Una generazione intera ha imparato la fisica guardando fallire Wile E. Coyote, e non è una battuta: gravità opzionale, inerzia selettiva, esplosioni che aspettano il momento giusto per ricordarsi di esistere… roba che a scuola non ti spiegavano così bene, e infatti ce la siamo portata dietro come un codice segreto, una grammatica visiva che ancora oggi riconosci al primo frame. Adesso quella grammatica torna a bussare, ma lo fa in modo strano, quasi surreale, come se qualcuno avesse deciso di mettere ordine in un universo che per definizione vive di caos controllato: Coyote vs. Acme è reale, ha un trailer, ha una data, e soprattutto ha quella sensazione addosso che conosci bene, quella roba che ti fa dire “ok, stavolta voglio esserci davvero”.
La cosa che continua a ronzarmi in testa, più del trailer in sé, è tutto quello che questo film si porta dietro, come se non fosse solo un ritorno ma una specie di rivincita narrativa, culturale, perfino industriale. Perché qui non stiamo parlando soltanto di un progetto diretto da Dave Green con un cast che mescola facce riconoscibilissime come Will Forte e John Cena, ma di qualcosa che per anni è rimasto sospeso in una dimensione parallela, un limbo che sa tanto di quelle cartucce mai uscite, di quei giochi cancellati quando ormai erano pronti, di quei film che diventano leggenda prima ancora di esistere davvero. E invece eccolo qui, sopravvissuto a una storia produttiva che definire travagliata è riduttivo, quasi ironico se pensi che il protagonista è uno che passa la vita a essere travolto da massi, razzi e pianoforti.
Il trailer di Coyote vs. Acme ha quella cosa difficile da spiegare ma immediata da riconoscere: non cerca di aggiornare il mito, non prova a renderlo “cool” secondo standard contemporanei, non ha quella patina un po’ ansiosa di dimostrare qualcosa. Piuttosto sembra voler giocare con l’idea stessa di giustizia narrativa, prendendo sul serio, per la prima volta, la domanda che ci facevamo da bambini ridendo davanti alla TV: ma se il Coyote facesse causa alla Acme? Se qualcuno, finalmente, dicesse “ok, adesso basta”?
Ed è qui che tutto si ribalta, perché quello che nasce come una gag diventa una premessa quasi disturbante nella sua lucidità. L’universo dei Looney Tunes è sempre stato anarchico, ma anche stranamente coerente nelle sue regole non scritte. Il Coyote perde, sempre. Il Road Runner, o Beep Beep come lo abbiamo sempre chiamato qui, scappa, sempre. La Acme vende prodotti difettosi, sempre. È un ciclo eterno, quasi mitologico, e improvvisamente qualcuno decide di romperlo con un’azione legale. Capisci da solo che non è solo una trovata comica, è un cortocircuito culturale.
Dentro questa idea c’è un’eco lontana che arriva da Chuck Jones, da quel modo di costruire comicità che non aveva bisogno di parole ma funzionava su un equilibrio perfetto tra attesa e disastro. Il film sembra voler prendere quell’equilibrio e trascinarlo in un mondo dove le conseguenze esistono, dove il fallimento accumulato ha un peso, dove perfino un personaggio animato può stancarsi di essere una punchline. E a dirla così fa quasi effetto, perché significa guardare a quei cartoni con uno sguardo adulto senza tradirli davvero.
Non è un caso che la memoria vada subito a Chi ha incastrato Roger Rabbit, e non per nostalgia facile ma per quella sensazione di incontro tra due linguaggi che, quando funziona, crea qualcosa di più grande della somma delle parti. Il live action mescolato all’animazione è sempre stato un terreno scivoloso, pieno di tentativi riusciti a metà o dimenticati in fretta, ma ogni tanto succede quella magia rara in cui i due mondi non si limitano a convivere, si influenzano, si contaminano, si prendono sul serio a vicenda. Da quello che si intravede, Coyote vs. Acme sembra voler giocare proprio su quella linea sottile.
E poi c’è un dettaglio che mi colpisce più di altri, forse perché parla direttamente a chi è cresciuto con certe immagini: il deserto, l’Albuquerque evocato mille volte da Bugs Bunny come se fosse una barzelletta ricorrente, quel paesaggio che nei cartoni era sempre uguale e sempre diverso, un teatro infinito per inseguimenti senza senso. Qui prende forma, diventa spazio reale, e in qualche modo ti costringe a guardarlo con occhi nuovi, come se stessi entrando fisicamente dentro una memoria.
Il cast umano, con tutto il suo carico di ironia metatestuale, sembra quasi un pretesto per mettere in scena qualcosa di più grande, una sorta di processo simbolico contro un sistema che nel film si chiama Acme ma fuori dallo schermo somiglia a tante cose che conosciamo fin troppo bene. Il fatto che la storia venga raccontata come uno scontro tra un avvocato sfigato e una corporation gigantesca ha un retrogusto che va oltre la commedia, e forse è proprio lì che il film potrebbe sorprendere davvero, se avrà il coraggio di spingersi un po’ più in là senza perdere leggerezza.
E intanto il pensiero torna a tutto quello che è successo prima, a quel periodo assurdo in cui un film finito rischiava di sparire per sempre per motivi che non hanno nulla a che vedere con il pubblico, con l’arte o con la voglia di raccontare storie. Una roba che, detta tra noi, ha fatto arrabbiare parecchia gente, non solo i fan ma anche chi il film lo ha fatto davvero, ci ha lavorato, ci ha creduto. Il fatto che oggi possiamo parlare di trailer, di uscita fissata al 28 agosto 2026, di una distribuzione concreta, ha qualcosa di quasi surreale, come se il Coyote fosse riuscito per una volta a evitare l’ennesima caduta nel vuoto.
E forse è proprio questo il punto che rende tutto più interessante di quanto sembri. Non è solo un film sui Looney Tunes, non è solo un’operazione nostalgia, non è nemmeno soltanto un esperimento di tecnica mista. È una storia che parla di perseveranza, di fallimento ripetuto all’infinito, di quel momento in cui decidi di smettere di inseguire e inizi a chiedere conto. Una roba che, se ci pensi un attimo, suona incredibilmente attuale anche fuori dallo schermo.
Poi certo, i trailer ingannano, lo sappiamo tutti, e quante volte siamo usciti dalla sala con quella sensazione di essere stati un po’ presi in giro. Però qui c’è qualcosa che va oltre la semplice promessa di intrattenimento, qualcosa che ha a che fare con la memoria collettiva, con il modo in cui certe icone continuano a vivere e a trasformarsi senza perdere identità.
Io una possibilità gliela voglio dare, senza cinismo e senza aspettative impossibili, ma con quella curiosità genuina che avevo davanti alla TV da ragazzino, quando bastava un “meep meep” per capire che stava per succedere qualcosa di inevitabile e completamente folle.
E adesso che finalmente il film esiste davvero, che il trailer gira, che il dibattito si riaccende, viene quasi spontaneo chiedersi una cosa semplice ma non banale: questa volta, secondo voi, il Coyote riuscirà davvero a cambiare le regole del gioco oppure stiamo solo assistendo all’ennesima, perfetta caduta disegnata a regola d’arte? Perché la risposta, in fondo, è anche il motivo per cui continuiamo a parlarne.







