Esistono film che non hanno bisogno di urlare per lasciare un segno. Alcuni preferiscono insinuarsi tra le pieghe della percezione, sussurrando una storia che ti resta addosso anche quando scorrono i titoli di coda. “Unbreakable – Il predestinato”, uscito negli Stati Uniti il 22 novembre 2000, appartiene a questa categoria rara: opere che sembrano in anticipo sui tempi, quasi fuori posto nella loro epoca, ma che finiscono per diventare fondamento di un linguaggio nuovo. Venticinque anni dopo, la creatura di M. Night Shyamalan continua a vibrare come una parabola contemporanea sull’identità, sulla fragilità e sul bisogno profondamente umano di credere in qualcosa di straordinario.
Il viaggio comincia con un uomo qualunque, David Dunn, interpretato da un Bruce Willis lontanissimo dai ruolo action che l’avevano consacrato nell’immaginario collettivo. La sua storia assume una piega inquietante quando sopravvive senza nemmeno un graffio a un incidente ferroviario devastante. La situazione sarebbe già abbastanza suggestiva così, ma Shyamalan non si limita a giocare con il mistero: sfrutta l’incredibile per scavare un solco profondissimo nella psicologia del protagonista. David è un uomo trascinato dal quotidiano, stanco, incerto, incapace perfino di riconoscersi. La sua invulnerabilità non è presentata come un dono, bensì come un peso che lentamente destabilizza ogni certezza. Il vero conflitto non riguarda ciò che può fare, ma ciò che deve fare ora che il mondo lo guarda con occhi diversi, e lui stesso fatica a capire chi è davvero.
A guidarlo in questa lenta e tormentata trasformazione arriva Elijah Price, un Samuel L. Jackson magnetico, elegante e inquieto. Elijah è l’opposto di David, quasi la sua immagine speculare. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni battuta ricorda la sua fragilità fisica, quella malattia rara che frantuma le sue ossa come fossero cristallo. Questa condizione, più che renderlo vittima, lo trasforma in un collezionista di significati, un detective della mitologia moderna. Elijah è convinto che se lui rappresenta l’estremo della fragilità, da qualche parte debba esistere il suo contrario: un essere praticamente indistruttibile. La sua ricerca assume allora contorni quasi religiosi, un pellegrinaggio dell’anima tra fumetti, archetipi e credenze popolari.
Shyamalan costruisce questa relazione come una spirale narrativa, lenta ma persistente, che avvolge lo spettatore in un’atmosfera di sospensione. Non si tratta di un cinecomic tradizionale, e nemmeno di un thriller nel senso classico. È piuttosto un’indagine filosofica, una riflessione noir in cui ogni inquadratura suggerisce più di quello che mostra. Il regista sceglie di ridurre all’osso qualunque forma di spettacolo pirotecnico, bilanciando silenzi, movimenti lenti, cromatismi essenziali. Ogni scena sembra dipinta su una tavola di fumetto, ma priva del clamore supereroistico che ci aspetteremmo. Questo approccio minimalista non rende il film statico, ma gli dona un’intensità particolare, una forma di tensione emotiva continua che accompagna lo spettatore in un crescendo ovattato.
David Dunn diventa così un eroe atipico, costruito non sulla potenza ma sulla consapevolezza. L’eroismo emerge come una scelta, non come un destino già stabilito. Willis lo interpreta con una delicatezza inaspettata: i suoi gesti sono misurati, le parole trattenute, come se temesse che ogni verità scoperta potesse frantumarlo tanto quanto un urto rompe le ossa di Elijah. Questa scelta di recitazione è il cuore narrativo dell’opera: un uomo che scopre di essere quasi invincibile, ma che ha sempre vissuto come se fosse invisibile.
Il film pone molte domande, e Shyamalan non è interessato a fornire risposte immediate. La struttura ricorda quella della graphic novel d’autore, dove l’azione è solo un modo per raccontare i personaggi, non il contrario. L’uso del colore, per esempio, suggerisce un significato profondo: il verde di David, il viola di Elijah, una simbologia che richiama i codici cromatici tipici dei supereroi ma filtrata attraverso una lente psicologica.
Nonostante la critica dell’epoca non lo avesse compreso appieno, “Unbreakable” anticipò un’intera stagione del cinema supereroistico. Prima del realismo di Nolan, prima dell’avvento del cinecomic maturo e introspettivo, Shyamalan stava già raccontando un supereroe senza costume, che sapeva di essere speciale solo quando qualcuno glielo diceva. L’opera aprì una finestra narrativa diventata poi fertile terreno per molte produzioni successive, dai film che riscrivono l’origin story in chiave introspettiva fino ai progetti che reimmaginano l’eroe non come icona ma come individuo.
La lentezza del racconto, spesso criticata, si rivela invece uno strumento prezioso. Permette al film di respirare, di dare tempo alle emozioni di sedimentare e allo spettatore di comprendere che la storia non sta procedendo verso una battaglia epica, ma verso una rivelazione personale. L’azione esplode solo nelle menti dei protagonisti, e quando arriva fisicamente, lo fa con una sobrietà spiazzante, che la rende ancora più reale. Tutto ciò rafforza la dimensione umana dell’opera, invitando a riflettere su cosa significhi davvero diventare l’eroe della propria vita.
Se le sue qualità non erano state comprese al debutto, l’eredità del film è oggi indiscutibile. La trilogia completata con “Split” e “Glass” ha ridefinito l’opera come il primo tassello di un universo più grande e complesso. Tuttavia “Unbreakable” rimane il capitolo più potente, proprio perché non era pensato per essere parte di una saga. Era un esperimento narrativo, un gesto coraggioso che usava i codici dei fumetti per parlare della solitudine, del bisogno di dare un senso alla propria esistenza, del desiderio di essere visti per ciò che si è realmente. Il film funziona ancora oggi perché non dipende dagli effetti speciali, ma dalle domande che pone.
Guardarlo nel 2025 significa riconoscere quanto Shyamalan avesse intuito con straordinaria lucidità: il mondo aveva bisogno di un supereroe che non sapesse di esserlo, di un antagonista che non volesse distruggere ma comprendere, di un racconto che si muovesse nelle zone grigie della moralità. “Unbreakable” è il cinecomic che ha mostrato come l’eroismo sia una forma di consapevolezza, non un potere. E questa verità non invecchia.
A distanza di venticinque anni, continua a parlarci con la stessa intensità di allora, come se fossimo noi gli esseri umani incerti che cercano un posto nel mondo. Forse è per questo che resiste: perché celebra quel momento fragile e irripetibile in cui scopriamo che dentro di noi c’è qualcosa di più grande. Magari non indistruttibile, ma comunque indispensabile.
E tu, hai rivisto “Unbreakable” di recente? Ti ha colpito allo stesso modo della prima volta o ha rivelato nuove sfumature ora che conosciamo l’intera trilogia? La community di CorriereNerd.it è pronta a parlarne insieme, perché i film che cambiano il modo di raccontare i supereroi meritano di essere celebrati, analizzati, amati. Anche dopo venticinque anni.








