Poche volte nella storia recente dei videogiochi ho visto una community vivere una strana miscela di entusiasmo e malinconia come quella che ha accompagnato l’ultimo anno di Baldur’s Gate. Da una parte il ricordo ancora freschissimo di un capolavoro capace di divorarsi centinaia di ore della nostra vita senza mai dare la sensazione di sprecare un singolo minuto, dall’altra quel senso di vuoto arrivato dopo l’annuncio che nessuno voleva davvero sentire. Perché diciamocelo senza girarci troppo intorno: dopo aver terminato Baldur’s Gate 3, aver romanzato Shadowheart, litigato con Astarion, discusso con Gale e preso decisioni moralmente discutibili degne del peggior allineamento caotico possibile, tutti abbiamo pensato la stessa identica cosa. “E adesso?”
La risposta, per molto tempo, sembrava essere un silenzio assordante.
Larian Studios aveva compiuto qualcosa che molti ritenevano impossibile. Non si era limitata a realizzare un grande RPG, ma aveva riportato il genere dei giochi di ruolo occidentali al centro della cultura videoludica globale. In un’epoca dominata da battle royale, live service e produzioni pensate per trattenere il giocatore attraverso algoritmi e stagioni infinite, Baldur’s Gate 3 aveva avuto il coraggio di ricordarci che una buona storia, personaggi memorabili e libertà narrativa possono ancora conquistare milioni di persone.
Poi arrivò quella notizia che sembrò quasi una scena post-credit amara dopo un finale perfetto. Niente espansioni. Nessun DLC. Nessun Baldur’s Gate 4 sviluppato da Larian.
Per qualche giorno internet sembrò attraversare una delle classiche fasi del lutto nerd. Negazione, rabbia, accettazione e infine quella rassegnazione che conosciamo bene ogni volta che una saga amata cambia direzione. Swen Vincke e il suo team decisero infatti di salutare il mondo di Dungeons & Dragons per inseguire nuove idee e nuovi universi, lasciando alle spalle un’eredità gigantesca.
Eppure chi frequenta da anni il mondo fantasy sa che le leggende non finiscono davvero. Si trasformano. Per questo motivo le parole pronunciate da John Hight, presidente di Wizards of the Coast, hanno avuto l’effetto di una palla di fuoco lanciata nel mezzo di una taverna piena di avventurieri. Senza particolari giri di parole ha confermato ciò che milioni di fan speravano di sentire: Baldur’s Gate avrà un successore.
Una frase semplice, quasi disarmante nella sua essenzialità. Nessun trailer cinematografico da due minuti e mezzo. Nessun logo animato accompagnato da un coro epico. Nessuna data di uscita. Eppure bastavano poche parole per riaccendere immediatamente l’immaginazione collettiva. Baldur’s Gate 4 esisterà. Leggere questa conferma oggi provoca una sensazione particolare perché ci troviamo davanti a uno dei casi più complessi che l’industria videoludica abbia affrontato negli ultimi anni. Chiunque raccoglierà il testimone dovrà confrontarsi con un’opera che non è stata semplicemente amata. È stata idolatrata.
Oltre quindici milioni di copie vendute rappresentano già un risultato straordinario, ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia. Baldur’s Gate 3 è diventato uno di quei videogiochi che entrano stabilmente nelle conversazioni tra appassionati, come accadde per Skyrim, Mass Effect, The Witcher 3 o Dragon Age Origins. Uno di quei titoli che vengono continuamente citati come punto di riferimento, metro di paragone e modello da seguire. La sua influenza è andata ben oltre il mercato RPG.
Per mesi social network, Twitch, YouTube e forum sono stati invasi da racconti personali, build improbabili, finali alternativi, fanart, cosplay e discussioni interminabili sulle scelte morali più assurde. È successo qualcosa di molto simile a ciò che accade nel mondo degli anime quando una serie riesce a superare il semplice status di prodotto d’intrattenimento per trasformarsi in fenomeno culturale. Un po’ come accadde con Attack on Titan, Fullmetal Alchemist o Frieren, la gente non si limitava a consumare l’opera. La viveva.
Ed è proprio qui che nasce la grande domanda. Come si realizza un Baldur’s Gate 4 dopo Baldur’s Gate 3? Non basta replicarne le meccaniche. Non basta inserire dadi, magie e dialoghi ramificati. Il pubblico ormai pretende quella sensazione di libertà assoluta che ha caratterizzato l’avventura precedente. Pretende personaggi memorabili. Vuole sentirsi nuovamente protagonista di una storia che reagisce davvero alle sue scelte.
Chiunque entrerà in sviluppo dovrà confrontarsi con aspettative quasi impossibili da soddisfare.
Eppure questa sfida è anche ciò che rende l’attesa così affascinante.
Perché oggi sappiamo che il futuro dei Forgotten Realms non è stato archiviato. Le porte della città più famosa di Dungeons & Dragons non sono state chiuse. Sono semplicemente rimaste socchiuse.
Naturalmente le incognite sono ancora enormi. Non conosciamo il team che guiderà il progetto. Non sappiamo quale tecnologia verrà utilizzata. Ignoriamo completamente il periodo storico in cui sarà ambientato. Potrebbe essere una continuazione diretta degli eventi di Baldur’s Gate 3 oppure un salto temporale capace di reinventare completamente il contesto narrativo.
Perfino il genere potrebbe subire evoluzioni imprevedibili.
Il fascino dell’universo di D&D, dopotutto, risiede proprio nella sua capacità di reinventarsi continuamente. Ogni campagna è diversa. Ogni Dungeon Master racconta una versione differente dello stesso mondo. Ogni gruppo di avventurieri lascia un’impronta unica nella storia.
Forse il futuro di Baldur’s Gate seguirà la stessa filosofia.
Ripensandoci, è quasi poetico. Larian ha concluso la propria campagna esattamente come farebbe un grande narratore di giochi di ruolo. Ha raccontato la sua storia, ha portato i personaggi fino alla fine del viaggio e poi ha passato lo schermo del Dungeon Master a qualcun altro. Il manuale rimane sul tavolo. I dadi sono ancora lì. La mappa dei Forgotten Realms continua ad aspettare nuovi esploratori.
E mentre l’industria videoludica corre verso intelligenze artificiali, mondi procedurali e tecnologie sempre più avanzate, una delle avventure più attese degli anni a venire continua a basarsi sullo stesso elemento che rende speciale Dungeons & Dragons da oltre mezzo secolo: il desiderio di raccontare storie insieme. L’attesa potrebbe essere lunga. Molto più lunga di quanto vorremmo. Ma per chi è cresciuto tra draghi, maghi, party improbabili e salvataggi caricati decine di volte per correggere una scelta sbagliata, sapere che Baldur’s Gate 4 esiste davvero è già sufficiente per iniziare a fantasticare. E forse è proprio questo il bello. Perché ogni campagna memorabile comincia molto prima del primo tiro di dado.





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