa rosso come un peperone e una, o a volte due, sottili gocce di sangue iniziano a scendere dal naso, per poi trasformarsi in un vero e proprio zampillo teatrale. Un’esagerazione visiva che comunica in modo inequivocabile il turbamento del povero ragazzo. Ma da dove nasce questa buffa rappresentazione?

La risposta non è così scontata e affonda le sue radici in una curiosa credenza popolare giapponese. Per secoli, in Giappone, si è creduto che l’epistassi, il termine medico per il sanguinamento nasale, fosse in qualche modo collegata all’eccitazione sessuale o a pensieri un po’ “spinti.” È un’associazione che non ha basi scientifiche, ma che si è radicata nella cultura come un piccolo pezzo di folklore. La cosa buffa è che, nella realtà, l’epistassi è molto più comune tra i bambini e gli anziani, mentre i giovani adulti ne sono meno soggetti. Eppure, nel mondo degli anime, sono proprio i protagonisti adolescenti a essere le vittime preferite di questo “sanguinamento da brivido.”

Con il tempo, questa gag è diventata così potente da superare persino la sua stessa logica, estendendosi anche ai personaggi femminili. Anche le ragazze, nel mondo degli anime, possono manifestare la stessa reazione di fronte a un bel ragazzo o a un pensiero “proibito.” Un chiaro esempio di come l’arte, in questo caso l’animazione, possa prendere spunto da una tradizione e stravolgerla a proprio piacimento, creando un linguaggio visivo tutto suo.

Nonostante il legame con la cultura popolare, il mondo della medicina ci insegna tutt’altro. I fattori che possono scatenare un’epistassi sono svariati e molto meno “romantici” di una cotta adolescenziale: traumi, infezioni, allergie, aria troppo secca e, in casi più rari, anche malattie come l’ipertensione. La maggior parte dei sanguinamenti nasali avviene nella parte anteriore del naso, dove i capillari sono più fragili, e non ha alcun collegamento con un aumento della pressione sanguigna causato dall’eccitazione. Quindi, mentre nel mondo di Ranma ½ vediamo il povero Ryoga perdere litri di sangue dal naso ogni volta che si imbatte in un personaggio femminile, il vecchio Happosai (che di pensieri sconci ne ha a bizzeffe) se la cava sempre senza una goccia, a dimostrazione che la logica degli anime ha regole tutte sue.

In definitiva, il sangue dal naso negli anime non è altro che un’iperbole umoristica, un modo veloce e diretto per mostrare al pubblico il turbamento di un personaggio. È un tocco di teatralità esagerata che, pur non avendo alcun fondamento scientifico, si è guadagnato un posto d’onore nell’olimpo dei cliché che amiamo. E, in fondo, non è forse questo il bello degli anime? Quella capacità unica di mescolare la realtà con la pura fantasia, regalandoci momenti e reazioni che non troveremo mai nella vita di tutti i giorni.

No, in areoporto non si può andare in Cosplay di Cyberpunk: Edgerunner

Kine Chan, una cosplayer/influencer brasiliana nota per i suoi contenuti pazzi su Onlyfans, ha vissuto una disavventura da far rimanere di stucco. Immaginatevi la scena: Kine, con un outffit molto Sexy di Rebecca, un personaggio di Cyberpunk: Edgerunner, si è presentata all’aeroporto di Navegantes con l’intenzione di volare verso un evento cosplay. Ma purtroppo per lei, l’idea geniale di indossare un costume succinto e minimal non è stata apprezzata dalle autorità dell’aeroporto. Hanno bocciato il suo look “fuori dalle righe”, costringendola a rinunciare al volo.

Immaginate la delusione di Kine mentre cercava di imbarcarsi: era pronta a spaccare la scena con il suo outfit da cyberpunk, ma invece si è ascoltata una voce fuori campo che le diceva di tornare a casa e cambiarsi perché quello che indossava non era appropriato. Che delusione!

Ma l’influencer non si è lasciata abbattere facilmente.

Ha subito condiviso la sua disavventura sui social, mettendo in mostra le immagini dell’incidente aeroportuale. Con il suo umorismo contagioso, ha raccontato la situazione noiosa in cui si è trovata. “Ho vissuto una situazione molto noiosa questo fine settimana!” ha dichiarato Kine sui social.

Possiamo solo immaginare la faccia dei passeggeri che si sono trovati di fronte a Kine, con il suo costume provocante e aderente. Probabilmente hanno pensato di essere finiti in un futuro cyberpunk al quale non erano pronti a partecipare. Ma non c’è da preoccuparsi, ragazzi! Kine non si dà per vinta facilmente e di certo non rinuncerà al suo evento cosplay. Tornerà a casa, cambierà il suo outfit scandaloso con qualcos’altro di altrettanto divertente e si presenterà all’evento come se niente fosse.

Oppaidius Desert Island

Oppaidius Desert Island! è stato pubblicato su Steam dopo il successo su Kickstarter: è arrivato il tempo per questa Visual Novel Made in Italy per adulti di essere finalmente giocata! Il piccolo studio indipendente italiano SbargiSoft, composto dall’artista Vittorio Giorgi e dal programmatore Matteo Benin, ha pubblicato su Steam il suo ultimo lavoro: la Visual Novel di stampo nipponico, dallo stile “retro” anni ’90, Oppaidius Desert Island! Dopo aver raggiunto su Kickstarter 11.662€ di finanziamento, adesso il gioco viene pubblicato rispettando i tempi previsti su Steam, per PC Windows, Mac e Linux, al costo di 7.99€.

 

Oppaidius Desert Island! è una Visual Novel per adulti, che fa proseguire in modo digitale nel nuovo millennio la tradizione italiana del fumetto erotico d’autore e delle classiche commedie sexy con delle protagoniste maggiorate. Con più di 200 frame di animazione disegnati a mano, una colonna sonora incredibile con vari musicisti ospiti giapponesi, uno stile nostalgico anni ’90 e una appassionante storia, Oppaidius Desert Island! si propone come una proposta originale nel panorama videoludico odierno.

Vittorio Giorgi ha dichiarato:

“È stata dura completare il gioco secondo le date programmate.. soprattutto considerato che nell’ultimo anno ci siamo sentiti con Matteo solo su Skype per le problematiche legate al Covid, ma con tanta passione e qualche ora di sonno in meno, siamo soddisfatti di aver mantenuto le promesse!”

Un nuovo Record Mondiale…?!? Oppaidius Desert Island! contiene più di 140 frame di animazione disegnati a mano solamente per i seni delle eroine… siamo di fronte a un nuovo record per l’animazione a mano in un videogioco…? Disponibile anche la prima parte: Oppaidius Tropical Cruise! che si può scaricare gratis su Steam! Non è una demo, è un ricco prologo da più di 18.000 parole per Oppaidius Desert Island! Questo titolo, tutto italiano, è la conclusione della saga, con una lunga storia da più di 33.000 parole.

Degna di nota soprattutto la colonna sonora “retro” in sintesi FM creata col chip Yamaha YM2151. Più di 20 incredibili tracce audio originali create di Luca Della Regina (Xydonia, Steel Assault) e tantissime collaborazione “made in Japan”: in primis, il leggendario compositore Keiji Yamagishi della serie videoludica di Captain Tsubasa (Holly & Benji) e Ninja Gaiden ospite con una traccia inedita. Inoltre tanti altri usicisti “All-Star” ospiti giapponesi, tra cui Masashi Kageyama (Gimmick!, Sunsoft), Tsuyoshi Kaneko (SEGAGAGA, Gainax, serie di Yakuza)
 e Sizlla Okamura, autore della colonna sonora dello sparatutto cult per NeoGeo “Viewpoint”!

Keiji Yamagishi ha dichiarato:

“Sono sempre davvero grato agli stranieri per il loro rispetto verso i videogiochi “retro” giapponesi. E ancora, dall’Italia ho ricevuto una richiesta ricca di entusiasmo: “Abbiamo bisogno di una traccia come quella di Mark Lenders (Kojiro Hyuga) per Nintendo NES per il nostro prossimo gioco!”, mi ha detto Vittorio.  Ho pensato che avrei dovuto rispondere a tanta passione con una nuova traccia, così ho deciso di partecipare. Farò del mio meglio per creare una musica che non sarà inferiore a quella di Mark Lenders (Kojiro Hyuga) che ho fatto 30 anni fa. Spero apprezzerete il mio lavoro.”

Oppaidius Summer Trouble!

Vittorio Giorgi della SbargiSoft, artista e sviluppatore di videogamee italiano, ha fatto partire la campagna una fortunata campagna Kickstarter per il suo primo gioco, la visual novel “ecchi” di stampo nipponico, in stile anni ’90, Oppaidius Summer  Trouble! Con l’obiettivo raggiunto in 6 giorni, grazie al contributo di ben centoundici utenti che hanno raccolto 1500 euro in pochissimo tempo, adesso l’operazione si focalizza sul raggiungimento di alcuni “stretch goal”.

Il termine “oppai” descrive ironicamente le donne “maggiorate” tipiche nella tradizione fumettistica/animazione nipponica, protagoniste di numerose visual novel davveri spinte. Similmente la parola “ecchi”  viene usatanello slang per indicare fantasie erotiche e allusioni sessuali: come aggettivo assume il significato di “osceno”, “lascivo” e “frivolo”; mentre come verbo con quello di far qualcosa di “zozzo” o anche del semplice “dormire assieme”. Su questa scia, Oppaidius Summer Trouble! tratta di un nerd sempre chiuso in casa, che preferisce di gran lunga passare il tempo coi videogiochi piuttosto che mettere piede fuori dalla sua stanza. Ma, questa estate la sua vita sta per cambiare, dato che è stato praticamente forzato dal suo amico Jimmy a premere il tasto “pausa” sulle sue tendenze agorafobiche per provare a conoscere meglio Serafina, la ragazza dei suoi sogni… che si è appena trasferita alla porta accanto!

Oppaidius Summer Trouble! ha varie particolarità, come uno stile vintage anni ’90 che tocca vari aspetti del gioco: fondali in pixel art, e colonna sonora in sintesi FM realizzata col chip Yamaha YM2151, ad esempio. Il gioco ha anche dei musicisti ospiti giapponesi, tra cui Norihiko Hibino delle saghe di Metal Gear Solid e Bayonetta e, per tornare al discorso retro, anche musicisti dell’epoca NES/PC88 come Masashi Kageyama di Sunsoft (Gimmick!) e Hideki Higuchi (Clannad). La trama è funzionale, i vari character risultano simpatici e volutamente stereotipati e molte volte “tributo” di personaggi noti di quel periodo: l’art direction complessiva basta a soddisfare l’offerta di gioco di Oppaidius Summer Trouble!

Fan dei retro-game, visual novel, e anche chi apprezza un senso dell’umorismo tagliente e auto-ironico, sono invitati a scaricare la demo gratuita di Oppaidius Summer Trouble! disponibile su Steam e itch.io per PC, Mac e Linux. Il gioco sarà disponibile in anteprima al Festival del Fumetto Romics in copia fisica (solo in italiano) mentre è confermato che l’uscita della versione finale, come riportato sulla campagna Kickstarter, sarà a novembre 2018.

AIKa: il cult anni ’90 tra fanservice sfrenato, azione e nostalgia

Quando si parla di anime anni ’90, ci sono quei titoli che ti fanno brillare gli occhi di nostalgia e ti catapultano in un’epoca in cui le VHS giravano di mano in mano tra amici nerd come preziose reliquie. Ecco, Agent AIKa è uno di quei nomi. Un titolo che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nella memoria di chiunque abbia vissuto la stagione d’oro dell’animazione giapponese importata in Italia, e non solo per meriti artistici o narrativi, ma per il suo status quasi leggendario di festival del fanservice senza freni.

Uscito nel 1997 come serie OAV, ovvero direct-to-video, AIKa porta la firma di Katsuhiko Nishijima, già regista navigato nel mondo degli anime con una predilezione per l’estetica provocante. In Italia arrivò grazie a Dynamic Italia, quel nome mitico per chi come me si è formato a pane e anime doppiati male (ma adorabilmente), disponibili in VHS e poi in DVD, e persino trasmessi su La 7 Cartapiù e Cooltoon, il canale satellitare che per un periodo fu un piccolo angolo di paradiso per gli amanti delle produzioni animate giapponesi. Una piccola curiosità nerd che mi ha sempre fatto sorridere: in giapponese il titolo si scrive volutamente con tre maiuscole e una minuscola – AIKa – un vezzo grafico che, manco a dirlo, si è perso del tutto nelle edizioni internazionali.

Ma di cosa parla Agent AIKa?

Immaginatevi un mondo semi-sommerso a causa di un cataclisma, dove intere città giacciono sotto metri e metri d’acqua, trasformate in silenziose rovine subacquee. In questo scenario apocalittico nasce la figura dei “salvager”, recuperatori di reperti, oggetti preziosi, tecnologie dimenticate. Aika Sumeragi, la protagonista, è una di loro: una donna bella, atletica, determinata, che lavora per una piccola compagnia sull’orlo del fallimento. L’occasione di riscatto arriva quando le viene affidata una missione apparentemente semplice ma cruciale: recuperare il misterioso “rag”, un oggetto enigmatico su cui molti altri hanno messo gli occhi.

La trama iniziale si regge sorprendentemente bene: c’è un cattivo da manuale, Rudolf Hagen, scienziato megalomane deciso a rifondare il mondo a sua immagine e somiglianza (leggasi: harem personale incluso), un cast di comprimari che va dall’inseparabile ma impacciata assistente Rion alle iconiche Delmo, soldatesse in divisa attillatissima e tacchi a spillo, passando per scontri spettacolari che alternano combattimenti corpo a corpo, inseguimenti aerei e immersioni mozzafiato.

Eppure, per quanto ci si sforzi di parlare della trama, è impossibile ignorare l’elefante nella stanza: Agent AIKa è ricordato quasi esclusivamente per il suo fanservice estremo, al limite del ridicolo. Parliamo di una media di 4-5 inquadrature di mutandine bianche per scena, minigonne che sfidano le leggi della fisica, trasformazioni degne di Sailor Moon ma filtrate da un sogno erotico di metà anni ’90, e combattimenti dove l’ecchi non è un contorno ma il piatto principale. Nishijima non fa nulla per nasconderlo, anzi, ci gioca apertamente, spingendo tutto al massimo e strizzando continuamente l’occhio allo spettatore con una regia che sembra sussurrare: “sì, lo so che sei qui per questo”.

Ma attenzione: dire che AIKa sia solo mutandine e tette è ingiusto. C’è una cura registica che va oltre il semplice voyeurismo, un gusto per l’esagerazione pulp, un character design accattivante e, per l’epoca, un’animazione sorprendentemente fluida, capace di restituire un senso di dinamismo nelle scene d’azione che molti OAV ben più blasonati non avevano. Certo, arrivati agli ultimi episodi si ha la netta sensazione che la trama si sfaldi, lasciando il posto a una sequenza di scontri pretestuosi contro le Delmo superstiti e a personaggi di contorno che non lasciano davvero il segno (qualcuno ha detto Michikusa?). Ma in fondo, lo spettatore lo sa: AIKa non ha mai avuto la pretesa di essere un anime profondo o innovativo. È puro intrattenimento sexy-action, un prodotto figlio di un’epoca in cui si osava senza troppi filtri.

Il successo fu tale da generare due prequel: AIKa R-16: Virgin Mission e AIKa ZERO. Virgin Mission ci mostra una giovanissima Aika, già alle prese con i primi lavori da salvager e pronta a lanciarsi in missioni piene di pericoli e misteri, mentre Zero ci catapulta in una sorta di investigazione scolastica con elementi di fantascienza, tra studentesse scomparse e misteriosi ordini segreti, inserendosi temporalmente tra il prequel e la serie madre. Entrambi i titoli mantengono lo stesso mix di azione e fanservice, confermando AIKa come franchise in bilico tra guilty pleasure e icona di genere.

Nel rivederlo oggi, a distanza di quasi trent’anni, AIKa appare come un bizzarro fossile di un’epoca che non c’è più. Un anime che non si prende mai sul serio, che si diverte a infrangere ogni regola del buon gusto per il puro piacere di farlo, ma che, proprio per questo, conserva un fascino tutto suo. Non è un capolavoro, non è nemmeno un titolo imprescindibile per chi vuole capire l’evoluzione dell’animazione giapponese, ma è un tassello importante per chi ama scavare nelle pieghe più stravaganti e sopra le righe del panorama anime.

E sapete una cosa? Ogni tanto fa bene ricordarsi perché ci siamo innamorati di questo medium. Perché ci regala storie che ci fanno emozionare, certo, ma anche perché ci permette di ridere, di divertirci, di lasciarci andare a quel senso di libertà sfrenata che solo l’animazione giapponese sa trasmettere.

Se avete visto AIKa, raccontatemi la vostra esperienza nei commenti! E se non l’avete mai fatto… beh, armatevi di ironia e preparatevi a un viaggio assurdo nel fanservice anni ’90. E poi condividete questo articolo sui vostri social: chissà quanti altri nostalgici nerd stanno aspettando di rispolverare un ricordo così improbabile!

Cosa sono gli Hentai?

Hentai è una parola giapponese che significa “anormalità” o “metamorfosi“. In Giappone si utilizza anche con il significato di “sessualmente perverso“, ed ha una connotazione molto negativa, in quanto indica forme di “anomalia sessuale”, o di perversione.
Al di fuori del Giappone viene usato per riferirsi a opere a sfondo pornografico, divise principalemente tra hentai anime, hentai manga e videogiochi contenenti riferimenti sessuali (Eroge) o espliciti (H game). Gli Hentai sono un genere di anime e manga con contenuti erotici o pornografici che nonostante il loro contenuto sessuale,  presentano una grande varietà di stili artistici e possono coprire una vasta gamma di tematiche.

Gli hentai possono essere suddivisi in diverse categorie, come il “vanilla” che si focalizza sulle relazioni romantiche, il “tentacle” che coinvolge creature marine dotate di tentacoli, o il “futanari” che rappresenta personaggi con organi sessuali sia maschili che femminili. La varietà di temi e scene è vasta e può andare dal più innocente al più estremo.

Questo genere è spesso associato alla cultura giapponese e al concetto di “moe”, una sottocultura che celebra i personaggi di anime e manga carini e attraenti. Nell’ambito degli Hentai, le caratteristiche dei personaggi, come i grandi occhi o le forme curvilinee, sono esagerate per creare un effetto di attrazione sessuale.

Sebbene gli Hentai siano considerati per molti come opere a carattere pornografico e senza valore, molti appassionati affermano che essi offrano anche un’opportunità per esplorare temi e fantasie sessuali che non sarebbero accettate nella società tradizionale. Inoltre, alcuni ammiratori affermano che l’arte degli Hentai sia molto sofisticata e che gli artisti riescano a esprimere emozioni e intimità attraverso la rappresentazione dei corpi e dei rapporti sessuali.

Tuttavia, gli hentai sono spesso oggetto di critiche e dibattiti etici. Alcuni sostengono che possano contribuire alla sessualizzazione dei minori o alla promozione di fantasie inconsapevolmente nocive. Altri li considerano misogini o offensivi per via delle immagini di violenza sessuale spesso rappresentate.Le opinioni su questo genere variano molto e spesso si trovano contrastanti posizioni. Alcune persone trovano gli Hentai come un modo legittimo per esplorare la propria sessualità o fantasie, mentre altre li considerano offensivi o immorali. In ogni caso, è fondamentale rispettare le preferenze individuali e assicurarsi del consenso informato e volontario di tutte le persone coinvolte.

In conclusione, gli Hentai sono un genere controverso che si occupa di rappresentazioni esplicite del sesso e delle fantasie sessuali. Pur essendo associato a una cultura specifica, il loro impatto e la loro popolarità si sono diffusi in tutto il mondo. Nonostante le opinioni contrastanti, è importante comprendere che ognuno ha diritto alla propria sessualità, pur rispettando le leggi vigenti e il bene delle persone coinvolte.

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