Era il 21 agosto del 2015 quando il mondo dell’arte e del dissenso sociale fu scosso da un evento tanto surreale quanto geniale: Banksy, il misterioso street artist britannico, apriva le porte del suo parco dei divertimenti anti-favola, “Dismaland”. A distanza di dieci anni, quello che sembrava un esperimento provocatorio temporaneo è ancora impresso nella memoria collettiva come una delle più affilate e brillanti critiche al mondo moderno. E ora, in pieno 2025, i sussurri di un suo ritorno — magari ancora più spettacolare e anarchico — iniziano a farsi sentire nel vento.
Ma cosa fu davvero Dismaland?
Dismaland, o meglio Dismaland Bemusement Park, non era solo un’installazione temporanea, ma un’esperienza artistica, politica e psicologica travestita da luna park in rovina. Un luogo dove la magia si piegava sotto il peso del disincanto, e la satira tagliava in due il cuore dell’immaginario pop occidentale. Banksy non si limitò a ideare un semplice parco tematico, ma costruì un mondo capovolto, un incubo fiabesco situato nel relitto del Tropicana, un vecchio lido marittimo di Weston-super-Mare, nel Somerset inglese. E lo fece in pieno stile Banksy: con ironia tagliente, critica sociale e una regia degna di un capolavoro distopico.
Il castello delle fiabe in rovina che dominava il centro del parco non era soltanto una parodia di Disneyland. Era un colpo basso, affilatissimo, contro la cultura del consumo, il culto delle apparenze, e l’industria dell’intrattenimento che ci inghiotte fin da piccoli in una narrazione plastificata della realtà. All’interno, i visitatori si trovavano davanti a una scena straziante: una principessa morta, circondata da un nugolo di paparazzi scatenati. Un’immagine che evocava, senza troppi veli, la tragica fine di Lady Diana. Disney avrebbe inorridito. Forse. O forse no, considerando la forza comunicativa che un simile contrasto ha prodotto in tutto il mondo.
E non era solo questione di scenografia. Dismaland era un laboratorio di disobbedienza visiva. Una giostra con un macellaio al posto di un cavaliere, barconi di migranti telecomandati che galleggiavano in una piscina grigia come il mare di Lampedusa nei giorni peggiori, un’auto della polizia convertita in scivolo per bambini, e ancora, l’iconica Ariel completamente sfigurata, come se Photoshop fosse impazzito. Ogni angolo del parco era una fucina di significati, una denuncia al vetriolo dei nostri tempi. Damien Hirst, Jenny Holzer, Jimmy Cauty e oltre 50 artisti contemporanei unirono la loro arte a quella di Banksy, trasformando Dismaland in un vero e proprio manifesto collettivo…
L’intero progetto venne custodito gelosamente fino all’ultimo. Ai cittadini di Weston-super-Mare venne detto che una misteriosa casa di produzione hollywoodiana stava girando un thriller dal titolo Grey Fox. Un diversivo perfetto, da film di spionaggio. E poi, all’improvviso, l’apertura: 4000 visitatori al giorno, 38 giorni di delirio artistico, biglietti sold out, stampa internazionale in delirio. Il mondo si accorse di quanto un parco di divertimenti potesse essere meno innocuo di quanto sembri.
Dismaland fu anche performance. Lo staff era stato istruito per essere scontroso, depresso, apatico. Ogni guida sembrava uscita da un episodio di “Black Mirror”, incastrata in un loop emotivo fatto di cinismo e noia. Non erano solo comparse: erano parte integrante dell’opera, comparse di un mondo che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Il parco si chiuse il 27 settembre 2015 con un grande concerto a cui parteciparono le Pussy Riot, De La Soul e Damon Albarn. Il finale fu perfettamente coerente con lo spirito del progetto: un happening ispirato alla crisi dei rifugiati siriani, con una finta carica della polizia contro dei manifestanti. Distopia pura. Arte viva.
Ed eccoci qui, dieci anni dopo.
Per chi ha visitato Dismaland, l’esperienza è rimasta impressa come una ferita necessaria. Per chi l’ha conosciuta solo attraverso foto, documentari e articoli (magari proprio questo), è diventata una leggenda urbana contemporanea. Un esperimento impossibile da replicare, se non dal suo stesso creatore. E, secondo i sussurri di gallerie e addetti ai lavori, Banksy sarebbe pronto a colpire di nuovo. Con uno stile più diretto, più globale, forse ancora più oscuro.
Impossibile sapere se questa nuova “terra del disincanto” sarà fisica o digitale, se prenderà forma nel metaverso, su Marte o in qualche altro angolo dimenticato del Regno Unito. Ma se c’è una cosa certa, è che ogni nuova opera di Banksy è una chiamata all’azione, una sfida al pensiero comune, una bomba di ironia politica pronta a esplodere nel cuore della nostra comfort zone.
Banksy, con Dismaland, non ha solo costruito un parco a tema: ha rivelato le crepe nel nostro concetto di divertimento, ha fatto tremare le fondamenta del mondo dell’intrattenimento, e ci ha costretti a guardarci allo specchio con occhi meno Disney e più Gotham. Chissà se, in fondo, anche Batman avrebbe trovato in Dismaland un posto familiare. Di certo, il Joker ci si sarebbe sentito a casa.
E tu, saresti pronto a varcare di nuovo quei cancelli arrugginiti?
