Estate 1992. Lima brucia di luce, di tensioni, di sogni interrotti. E in quella luce accecante si muovono due sorelle adolescenti, Lucía e Aurora, con lo zaino pieno di futuro e il cuore attraversato da una domanda che pesa più di qualsiasi valigia: cosa significa davvero partire?
Reinas, il nuovo film di Klaudia Reynicke, è disponibile da oggi 20 febbraio su MYmovies ONE, e vi dico subito una cosa, senza filtri: non è solo un film di formazione. È una ferita che si trasforma in racconto. È un addio che diventa rito di passaggio. È una storia intima che riesce a parlare a chiunque abbia mai sentito di non appartenere più al luogo in cui è nato.
Dopo aver incantato il pubblico al Sundance Film Festival, conquistato il premio come Miglior film Generator Kplus alla Berlinale e portato a casa il Premio del pubblico Piazza Grande al Locarno Film Festival, Reinas approda finalmente in streaming anche per il pubblico italiano. E sì, questa è una di quelle uscite che meritano di essere segnate in agenda.
Lima 1992: crescere mentre il mondo crolla
Lucía e Aurora stanno per lasciare il Perù insieme alla madre. Non è una vacanza, non è un’avventura romantica verso l’ignoto. È una fuga necessaria. Per partire serve però la firma del padre, Carlos, un uomo che ha sempre preferito l’assenza alla responsabilità. Un genitore a intermittenza, di quelli che promettono e poi spariscono. Ora, all’improvviso, il tempo stringe. E quell’uomo deve decidere se restare un fantasma o provare, almeno una volta, a essere padre.
Sullo sfondo non c’è un contesto neutro. Siamo nel Perù del 1992, l’anno dell’autogolpe di Alberto Fujimori, lo scioglimento del Parlamento, la sospensione della Costituzione, le libertà civili compresse in nome dell’ordine. Crisi economica, terrorismo, repressione. Una generazione intera costretta a fare i conti con la paura e con l’idea che restare significhi rischiare tutto.
Ed è qui che Reinas compie qualcosa di potentissimo: intreccia la Storia con la storia personale. L’instabilità politica diventa specchio dell’instabilità familiare. L’esilio collettivo si riflette nell’esilio emotivo di due figlie che non sanno più se aspettarsi qualcosa dal padre.
Un racconto che nasce dall’esperienza dell’esilio
Quello che rende Reinas così autentico è la radice autobiografica. Anche Klaudia Reynicke ha lasciato il Perù da bambina. Anche lei ha vissuto lo strappo, la separazione, la ricostruzione altrove. Il film non ha l’aria di un esercizio di stile o di un melodramma costruito a tavolino. È un ricordo rielaborato con lucidità, ma anche con una delicatezza quasi pudica.
Ogni sguardo, ogni silenzio tra le due sorelle racconta qualcosa che va oltre i dialoghi. L’adolescenza qui non è solo ribellione o leggerezza. È fragilità che si traveste da ironia, è rabbia che si mescola alla speranza. E chi di noi, nerd cresciuti tra anime malinconici e coming of age cinematografici, non sente un brivido familiare davanti a queste dinamiche?
Reinas parla di identità, di appartenenza, di cosa significa diventare adulti mentre il mondo attorno cambia forma. E lo fa con uno sguardo femminile potente, mai retorico, mai didascalico.
Un cast che vibra di autenticità
Il montaggio porta la firma dell’italiana Paola Freddi, già nota per lavori come Another End e Iddu, e si sente. Il ritmo è misurato, ma non lento. Ogni scena respira, ogni pausa ha un peso specifico.
Nel cast spicca Susi Sánchez, volto amatissimo del cinema di Pedro Almodóvar in film come La pelle che abito, Julieta e Dolor y Gloria. La sua presenza dona al film una stratificazione emotiva incredibile, un senso di memoria incarnata.
Ma le vere rivelazioni sono Abril Gjurinovic e Luana Vega. Le loro interpretazioni non sembrano recitate. Sembrano vissute. C’è quella spontaneità tipica delle grandi scoperte, quella capacità di restituire l’adolescenza senza filtri, senza sovrastrutture.
Reinas e la forza delle donne che scelgono
Se devo dirvi qual è l’elemento che mi ha colpita di più, è la rappresentazione della forza femminile. Non una forza urlata, non eroismo da manifesto. Una forza quotidiana, fatta di decisioni difficili, di sacrifici, di scelte dolorose ma necessarie.
La madre delle ragazze non è una figura idealizzata. È una donna che deve prendere in mano il proprio destino in un contesto che non offre garanzie. E in questo caos politico e familiare, la scelta di partire diventa un atto di autodeterminazione.
La coproduzione tra Perù, Svizzera e Spagna, sostenuta anche dallo Swiss Fund / Fondo nazionale svizzero, sottolinea proprio questa dimensione transnazionale. Reinas non appartiene a un solo paese. È un film che parla di diaspora, di confini attraversati, di radici che non si spezzano ma si trasformano.
Perché Reinas è un film che parla anche a noi
Magari qualcuno potrebbe pensare: è una storia lontana, ambientata in un contesto storico specifico, in un paese che conosciamo poco. E invece no. Perché Reinas tocca corde universali. Il rapporto padre-figlia. La sensazione di non essere abbastanza. Il bisogno di riconoscimento. La paura di partire. La nostalgia di ciò che si lascia.
Chi è cresciuto tra racconti di migrazioni familiari, chi ha cambiato città per studio o lavoro, chi ha dovuto reinventarsi altrove, riconoscerà qualcosa di sé in queste immagini.
E poi, diciamocelo: il cinema che sa unire dimensione privata e Storia con la S maiuscola è sempre quello che resta. Non perché faccia la morale, ma perché ci costringe a guardare il passato per capire il presente.
Reinas è un film che si insinua lentamente, che non urla ma sussurra. E proprio per questo resta addosso.
Ora passo la parola a voi. Avete già visto Reinas su MYmovies ONE? Vi affascinano le storie di esilio e formazione che intrecciano memoria personale e grandi eventi storici? Scrivetemi nei commenti, confrontiamoci, parliamone come facciamo sempre qui su CorriereNerd.it. Perché il bello del nostro multiverso geek è anche questo: trasformare un film in una conversazione che continua ben oltre i titoli di coda.
