Sensazione difficile da spiegare a chi non ha passato l’infanzia con un poster della Morte Nera appeso in camera o con una VHS consumata di Star Wars infilata nel videoregistratore. Non è semplice nostalgia e nemmeno l’hype frenetico che scatta ogni volta che viene annunciato un nuovo progetto ambientato nella galassia lontana lontana. La percezione è più sottile, quasi elettrica. Una specie di scatto mentale che arriva quando capisci che qualcuno potrebbe raccontare una storia ancora più antica di tutte quelle che già conosci. Una storia che non parla di Luke Skywalker, non gira intorno alla tragedia di Anakin Skywalker e non ruota attorno allo scontro eterno tra Impero e Ribellione. Una storia che parte da molto prima. Così indietro nel tempo da precedere persino il momento in cui qualcuno pronunciò per la prima volta la frase che ogni fan ha ripetuto almeno mille volte nella vita: “Che la Forza sia con te”.
Ed è proprio qui che entra in gioco una delle idee più affascinanti e misteriose degli ultimi anni per il futuro della saga creata da George Lucas. Il progetto si chiamava Dawn of the Jedi, un film che il regista James Mangold stava sviluppando per Lucasfilm e che prometteva qualcosa di rarissimo per Star Wars: tornare alle origini assolute del mito. Non cento anni prima della trilogia classica. Nemmeno mille. Parliamo di venticinquemila anni prima della saga degli Skywalker. Una distanza temporale talmente immensa che tutto ciò che oggi consideriamo normale nell’universo narrativo — Jedi, Sith, Repubblica, Ordine, codici, templi, tradizioni — diventa improvvisamente qualcosa di primordiale, quasi filosofico. Una galassia ancora giovane, ancora confusa, dove il concetto stesso di Forza probabilmente non è stato ancora definito.
Questa prospettiva mi aveva fatto letteralmente saltare sulla sedia quando venne annunciata durante lo Star Wars Celebration 2023. Ricordo perfettamente quella sensazione familiare che provavo da ragazzino mentre passavo le notti a leggere fumetti dell’Expanded Universe o a scavare dentro le pagine infinite dei wiki dedicati alla lore galattica. L’idea alla base del progetto era tanto semplice quanto gigantesca: raccontare l’alba dei Jedi. Non i cavalieri eleganti che abbiamo visto nei templi luminosi della Repubblica durante Star Wars: Episode I – The Phantom Menace o nelle guerre raccontate da Star Wars: The Clone Wars. Non l’ordine disciplinato che conosce il lato chiaro e teme il lato oscuro. Piuttosto i primi esseri senzienti che scoprono qualcosa di incomprensibile dentro di loro. Individui che percepiscono un’energia misteriosa e non hanno ancora idea di cosa significhi davvero.
Una mitologia fondativa. Quasi una leggenda cosmica.
La scelta di Mangold come regista aveva acceso ulteriormente l’immaginazione dei fan. Chi conosce il suo lavoro sa che non si tratta di un autore qualsiasi. Basta pensare a Logan per capire quanto sappia prendere un universo gigantesco e trasformarlo in qualcosa di più umano, sporco e intimo. Accanto a lui, alla sceneggiatura, era coinvolto anche Beau Willimon, uno degli autori dietro Andor, una delle opere più mature e sorprendenti prodotte da Lucasfilm negli ultimi anni. Tutti gli ingredienti sembravano al posto giusto per realizzare qualcosa di veramente diverso dal solito Star Wars.
Poi, come spesso succede con i progetti della saga negli ultimi tempi, la storia ha preso una piega più complicata. Annunci entusiasmanti seguiti da lunghi silenzi, indiscrezioni, rumor e quella sensazione strana che conoscono bene i fan di lunga data: il limbo produttivo. Il giornalista Jeff Sneider ha recentemente riportato voci secondo cui il film potrebbe essere stato messo da parte prima ancora di entrare davvero in produzione. Nessuna cancellazione ufficiale, ma quella zona grigia dove gli studi parcheggiano le idee mentre decidono quale direzione prendere.
Nel frattempo Mangold ha iniziato a concentrarsi su altri progetti, tra cui un film con Timothée Chalamet. Chi conosce un minimo le dinamiche di Hollywood sa bene cosa significa spesso una situazione del genere: pausa a tempo indefinito. Traduzione dal linguaggio degli studios? Qualunque cosa. Un progetto può restare congelato per anni oppure tornare improvvisamente in vita quando meno te lo aspetti.
Il vero punto, però, non riguarda solo il destino di un film. Riguarda l’idea stessa dietro Dawn of the Jedi. Mangold aveva parlato apertamente del desiderio di realizzare qualcosa di più libero, meno incatenato alla continuity e meno dipendente dal classico gioco dei cameo nostalgici. L’ambizione era raccontare una storia epica nel senso più antico del termine. Una specie di leggenda galattica sulle origini della Forza.
Ed è un concetto che funziona perfettamente. Più si torna indietro nella timeline di Star Wars e più la galassia diventa uno spazio narrativo quasi infinito. Non serve più collegare ogni evento agli Skywalker o all’ascesa dell’Impero. Nuove civiltà, nuovi sistemi stellari, filosofie primitive sulla natura della Forza. Persino il termine Jedi potrebbe non esistere ancora. Chi ha letto i fumetti Dawn of the Jedi scritti da John Ostrander e illustrati da Jan Duursema sa bene quanto quel periodo narrativo sia affascinante. Quelle storie avevano un’atmosfera completamente diversa rispetto alla classica space opera militare. Meno battaglie tra flotte stellari e più esplorazione spirituale. La Forza non era ancora divisa in lato chiaro e lato oscuro in maniera dogmatica. Era un mistero, una presenza potente e imprevedibile che poteva generare armonia oppure caos.
Immaginare un film costruito su quella atmosfera evocava nella mia testa qualcosa di gigantesco. Un incrocio tra mitologia cosmica, archeologia galattica e filosofia primordiale. Una specie di Silmarillion nello spazio, dove l’origine dei Jedi diventa leggenda.
Ed è proprio qui che nasce il grande paradosso. Star Wars è un universo enorme, ma allo stesso tempo è anche una macchina narrativa delicata. Ogni volta che qualcuno prova a cambiare davvero prospettiva, una parte del fandom reagisce come se qualcuno avesse appena profanato un antico tempio Sith. Negli ultimi anni Lucasfilm sembra aver sviluppato una certa prudenza verso i progetti più rischiosi.
Eppure la storia della saga dimostra esattamente il contrario. Le fasi migliori sono sempre nate da scelte coraggiose. L’uscita di Star Wars: Episode IV – A New Hope nel 1977 cambiò per sempre il modo di raccontare la fantascienza al cinema. L’arrivo di Star Wars: The Clone Wars trasformò una serie animata in uno dei pilastri narrativi dell’intero universo canonico.
Ogni svolta importante della saga è stata generata da qualcuno disposto a rischiare.
Ed è proprio per questo che l’eventuale perdita di Dawn of the Jedi lascia quella sensazione di occasione mancata tra i fan più appassionati. Non perché serva per forza un altro capitolo cinematografico. Non perché Star Wars abbia bisogno disperato di espandersi ancora. Piuttosto perché questa idea prometteva qualcosa di raro: assistere alla nascita del mito.
Immaginare il primo essere senziente che percepisce la Forza e capisce che non si tratta soltanto di energia cosmica, ma di qualcosa di molto più grande. Destino. Equilibrio. Tentazione. Una rivelazione quasi biblica reinterpretata attraverso l’estetica di Star Wars.
Per ora Dawn of the Jedi rimane sospeso in quella dimensione un po’ fantasma dove vivono tanti film annunciati e mai realizzati. Chi segue la saga da anni sa bene che questo non significa automaticamente la fine. L’universo di Star Wars è pieno di idee scomparse e poi tornate alla luce anni dopo con nuove forme, nuovi registi e nuove visioni creative.
Magari il progetto immaginato da Mangold non vedrà mai la luce così come era stato concepito. Oppure tra qualche anno qualcuno negli uffici di Lucasfilm tirerà fuori quella vecchia proposta e dirà semplicemente: raccontiamo davvero l’inizio di tutto.
Se quel giorno dovesse arrivare, lo ammetto senza vergogna: sarò uno di quelli davanti al cinema con il biglietto già in tasca, pronto a fare un salto indietro di venticinquemila anni nella galassia lontana lontana.
Perché ogni fan di Star Wars, prima o poi, ha sognato di assistere a un momento preciso della storia galattica: il primo Jedi che accende la prima spada laser mai costruita.
E adesso sono curioso di sapere cosa ne pensate voi. Meglio continuare a raccontare storie legate ai personaggi che conosciamo da decenni oppure sentite anche voi quella irresistibile voglia di esplorare finalmente le origini della Forza? La galassia resta immensa. E da qualche parte tra le stelle, altre storie aspettano soltanto qualcuno disposto a raccontarle.
