Una generazione cresciuta tra tavole a fumetti, forum infiniti e notti passate a disegnare su quaderni sgualciti sta finalmente trovando il proprio spazio anche sul grande schermo, e non con una fiction, non con l’ennesimo adattamento, ma con qualcosa di più personale, più diretto, quasi spudorato nel modo in cui decide di raccontarsi senza filtri, come se qualcuno avesse aperto una porta su quel mondo fatto di china, idee e ansia creativa che spesso resta nascosto dietro le copertine patinate. È da questa vibrazione autentica che prende forma “Generazione Fumetto”, il documentario firmato da Omar Rashid che arriva al cinema come evento speciale l’11, 12 e 13 maggio, portando con sé un’energia che chiunque abbia mai amato un fumetto riconosce immediatamente, quasi a pelle.
Non si tratta di una semplice operazione nostalgica né di un tributo costruito a tavolino, ma di un viaggio dentro un ecosistema creativo che negli ultimi anni ha smesso di chiedere spazio per iniziare a prenderselo, con una naturalezza che oggi sembra quasi inevitabile, eppure fino a poco tempo fa era tutt’altro che scontata. Il progetto, sostenuto da realtà come Trent Film e Valmyn e arricchito dalla consulenza artistica di Lucca Comics & Games, intercetta proprio quel momento storico in cui il fumetto italiano ha smesso di essere percepito come nicchia per diventare uno dei linguaggi più incisivi per raccontare il presente, e lo fa senza mai cadere nella tentazione di spiegare troppo, lasciando che siano le voci degli autori a guidare il racconto.
Ed è qui che il film cambia passo, perché invece di limitarsi a mettere in fila nomi importanti, li avvicina, li umanizza, li osserva nei loro spazi quotidiani, tra librerie stracolme, tavoli da lavoro pieni di schizzi e pause che diventano quasi confessioni. Michele Rech racconta senza filtri quel senso di responsabilità che deriva dal parlare a una generazione intera, mentre Simone Albrighi ribalta completamente il concetto di comicità, trasformando l’assurdo in un linguaggio accessibile e potentissimo, e nel frattempo Mirka Andolfo costruisce universi visivi che oscillano tra sensualità e introspezione con una naturalezza disarmante.
Il film si muove così, tra stili diversissimi che però condividono una radice comune, quella di essere cresciuti negli anni ’80, respirando un immaginario che mescolava anime, fumetti americani, videogiochi e cultura pop globale, e trasformandolo poi in qualcosa di profondamente personale. Giacomo Bevilacqua porta dentro le sue storie una riflessione quasi esistenziale, Rita Petruccioli costruisce immagini che sembrano sospese tra sogno e realtà, Sara Pichelli incarna quel ponte tra Italia e industria internazionale che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile, mentre Michael Rocchetti trasforma il minimalismo in una forma di filosofia visiva che colpisce dritto allo stomaco.
Quello che emerge non è solo una raccolta di testimonianze, ma una vera e propria mappa emotiva di un mondo che si nutre di connessioni, di dialoghi continui tra autore e lettore, tra fumetterie e community digitali, tra editori e fanbase che ormai non sono più semplici spettatori ma parte integrante del processo creativo. Le fumetterie diventano luoghi di confronto, quasi santuari laici dove le storie prendono forma e vengono restituite al pubblico, mentre online tutto si amplifica, si trasforma, si reinventa in tempo reale.
E qui arriva uno dei passaggi più interessanti, perché il documentario non si limita a raccontare chi crea, ma osserva anche chi legge, chi condivide, chi discute ogni tavola come se fosse un pezzo di vita. Le community non sono più un contorno, sono il motore stesso di questo universo, e il film riesce a catturare quella sensazione di appartenenza che chi frequenta questo ambiente conosce bene, quel sentirsi parte di qualcosa che va oltre il semplice consumo di una storia.
Il percorso di “Generazione Fumetto” prima dell’arrivo in sala ha già attraversato alcuni dei luoghi simbolo della cultura pop italiana, passando per eventi come il Comicon di Napoli e altre manifestazioni dedicate al mondo nerd, trasformando ogni anteprima in un momento di dialogo diretto tra autori e pubblico, quasi a ribadire che questo progetto non è pensato per essere osservato a distanza, ma vissuto, discusso, metabolizzato insieme.
Dentro tutto questo si avverte una consapevolezza forte, quella di trovarsi davanti a una rivoluzione silenziosa ma ormai impossibile da ignorare. Il fumetto, spesso etichettato per anni come qualcosa di minore, oggi si muove con una libertà che gli permette di affrontare temi complessi, politici, sociali, personali, senza perdere accessibilità, anzi trasformando proprio quella immediatezza visiva in una delle sue armi più potenti.
Guardando questo film viene quasi spontaneo ripensare a quante volte una tavola, una vignetta, una sequenza apparentemente semplice siano riuscite a raccontare più di interi saggi, a condensare emozioni, paure, sogni in pochi tratti di penna, e forse è proprio qui che sta la chiave di tutto, in quella capacità di arrivare diretti senza passare da filtri inutili.
“Generazione Fumetto” non prova a chiudere il discorso, anzi sembra aprirlo ancora di più, lasciando in sospeso una domanda che resta lì anche dopo i titoli di coda, quasi sussurrata tra una scena e l’altra: dove sta andando davvero questo linguaggio, e quanto ancora può spingersi oltre?
Chi vive questo mondo probabilmente una risposta ce l’ha già, o forse preferisce continuare a cercarla, tra una tavola e l’altra, tra una storia che finisce e un’altra che sta già nascendo. E a quel punto la vera curiosità diventa un’altra, molto più personale: tu da che parte di questa generazione ti senti?








