Quando un autore come Vince Gilligan decide di chiudere un capitolo, non lo fa mai in silenzio. Lo fa lasciando dietro di sé eco, scosse telluriche, domande che continuano a rimbalzare nella testa degli spettatori molto tempo dopo i titoli di coda. È successo con Breaking Bad, è successo di nuovo con Better Call Saul, e ora accade con una forza persino più disturbante e sottile con PLUR1BUS, la serie evento che ha appena concluso la sua prima, densissima stagione su Apple TV+.
Parlare di PLUR1BUS come di “una nuova serie” sarebbe riduttivo. Gilligan non torna semplicemente dietro la macchina da presa: torna a interrogare lo spettatore, a metterlo a disagio, a insinuare il dubbio che ciò che diamo per desiderabile possa essere, in realtà, la più grande delle trappole. E lo fa spostando il suo sguardo dal crimine e dall’ambiguità morale verso un territorio ancora più scivoloso: la felicità come virus, come imposizione, come conformismo assoluto.
Il risultato è un’opera che una parte della critica ha già elevato a “miglior serie del 2025”, forte di un impressionante consenso unanime che non nasce dall’hype facile, ma da una scrittura chirurgica, da un’idea disturbante portata alle estreme conseguenze. PLUR1BUS non urla mai, non corre, non cerca colpi di scena facili. Preferisce scavare, lentamente, sotto la pelle dello spettatore, fino a farlo dubitare delle proprie certezze emotive.
Al centro di questa discesa controllata nell’inquietudine c’è Rhea Seehorn, chiamata a raccogliere un’eredità pesantissima dopo l’iconica Kim Wexler. Qui il suo personaggio è una figura ancora più radicale: la persona più infelice del mondo, incaricata di salvare l’umanità da un’epidemia di felicità collettiva. Un paradosso narrativo che, nelle mani di Gilligan, diventa una lente potentissima sul nostro presente. La sua interpretazione è asciutta, ruvida, umanissima. Non cerca empatia facile, ma la conquista proprio grazie alle crepe, ai silenzi, alle scelte moralmente discutibili che compie lungo il percorso.
Accanto a lei si muove un cast che sembra costruito come un’orchestra da camera, dove ogni strumento entra in scena solo quando serve davvero. Tra questi spicca Karolina Wydra, nel ruolo di Ana, incarnazione inquietante di un mondo che ha scelto la serenità obbligatoria. Il loro rapporto non è uno scontro classico tra bene e male, ma una danza dialettica che ricorda la fantascienza più elegante e filosofica, quella capace di far dialogare The Twilight Zone con l’esistenzialismo contemporaneo.
E poi c’è Albuquerque. Sì, proprio lei. La città simbolo dell’universo gilliganiano torna ancora una volta, ma non come la ricordavamo. Qui è un riflesso deformato, una realtà leggermente fuori asse, dove la quotidianità sembra normale solo in superficie. È la scelta perfetta per raccontare una fantascienza intimista, dove non servono astronavi né mondi lontani: basta guardare con attenzione ciò che ci circonda per accorgersi che qualcosa non torna.
La genesi di PLUR1BUS è essa stessa un manifesto di ambizione. Pensata subito dopo la fine di Better Call Saul, la serie ha ricevuto una fiducia quasi cieca: due stagioni ordinate in blocco, senza passare dal classico episodio pilota. Un segnale fortissimo, che Gilligan ha raccolto alzando ulteriormente l’asticella. Le riprese, rallentate dallo sciopero degli sceneggiatori del 2023, sono poi ripartite con un approccio dichiaratamente cinematografico. Niente abuso di CGI, ma una regia che lavora sui tempi morti, sulle atmosfere, su una fotografia capace di alternare toni caldi e quasi apocalittici a freddezze surreali che sembrano congelare le emozioni.
Il titolo stesso, PLUR1BUS, richiama l’idea di unità forzata insita nel motto “E pluribus unum”. Da molti, uno. Ma cosa succede quando quell’uno viene imposto, quando la pluralità emotiva viene sacrificata in nome di una serenità artificiale? La serie risponde mostrando un mondo in cui il conflitto non è più ammesso, le domande scomode vengono soffocate e l’individualità diventa un difetto da correggere. La felicità, così ostentata, si rivela una maschera fragile, sostenuta da manipolazione, menzogne e una inquietante dipendenza dalla collettività, senza la quale nessuno sembra più in grado di sopravvivere.
Gilligan si prende i suoi tempi, come ha sempre fatto. Anche PLUR1BUS chiede pazienza, attenzione, disponibilità a convivere con il non detto. Non tutto viene spiegato, alcune incongruenze restano sospese, e il finale lascia volutamente più domande che risposte. Ma è proprio qui che la serie trova la sua forza: nel rifiuto di semplificare, nel coraggio di proporre qualcosa di familiare e insieme sorprendentemente nuovo partendo da un canovaccio noto.
La prima stagione, composta da nove episodi distribuiti settimanalmente a partire dal 7 novembre 2025, ha dimostrato che l’attesa può ancora essere una virtù. Ogni episodio diventa un tassello di un puzzle emotivo e filosofico che continua a risuonare anche dopo la visione. E mentre scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio, una sensazione resta sospesa nell’aria: quella di trovarsi davanti a una storia che ha ancora molto da dire.
Ora la domanda passa a noi, come sempre accade con le opere migliori: siamo davvero pronti a rinunciare alle nostre imperfezioni in cambio di una felicità senza attriti? Oppure è proprio nel conflitto, nel dubbio e nella fatica di sentirsi “sufficienti” che si nasconde ciò che ci rende umani?
La discussione è aperta. E se PLUR1BUS continuerà, come tutto lascia pensare, il viaggio potrebbe diventare ancora più scomodo… e irresistibile.
