Mercatino delle Streghe 2026: a Roma due giorni di magia, esoterismo e cultura alternativa alla Città dell’Altra Economia

Una data cerchiata sul calendario con l’inchiostro viola di qualche grimorio immaginario, una di quelle occasioni che fanno brillare gli occhi a chi ama il folklore, l’esoterismo, le tradizioni antiche e quella dimensione sospesa tra realtà e leggenda che da sempre alimenta l’immaginario nerd. Roma si prepara ad accogliere una nuova edizione del Mercatino delle Streghe, un evento che negli ultimi anni ha trasformato il quartiere Testaccio in un piccolo crocevia magico dove curiosità, cultura alternativa e passione per l’occulto si incontrano senza filtri.

Il 25 e 26 aprile 2026 la magia torna a manifestarsi tra i padiglioni della Città dell’Altra Economia, uno degli spazi più affascinanti e creativi della capitale, trasformato per due giorni in una sorta di villaggio esoterico a cielo aperto dove tradizione, artigianato e spiritualità convivono con l’atmosfera rilassata di un festival urbano. L’ingresso gratuito rende l’esperienza ancora più accessibile, quasi come se qualcuno avesse deciso di spalancare un portale verso un mondo parallelo e invitare chiunque abbia voglia di esplorarlo.

Parlare di un evento come questo significa entrare in un territorio narrativo che ogni appassionato di fantasy, folklore e cultura alternativa riconosce immediatamente. Immaginate di camminare tra bancarelle che sembrano uscite da una fiera medievale, ma reinterpretate con sensibilità contemporanea. Il profumo degli incensi si mescola all’odore della carta stampata dei libri esoterici, mentre tavoli colmi di cristalli riflettono la luce creando giochi cromatici quasi ipnotici. Amuleti, talismani, tavole magiche e strumenti di divinazione non sono semplici oggetti in vendita, ma piccoli frammenti di storie antiche che continuano a sopravvivere nella cultura popolare.

L’evento, organizzato dal collettivo Anima Verde, nasce proprio con questa idea: trasformare un mercatino tematico in un vero e proprio punto d’incontro per chi ama esplorare il mondo dell’esoterismo con curiosità, rispetto e spirito di scoperta. Non si tratta soltanto di shopping alternativo, ma di un momento di condivisione culturale che mette al centro tradizioni antiche come quelle delle herbarie, figure legate alla conoscenza delle erbe, dei rimedi naturali e dei rituali tramandati nel tempo.

Passeggiando tra gli stand si incontrano artigiani, studiosi, collezionisti e appassionati che portano con sé anni di ricerca e passione. Alcuni espongono incensi naturali e preparazioni erboristiche ispirate alla tradizione, altri raccontano il significato simbolico delle pietre e dei cristalli, mentre qualcuno sfoglia con entusiasmo vecchi volumi dedicati alla magia popolare o alle tradizioni esoteriche europee.

Uno degli aspetti più affascinanti del Mercatino delle Streghe resta però la presenza dei consultisti, figure che per molti visitatori rappresentano il lato più misterioso dell’evento. Tarocchi illustrati, carte angeliche, rune nordiche, chiromanzia e astrologia tradizionale si intrecciano creando una sorta di mosaico divinatorio che ricorda quanto l’essere umano sia sempre stato affascinato dall’idea di leggere i segni del destino.

In un’epoca dominata da algoritmi e intelligenze artificiali, vedere persone sedute attorno a un tavolo mentre osservano le linee della mano o interpretano simboli archetipici restituisce un senso quasi rituale al tempo. Non importa che si creda o meno nella divinazione: ciò che conta è l’esperienza narrativa che si crea attorno a questi momenti, quella sensazione di trovarsi dentro una storia che affonda le radici in secoli di tradizioni.

Il Mercatino delle Streghe non dimentica però l’aspetto più ludico e creativo della cultura fantasy. Un’area dedicata ai giochi stregati accoglie chi vuole vivere l’atmosfera magica in modo più leggero, mentre i laboratori di pittura fantasy e le attività di truccabimbi trasformano l’evento in un piccolo paradiso per famiglie e giovani appassionati.

Chi frequenta festival fantasy o fiere del fumetto riconosce subito quella stessa energia che rende questi luoghi così speciali: la libertà di esprimersi senza giudizio, la gioia di condividere passioni di nicchia e la sensazione di appartenere a una comunità che celebra l’immaginazione.

Non sorprende quindi che molti visitatori scelgano di partecipare vestiti a tema. Mantelli, cappelli da strega, abiti pagani o semplicemente accessori magici contribuiscono a creare un’atmosfera immersiva che rende l’evento ancora più suggestivo. Per un paio di giorni Testaccio smette di essere soltanto uno dei quartieri più vivaci di Roma e diventa una piccola capitale dell’immaginario esoterico.

Tra una bancarella e l’altra lo street food accompagna il viaggio con profumi irresistibili. Burger, piatti vegetariani, drink e birre artigianali trasformano il mercatino in un’esperienza completa, quasi un festival urbano dove magia e convivialità si incontrano.

Le porte del Mercatino delle Streghe si apriranno sabato 25 aprile dalle 11:00 alle 20:00 e domenica 26 aprile dalle 10:00 alle 20:00. Due giornate che promettono di diventare una piccola festa per chi ama la cultura alternativa, l’esoterismo e le tradizioni che attraversano il tempo.

Arrivare è semplice: basta raggiungere Largo Dino Frisullo, nel cuore di Testaccio, dove la Città dell’Altra Economia accoglierà visitatori, curiosi e appassionati pronti a perdersi tra simboli, storie e oggetti carichi di significato.

Eventi come questo ricordano quanto il mondo nerd non sia fatto soltanto di fumetti, anime o videogiochi, ma anche di folklore, miti e tradizioni che da sempre nutrono l’immaginario fantastico. Ogni amuleto, ogni runa, ogni mazzo di tarocchi racconta una storia che potrebbe diventare l’incipit di un romanzo fantasy o l’ispirazione per una nuova avventura.

E allora la vera domanda per chi ama queste atmosfere resta una sola: entrerete anche voi in questo piccolo villaggio di magia urbana per vedere cosa si nasconde tra le bancarelle delle streghe? ✨🧙‍♀️

Quaresima nella Roma papalina: digiuno, campane e tradizioni che sembrano uscite da una saga epica

Ogni volta che la Quaresima si affaccia sul calendario, Roma sembra cambiare pelle, come se la città eterna attivasse una modalità segreta, una di quelle che solo chi ama scavare nella storia e nelle tradizioni riesce davvero a riconoscere. Per chi guarda al passato con lo sguardo curioso del nerd appassionato, questo periodo non è soltanto una parentesi religiosa che precede la Pasqua, ma un vero e proprio universo narrativo fatto di riti, divieti, suoni, sapori e contraddizioni degne di una grande saga urbana. La Quaresima della Roma papalina, in particolare, appare oggi come un affascinante mix tra disciplina ferrea e creatività popolare, un racconto che merita di essere riscoperto come si fa con una vecchia leggenda metropolitana o con un lore dimenticato. L’inizio ufficiale di questa lunga traversata spirituale era segnato dal Mercoledì delle Ceneri, una data che apriva quaranta giorni di riflessione, digiuno e preparazione, fino al Giovedì Santo e al Triduo Pasquale. Ma ridurre tutto a una semplice sequenza liturgica sarebbe un errore grossolano. La Quaresima romana era un’esperienza totalizzante, capace di influenzare il ritmo quotidiano, le abitudini sociali e perfino il paesaggio sonoro della città.

Uno degli elementi più iconici di questo periodo era senza dubbio il suono delle campane. Non un semplice sottofondo, ma un vero segnale narrativo che annunciava l’ingresso in una fase diversa dell’anno. Un proverbio dell’epoca, “la campana sona a merluzzo”, restituiva perfettamente l’idea di quel rintocco severo e quasi metallico, associato al digiuno e alla penitenza. Le campane diventavano la colonna sonora ufficiale della Quaresima, un richiamo costante alla riflessione e al sacrificio, come se Roma intera fosse avvolta da un incantesimo di austerità.

A rafforzare questo clima contribuivano i predicatori quaresimali, vere e proprie figure carismatiche che oggi potremmo paragonare a boss narrativi di fine livello. Le loro prediche erano spesso durissime, cariche di immagini apocalittiche, minacce di castighi divini e visioni infernali pensate per scuotere le coscienze. Non mancavano però voci più luminose e profonde, come quelle di San Paolo della Croce e San Leonardo di Porto Maurizio, capaci di parlare al cuore dei fedeli con un linguaggio autentico, intenso e sincero. In un certo senso, erano narratori spirituali che sapevano trasformare la paura in introspezione e la penitenza in percorso di rinascita.

La Quaresima non si limitava a riempire le chiese, ma svuotava le strade. Nei pomeriggi romani, fino all’Ave Maria, botteghe e osterie abbassavano le serrande. Bottegai, fruttaroli, osti e tabaccai sospendevano le attività per partecipare alle Missioni, quelle prediche collettive che scandivano le ultime fasi del periodo quaresimale. La città rallentava, si fermava, quasi trattenesse il respiro, mentre i frati missionari invitavano a resistere alle tentazioni e a mantenere la rotta spirituale.

Sul fronte alimentare, il digiuno rappresentava la prova più dura. La carne spariva dalle tavole, e il divieto veniva fatto rispettare con una severità che oggi suona quasi distopica. Esistono racconti di macellai finiti in galera per aver osato vendere carne durante la Quaresima. In una Roma abituata a una cucina sostanziosa, questa rinuncia assumeva il valore di un vero sacrificio quotidiano. Le autorità pontificie regolavano tutto con precisione maniacale, stabilendo cosa fosse lecito mangiare e chi potesse ottenere una dispensa. Uova, formaggio e, in rari casi, carne erano concessi soltanto a malati e anziani, previa autorizzazione scritta.

Eppure, come ogni grande sistema di regole insegna, esistevano le inevitabili scorciatoie. Bastava spesso un’offerta al parroco per ottenere una dispensa, mentre chi non aveva mezzi economici sufficienti si affidava a piatti poveri come ceci e baccalà. In questo scenario di privazioni spunta uno degli eroi gastronomici più amati della tradizione romana: il maritozzo. Raccontato con ironia da Giggi Zanazzo, il maritozzo diventava il piccolo premio consolatorio della penitenza, un dolce soffice che portava un sorriso anche nei giorni più austeri. Non solo cibo, ma simbolo affettivo, tanto da essere regalato alle innamorate il primo venerdì di marzo, in una sorta di antenato popolare di San Valentino.

A rendere la Quaresima romana ancora più sorprendente era la capacità di trasformare la privazione in festa. La tradizione del “segare la vecchia”, celebrata al Foro Romano, sembra uscita direttamente da un rituale pagano travestito da evento popolare. Un enorme fantoccio, simbolo della vecchia Quaresima, veniva squartato davanti alla folla, liberando fichi, arance, frutta secca e dolci. Il momento della distribuzione si trasformava in una competizione accesa, caotica, a tratti brutale, dove ogni partecipante cercava di accaparrarsi un frammento di dolcezza in mezzo al rigore. Era il lato anarchico e umano di un periodo altrimenti dominato da regole e rinunce.

Questa è forse la chiave più affascinante della Quaresima nella Roma di un tempo. Non solo sacrificio, non solo penitenza, ma un intreccio continuo tra spiritualità e vita quotidiana, tra disciplina e creatività popolare. Il suono delle campane, le prediche infuocate, le serrande abbassate e i maritozzi condivisi raccontano una città capace di vivere il rigore senza perdere il senso di comunità. Un equilibrio delicato, fatto di piccoli piaceri e grandi riti collettivi, che oggi sopravvive come memoria culturale e come racconto da riscoprire.

E forse, guardando a queste tradizioni con occhi nerd, viene spontaneo chiedersi quanto di quello spirito sia ancora presente nella Roma contemporanea. La Quaresima di ieri sembra una saga epica urbana, fatta di prove, tentazioni e ricompense simboliche. Raccontarla oggi non significa soltanto ricordare il passato, ma riscoprire il modo in cui una comunità intera riusciva a trasformare il sacrificio in racconto condiviso. E chissà, magari dietro un maritozzo o un rintocco lontano, quell’eco antica non ha mai smesso davvero di farsi sentire.

Rocco Giocattoli e Peter Pan ODV: 400 navette per trasformare un viaggio difficile in un percorso condiviso

Il mondo nerd insegna una cosa semplice e potentissima: l’eroismo non ha sempre un mantello. A volte indossa un grembiule da negoziante, altre volte un badge aziendale, altre ancora guida un pulmino bianco che attraversa Roma all’alba per accompagnare una famiglia verso un ospedale.

Parlare di giocattoli e parlare di malattia oncologica pediatrica nella stessa frase sembra quasi un cortocircuito emotivo. Eppure, proprio in quell’incrocio fragile tra fantasia e realtà si muove la collaborazione tra Rocco Giocattoli e Peter Pan ODV, una sinergia che da sei anni cammina con passo costante e che oggi aggiunge un tassello concreto: il sostegno al servizio di trasporto per le famiglie dei piccoli pazienti in cura al Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

Quattrocento navette. Letto così, sembra un numero. Ma chi ha mai vissuto la dimensione di un ricovero lontano da casa sa che ogni tragitto rappresenta molto di più di uno spostamento.


Dal giardino fiabesco alle strade di Roma

La memoria torna a quella inaugurazione estiva del giardino terapeutico nella prima Casa di accoglienza di Peter Pan. Un luogo pensato per respirare, per rallentare, per concedere a bambini e genitori un momento che assomigliasse alla normalità. Illuminazione scenografica, atmosfere quasi da fiaba, dettagli che sembravano usciti da un set cinematografico dedicato all’infanzia. Dietro quel progetto c’era già il contributo di Rocco Giocattoli, azienda romana con oltre sessant’anni di storia nel settore del giocattolo.

Chi è cresciuto tra action figure, bambole articolate, macchinine radiocomandate, sa che il gioco non è un passatempo: è un linguaggio. È il modo in cui un bambino rielabora la paura, immagina un futuro diverso, costruisce micro-universi dove le regole sono più gentili di quelle della realtà.

Oggi quell’alleanza evolve. Il focus si sposta dai fiori e dalle luci alle ruote e ai chilometri. Per il 2026, la donazione dell’azienda permetterà di coprire i costi di circa 400 navette, contribuendo a un sistema che punta a 5.000 spostamenti annuali, per un totale stimato di 65.000 chilometri.

Sessantacinquemila chilometri. Una distanza che, messa in fila, racconta un anno intero di corse tra ospedali, aeroporti, stazioni, uffici pubblici, attività ludiche esterne. Racconta sveglie all’alba, rientri stanchi, attese infinite. Racconta famiglie che arrivano da ogni angolo d’Italia e anche da Paesi lontani, costrette a trasferirsi per seguire terapie lunghe e complesse.


La logistica come forma di cura

Chi non ha mai attraversato una grande città con un bambino fragile al fianco potrebbe sottovalutare la portata di un servizio simile. Roma non è un set fantasy con portali magici pronti ad aprirsi. È traffico, burocrazia, distanze che sembrano dilatarsi nei giorni più difficili.

Peter Pan ODV, attiva dal 1994, non offre soltanto un tetto gratuito alle famiglie. Offre struttura. Offre una rete. Offre quella cosa che nei videogiochi chiameremmo “safe zone”: un luogo sicuro dove ricaricare energie prima di affrontare il prossimo livello.

Nel 2025 la prima Casa ha accolto 27 famiglie provenienti da Italia, Ecuador, India, Germania, Malesia, Moldavia, Perù, Romania e Ucraina, con pazienti di età compresa tra 1 e 23 anni. Numeri che non voglio ridurre a statistica, perché dietro ognuno di quei dati si nasconde una storia, un volto, una quotidianità stravolta.

Il trasporto quotidiano diventa così una componente essenziale del percorso di cura. Non un accessorio, non un servizio collaterale. Parte integrante dell’equilibrio psicologico e organizzativo di chi combatte una battaglia già abbastanza impegnativa.


Portare il sorriso, davvero

La dichiarazione degli amministratori delegati di Rocco Giocattoli, Dino e Marco D’Alessandris, parla di una missione chiara: portare il sorriso ai bambini. Letta in un comunicato stampa potrebbe suonare come una formula istituzionale. Inserita in questo contesto assume un peso diverso.

Portare il sorriso non significa soltanto vendere un prodotto. Significa chiedersi dove quel sorriso rischia di spegnersi e decidere di intervenire lì.

Nel corso degli anni il supporto dell’azienda non si è limitato alle donazioni economiche. Sostegno alle campagne di sensibilizzazione come la Giornata Mondiale contro il cancro infantile del 15 febbraio, promozione del 5×1000, partecipazione al “Settembre d’Oro”, mese internazionale dedicato alla lotta contro il cancro infantile. Canali retail, e-commerce, social: strumenti di marketing che diventano amplificatori di consapevolezza.

Un’azienda che utilizza la propria rete commerciale per diffondere cultura della solidarietà compie un’operazione che, da osservatore nerd abituato a leggere tra le righe delle strategie corporate, non posso ignorare. Perché la differenza tra storytelling e responsabilità sociale si misura nel tempo. Sei anni consecutivi di collaborazione raccontano coerenza.


La Grande Famiglia e il valore della continuità

Roberto Mainiero, presidente di Peter Pan ODV, parla di “Grande Famiglia”. Espressione che potrebbe sembrare retorica, se non fosse che chi frequenta associazioni di volontariato sa quanto la dimensione comunitaria sia reale e tangibile.

Dal 2021 a oggi, i contributi ricevuti hanno generato progetti concreti. Il giardino terapeutico è uno di questi. Il rafforzamento del servizio di trasporto è il passo successivo. Visione a lungo termine, non interventi sporadici.

E qui mi permetto una riflessione personale. Nella cultura pop che amiamo, dalle saghe fantasy ai grandi universi supereroistici, l’alleanza è sempre la chiave. Nessun protagonista salva il mondo da solo. Serve una squadra, servono ruoli diversi, serve continuità.

Trasportiamo quella logica nella realtà e il parallelismo diventa evidente. Un’associazione costruisce accoglienza e servizi. Un’azienda mette a disposizione risorse e visibilità. I clienti partecipano alle campagne. Il risultato non è un gesto isolato, ma un ecosistema di supporto.


Giocattoli, resilienza e immaginazione

Da millennial cresciuto tra cartoni animati del pomeriggio e console a 16 bit, ho sempre creduto che l’immaginazione fosse una forma di resistenza. Un bambino che gioca mentre affronta una terapia non sta “evadendo”: sta costruendo strumenti interiori per reggere l’urto.

Il fatto che un’azienda legata al mondo del gioco scelga di investire anche su aspetti logistici apparentemente lontani dall’universo ludico racconta una comprensione più ampia del concetto di benessere. Senza trasporto, senza organizzazione, senza rete, anche il momento di gioco diventa difficile da proteggere.

Quattrocento navette equivalgono a quattrocento possibilità in più di rendere una giornata un filo meno complicata. Un tragitto sereno può trasformarsi in un dialogo tra genitore e figlio, in un momento di normalità, in uno spazio di respiro prima di un esame o di una terapia.


Un invito che va oltre il comunicato

In un panorama informativo dove spesso scorriamo headline senza fermarci, notizie come questa meritano uno sguardo più attento. Perché parlano di responsabilità sociale, di solidarietà concreta, di collaborazione tra impresa e terzo settore.

Chi frequenta questa community sa quanto mi stia a cuore il concetto di cultura nerd come forza aggregante. Non soltanto cosplay e premiere cinematografiche, ma anche capacità di creare reti, di sostenere cause, di tradurre valori in azioni.

Sostenere realtà come Peter Pan ODV può passare da un 5×1000, da una condivisione consapevole, da un acquisto che diventa anche gesto solidale. Ogni micro-azione contribuisce a tenere in movimento quei 65.000 chilometri simbolici.

La conversazione non finisce qui. Anzi, mi interessa sapere cosa ne pensate. Quanto conta per voi che un brand del mondo dell’infanzia scelga di impegnarsi in progetti sociali di lungo periodo? Vi aspettate sempre di più dalle aziende che fanno parte della vostra quotidianità?

Parliamone. Perché, proprio come nelle storie che amiamo, le alleanze funzionano davvero solo se la squadra partecipa.

Fontana di Trevi a pagamento: 50mila ingressi in una settimana e 85mila euro incassati. Rivoluzione o nuovo livello sbloccato per Roma?

Due euro per entrare alla Fontana di Trevi. Una cifra simbolica, quasi il prezzo di una pozione in un GDR urbano ambientato tra i sampietrini della Capitale. Eppure è bastata questa micro–rivoluzione per accendere discussioni degne di un forum infuocato: patrimonio pubblico, turismo di massa, tutela dei monumenti, diritto alla città.

La prima settimana di sperimentazione del biglietto d’ingresso per i turisti si è chiusa con numeri che parlano chiaro: circa 50mila ingressi e 85mila euro di incasso, nonostante una Roma sferzata dal maltempo per giorni interi. Dal 2 all’8 febbraio 2026 sono stati registrati 44.143 accessi effettivi, a cui si aggiungono quasi 6mila prenotazioni online. Di questi, circa 42mila visitatori hanno pagato il ticket, mentre restano esentati residenti di Roma e della Città metropolitana, persone con disabilità e accompagnatori, studenti, minori di sei anni e guide turistiche.

Numeri che, al netto della pioggia e dell’allerta meteo, sembrano raccontare una verità semplice: la Fontana di Trevi continua ad attirare come un faro mitologico. Anche con il “paywall”.

Il weekend sotto la pioggia: quando il meteo diventa boss finale

Sabato 7 febbraio, con allerta meteo in corso, si sono contate 6.709 presenze. Domenica 8 febbraio, con condizioni leggermente migliori, gli ingressi sono saliti a 8.684. In totale, 15.393 visitatori nel solo fine settimana.

La correlazione tra meteo e affluenza è evidente: meno pioggia, più turisti. Sembra banale, ma racconta qualcosa di interessante. La Fontana non è solo un monumento da spuntare in una lista. È un’esperienza. E l’esperienza, sotto un cielo grigio e fradicio, perde un po’ della sua magia cinematografica.

Perché parliamoci chiaro: chi arriva davanti a quel colosso barocco non sta solo guardando marmo e acqua. Sta cercando la scena perfetta, l’inquadratura alla Fellini, il momento da condividere su Instagram o da custodire nella memoria come una sequenza di un film personale.

Due euro per proteggere un’icona pop mondiale

Secondo l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, i proventi non serviranno soltanto alla tutela della Fontana di Trevi, ma anche alla conservazione di altri monumenti del patrimonio romano e al sostegno dell’accesso gratuito ai musei civici per residenti e studenti.

Le stime dell’amministrazione capitolina parlano di incassi annui tra i 6 e i 7 milioni di euro, soprattutto con l’arrivo dell’alta stagione. Una cifra che, tradotta in linguaggio nerd, equivale a un upgrade strutturale per l’intero “open world” romano.

La domanda però resta sospesa nell’aria come una monetina lanciata oltre la spalla: pagare per accedere a un luogo simbolo della città è un tradimento dello spirito pubblico o un atto necessario per salvarlo dal sovraffollamento cronico?

Fontana di Trevi: molto più di un monumento

Chi frequenta queste pagine lo sa: la Fontana di Trevi non è solo una tappa turistica. È un portale narrativo. Un crocevia dove storia, mitologia, cinema e cultura pop si intrecciano con una naturalezza che farebbe invidia a qualsiasi multiverso Marvel.

Le sue origini affondano nell’Acquedotto dell’Acqua Vergine, inaugurato nel 19 a.C. sotto l’imperatore Augusto. Un’infrastruttura romana che attraversa i secoli come un artefatto leggendario, culminando in epoca barocca nell’opera monumentale voluta da papa Clemente XII nel 1731. Il progetto di Nicola Salvi, poi completato da Pietro Bracci, ha trasformato il terminale di un acquedotto in una scenografia teatrale permanente.

Oceano emerge dalla nicchia centrale come un titano pronto a dominare le acque, su un carro a forma di conchiglia trainato da cavalli marini che rappresentano la duplice natura del mare: placido e impetuoso. È mitologia scolpita nel travertino, ma anche storytelling puro.

Ogni dettaglio sembra studiato per raccontare un’epica visiva. Il Palazzo Poli diventa fondale scenico, le statue dell’Abbondanza e della Salubrità arricchiscono la narrazione simbolica, mentre l’acqua scroscia incessante come colonna sonora naturale.

Il rito della moneta: gamification ante litteram

Voltarsi, lanciare la moneta con la mano destra sopra la spalla sinistra, esprimere un desiderio. Un gesto che attraversa generazioni e culture, trasformando milioni di visitatori in protagonisti di un micro–rituale condiviso.

Quel lancio non è superstizione ingenua. È un atto simbolico di ritorno, una promessa silenziosa con la città. Il cinema ha amplificato il mito, da La Dolce Vita in poi, trasformando la Fontana in un’icona globale.

Ogni anno le monete raccolte vengono destinate a scopi benefici. Un meccanismo quasi perfetto: leggenda, turismo, solidarietà. Un sistema che unisce immaginario e realtà con un’efficacia narrativa degna di un worldbuilding ben costruito.

Pagare per entrare in un mito: cosa cambia davvero?

Il biglietto da due euro introduce una nuova dinamica. Non si paga per vedere l’acqua scorrere. Si paga per accedere a uno spazio regolamentato, contingentato, più ordinato.

Chi ha visitato la Fontana negli anni scorsi ricorda la folla compressa, i selfie a gomitate, la difficoltà perfino di avvicinarsi alla balaustra. La gestione degli ingressi potrebbe restituire respiro all’esperienza. Meno caos, più tempo per osservare.

In un’epoca in cui il turismo di massa rischia di consumare ciò che ama, il ticket diventa uno strumento di equilibrio. Non una barriera elitaria, ma una micro–quota di responsabilità condivisa.

Fontana di Trevi tra storia e futuro

La Fontana di Trevi è un simbolo nerd perché incarna perfettamente il dialogo tra passato e presente. È mitologia classica e cultura pop, ingegneria romana e scenografia barocca, rito collettivo e set cinematografico.

L’introduzione del biglietto rappresenta un nuovo capitolo della sua storia millenaria. Una scelta che divide, che fa discutere, che costringe a interrogarsi su cosa significhi davvero “bene comune” in un mondo iper–connesso e iper–turistico.

La città eterna continua a reinventarsi, proprio come i franchise che amiamo: tra reboot, restauri e nuove regole di accesso.

E adesso la parola passa a voi. Paghereste due euro per vivere la Fontana di Trevi con meno folla e più cura? Vi sembra una soluzione intelligente o un precedente pericoloso?

Raccontatemi la vostra esperienza, il vostro primo lancio di moneta, la vostra scena da film personale davanti a Oceano. Condividete questo articolo con chi sogna Roma come un set infinito e lasciamo che la discussione scorra, proprio come l’acqua della Fontana.

Gamevintage market ritorna al Fusolab

Febbraio a Roma non è solo il mese degli innamorati, ma anche quello delle grandi rivelazioni nerd. Il 14 e 15 febbraio, tra le pareti industriali e creative del Fusolab, il Game Vintage Market torna a ricordarci perché il retrogaming non è una semplice moda passeggera, ma una memoria collettiva che continua a evolversi. In quei due giorni il tempo farà un salto quantico, piegandosi su se stesso, perché il passato incontrerà il futuro sotto il segno di un nome che per molti di noi è leggenda pura: The New Zealand Story – Untold Adventure.

Chi è cresciuto a gettoni, joystick e pixel grandi come mattoni sa bene che certi titoli non si dimenticano. The New Zealand Story non è stato soltanto un videogioco, ma una piccola epopea fatta di isole esotiche, nemici surreali e quel senso di meraviglia che solo gli arcade sapevano regalare. Rivederlo oggi, reinterpretato e proiettato verso una nuova dimensione, è qualcosa che va oltre la semplice nostalgia. È un dialogo tra generazioni di gamer, un passaggio di testimone che avviene davanti allo schermo, con lo stesso battito accelerato di allora.

Il Game Vintage Market si conferma ancora una volta come uno degli appuntamenti più attesi della scena nerd romana, un luogo in cui il collezionismo smette di essere vetrina statica e diventa racconto vivo. Non si tratta solo di comprare o scambiare, ma di perdersi tra storie personali, ricordi condivisi e quella complicità immediata che nasce quando qualcuno ti dice “anche io avevo quella cartuccia”. Oltre novanta espositori provenienti da tutta Italia trasformeranno lo spazio in un universo parallelo fatto di console d’epoca, giochi introvabili, carte collezionabili come Pokémon e Magic, boardgame, manga, fumetti, action figure e gadget che sembrano usciti direttamente da un baule degli anni Ottanta e Novanta.

In questo scenario già carico di emozioni, la collaborazione con Commodore Industries aggiunge un tassello fondamentale. La Commodore Area non sarà soltanto uno spazio espositivo, ma un vero e proprio portale temporale. Qui avverrà la presentazione ufficiale di The New Zealand Story – Untold Adventure, un momento che sa di world premiere e che promette di far brillare gli occhi sia ai veterani del retrogaming sia a chi si avvicina per la prima volta a questo mito. Vedere da vicino l’evoluzione di un classico immortale, toccarne con mano la nuova incarnazione e provarla in anteprima significa partecipare attivamente a una riscrittura della storia videoludica.

E poi c’è l’aspetto più bello di ogni evento nerd che si rispetti: la condivisione. L’esperienza interattiva permetterà a tutti di sedersi, impugnare il controller e lasciarsi trasportare, mentre gadget esclusivi distribuiti gratuitamente renderanno il ricordo ancora più tangibile. Non è merchandising fine a se stesso, ma un simbolo di appartenenza, un piccolo segno che dice “io c’ero”.

Il Game Vintage Market è anche il posto perfetto per chi si avvicina per la prima volta al mondo del retrogaming. Tra i corridoi non mancheranno appassionati ed esperti pronti a raccontare, spiegare, consigliare. Qui la conoscenza non è mai elitista, ma passa di mano in mano come una reliquia preziosa. È facile entrare da curiosi e uscire convertiti, con la sensazione di aver scoperto qualcosa che parla di passato ma guarda dritto al domani.

Alla fine, questo evento non è solo un tuffo nei ricordi. È la dimostrazione che il retrogaming non vive di malinconia, ma di continua reinvenzione. The New Zealand Story – Untold Adventure lo racconta meglio di qualsiasi slogan: non è solo nostalgia, è l’inizio di una nuova avventura. Roma, per due giorni, diventerà il punto di incontro tra chi eravamo davanti allo schermo e chi siamo diventati, joystick alla mano e occhi ancora pieni di stupore.

L’appuntamento è fissato per il 14 e 15 febbraio, dalle 10 alle 19, al Fusolab di Roma in viale della Bella Villa 94, con ingresso a offerta libera. Tra parcheggio multipiano gratuito e metro C a pochi passi, l’unica vera difficoltà sarà riuscire ad andare via senza portarsi dietro almeno un pezzo di storia. E ora la domanda passa alla community: quale ricordo videoludico sperate di ritrovare tra quei banchi?

Hamleys chiude in Italia: quando il negozio di giocattoli più antico del mondo spegne la magia

Qualcosa si rompe sempre in silenzio, quando chiude un negozio di giocattoli. Non fa rumore come la serranda di un supermercato o come l’insegna spenta di una catena qualsiasi. È un rumore più sottile, quasi emotivo. È il click secco di una porta dimensionale che smette di funzionare. E stavolta a spegnersi non è una bottega qualunque, ma Hamleys, il negozio di giocattoli più antico del mondo, quello che per generazioni ha rappresentato l’idea stessa di meraviglia organizzata su più piani.

La notizia è arrivata come arrivano le peggiori patch: senza preavviso reale, con una comunicazione fredda e tempi che sembrano scritti da un algoritmo senza empatia. Da martedì 3 febbraio le saracinesche dei negozi Hamleys in Italia si sono abbassate. Milano, Roma, Bergamo. Fine della partita. Game over. E no, non è una metafora buttata lì: per chi è cresciuto tra scaffali pieni di robot, trenini, LEGO e action figure, Hamleys non era un punto vendita. Era un livello segreto.

Entrarci significava sospendere il tempo. Anche da adulti. Anche quando dicevi “do solo un’occhiata”. Dentro Hamleys quella frase non ha mai funzionato. Ogni corridoio era una promessa, ogni dimostrazione dal vivo un incantesimo lanciato davanti ai tuoi occhi. Il negozio ti parlava in una lingua che conosci da sempre: quella del gioco come forma primordiale di immaginazione. Non sorprende che la sua chiusura venga percepita come qualcosa di più di una semplice decisione commerciale.

La cosa che fa più male, però, è il paradosso. Hamleys non stava affondando. I numeri raccontano altro. Il fatturato globale è cresciuto, passando da 51,4 a 53,3 milioni di sterline nell’ultimo esercizio. Eppure, nel grande schema del capitalismo contemporaneo, crescere non basta più. Bisogna crescere abbastanza, nel modo giusto, alla velocità richiesta dal tabellone. Così il gruppo ha deciso di chiudere 29 negozi nel Regno Unito per contenere i costi, e l’onda lunga di quella scelta ha attraversato il mare arrivando anche qui.

In Italia il marchio era presente da meno di tre anni. Gli store di Milano, in Galleria Vittorio Emanuele, e di Roma, in Galleria Alberto Sordi, erano stati presentati come luoghi iconici, quasi monumentali. Spazi pensati per diventare destinazione, non semplice tappa. La gestione era affidata in concessione a Giochi Preziosi, un nome che nel nostro Paese è sinonimo di giocattolo da decenni. Eppure tutto si è fermato di colpo.

Le modalità sono quelle che lasciano l’amaro più difficile da mandare giù. Comunicazioni arrivate con 48 ore di preavviso. Una videochiamata nel weekend. Oltre cinquanta lavoratori improvvisamente sospesi in un limbo fatto di promesse verbali, stipendi da garantire “a parole”, ammortizzatori sociali ancora senza certezze scritte. Il sindacato USB lo ha detto chiaramente: il lavoro non è un gioco. E mai come in questo caso la frase pesa come un macigno, perché a chi lavorava dentro Hamleys veniva chiesto ogni giorno di trasformare il gioco in esperienza, l’entusiasmo in professionalità.

C’è qualcosa di profondamente stonato nel vedere chiudere un luogo che vende sogni con procedure così poco umane. Hamleys non è mai stato solo merchandising. Era teatro. Era performance. Era contatto. Chi ci lavorava non “vendeva”, raccontava. Mostrava. Coinvolgeva. E ora quelle stesse persone si trovano in attesa di risposte, mentre le vetrine si svuotano e le luci si spengono.

Fa ancora più effetto ricordare che Hamleys nasce nel 1760, fondata da William Hamley in una Londra che non aveva idea di cosa sarebbe diventato il concetto moderno di intrattenimento. Lo store di Regent Street detiene un primato da Guinness World Records ed è fornitore ufficiale dei giocattoli per gli eredi di Casa Windsor. Un’istituzione, prima ancora che un marchio. Un pezzo di storia che ha attraversato rivoluzioni industriali, guerre, crisi economiche, mutazioni culturali. E che oggi inciampa contro l’efficienza spietata dei costi.

Forse questa chiusura racconta qualcosa di più grande. Racconta il declino del negozio fisico come luogo dell’immaginazione. I bambini di oggi abitano mondi digitali, comprano skin, sbloccano pass stagionali, collezionano esperienze immateriali. Il gioco è diventato servizio, abbonamento, update. E i grandi spazi fisici dedicati alla meraviglia fanno fatica a reggere il confronto con uno store online aperto 24 ore su 24.

Ma chi ha vissuto l’esperienza di un negozio di giocattoli vero sa che non è la stessa cosa. Non lo sarà mai. Non c’è algoritmo che possa replicare l’odore della plastica nuova, il rumore delle demo, la tentazione di toccare tutto. Non c’è carrello digitale che possa sostituire quel momento in cui entri “solo per guardare” ed esci con gli occhi pieni e il portafoglio in modalità emergenza.

Quando chiude un posto come Hamleys non perdiamo solo un’insegna. Perdiamo un rituale. Un frammento di infanzia condivisa. È lo stesso dolore che provi quando abbassa la serranda la fumetteria di quartiere o quando scopri che la sala giochi sotto casa diventerà una banca. È la sensazione che qualcuno abbia premuto reset senza chiedere conferma.

E mentre le vetrine italiane di Hamleys restano spente, resta una domanda sospesa nell’aria, come un ultimo salvataggio non ancora sovrascritto: che spazio vogliamo lasciare, domani, alla meraviglia fisica? Ai luoghi che non servono solo a vendere, ma a far sognare?

Perché da qualche parte, sotto strati di bollette, scadenze e responsabilità, c’è ancora quel bambino che davanti a una vetrina di giocattoli pensa sempre la stessa cosa.
Solo un ultimo giro. Promesso.

Distopik: due atti unici tra distopia, controllo e naufragio umano al Teatro Trastevere

DISTOPIK è un grido di allarme, lanciato da due compagnie teatrali romane: Lumik e Sputnik che propongono due atti unici in una serata all’insegna della distopia.

Si comincia con 133 metri sul livello del mare, di Sputnik, scritto da Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli, diretto da Giovanni Caloro e interpretato da Francesca Pimpinelli: un monologo tragicomico in cui la protagonista, dopo aver visto la capitale venire ripetutamente allagata da piene e nubifragi, assaltata da topi e gabbiani, ha trovato rifugio in un punto molto particolare della città. Fra ricordi della sua vita passata e illusioni riguardo il futuro, la naufraga guida il destinatario tra le righe di una lettera strampalata da affidare alle acque di un nuovo mare.

La stessa Francesca, o un personaggio estremamente simile, è insieme ad Anna in Controllo 26, della compagnia Lumik, scritto e diretto da Michele Demaria, con in scena Ludovica Apollonj Ghetti e Francesca Pimpinelli. In un ufficio sospeso nel tempo, due donne monitorano il battito di una realtà che sembra impeccabile. Tra caffè, cruciverba e scambi taglienti, la routine quotidiana maschera una tensione invisibile e crescente. Ma quando i dati smettono di coincidere con i fatti, il sistema perfetto di Controllo 26 inizia a vacillare. Un thriller psicologico che interroga il confine sottile fra protezione sociale e isolamento forzato.

Fino a che punto possiamo fidarci di un ordine che non ammette l’anomalia del fattore umano?

In scena al Teatro Trastevere il 12, 13 e 14 Febbraio alle 21 e il 15 Febbraio alle 17.30.

Le antiche tradizioni romane della Vigilia di Natale

La Vigilia di Natale a Roma ha sempre avuto un fascino speciale, legato non solo alla celebrazione religiosa ma anche a una tradizione culinaria che, nel corso dei secoli, si è arricchita di significati e simbolismi. Il cuore di questa tradizione risiedeva nel “Cottio”, una vera e propria asta del pesce che si svolgeva ogni anno dal XII secolo fino agli inizi dell’Ottocento, al Portico d’Ottavia, nel cuore pulsante della Roma antica, proprio vicino alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria.

Il “Cottio”, termine che deriva dal latino medievale coctigium (che significa “asta”), rappresentava il primo atto ufficiale della preparazione per il Cenone della Vigilia, un evento di grande rilevanza per i romani. Si trattava di una contrattazione all’ingrosso del pesce, che veniva venduto per essere cucinato in piatti tipici del periodo natalizio. Non era solo un mercato: il Cottio diveniva una sorta di spettacolo, un’esperienza sociale che vedeva coinvolti tanto i popolani quanto i nobili, che si recavano al mercato in abito da sera, dopo aver partecipato a sontuose feste nei palazzi della città. Le contrattazioni erano vivaci e si svolgevano in un gergo comprensibile solo agli “addetti ai lavori” – i cottiatori, i gestori delle trattorie e i cuochi delle famiglie aristocratiche. Ogni anno, il mercato rappresentava un appuntamento immancabile, con una cornice di suoni, colori e odori che immersero Roma in un’atmosfera unica, che preludeva al grande banchetto della Vigilia.

Ma cosa accadeva a tavola durante la Vigilia di Natale? La cena del 24 dicembre era un momento di grande importanza, caratterizzato da piatti a base di pesce, come imponeva la tradizione di magro, necessaria per rispettare il precetto dell’astinenza e non incorrere in peccato. Il menu si apriva con antipasti di olive, anguille, pescetti marinati e un ricco brodo di pesce, seguito dalla tipica pastasciutta al sugo di tonno. Il piatto forte era il baccalà in umido, preparato con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritte in pastella. La cena si concludeva con una tombola e la recita del “sermone”, una poesia natalizia che i bambini recitavano davanti al presepe. La messa di mezzanotte, particolarmente solenne nella basilica di Santa Maria Maggiore, coronava questa notte speciale.

Con l’Unità d’Italia, però, il mercato del pesce cambiò sede. La vendita del pesce non avvenne più al Portico d’Ottavia ma venne trasferita a piazza San Teodoro, in una zona più comoda per l’approvvigionamento della città. I pesci venivano trasportati attraverso porta San Paolo e porta Portese, evitando così il caos della capitale e ottimizzando le operazioni. A San Teodoro, il mercato del pesce si arricchì di nuove strutture, come botteghe per la vendita, pulpiti per i banditori e un sistema di illuminazione notturna che cambiò radicalmente l’esperienza dei venditori e dei compratori. Non solo: un sistema di innaffiamento migliorava le condizioni igieniche, facendo di questo mercato un luogo più salubre rispetto a quello del passato.

Il Cottio proseguì così fino al 1927, quando venne definitivamente spostato ai Mercati Generali, sulla via Ostiense. Qui, nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, intorno alla mezzanotte, si aprivano i cancelli e l’atmosfera si faceva ancor più suggestiva. Anche i privati cittadini potevano accedere al mercato, dove venivano distribuite gratuitamente “cartocciate” di pesce fritto – piccole porzioni di pesce fresco, che pur non essendo di qualità pregiata, permettevano di immergersi nell’autentica tradizione romana. L’evento divenne un’istituzione, un rituale che vedeva la partecipazione di moltissimi romani, alla ricerca di un’atmosfera natalizia tanto genuina quanto ricca di storia. Quella stessa atmosfera si mescolava con l’elite, creando un incontro tra mondi diversi, legati da una tradizione che veniva tramandata di generazione in generazione.

Purtroppo, come accade spesso con le tradizioni più radicate, anche il Cottio giunse alla fine. Quando nel 1972 i vecchi mercati generali furono chiusi e trasferiti in una nuova sede a Guidonia, la magia di quelle notti tra il 23 e il 24 dicembre scomparve. Oggi, quella tradizione è solo un ricordo lontano, ma per chi ha avuto la fortuna di viverla, la memoria delle “cartocciate” di pesce fritto e dell’atmosfera festosa rimarrà sempre viva. Le tradizioni come queste non sono solo piatti da gustare o mercati da visitare, ma sono un pezzo di storia che ci parla di una Roma che, pur nella sua modernità, ha sempre mantenuto viva una connessione profonda con il passato.

La Vigilia di Natale a Roma, con le sue tradizioni culinarie e sociali, rimane così una delle celebrazioni più suggestive e affascinanti, che continua a vivere nel cuore dei romani, nonostante i cambiamenti dei tempi.

Emily in Paris 5: il salto italiano che trasforma la serie in una nuova avventura pop

Quando una serie come Emily in Paris decide di cambiare scenario, il fandom trattiene il fiato. Il 18 dicembre, su Netflix, torneremo a seguire Emily Cooper in un viaggio che non si limita a spostare la protagonista da una città all’altra, ma riscrive il modo stesso in cui la serie dialoga con il suo pubblico. L’arrivo della quinta stagione, composta da dieci episodi, introduce un cambio di rotta netto, quasi una mutazione evolutiva nella saga creata da Darren Star. E chi segue questa storia fin dal primo outfit sgargiante sa bene che Emily non attraversa mai un confine geografico senza travolgere anche quello emotivo.

A questo giro la mappa si allargherà verso sud, tra Roma e Venezia, portando con sé una ventata di possibilità narrative che sembrano studiate apposta per amplificare i conflitti, i sentimenti e la crescita personale di un personaggio che vive di contrasti, passioni improvvise e decisioni prese sempre un attimo prima di esserne davvero consapevole.

La nuova Emily e l’agenzia romana: una metamorfosi tutta italiana

Ora a capo dell’Agence Grateau a Roma, Emily si ritrova a navigare un mondo professionale che non assomiglia a quello da cui proveniva. Parigi l’aveva accolta con ironia e snobismo, Roma invece la abbraccia con una teatralità diversa, fatta di caos creativo, estetica barocca, relazioni istintive e richieste impossibili. Questa dimensione la costringe a rallentare, ad ascoltarsi, a capire dove finisce la versione che ha sempre mostrato al mondo e dove inizia quella che sta provando a diventare.

Nel frattempo, l’illusione che tutto stia andando nella direzione giusta si sgretola quando un’idea lavorativa, inizialmente promettente, si rivela un disastro. Lo scivolone professionale si intreccia a delusioni sentimentali che riportano Emily nel suo solito limbo affettivo, quel territorio ambiguo dove desideri e rimpianti convivono in una danza che ogni fan conosce fin troppo bene. La ricerca di stabilità la spinge a rifugiarsi in ciò che ha imparato ad amare della Francia, come se quel lifestyle potesse proteggerla dai nuovi terremoti emotivi. Ma un segreto enorme, destinato a emergere nel momento meno opportuno, minaccia di rompere i legami più importanti della sua vita.

Roma come personaggio, Venezia come scenario da fiaba moderna

L’Italia non fa solo da sfondo: cambia il ritmo della narrazione. Roma porta con sé una bellezza ruvida, imperfetta e intrisa di storia, un mix che Emily affronta con un misto di meraviglia e spaesamento. Muoversi tra rovine millenarie e riunioni professionali equivale a riconoscere che il suo solito approccio americano alla comunicazione non basta più. Qui tutto è più personale, più passionale, più imprevedibile. E questa imprevedibilità sembra funzionare come una lente che ingrandisce le sue fragilità e le sue risorse.

Poi c’è Venezia, scelta per una parte delle riprese estive, a cui basta un riflesso sull’acqua per evocare già un tono completamente diverso. Non sarà soltanto un luogo iconico da ammirare, ma anche il terreno perfetto per momenti delicati, confessioni sospese, decisioni irrevocabili. La città lagunare si presta a quell’atmosfera teatrale che la serie ha sempre cercato, e la promessa di scene che sfruttano maschere, ponti e labirinti di calli appare come un invito audiovisivo irresistibile.

Gli affetti che ritornano: Gabriel, Alfie e Marcello nel nuovo triangolo espanso

Il quarto ciclo di episodi aveva chiuso la porta su Parigi in maniera brusca, con Emily pronta a ricominciare da capo seguendo Marcello Muratori, l’imprenditore italiano incontrato a Natale. Quella scelta rappresentava il desiderio di trovare un amore più concreto, meno intrappolato nei giochi di specchi della Ville Lumière. Ma conosciamo la serie e conosciamo Emily: i capitoli che pensiamo conclusi tornano sempre a bussare.

Gabriel, interpretato da Lucas Bravo, si riaffaccia nella sua vita in un momento in cui lei vorrebbe soltanto chiarezza. Il loro rapporto, da sempre sospeso tra attrazione e senso di colpa, ha segnato gran parte dell’arco narrativo della serie, e l’idea di un ennesimo confronto in territorio italiano apre scenari interessanti. Alfie, dall’altra parte, conserva quella stabilità rassicurante, ma porta con sé il peso di fratture mai completamente rimarginate. E nel mezzo resta Marcello, simbolo di un nuovo inizio che Emily vuole proteggere, pur sapendo che le sue decisioni non sono mai lineari.

La stagione sembra pronta a trasformare questo intreccio in qualcosa di più maturo, meno dipendente dalla commedia romantica e più vicino a un percorso di consapevolezza emotiva, dove scegliere chi amare significa prima imparare ad ascoltarsi.

Un cast fedele e qualche assenza che pesa

Il ritorno di Philippine Leroy-Beaulieu nei panni di Sylvie riporta in scena il suo carisma elegante e tagliente, capace di mettere Emily alla prova in modi sempre imprevisti. Samuel Arnold e Bruno Gouery continuano a incarnare il lato più leggero e surreale dell’universo lavorativo, mentre Ashley Park, come Mindy, resta l’ancora affettiva più forte nella vita della protagonista.

Alcune assenze si fanno sentire, come quella di Camille Razat, che aveva lasciato la storia in un punto emotivamente intenso. Altre presenze, come quella di Thalia Besson, rimangono incerte, contribuendo a creare un’attesa quasi da serie fantasy, dove ogni personaggio potrebbe tornare all’improvviso per ribaltare la trama.

Dietro la macchina produttiva resta saldo il team guidato da Darren Star, affiancato da Tony Hernandez, Lilly Burns, Andrew Fleming e una squadra collaudata che conosce bene equilibri, estetica e identità del progetto. La continuità creativa lascia intuire un futuro coerente con ciò che la serie è diventata: una commedia moderna dal gusto internazionale, capace di reinventarsi senza perdere riconoscibilità.

Meta pop: quando Emily entra nelle battute della politica mondiale

Un fenomeno si misura anche da quanto entra nel linguaggio quotidiano. La serie ha già dimostrato questa capacità, ma l’episodio dell’“incursione politica” l’ha elevata a un livello completamente diverso. Le battute scherzose del presidente Emmanuel Macron sul fatto che Emily dovrebbe restare a Parigi, e la risposta giocosa del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, hanno reso il passaggio della protagonista in Italia una sorta di evento mediatico globale.

Non capita spesso che una serie romantica diventi terreno di scambi diplomatici ironici, e questo dice molto sulla sua forza iconografica. Se un personaggio di fantasia riesce a influenzare persino il tono della comunicazione pubblica, significa che quel personaggio ha vinto la sua scommessa culturale.

La vera storia è la crescita personale

Il viaggio di Emily non si misura più soltanto in cambi di outfit o destinazioni da sogno. Si misura nel modo in cui affronta errori, successi, cadute e risalite. La quinta stagione sembra costruita per mostrarci una protagonista che smette di chiedersi quale versione di sé piacerà al mondo e inizia a domandarsi a chi vuole assomigliare davvero.

Non è più una semplice storia d’amore, ma una serie che riflette sul diventare adulti nell’epoca dei social, dei traslochi continui, dei lavori che non definiscono più chi siamo ma pretendono comunque di farlo. Emily scopre che essere felici non significa trovare una città in cui sentirsi al sicuro, ma capire come cambiare senza lasciarsi indietro.

Il 2025 promette episodi colmi di emozioni, svolte, incontri improvvisi e momenti destinati a restare nella memoria dei fan. Ogni stagione ha tentato di ridefinire la formula della precedente, ma questa ha l’ambizione di spingere la serie verso un nuovo equilibrio narrativo: meno fiaba glitterata, più viaggio introspettivo, pur mantenendo quel gusto pop che l’ha resa irresistibile per milioni di spettatori.

Emily torna. E quando torna, ci costringe sempre a guardare qualcosa di noi che non volevamo affrontare.

Pronti a scegliere da che parte stare? Team Gabriel, Team Alfie o Team Marcello? La discussione non è mai stata così aperta. E, inutile dirlo, così appassionante.

Toy Lab 2025: Roma riscopre la magia del giocattolo vintage in un viaggio nella memoria geek

Una nuova ondata di nostalgia sta per abbracciare Roma come un richiamo irresistibile, di quelli capaci di far riaffiorare pomeriggi trascorsi davanti alla TV anni Ottanta, profumi di plastica colorata appena scartata e il tintinnio dei trenini elettrici che scorrevano sulle piste improvvisate in salotto. Toy Lab è pronta a riprendersi la scena il 29 e 30 novembre 2025, dalle 9:00 alle 19:30, ospite del Mercatino Conca d’Oro in via Conca d’Oro 143/145. L’ingresso resta totalmente gratuito, un invito aperto a chiunque desideri riscoprire il lato più tenero, affettivo e culturale della nostra storia nerd.

Il fascino del giocattolo vintage non è un capriccio nostalgico né una moda passeggera. Lo dimostrano gli ultimi anni, in cui adulti cresciuti a ritmo di cartoni animati del mattino, film cult registrati su VHS e prime console domestiche hanno riscoperto la gioia di possedere un oggetto del passato, un simbolo capace di cristallizzare emozioni precise. L’impennata del collezionismo, oltre ad avere una dimensione affettiva, traduce la consapevolezza che quei giocattoli raccontano l’evoluzione della società: come cambiava l’immaginario, come mutavano le tecnologie, come i media influenzavano ciò che amavamo stringere tra le mani. Luoghi come Toy Lab diventano dunque spazi di scavo archeologico pop, dove ogni banchetto custodisce un frammento di memoria condivisa.

Passeggiare tra gli stand dell’evento equivale a ritrovarsi in un museo vivente, uno di quelli dove la teca è sostituita da un banco pieno di meraviglie. I visitatori potranno incontrare modellini di auto ormai introvabili, trenini che hanno attraversato più generazioni, bambole e fashion dolls che hanno dettato le regole del gusto, action figure iconiche e robot dal design rétro che oggi farebbero gola a qualunque appassionato di cultura giapponese. A far da cornice, naturalmente, i grandi evergreen del gioco da collezione: i Playmobil con i loro mondi in miniatura, i Lego nelle prime edizioni diventate pezzi da esposizione, e le console che hanno segnato la nascita del gaming domestico.

Gli anni d’oro rappresentati in fiera, in particolare il periodo tra i Cinquanta e gli Ottanta, saranno raccontati attraverso oggetti che parlano da soli. Quel mezzo secolo ha ridefinito l’intrattenimento per l’infanzia, mescolando l’influenza della televisione, del cinema e dei primi prodotti di massa con un immaginario che oggi consideriamo classico. E non mancheranno rarità provenienti da Stati Uniti e Giappone, due territori che hanno ridisegnato l’industria del giocattolo e che, per i collezionisti, restano fonti inesauribili di tesori da inseguire.

Toy Lab, però, non promette soltanto di restituire emozioni dimenticate: offre occasioni concrete per arricchire le proprie collezioni. Per chi vive la ricerca come un’avventura — con quell’adrenalina sottile che scatta quando si scova un pezzo introvabile — l’evento rappresenta un terreno di caccia privilegiato. A volte un oggetto desiderato per anni può materializzarsi proprio davanti a te, tra le mani di un espositore o di un collezionista privato pronto a separarsene. È quel momento in cui l’appassionato sente di aver vinto una sfida contro il tempo e contro la rarità. E la fiera diventa, inevitabilmente, una festa.

Ma la dimensione commerciale non esaurisce lo spirito dell’iniziativa. Toy Lab funziona come un laboratorio della memoria collettiva, un grande archivio tattile dove ogni giocattolo non rappresenta solo un ricordo, bensì un frammento culturale da preservare. Collezionare oggetti vintage significa custodire ciò che siamo stati: le nostre abitudini, le nostre estetiche, i miti che ci hanno plasmati. Ogni robot, ogni bambola, ogni scatola illustrata diventa testimonianza di un mondo che merita di essere tramandato, non solo ai nostalgici, ma anche alle generazioni che non hanno vissuto quei decenni.

In questo contesto, Roma si trasforma per due giorni nella capitale della nostalgia geek. Il Mercatino Conca d’Oro diventa una sorta di multiverso analogico, in cui convivono modellismo, retro gaming, giocattoli d’epoca e memorabilia pop. È il luogo perfetto per chi ama parlare per ore della rarità di un determinato blister, del valore di una serie limitata o dell’importanza di un determinato produttore nel panorama collezionistico. È l’occasione per incontrare persone che condividono la stessa passione e per scoprire storie che ruotano attorno a oggetti solo in apparenza semplici, ma in realtà carichi di un peso emotivo sorprendente.

Molti visitatori arriveranno al Toy Lab spinti dal ricordo di un giocattolo perduto, di un personaggio amato nei pomeriggi dell’infanzia o di un videogioco che ha aperto la porta al mondo digitale. Altri, più giovani, troveranno negli oggetti d’epoca un modo per comprendere come si è evoluto il design, come sono nati i franchise che oggi dominano cinema e TV, e come le prime console abbiano rivoluzionato l’intrattenimento. Per tutti, senza distinzione, la Toy Lab sarà un’esperienza appassionante.

Chiunque abbia un debole per la cultura pop, per i mondi in miniatura, per i robottoni made in Japan o per il suono dei joystick a due pulsanti, troverà un motivo per fermarsi, sfogliare, osservare, trattare, acquistare o semplicemente lasciarsi contagiare dall’atmosfera. L’ingresso libero permette di trasformare la visita in un momento di condivisione spontanea: famiglie, collezionisti esperti, appassionati occasionali e curiosi potranno muoversi liberamente tra gli stand, scambiando opinioni, ricordi e scoperte. A fine evento, la sensazione sarà la stessa di quando da bambini tornavamo a casa con un giocattolo nuovo: la promessa che qualcosa di speciale ci aspetta ancora. E questa promessa, nel mondo nerd, è sempre la scintilla che ci riporta a sognare.

MUPA – Il Museo del Patriarcato: quando il futuro osserva il nostro presente come un reperto archeologico

Entrare al MUPA, appena inaugurato a Roma, somiglia a un esperimento mentale degno della migliore fantascienza sociale: varchi la soglia e ti ritrovi proiettato in un 2148 immaginato, un futuro che osserva il nostro presente come se fosse un’era archeologica, un punto di svolta nella lunga storia della cultura patriarcale. L’operazione ideata da ActionAid è radicale, quasi un esercizio di worldbuilding sociopolitico che ricorda le distopie speculative ma, a differenza dei romanzi, questa volta l’universo narrativo è tangibile, visitabile, concreto. È un museo che sfida, inquieta, accende discussioni. Un museo che non vuole conservare, ma trasformare. Il MUPA prende forma dentro lo spazio di AlbumArte, in via Flaminia 122, e accoglie le sue opere come se fossero reperti provenienti da un’epoca remota. Pezzi di quotidianità del nostro 2025 diventano tracce di un mondo che, nel 2148, si suppone superato. È un gesto concettuale potente: qui non si immagina il futuro come progresso tecnologico, ma come maturazione sociale, etica e culturale. Lo sguardo dei curatori è il nostro specchio rovesciato: i loro reperti siamo noi.

Camminando tra le sale, la narrazione prende forma attraverso oggetti familiari che improvvisamente diventano prove materiali di un ordine simbolico che abbiamo interiorizzato. Le buste paga INAIL stampate in colori diversi per uomini e donne rendono immediatamente leggibile l’ingiustizia strutturale del gender pay gap, una differenza spesso nascosta dietro percentuali e statistiche ma, qui, tradotta in un linguaggio visivo che annulla ogni ambiguità. Poco più avanti, le ante di armadi colpite da pugni raccontano la brutalità domestica che si consuma lontano dai riflettori. Le fotografie di talk-show completamente maschili che discutono di aborto ricostruiscono un paradosso mediatico che molti preferiscono ignorare: decidere del corpo delle donne senza le donne.

Lo scarto tra ciò che viviamo e ciò che il MUPA ci spinge a vedere crea un cortocircuito emotivo. Ogni opera obbliga a rallentare, ad ammettere quanto la normalità sia spesso solo il risultato della ripetizione e della rassegnazione. L’effetto è quello di un percorso che risucchia e restituisce, un viaggio in cui la sensazione di familiarità si mescola al disagio.

Il MUPA, però, non è solo un’esposizione. Dal 20 al 25 novembre ospita incontri, talk e laboratori, costruiti insieme a reti femministe, attiviste e centri antiviolenza. L’idea è trasformare le sale in un luogo vivo, non un mausoleo ma una piattaforma di lavoro collettivo. L’unica pausa prevista è il 22 novembre, per permettere la partecipazione alla manifestazione nazionale di Non Una di Meno, un gesto che ribadisce come la cultura sia sempre un atto politico, soprattutto quando si parla di violenza di genere.

Mentre si attraversa la mostra, il pensiero ritorna ai numeri attuali, quelli che ActionAid porta avanti nella ricerca “Perché non accada”. Non parliamo di astrazioni, ma di 98 donne uccise nel 2024, quasi una ogni quattro giorni. Numeri che, letti da un futuro immaginario, assumono la gravità dei dati storici, quelli che vorremmo poter raccontare solo nei libri e non nei notiziari. La mostra ci interroga proprio su questo: quanto siamo disposti a cambiare perché la violenza smetta di essere una notizia ricorrente? E ancora: quanto è radicato il patriarcato nelle scelte quotidiane che facciamo, nelle parole che usiamo, nei silenzi che sopportiamo?

L’opera che incornicia articoli di giornale con titoli sessisti è un pugno nello stomaco, perché mostra un sistema mediatico che perpetua narrazioni distorte o riduttive. Dai titoli che cancellano i nomi delle donne ai comportamenti paternalistici di figure pubbliche, ogni elemento diventa un tassello di quel mosaico culturale che normalizza la disparità. Questa sezione, probabilmente la più disturbante, mette in scena il ruolo della stampa come specchio deformante, ricordando quanto sia urgente ripensare i linguaggi e le responsabilità narrative.

La madrina della mostra, l’attrice Violante Placido, racconta di apprezzare l’impianto visionario del museo e sottolinea l’importanza di ribaltare lo sguardo sul presente immaginandolo dal futuro. La stessa ActionAid, con Katia Scannavini, ricorda come la prevenzione primaria sia un terreno da cui dipende qualsiasi possibilità di cambiamento reale. Dalla scuola all’urbanistica, la trasformazione culturale non è un accessorio ma un’infrastruttura.

È impossibile non soffermarsi davanti ai diorami e alle installazioni interattive che ricreano situazioni quotidiane, come quella sui mezzi pubblici, dove un manichino donna viene invaso nello spazio personale da due manichini uomini. In questa scena, così semplice e al tempo stesso così concreta, si condensano decine di testimonianze, paure, esperienze che molte persone conoscono fin troppo bene. Il MUPA insiste su una cosa: l’empatia è una tecnologia potentissima, soprattutto quando diventa immersione sensoriale e narrativa.

Ogni sala produce una domanda diversa, ma l’epicentro è sempre lo stesso: come possiamo costruire un futuro che guardi al patriarcato come a un fossile, e non come a un presente che ci avvolge? La risposta non è semplice, ma è chiaro che il museo non vuole fornirla. L’obiettivo è generare un processo, una consapevolezza collettiva che continui anche fuori da AlbumArte.

Prima di uscire, una frase accompagna l’ultimo passo: “Se ti ritrovi in una delle manifestazioni di violenza rappresentate, chiama il 1522.” È una chiusura dura, reale, necessaria. Perché il MUPA non è un’esperienza astratta, è un confronto frontale con ciò che viviamo.

La mostra resterà aperta fino al 25 novembre e si candida a diventare uno degli eventi culturali più significativi dell’anno, non per ciò che espone, ma per ciò che smuove. In fondo, immaginare il 2148 non è solo un esercizio di fantasia: è un invito a non aspettare così a lungo.

GameVintage Market: il 22 e 23 novembre 2025, Roma torna a respirare il mito del retrogaming

Il fascino dei vecchi cabinati non si è mai davvero spento. Magari le sale giochi hanno abbassato le serrande, magari le console a 8 bit sono diventate cimeli da collezione, ma chi è cresciuto respirando l’odore della plastica dei controller e il calore dei tubi catodici continua a cercare quei mondi che sembravano infiniti. Per questo il GameVintage Market – Special Edition RES Roma Electronic Sport rappresenta un appuntamento che non si limita a radunare appassionati: costruisce un piccolo universo parallelo dove i ricordi prendono forma e il futuro del gaming dialoga con le sue origini come se fossero vecchi amici. Il 22 e 23 novembre 2025 il Fusolab di Viale della Bella Villa 94 si prepara a diventare un santuario pop, un territorio permeato di cultura nerd, collezionismo, rarità videoludiche e storytelling geek. L’atmosfera che si respira durante queste giornate ha qualcosa di magnetico: appena varcata la soglia, l’impressione è quella di rientrare in un tempo sospeso, una dimensione in cui i suoni dei cari vecchi chip sonori convivono con le vibrazioni dei controller di ultima generazione, mentre centinaia di appassionati frugano, osservano, si emozionano.

Il ritorno di un classico romano

Nato come un punto di incontro per collezionisti e appassionati, il GameVintage Market è diventato negli anni un appuntamento fisso per chi ama perdersi tra console d’epoca, figurine, action figure e fumetti d’autore. Questa edizione speciale, organizzata in collaborazione con RES – Roma Electronic Sport, promette di superare ogni aspettativa: novanta espositori provenienti da tutta Italia porteranno con sé migliaia di pezzi unici, rarità introvabili e memorabilia che raccontano quarant’anni di storia videoludica.Dai primi Game Boy al mitico Mega Drive, dalle carte Pokémon alle collezioni Magic, passando per i manga storici e i gadget più curiosi, ogni stand sarà una piccola capsula del tempo in cui curiosare, scambiare, scoprire e, soprattutto, condividere. È proprio questa la magia del GameVintage Market: l’incontro tra chi colleziona e chi racconta, tra chi conserva e chi sogna ancora.

Il Fusolab si riconferma lo scenario perfetto per un evento di questa portata. Uno spazio dinamico e creativo che da anni ospita iniziative culturali, concerti, esposizioni e manifestazioni legate all’universo pop. A rendere l’esperienza ancora più accessibile, ci pensa la posizione strategica: un ampio parcheggio gratuito da mille posti, la fermata Metro C Alessandrino a soli duecento metri e un ingresso ad offerta libera, formula che da sempre riflette lo spirito inclusivo e comunitario della manifestazione. Chi arriverà troverà anche un angolo ristoro d’eccezione, curato da Fucina Alessandrina, con street food, dolci, bevande e un’atmosfera conviviale perfetta per ricaricarsi tra un torneo e una sessione di shopping nerd.

Quando il passato incontra il futuro

La collaborazione con RES – Roma Electronic Sport aggiunge un ulteriore livello di innovazione all’evento. RES è il festival romano dedicato al connubio tra sport, tecnologia e benessere digitale, dove la dimensione fisica e quella virtuale si fondono in esperienze interattive. Dalle competizioni eSport ai simulatori sportivi, fino ai corsi in realtà aumentata e alle aree dedicate al fitness digitale, RES rappresenta l’anello di congiunzione ideale tra il videogioco classico e le nuove frontiere del gaming.

In questo crossover tra generazioni, il GameVintage Market diventa così molto più di una mostra mercato: è un ecosistema in cui la nostalgia dialoga con l’innovazione, dove le console del passato ispirano le piattaforme del futuro e in cui ogni visitatore, giovane o adulto, può riscoprire il piacere di “giocare insieme”. Camminare tra gli stand del GameVintage Market significa intraprendere un viaggio nel tempo. È l’occasione per ritrovare quella cartuccia NES che da bambini avevamo prestato e mai più rivisto, per toccare una copia originale di “Chrono Trigger” o scoprire la bellezza di un manga con le pagine ingiallite ma ancora cariche di emozione. Ogni oggetto racconta una storia, ogni console custodisce una partita mai finita, ogni visitatore è parte di un grande racconto condiviso. Chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta ritroverà qui un pezzo di sé, ma anche chi appartiene alla generazione digitale scoprirà che dietro i pixel c’è una poesia che non invecchia mai. Perché il retrogaming non è solo nostalgia: è un linguaggio universale, un modo per comprendere da dove veniamo e perché oggi i videogiochi sono diventati cultura, arte e memoria collettiva.

L’evento per chi ha ancora un cuore a 16 bit

Il GameVintage Market non è soltanto una fiera: è una dichiarazione d’amore al mondo geek. È l’abbraccio di una community che continua a crescere, unita dalla passione per il gioco in ogni sua forma. È il luogo dove i collezionisti diventano narratori, dove i bambini scoprono le meraviglie di ieri e gli adulti si concedono il lusso di tornare, per un momento, a sognare.

Se ami i videogiochi, i fumetti, i manga o semplicemente l’energia contagiosa delle fiere nerd, segna le date: 22 e 23 novembre 2025. Carica la tua nostalgia, rispolvera la tua vecchia console, indossa il tuo miglior cosplay e preparati a vivere due giorni di pura meraviglia tra joystick, pixel e ricordi.

Roma ti aspetta. E come ogni gamer sa, certe partite non finiscono mai: si mettono solo in pausa, in attesa del prossimo livello.

Riflessi d’Oriente 2025: Roma diventa un portale tra mondi al PalaTorrino

Dal 14 al 16 novembre 2025, Roma si prepara a compiere un salto dimensionale. Il PalaTorrino di via Fiume Giallo 47 si trasforma infatti in un varco culturale, un ponte narrativo degno della migliore fantascienza, dove Oriente e Occidente si incontrano, dialogano e si specchiano l’uno nell’altro. Il risultato è Riflessi d’Oriente, un evento immersivo lungo tre giorni che porta nella Capitale arti marziali, danze ancestrali, pratiche olistiche, estetica zen, tradizioni millenarie e un’energia vibrante che richiama quelle atmosfere da festival pop orientali che i fan di anime, cinema e cultura geek hanno imparato ad amare. Un progetto sostenuto da Roma Capitale, vincitore dell’Avviso Pubblico collegato alle iniziative per il Giubileo 2025, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, e realizzato da ENDAS, Ente di Promozione Sportiva e Sociale riconosciuto dal CONI che da anni lavora per diffondere attività fisiche, culturali e inclusive sul territorio italiano.

Sì, Roma sta per diventare una piccola metropoli pan-asiatica, pulsante come Shinjuku di notte e ricca di colori come le feste tradizionali indiane.


Un viaggio geek tra arti marziali, meditazione e visioni zen

A “Riflessi d’Oriente” non si va semplicemente per assistere. Ci si entra dentro, come quando in un anime il protagonista attraversa un portale e si ritrova catapultato in un nuovo mondo. Il PalaTorrino diventa un enorme dojo, un teatro danzante, un tempio zen e una piazza multiculturale.

Arti marziali: l’epicità del movimento

Immagina il colpo d’occhio: più di 600 atleti, oltre 50 maestri, undici discipline e il settore ENDAS Kombat a dirigere workshop, dimostrazioni e sessioni tecniche. Dai movimenti fluidi del tai chi alla potenza del karate, dalle acrobazie del wushu alle tecniche di difesa personale, ogni momento diventa una scena da cinema marziale, un richiamo diretto alle saghe che hanno formato generazioni di nerd.

Benessere olistico: equilibrio da protagonista

In un’epoca in cui la nostra mente corre più veloce della luce, l’area olistica del festival diventa un vero tempio dedicato alla calma. Sessioni di yoga, meditazione zen e tecniche di respirazione funzionale guidano i partecipanti verso un equilibrio che ricorda i momenti più profondi dei film di animazione giapponese, quando tutto si ferma e l’universo sembra rallentare per lasciarti respirare.

Danze orientali: una tavolozza viva

Le performance arrivano da Cina, Giappone, India, Thailandia e Corea, trasformando lo spazio in un caleidoscopio di gesti, simboli e racconti ancestrali. Ogni danza porta con sé una mitologia, una filosofia e un ritmo che parla anche ai fan della cultura pop orientale: tra kimono, sari, costumi tradizionali e sonorità che sembrano uscite da una OST cinematografica.

Mostra Visiva “Riflessi Visivi”: arte, tecnologia e spirito

Qui ci si muove in un percorso di immagini che non si limitano a essere guardate: si ascoltano. Grazie a QR code e audio-guide, l’estetica zen e la relazione tra corpo, paesaggio e spirito emergono attraverso fotografie interattive che sembrano sospese tra arte contemporanea e narrativa visiva.

Attività collaterali: un piccolo mondo da scoprire

L’evento non si ferma agli adulti o agli appassionati: ci sono laboratori per bambini, gastronomia orientale, artigianato e uno spazio dedicato ad Agenda 2030 e ai temi della parità di genere, che offre un ulteriore livello di profondità culturale e sociale.


Formazione e prevenzione: il ruolo educativo delle arti marziali

Tra i momenti più intensi ci sono i seminari dedicati alla sicurezza, alla prevenzione e all’empowerment personale. Si parla di autodifesa, norme del TULPS, prevenzione della violenza e del ruolo delle discipline marziali nel creare consapevolezza, rispetto e autonomia. È un argomento che tocca la vita reale, molto più di quanto spesso immaginiamo quando guardiamo un combattimento in una serie TV o in un anime.

E a guidare questi incontri non ci saranno solo maestri e tecnici, ma anche esperti del settore e rappresentanti delle forze dell’ordine. Un modo concreto e responsabile per unire tradizione marziale e società contemporanea.

La partecipazione è gratuita. E sì, è proprio uno di quegli eventi da segnare con l’evidenziatore luminoso nella vostra agenda geek.

“Riflessi d’Oriente” è più di un festival: è un atto d’amore verso la cultura asiatica e un invito a scoprire l’altro con curiosità e rispetto. È un ponte tra comunità, tra discipline diverse, tra generazioni, tra culture che si toccano e si trasformano. È un’esperienza che farà battere il cuore ai fan dell’Oriente, della cultura pop, della spiritualità e delle arti marziali, ma anche a chi vuole scoprire un mondo nuovo.

E come sempre, su CorriereNerd.it, vi racconteremo tutto con lo sguardo di chi vive di passioni, di fandom e di storie che uniscono.

E tu? Quale parte di questo viaggio orientale vorresti esplorare per prima?
Raccontacelo nei commenti: la community nerd di Roma e non solo è pronta a discutere, condividere e vivere insieme questo evento.

Donne e videogiochi: Checkpoint Festival 2025 porta a Roma il futuro dell’inclusione videoludica

Roma si prepara a diventare la capitale del videogioco europeo con la nuova edizione del Checkpoint Festival, un evento che non si limita a celebrare la cultura videoludica, ma la ridefinisce come forma d’arte, strumento di inclusione e spazio di espressione per le voci femminili del settore. Dal 13 al 16 novembre 2025, il GAMM – Game Museum di Roma ospiterà quattro giorni di incontri, talk, esperienze immersive e riflessioni, in una manifestazione che vede la collaborazione tra il Centro Sperimentale di Arti Interattive (CSAI) e Women in Games, l’associazione internazionale che da anni promuove la presenza e la valorizzazione delle donne nell’industria dei videogame.

Un Rinascimento ludico nel cuore di Roma

Il Checkpoint Festival è più di un evento: è un laboratorio di idee in cui heritage, innovazione e comunità si incontrano per disegnare il futuro dell’interattività. La kermesse, che sarà trasmessa in diretta streaming su RingCentral per le prime due giornate, punta a unire il pubblico fisico e quello digitale in un unico spazio di confronto e condivisione. L’obiettivo è chiaro: mostrare come il videogioco sia una delle espressioni culturali più potenti e trasversali del nostro tempo, capace di raccontare identità, storie e sogni, e di abbattere ogni barriera di genere o provenienza.

L’edizione 2025, significativamente intitolata “Europe’s Playful Renaissance”, si propone come una rinascita culturale e creativa, dove il gioco diventa specchio e motore di una società più consapevole. Roma, con la sua stratificazione di arte e storia, diventa il teatro perfetto per questa riflessione sul videogioco come patrimonio da preservare e come linguaggio da evolvere.

Le protagoniste del cambiamento

Tra le voci più attese c’è quella di Micaela Romanini, fondatrice di Women in Games Italia, che guiderà un panel dedicato all’impatto delle donne nella cultura del gaming e al modo in cui la leadership femminile sta ridefinendo la percezione dei videogiochi nel mondo contemporaneo. In un settore ancora dominato da figure maschili, la sua presenza rappresenta un manifesto di resilienza e di visione.

Ad aprire il festival sarà Nick Poole, CEO di Ukie, che parlerà del “potere del videogioco nel plasmare la società”, mentre Thalita Malagò di IIDEA offrirà una prospettiva tutta italiana su come il nostro Paese possa elevare la propria identità culturale attraverso il medium videoludico.

Non mancherà Roberto Genovesi, direttore di Rai Kids e primo docente universitario italiano con una cattedra dedicata ai videogame, che esplorerà il futuro dell’interattività e il ruolo dell’Italia nel nuovo ecosistema digitale. Le sue parole risuoneranno come un invito a guardare al videogioco non solo come intrattenimento, ma come veicolo di educazione, arte e innovazione sociale.

Un festival per pensare, giocare e costruire

Il programma delle prime due giornate – 13 e 14 novembre – sarà denso di appuntamenti, tra talk, workshop e panel internazionali trasmessi anche in streaming. Verranno affrontati temi come la responsabilità culturale nell’era dell’AI e della realtà aumentata, la localizzazione dei contenuti come ponte tra culture, la conservazione del patrimonio videoludico e l’evoluzione del game design inclusivo.

Dal 15 al 16 novembre, invece, il GAMM si trasformerà in un vero e proprio parco interattivo con showcase, incontri con sviluppatori, retrospettive storiche e tornei. Sarà l’occasione per esplorare le sale del museo e per toccare con mano l’evoluzione del videogioco come arte vivente.

Il festival, fedele al suo spirito inclusivo, invita non solo professionisti e studenti del settore, ma anche curiosi e appassionati di ogni età. L’ingresso a tutte le quattro giornate è fissato a 15 euro, un biglietto che diventa simbolico accesso a un universo dove cultura e gioco si fondono in un’unica esperienza.

Donne, tecnologia e futuro: la nuova frontiera del gaming

Il Women in Games Forum, integrato nel programma del Checkpoint Festival, sarà il cuore pulsante dell’inclusione: un’arena di confronto dedicata alla creazione di spazi equi, accessibili e stimolanti per le donne e le ragazze che vogliono intraprendere una carriera nel mondo dei videogame.

Si parlerà di imprenditoria, innovazione e rappresentazione, ma anche di come il design inclusivo possa cambiare la percezione del giocatore e del gioco stesso. Da Kate Edwards a Athena Maria Enderstein, fino alla stessa Romanini, le protagoniste del forum racconteranno esperienze concrete, mostrando come il talento femminile non sia solo una voce da ascoltare, ma una forza trainante per tutto l’ecosistema videoludico.

Dove cultura e gioco diventano comunità

Il Checkpoint Festival nasce da una convinzione: il videogioco è cultura, e come tale merita musei, studi, accademie e festival che lo riconoscano come patrimonio collettivo. Il GAMM Game Museum, situato in Via delle Terme di Diocleziano 36, non è una semplice location, ma un manifesto vivente di questa visione. Le sue sale, ricche di storia e memoria digitale, saranno la cornice ideale per un dialogo tra passato e futuro, tra pixel e carne, tra memoria e immaginazione.

Chi non potrà essere fisicamente presente potrà seguire le prime due giornate in diretta streaming registrandosi su RingCentral al link ufficiale del festival: events.ringcentral.com/events/checkpoint-festival-of-interactive-experiences/registration.

Una nuova alleanza tra gioco e umanità

Il Checkpoint Festival 2025 segna un momento importante per l’Italia e per l’Europa intera: una riflessione collettiva sul valore culturale del videogioco e sulla necessità di renderlo uno spazio inclusivo, accessibile e rappresentativo di tutte le identità.

Roma, ancora una volta, diventa un crocevia di linguaggi e visioni. In questi quattro giorni, tra le mura del GAMM, il videogioco non sarà solo pixel e codice, ma una forma d’arte che racconta il mondo e, soprattutto, lo immagina migliore.

Pop Mart conquista Roma: i Labubu invadono Via del Corso

Roma si prepara ad accogliere una nuova, inaspettata icona pop. Dal 27 novembre 2025, al civico 511 di Via del Corso, aprirà ufficialmente le porte il primo Pop Mart Store della Capitale. Dopo il successo del flagship milanese in Corso Buenos Aires, la società cinese che ha dato vita ai celebri Labubu — piccoli, bizzarri esseri dal sorriso aguzzo diventati simbolo di un intero movimento estetico — ha scelto la Città Eterna per la sua prossima tappa europea.

Per chi non li conoscesse, i Labubu non sono solo giocattoli: sono creature nate dalla mente visionaria dell’artista Kasing Lung, diventate negli anni un fenomeno globale, capaci di unire design, arte contemporanea e cultura geek in un unico, irresistibile universo. Ogni pezzo nasce all’interno del celebre format “blind box”: scatole a sorpresa che trasformano l’acquisto in un’esperienza di scoperta, una piccola avventura da collezionisti.


Una strategia alla Disney, ma con denti più aguzzi

In un’intervista recente alla Reuters, Si De, direttore esecutivo di Pop Mart, ha spiegato che il brand sta lavorando a una strategia ispirata direttamente al modello Disney. Non più solo prodotti, ma universi narrativi. «Il nostro obiettivo», ha dichiarato, «non è trovare il prossimo grande successo, ma investire in contenuti, collaborazioni solide, parchi a tema ed esperienze immersive legate a Labubu».

È la dichiarazione d’intenti di un’azienda che, nata a Pechino nel 2010, ha saputo trasformare un fenomeno underground in un colosso globale da miliardi di dollari. Dopo l’esplosione del mercato cinese, Pop Mart ha esportato la sua formula in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, dal Regno Unito alla Malesia, fino all’Europa continentale.

Roma, dunque, rappresenta molto più di una semplice nuova apertura: è il tassello di una strategia di espansione globale del collezionismo pop, che guarda all’Italia come terreno fertile, dove la cultura visuale e il design hanno radici profonde e un pubblico appassionato.


Il fascino della blind box: tra mistero, community e dopamina

C’è qualcosa di ipnotico nell’aprire una blind box. Quel momento di sospensione tra il “chissà chi mi capita” e la gioia (o la frustrazione) della scoperta è diventato una forma di rituale contemporaneo. È collezionismo, ma anche storytelling. È sorpresa, ma pure strategia: Pop Mart ha costruito una community globale fatta di fan, artisti e influencer che condividono ogni unboxing come un piccolo evento da celebrare su Instagram e TikTok.

In Italia, spiega Marco Ardizzone, Head of Retail South Europe, il marchio ha trovato un pubblico sorprendentemente ricettivo: «Il consumatore italiano ama vivere esperienze coinvolgenti. Per questo puntiamo su tre pilastri: retail experience, community engagement e localizzazione dei contenuti».


Roma come nuovo hub del collezionismo urbano

L’apertura del negozio romano non è solo un evento commerciale: è l’arrivo di un nuovo punto di riferimento per la cultura pop. Dopo Milano, Roma diventa la seconda città italiana ad accogliere un Pop Mart Store, a conferma del potenziale del mercato nazionale.

Nel 2024, il primo store milanese aveva superato ogni previsione, con file interminabili e un’accoglienza che aveva trasformato l’apertura in una piccola festa urbana. Il format romano promette di replicare quell’atmosfera: spazi instagrammabili, corner dedicati ai personaggi più amati — Labubu, Molly, Dimoo, Skullpanda, Hirono — e un’attenzione speciale alle attività fisiche e agli eventi in-store, per rendere l’esperienza più vicina al fandom locale.

Roma, in questo senso, non è una scelta casuale. È una città che vive di contrasti e stratificazioni: storia millenaria e cultura pop, barocco e street art, moda e underground. Portare i Labubu nel cuore del Tridente romano significa piazzare un frammento di cultura asiatica contemporanea nel tempio della classicità. Un cortocircuito affascinante, e profondamente nerd.


Dal design al lifestyle: l’evoluzione di un fenomeno

Ma Pop Mart non si ferma ai giocattoli. In Asia, il brand ha già lanciato linee di gioielli, collaborazioni fashion e persino progetti artistici in collaborazione con maison come Moynat, la storica casa parigina che ha firmato una limited edition di borse dedicate a Labubu. Il futuro sembra proiettato verso la costruzione di un ecosistema creativo a 360 gradi, dove i personaggi diventano ambasciatori di uno stile di vita e di una sensibilità estetica globale.

Mentre la seconda apertura milanese è in stand-by, Ardizzone conferma che «il piano di sviluppo in Italia è solo all’inizio». Tra le possibili novità, il ritorno del format delle vending machine Pop Mart — i distributori automatici di blind box già diffusi in Asia — e nuove collaborazioni cross-brand, dal mondo del design a quello del fashion streetwear.


Pop Mart, ovvero il futuro del collezionismo pop

Pop Mart non vende semplicemente giocattoli: vende storie, emozioni, estetica. È la nuova frontiera del collezionismo pop contemporaneo, dove la cultura dei fan si trasforma in linguaggio universale.

Nel momento in cui apriranno le porte di Via del Corso, i Labubu di Roma non saranno più solo figure in vinile, ma veri e propri ambasciatori di una cultura globale che unisce Est e Ovest, art toy e design, nostalgia e sperimentazione.

E se l’arte del collezionismo è, in fondo, una forma di amore, allora l’arrivo di Pop Mart nella capitale è una dichiarazione: Roma, preparati a innamorarti — ancora una volta — di un mostriciattolo con un cuore grande e un sorriso (molto) appuntito.

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