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PLAY Festival del Gioco celebra gli 80 anni del voto alle donne: appuntamento a Bologna dal 22 al 24 maggio

Tra le trasformazioni più interessanti della cultura nerd italiana degli ultimi anni, quella del gioco analogico merita un discorso a parte, perché ormai non stiamo più parlando soltanto di scatole piene di meeple colorati, dadi custom o mazzi foil custoditi come reliquie dentro raccoglitori anti-UV. Il gioco da tavolo, il gioco di ruolo, le miniature, i trading card game e perfino i giochi scientifici hanno smesso da tempo di essere percepiti come una nicchia strana frequentata da pochi appassionati chiusi in cantina fino alle tre del mattino. Oggi rappresentano un linguaggio sociale, creativo e culturale che attraversa generazioni diverse, e PLAY – Festival del Gioco è probabilmente la fotografia più precisa di questo cambiamento collettivo. Dal 22 al 24 maggio 2026, i padiglioni di BolognaFiere torneranno a trasformarsi in una gigantesca dimensione parallela dedicata all’immaginazione condivisa, accogliendo la diciassettesima edizione della più importante manifestazione italiana dedicata al gioco analogico, un evento che continua a crescere mentre il mercato italiano registra numeri impressionanti e il settore delle trading card sembra vivere una nuova età dell’oro.

Basta guardarsi intorno negli ultimi mesi per capire quanto il fenomeno sia esploso davvero. Le serate gioco ormai fanno parte della normalità quotidiana di tantissime persone, i locali ludici nascono come funghi, TikTok è invaso da unboxing di boardgame deluxe e persino chi fino a poco tempo fa considerava il Monopoly l’unico gioco esistente adesso discute online di engine building, legacy game e campagne narrative cooperative come se fosse la cosa più naturale del mondo. I dati Circana parlano chiaro: il comparto continua a crescere e le trading card segnano un incremento impressionante, segnale di quanto la cultura collezionistica e competitiva stia tornando potentissima anche grazie all’effetto nostalgia che colpisce intere generazioni cresciute tra Pokémon, Magic e Yu-Gi-Oh!.

PLAY 2026 intercetta perfettamente questa evoluzione ma decide anche di fare qualcosa di più interessante: usare il gioco come strumento culturale e sociale, quasi come una lente attraverso cui leggere il presente. Non è casuale infatti che questa edizione abbia scelto l’hashtag #LaPLAY, una dichiarazione di intenti che si lega simbolicamente agli ottant’anni del diritto di voto alle donne in Italia e che mette al centro le autrici, le innovatrici e le designer che stanno ridefinendo il panorama ludico internazionale. Una scelta che racconta molto anche del cambiamento interno al mondo geek stesso, sempre meno chiuso dentro stereotipi maschili anni Novanta e sempre più attraversato da sensibilità differenti, nuove narrazioni e punti di vista capaci di cambiare completamente il modo in cui giochiamo e raccontiamo storie.

Ed è impossibile non soffermarsi sui nomi annunciati come ospiti d’onore, perché parliamo di autrici che hanno letteralmente rivoluzionato il modo di intendere il game design contemporaneo. Tory Brown arriva a Bologna con il peso culturale di Votes for Women, un gioco che non usa la storia come semplice ambientazione decorativa ma come esperienza partecipativa vera, trascinando i giocatori dentro il movimento suffragista statunitense tra il 1848 e il 1920. Chi ama i giochi storici sa bene quanto sia difficile trasformare eventi politici e sociali in meccaniche coinvolgenti senza cadere nella freddezza accademica, eppure Brown riesce a fare esattamente questo. La futura pubblicazione italiana del gioco da parte di Devir diventa anche un segnale preciso: il mercato italiano ormai non è più periferico rispetto al panorama internazionale, ma viene osservato con crescente attenzione dagli editori globali.

Poi arriva Avery Alder, e qui entriamo in un territorio quasi filosofico del gioco di ruolo contemporaneo. Chiunque abbia giocato The Quiet Year sa benissimo cosa significhi sedersi attorno a un tavolo e capire, dopo pochi minuti, che il protagonista non sei tu. Non esiste più il classico eroe solitario alla Dungeons & Dragons vecchia scuola, non esiste la fantasia individualista del “salvo il mondo da solo”. Alder costruisce esperienze collettive, fragili, malinconiche, spesso intime, in cui le relazioni contano più delle statistiche e la comunità diventa il centro della narrazione. Una roba che fino a quindici anni fa sarebbe sembrata quasi aliena dentro il mondo del GDR tradizionale, e che invece oggi influenza una quantità enorme di designer indipendenti.

E poi Banana Chan, che per tantissimi appassionati rappresenta una delle voci più originali e coraggiose del gioco di ruolo contemporaneo. Il modo in cui usa l’horror, il folklore asiatico e le questioni identitarie all’interno delle sue opere riesce continuamente a spiazzare. Jiangshi: Blood in the Banquet Hall, per esempio, prende il mito del vampiro saltellante cinese e lo trasforma in un’esperienza che parla di famiglia, assimilazione culturale e sopravvivenza emotiva. Non è semplicemente “un gioco horror”. È qualcosa di molto più strano, personale e potente. E il fatto che una figura del genere sia protagonista di PLAY racconta benissimo quanto il festival abbia deciso di guardare avanti invece di limitarsi a celebrare il gioco tradizionale in modo nostalgico.

La sensazione, parlando di PLAY, è che Bologna per tre giorni diventi una specie di gigantesca città invisibile nerd dove convivono anime completamente diverse. Da una parte il giocatore competitivo che vive di tornei, sleeve perfette e deckbuilding maniacale, dall’altra famiglie intere che scoprono i giochi moderni per la prima volta, poi i roleplayer immersi in campagne infinite, gli autori indipendenti con prototipi stampati in casa, gli illustratori fantasy, gli appassionati di wargame storico e i divulgatori scientifici che usano il gioco per spiegare concetti complessi.

Ed è proprio l’Area Scientifica uno degli aspetti più affascinanti della manifestazione. Per anni il mondo nerd si è sentito ripetere che “giocare” fosse tempo perso, qualcosa da abbandonare crescendo. Adesso invece università, enti di ricerca e istituzioni utilizzano il gioco come strumento educativo, cognitivo e persino sociale. A PLAY 2026 saranno presenti realtà enormi come il CNR, l’INAF, l’INFN, Indire e numerose università italiane, dall’Alma Mater di Bologna fino alla Scuola IMT Alti Studi Lucca. E sinceramente, per chi è cresciuto sentendosi dire che passare pomeriggi a tirare dadi fosse una perdita di tempo, vedere il gioco riconosciuto come linguaggio culturale serio ha ancora qualcosa di quasi surreale.

Poi esiste tutto l’aspetto più spettacolare e pop dell’evento, quello che inevitabilmente farà brillare gli occhi ai fan di Star Wars. La presenza della Rebel Legion Italian Base aggiunge quella componente da convention nerd che trasforma i corridoi della fiera in un piccolo pezzo di galassia lontana lontana. Jedi, piloti ribelli, Wookiee, principesse, uniformi replicatissime con precisione quasi maniacale. Chiunque abbia incontrato la Rebel Legion o la 501st sa perfettamente quanto il confine tra cosplay e artigianato professionale, in questi casi, diventi sottilissimo. Dietro quei costumi non esiste soltanto fandom ma una dedizione quasi ossessiva fatta di studio, sartoria, stampa 3D, weathering e passione assoluta.

E la parte più bella è che tutto questo viene continuamente collegato alla beneficenza e alle attività sociali. Ospedali pediatrici, eventi educativi, raccolte fondi, iniziative culturali. Una dimensione spesso ignorata da chi guarda il cosplay dall’esterno senza comprenderne davvero il lato umano e comunitario.

PLAY 2026 sarà anche gigantesco dal punto di vista degli spazi. Quattro padiglioni interi di BolognaFiere, migliaia di tavoli e una ludoteca mastodontica pronta ad accogliere praticamente ogni possibile declinazione del gioco analogico. L’area dedicata alle famiglie e alle trading card promette di essere una delle più frequentate, anche perché ormai il collezionismo di carte è tornato a essere un fenomeno trasversale capace di unire adulti nostalgici e ragazzini che scoprono per la prima volta il piacere di aprire bustine sperando nella carta rarissima.

E in mezzo a tutto questo convivranno costruzioni creative, giochi in legno, esperienze tattili, giochi tradizionali e spazi pensati per trasformare il festival in qualcosa di accessibile anche a chi non ha mai messo piede in una fiera nerd. Forse è proprio questa la vera forza di PLAY: riuscire ad abbattere continuamente quella barriera invisibile che separava gli “appassionati hardcore” dal pubblico generalista.

Chi frequenta il mondo geek da abbastanza tempo percepisce chiaramente questa trasformazione. Un tempo eventi del genere sembravano luoghi di resistenza culturale per pochi fanatici. Adesso invece il gioco analogico è diventato un linguaggio comune, quasi un antidoto collettivo alla saturazione digitale permanente. E fa sorridere pensare che mentre il mondo continua a spingerci verso schermi sempre più invasivi, milioni di persone stiano riscoprendo il piacere antichissimo di sedersi attorno a un tavolo, guardarsi negli occhi, inventare storie e condividere tempo reale senza notifiche.

Forse è anche per questo che PLAY continua a crescere anno dopo anno. Non vende soltanto giochi. Vende esperienze condivise, immaginazione collettiva e quel senso di appartenenza che il fandom, quello autentico, riesce ancora a creare meglio di qualsiasi algoritmo. E a giudicare dall’atmosfera che già si respira online tra community, gruppi Telegram, server Discord e creator specializzati, BolognaFiere a maggio rischia davvero di diventare uno dei luoghi più importanti d’Italia per capire dove sta andando la cultura pop contemporanea.

E la sensazione è che siamo soltanto all’inizio di qualcosa di molto più grande.

Ludicomix 2026 trasforma Empoli nella capitale nerd della Toscana tra cosplay, videogiochi e fantasy

Empoli ha sempre avuto quella capacità tutta toscana di trasformare le piazze in palcoscenici spontanei, ma durante Ludicomix succede qualcosa di diverso, quasi una mutazione collettiva che per due giorni cambia il ritmo stesso della città. Le vetrine sembrano appartenere a una timeline alternativa, i vicoli si riempiono di Jedi che attraversano famiglie con passeggini, cavalieri fantasy si fermano a mangiare un panino accanto a studenti universitari che discutono di game design e illustratori con le mani ancora sporche di china. Ludicomix 2026, in programma il 16 e 17 maggio nel centro storico di Empoli, non è più soltanto una fiera cosplay o una convention dedicata ai fumetti e ai videogiochi. Ormai assomiglia a una gigantesca narrazione urbana condivisa, uno di quegli eventi che riescono a far convivere cultura pop, creatività e territorio senza la sensazione artificiale di trovarsi dentro un format costruito a tavolino.

Ventuno edizioni non arrivano per caso. Chi frequenta il panorama nerd italiano da anni sa benissimo quanto sia difficile mantenere viva una manifestazione dedicata a fumetti, cosplay, giochi di ruolo e videogame senza trasformarla in qualcosa di impersonale. Ludicomix invece continua a conservare quell’identità quasi “artigianale” che molti eventi più grandi hanno perso strada facendo. E forse è proprio questo il dettaglio che colpisce di più. Empoli non ospita semplicemente Ludicomix: lo assorbe, lo mescola con la propria identità e lo restituisce al pubblico come un’esperienza diffusa che attraversa piazze, edifici storici, spazi recuperati e aree verdi.

Passeggiare tra Piazza Guido Guerra e il Palazzo delle Esposizioni durante il festival significa entrare in un flusso continuo di stimoli geek che cambiano direzione ogni pochi metri. Da una parte gli stand dedicati al fumetto indipendente e alle illustrazioni, dall’altra le aree gaming con tornei che trattengono i giocatori per ore, mentre poco più avanti i cosplayer si inseguono tra shooting fotografici improvvisati e gruppi TikTok che registrano reel immersi in armature fantasy o uniformi anime. La sensazione è quella di vivere dentro una gigantesca lobby multiplayer a cielo aperto, ma con il profumo delle città toscane e quel miscuglio stranissimo di storia e cultura pop che in Italia funziona meglio di quanto spesso si creda.

Uno degli aspetti più interessanti di Ludicomix 2026 riguarda proprio la sua evoluzione culturale. Molti eventi nerd italiani continuano a separare l’intrattenimento dalla divulgazione, quasi fossero mondi incompatibili. Empoli invece sembra voler demolire quella barriera. L’area Edutainment&Social promette incontri dedicati alla filosofia, alla fisica, alla geopolitica e alla comunicazione, mescolando università, divulgatori ed esperti in un contesto che resta comunque profondamente pop. E questa cosa, da appassionati cresciuti tra anime, videogiochi e internet culture, fa sorridere parecchio. Per anni la cultura nerd è stata raccontata come evasione. Adesso gli stessi linguaggi diventano strumenti per leggere il presente.

Poi arriva il Fantasy Park del Parco Mariambini, e lì l’atmosfera cambia ancora. Chi frequenta fiere fantasy e raduni cosplay sa riconoscere immediatamente quel momento preciso in cui il confine tra gioco e immersione sparisce del tutto. Associazioni ludiche, giochi di ruolo dal vivo, community cosplay, attività esperienziali e dimostrazioni trasformano il parco in una specie di micro-regno fantasy contemporaneo. Non il classico spazio riempitivo da festival, ma un’area pensata davvero per far vivere il fantasy come esperienza condivisa. Bambini che osservano cavalieri in armatura con gli occhi spalancati, adulti che discutono di Dungeons & Dragons come se stessero analizzando strategie geopolitiche, ragazzi che provano combattimenti scenici con l’entusiasmo di chi ha consumato intere stagioni di anime isekai.

E poi bisogna parlare dell’illustrazione, perché Ludicomix 2026 sembra voler puntare fortissimo anche sulla parte artistica più autoriale e meno immediata. Il lavoro del Collettivo Le Vanvere attraverserà il centro cittadino con mostre diffuse dedicate al tema delle “Luci”, creando una connessione narrativa con il Leggenda Festival. Una scelta che sa tantissimo di festival europeo contemporaneo, quasi da manifestazione multidisciplinare più che semplice convention nerd. Palazzo Leggenda ospiterà le esposizioni principali e la cosa interessante è proprio questa continuità tra spazi culturali e cultura pop, senza gerarchie e senza quell’atteggiamento snob che per anni ha separato il fumetto dalle forme artistiche considerate “alte”.

Thomas Astruc, il creatore di Miraculous – Le storie di Ladybug e Chat Noir, sarà uno degli ospiti più attesi e già questo basta a capire quanto Ludicomix stia crescendo anche sul piano internazionale. Miraculous è uno di quei fenomeni pop che spesso vengono sottovalutati dagli adulti ma che hanno costruito un fandom gigantesco, trasversale e potentissimo online. Basta vedere cosa succede sui social ogni volta che appare un cosplay di Ladybug o Chat Noir per capire quanto quell’immaginario abbia influenzato una generazione cresciuta tra anime, magical girl e cultura digitale globale.

Particolarmente affascinante anche il recupero di spazi simbolici della città. L’ex Cinema La Perla, riportato in vita grazie ai ragazzi di Scomodo, diventerà per due giorni una gigantesca area dedicata al gioco da tavolo, alle mostre e agli incontri. E qui si percepisce davvero il lato più contemporaneo di Ludicomix: non soltanto nostalgia geek, ma recupero urbano attraverso la cultura nerd. In un periodo storico in cui tantissimi cinema chiudono o diventano spazi fantasma, vedere un luogo del genere trasformarsi in un hub sociale dedicato a boardgame, proiezioni e community fa un effetto quasi emotivo per chi è cresciuto passando pomeriggi interi nelle sale arcade o nei cinema multisala degli anni Novanta.

Anche l’area DesTEENazione, ospitata nell’ex ospedale San Giuseppe recentemente riqualificato, racconta bene la filosofia di questa edizione. Workshop su fumetto, videogame, modellazione 3D, contenuti audio e video per social network, collaborazioni con istituti formativi toscani. Sembra quasi di vedere il punto di incontro tra la vecchia cultura nerd analogica e la nuova generazione cresciuta tra Twitch, TikTok, VTuber e creator economy. E diciamolo: questa contaminazione è probabilmente il futuro delle fiere pop italiane.

La sera del 16 maggio poi promette uno di quei momenti destinati a restare impressi nella memoria collettiva degli appassionati. Piazza Farinata degli Uberti ospiterà il grande concerto sinfonico dedicato a John Williams realizzato insieme al CAM. Solo leggere i titoli evocati basta a scatenare flashback emotivi devastanti per qualsiasi nerd cresciuto tra cinema e colonne sonore leggendarie. Star Wars, Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, Jurassic Park, Harry Potter e la Pietra Filosofale, Lo Squalo. Musiche che non appartengono più soltanto ai film, ma a intere fasi della vita di chi le ascolta.

Le oltre ventimila presenze registrate nell’edizione 2025 raccontano già molto bene la dimensione raggiunta dalla manifestazione, ma la sensazione è che Ludicomix 2026 stia cercando qualcosa di ancora più ambizioso. Non soltanto numeri, ma identità. Non soltanto intrattenimento, ma appartenenza. Empoli sembra voler diventare una specie di laboratorio permanente dove cultura pop, associazionismo, giovani creativi e territorio collaborano davvero invece di limitarsi a convivere nello stesso spazio.

Le dichiarazioni degli organizzatori e delle istituzioni vanno tutte in quella direzione. Tommaso Alderighi parla apertamente di trasformazione della città e di nuove connessioni tra spazi recuperati e comunità culturali. Alessio Mantellassi insiste sul valore di una rete costruita insieme alle realtà locali. Sara Spini racconta il gioco come strumento di crescita e libertà. E dietro queste parole si percepisce una consapevolezza molto precisa: il mondo nerd non è più una nicchia marginale da relegare a evento “alternativo”. È diventato uno dei linguaggi culturali più forti della contemporaneità.

Forse è anche questo il motivo per cui Ludicomix continua a funzionare dopo ventuno edizioni. Non rincorre disperatamente le mode del momento ma riesce a leggere il cambiamento della cultura geek mentre accade. Anime, cosplay, fumetti, videogiochi, divulgazione, musica sinfonica, community online, workshop creativi, spazi urbani rigenerati. Tutto si mescola senza quella sensazione da “contenitore random” che spesso affatica altre manifestazioni.

Empoli, per un weekend, diventa davvero una gigantesca mappa open world piena di missioni secondarie, incontri casuali e fandom che si incrociano in continuazione. E chi frequenta questo tipo di eventi lo sa benissimo: spesso i ricordi più belli non nascono dal grande ospite o dal palco principale, ma da una chiacchierata improvvisata davanti a uno stand di manga usati, da una partita a un gioco da tavolo iniziata per caso o da quella foto scattata con un cosplayer sconosciuto che però condivide la tua stessa ossessione per una serie dimenticata degli anni Duemila.

Ludicomix 2026 sembra voler vivere esattamente di questo. Di connessioni umane prima ancora che di spettacolo. E in un’epoca dove quasi tutto passa attraverso schermi, feed e notifiche, forse è proprio questa la magia più difficile da replicare.

Dadi&Cavalieri 2026: Somaglia diventa il regno italiano di Warhammer, giochi da tavolo e fantasy

Dadi che rotolano sui tavoli in legno, miniature dipinte con una precisione quasi maniacale, discussioni infinite su strategie, lore e regolamenti che per chi vive davvero questo mondo hanno lo stesso peso di una finale mondiale esport. Somaglia, piccolo comune lodigiano che molti associano alla tranquillità della provincia lombarda, a fine maggio torna a trasformarsi in una specie di punto di convergenza nerd dove fantasy, wargame e cultura ludica si intrecciano in una maniera che ormai appartiene alla tradizione italiana del gioco intelligente. Domenica 31 maggio arriva infatti la dodicesima edizione di Dadi&Cavalieri, convention organizzata dalla Contea del Falcone, realtà che negli anni ha costruito qualcosa di molto più grande di un semplice evento dedicato ai giochi da tavolo o alle miniature. Qui si parla di comunità, di passione autentica, di quel senso di appartenenza che chi frequenta convention ludiche conosce benissimo e che spesso nasce attorno a un tavolo pieno di dadi colorati e mappe fantasy spiegazzate.

La cosa affascinante di Dadi&Cavalieri è che riesce a mescolare anime diverse del mondo geek senza mai sembrare un collage forzato. Da una parte trovi i veterani dei tornei di Warhammer Fantasy, quelli che sanno distinguere un esercito dipinto da un semplice assemblaggio da scaffale già da tre metri di distanza e che parlano di liste, strategie e scenari con la stessa intensità con cui altri discutono di Champions League. Dall’altra parte invece si respira quell’atmosfera più aperta e curiosa tipica delle convention nate davvero dal basso, quelle dove anche chi entra per la prima volta può sedersi a un tavolo, prendere in mano una miniatura o un gioco in scatola e sentirsi immediatamente dentro qualcosa di familiare.

Warhammer Fantasy continua ad avere in Italia una fanbase incredibilmente viva, quasi romantica in certi aspetti. Nonostante gli anni, le evoluzioni del mercato e le continue trasformazioni del panorama Games Workshop, il richiamo delle grandi battaglie fantasy con reggimenti schierati, cavalieri, orchi e magie devastanti resta potentissimo. E Dadi&Cavalieri ha sempre avuto il merito di dare spazio a questa passione in modo serio, rispettoso e spettacolare. Lo stesso vale per la Lega dell’Anello, che richiama inevitabilmente tutta quella generazione cresciuta tra le pagine di Tolkien e le maratone cinematografiche di Peter Jackson. Basta guardare un tavolo dedicato alla Terra di Mezzo per capire quanto il fascino di quel mondo continui ancora oggi a parlare a giocatori di ogni età.

Poi ci sono i dettagli che fanno davvero la differenza. L’area dedicata ai giochi da tavolo, curata dai ragazzi de La Taverna di Veit insieme agli amici di XXmiglia, promette di essere uno di quei luoghi dove il tempo sparisce completamente. Chi frequenta fiere ludiche lo sa: entri dicendo “faccio solo un giro veloce” e improvvisamente ti ritrovi tre ore dopo a discutere animatamente di meccaniche cooperative, deckbuilding o miniature appena uscite. E in mezzo a tutto questo arriva anche quell’irresistibile tentazione da hobbyista puro fatta di scaffali pieni di prodotti Games Workshop, materiali Green Stuff World, accessori per modellismo, colori, pennelli e strumenti che sembrano usciti direttamente dal laboratorio di un alchimista fantasy.

Uno degli elementi più attesi dell’edizione 2026 sarà senza dubbio la presenza di Luciano Rossetto. Per chi mastica il mondo del modellismo e della pittura fantasy, il suo nome ha un peso enorme. Due Slayer Sword vinte e numerosi ori al Golden Demon non rappresentano semplicemente dei premi: sono una specie di leggenda vivente nel microcosmo della pittura di miniature. Chiunque abbia mai provato seriamente a dipingere una miniatura sa quanto sia difficile raggiungere certi livelli di dettaglio, profondità e narrazione visiva. Ecco perché i microcorsi gratuiti di pittura che terrà durante la manifestazione rischiano seriamente di diventare uno dei punti più affollati dell’intera convention. Non solo per imparare tecniche avanzate, ma anche per ascoltare racconti, consigli e aneddoti da qualcuno che vive questo hobby come una vera forma d’arte.

La bellezza di eventi come Dadi&Cavalieri sta anche nella loro capacità di creare ponti tra generazioni diverse. Da una parte trovi adulti cresciuti negli anni Ottanta e Novanta tra HeroQuest, Advanced Dungeons & Dragons e le prime scatole Games Workshop importate quasi clandestinamente nei negozi italiani. Dall’altra parte bambini che oggi scoprono il gioco analogico dopo essere cresciuti circondati da smartphone, TikTok e videogiochi online. Eppure basta sedersi allo stesso tavolo per vedere sparire completamente la differenza d’età. Il gioco da tavolo continua ad avere questa magia stranissima: obbliga le persone a guardarsi negli occhi, a parlare, a collaborare o sfidarsi senza filtri digitali in mezzo.

La Contea del Falcone ha sempre dimostrato una particolare attenzione proprio verso i più piccoli, e anche stavolta non mancheranno laboratori espressivi, giochi didattici e aree pensate per le famiglie. Non con quell’approccio freddo e “educativo” che spesso rende certe attività noiose, ma con lo spirito autentico di chi vuole trasmettere passione. Educatori, dimostratori ed esperti accompagneranno bambini e genitori in esperienze che mescolano fantasia, apprendimento e divertimento, trasformando la convention in qualcosa che supera il concetto classico di fiera di settore.

E poi diciamolo: il fatto che Dadi&Cavalieri cada durante la Festa del Mastro Birraio 2026 aggiunge a tutto questo un’atmosfera ancora più particolare. Dal 29 maggio al 2 giugno il parco accanto al Castello Cavazzi diventerà una specie di enorme zona franca nerd-festaiola dove cultura ludica e convivialità finiranno inevitabilmente per fondersi. Ed è anche questo il motivo per cui da anni arrivano giocatori da ogni parte d’Italia. Non si tratta soltanto dei tornei o delle attività. Si tratta di vivere un weekend immersi in una dimensione dove il fantasy, il modellismo, i giochi in scatola e la cultura geek smettono di essere “nicchie” e diventano improvvisamente la normalità.

Chi frequenta eventi del genere conosce benissimo quella sensazione quasi rituale. L’ingresso in una sala piena di tavoli, dadi, eserciti schierati e persone che parlano la tua stessa lingua culturale produce qualcosa di difficile da spiegare a chi non lo ha mai vissuto. Non importa se sei arrivato lì per competere seriamente o solo per curiosare: dopo pochi minuti ti ritrovi a discutere con sconosciuti come se vi conosceste da anni. È probabilmente questo il vero segreto dietro il successo di convention come Dadi&Cavalieri.

In un periodo storico in cui gran parte dell’intrattenimento passa attraverso schermi e algoritmi, eventi del genere ricordano quanto il gioco fisico abbia ancora una forza sociale incredibile. Toccare miniature dipinte a mano, lanciare dadi veri, leggere le espressioni degli avversari durante una partita, osservare tavoli scenografici costruiti con pazienza quasi artigianale… tutto questo conserva un fascino che nessun videogioco potrà mai replicare del tutto.

Somaglia, almeno per un giorno, tornerà dunque a essere una piccola capitale italiana del gioco intelligente e dell’immaginario fantasy. E conoscendo l’atmosfera che la Contea del Falcone riesce sempre a costruire, viene quasi spontaneo pensare che molti entreranno per partecipare a un evento… e finiranno invece per portarsi a casa ricordi, nuove amicizie e magari pure la voglia di iniziare finalmente quell’esercito di miniature lasciato incompleto da anni sullo scaffale.

Wondercon ad Angri: anime, cosplay, videogiochi e cultura nerd nel castello dei Doria

Settembre ha sempre avuto un sapore particolare per chi vive di cultura nerd. Non è soltanto il mese del ritorno alla routine o delle ultime giornate di sole che sembrano uscite da un anime malinconico degli anni Novanta. Per molti di noi rappresenta il momento in cui le community si rimettono in moto davvero, i cosplay tornano dagli armadi, le wishlist di manga si allungano senza controllo e l’odore di gadget appena scartati si mescola alle playlist J-Rock ascoltate in cuffia durante il viaggio verso la prossima convention. Stavolta, però, ad attirare l’attenzione della scena geek del Sud Italia è qualcosa che promette di trasformare Angri in una specie di piccolo portale dimensionale dedicato all’immaginario asiatico e pop contemporaneo: il WONDERCON 2026, in programma il 18, 19 e 20 settembre.

Ed è impossibile non percepire subito una certa energia attorno a questo evento. Basta guardare la visual ufficiale con Rya, la mascotte creata dall’artista Ella Savarese, per capire che non si tratta della classica manifestazione costruita soltanto attorno agli stand. Quel character design delicato, sospeso tra fantasy orientale e suggestioni anime moderne, trasmette immediatamente l’idea di un universo narrativo più grande, quasi fosse il volto di un JRPG che aspetta soltanto di essere esplorato. E chi frequenta fiere da anni sa riconoscere queste sfumature al primo sguardo. Alcuni eventi sembrano limitarsi a “ospitare” la cultura nerd. Altri provano invece a creare atmosfera, identità, memoria. WONDERCON sembra voler appartenere alla seconda categoria.

La scelta di Angri, poi, aggiunge qualcosa che va oltre la semplice geografia. Negli ultimi anni la Campania ha visto crescere in maniera impressionante il desiderio di spazi dedicati ad anime, manga, gaming e cosplay. Non più soltanto appuntamenti giganteschi e dispersivi nelle metropoli, ma esperienze più immersive, più emotive, quasi comunitarie. E l’idea di ambientare tutto all’interno del castello appartenuto alla famiglia Doria rende l’intero immaginario ancora più cinematografico. Perché diciamocelo chiaramente: quanti di noi, entrando in una struttura storica fatta di torri, cortili, scaloni settecenteschi e chiostri monumentali, non hanno immediatamente pensato a Hogwarts, ai castelli europei degli RPG fantasy giapponesi o alle ambientazioni gotiche di certi anime dark fantasy?

Passeggiare tra sale storiche trasformate in aree gaming, incontri cosplay e mostre interattive potrebbe davvero regalare quella sensazione stranissima e bellissima che ogni nerd rincorre da sempre: sentirsi dentro una fusione impossibile tra realtà e immaginazione. Un po’ Lucca Comics, un po’ festival giapponese, un po’ raduno fantasy, con quella componente mediterranea che rende tutto più caloroso, spontaneo, umano.

L’aspetto interessante del WONDERCON 2026 sta proprio nel modo in cui cerca di mescolare linguaggi diversi senza trattarli come compartimenti stagni. Anime e manga convivono con videogiochi, creator digitali, giochi di ruolo, concerti, live show e cultura pop contemporanea. Una filosofia che racconta perfettamente come sia cambiato il fandom negli ultimi vent’anni. Ormai il ragazzo che colleziona manga spesso segue anche VTuber, ascolta opening anime su Spotify, gioca a Genshin Impact, guarda serie TV in streaming e passa le serate tra Discord e Twitch. Le convention moderne non possono più limitarsi a un solo universo. Devono diventare ecosistemi.

Ed è qui che WONDERCON sembra voler giocare la sua partita più importante.

L’area gaming, ad esempio, promette di essere uno di quei posti in cui rischi seriamente di perdere la percezione del tempo. Console PlayStation, Nintendo e Xbox, tornei, sfide competitive, novità videoludiche, creator e streamer pronti a trasformare ogni match in spettacolo. Chi è cresciuto passando i pomeriggi nei cabinati o litigando per il secondo controller della PS2 conosce bene quella sensazione. Entrare in una zona gaming durante una fiera significa ritrovare immediatamente una parte della propria adolescenza. Il rumore dei tasti, gli schermi luminosi, qualcuno che urla durante una combo riuscita all’ultimo secondo. È un linguaggio universale.

Poi arriva il cosplay. E lì cambia completamente l’atmosfera.

Perché il cosplay, oggi, non è più soltanto travestimento. È performance, fotografia, artigianato, identità, espressione personale. L’AREA COSPLAY E PHOTOSET del WONDERCON sembra voler abbracciare tutto questo immaginario, tra workshop, incontri con cosmaker e spazi dedicati agli shooting. E sinceramente non vedo l’ora di scoprire come verranno sfruttati gli ambienti storici del castello per le fotografie. Già immagino armature fantasy nei cortili antichi, personaggi anime sotto gli archi del chiostro, luci serali che trasformano ogni scatto in qualcosa che sembra uscito da un live action giapponese ad alto budget.

Anche la presenza di artisti musicali come Giorgio Vanni e Tony Tammaro racconta molto bene l’identità dell’evento. Da una parte la nostalgia pura delle sigle che hanno cresciuto intere generazioni di nerd italiani, dall’altra quella componente ironica e popolare tipicamente campana che rende tutto più imprevedibile. E diciamolo: ascoltare dal vivo le canzoni che hanno accompagnato Dragon Ball, Pokémon o One Piece continua ad avere un effetto assurdo anche a trent’anni. Appena parte la musica, torni automaticamente bambino.

Un’altra zona che mi incuriosisce parecchio è l’AREA DND E GIOCO DI RUOLO. Negli ultimi tempi il GdR sta vivendo una rinascita clamorosa grazie a serie come Stranger Things, ai podcast narrativi e all’esplosione delle campagne online. Ma chi ha iniziato anni fa, magari attorno a un tavolo improvvisato con manuali consumati e dadi sparsi ovunque, sa che il fascino del gioco di ruolo dal vivo resta imbattibile. Le convention diventano il posto perfetto dove incontrare party improbabili, master geniali e persone che parlano fluentemente quella lingua fatta di critici naturali, lore infinite e personaggi creati alle tre di notte.

E poi vogliamo parlare dell’AREA DEGUSTAZIONI? Perché sì, anche il cibo ormai è parte integrante dell’esperienza nerd contemporanea. Snack asiatici, ramen, prodotti locali, dolci strani che sembrano usciti da una convenience store di Tokyo. Ogni fiera geek che si rispetti diventa inevitabilmente anche un viaggio gastronomico. E spesso i ricordi migliori nascono proprio nei momenti più casuali, magari seduti su una scalinata con amici appena conosciuti a discutere dell’ultimo anime stagionale mentre si assaggia qualcosa di improbabile comprato pochi minuti prima.

La sensazione generale è che WONDERCON voglia trasformarsi in qualcosa di più grande rispetto alla semplice etichetta di “fiera del fumetto”. Il termine stesso ormai sembra quasi stretto per eventi di questo tipo. Oggi queste manifestazioni sono luoghi sociali, spazi identitari, occasioni per incontrare persone che condividono passioni simili in un mondo sempre più digitale e frammentato.

Ed è forse questo il motivo per cui eventi del genere continuano a crescere.

Perché dietro manga, cosplay, videogiochi e concerti non si nasconde soltanto intrattenimento. Si nasconde il bisogno di appartenenza. Il desiderio di trovare qualcuno che capisca al volo una reference a Evangelion, una battuta su Zelda o una citazione di Death Note senza dover spiegare nulla.

Dal 18 al 20 settembre 2026 Angri potrebbe davvero trasformarsi in uno di quei posti dove tutto questo prende forma in maniera concreta. Tre giorni in cui fantasy, cultura asiatica, gaming e immaginazione proveranno a convivere dentro mura secolari che sembrano uscite da una leggenda.

E sinceramente? Ho la sensazione che molte persone torneranno a casa dal WONDERCON con più fotografie nel telefono, più manga nello zaino e soprattutto con quella strana felicità stanca che solo le convention riescono a lasciare addosso.

Quella felicità che ti fa dire: “Ok, il prossimo anno ci torno sicuro”.

Board Game Social Club vince il Premio Cambiamenti CNA Siena: il gioco da tavolo diventa infrastruttura sociale

Siena sa ancora sorprendere. Tra palazzi medievali e tradizioni che profumano di storia, una startup dedicata ai giochi da tavolo e di ruolo conquista uno dei riconoscimenti più interessanti per l’innovazione italiana. Board Game Social Club è tra i vincitori della finale provinciale del Premio Cambiamenti CNA Siena e vola verso la fase regionale di Firenze.

Per chi vive di dadi, meeple e manuali consumati, questa notizia ha un sapore speciale. Perché qui non stiamo parlando soltanto di business plan e pitch davanti a una giuria. Stiamo parlando di gioco come linguaggio culturale, come spazio sicuro, come ponte tra persone che magari nella vita quotidiana non si sarebbero mai incontrate.

Il Premio Cambiamenti CNA e il riconoscimento a BGSC

Il Premio Cambiamenti CNA è uno di quei contest che non celebrano solo l’idea brillante, ma la capacità di trasformarla in impresa concreta, con impatto reale sul territorio. Oltre trenta realtà candidate, quindici finaliste, tre vincitori provinciali. Tra questi, Board Game Social Club.

Un passaggio importante, non solo per la startup fondata da Luca Petrucci, ma per tutto il settore ludico italiano. Perché vedere il mondo dei giochi da tavolo e dei giochi di ruolo riconosciuto come leva di innovazione imprenditoriale significa affermare qualcosa di potente: il gioco non è evasione sterile, è infrastruttura sociale.

E chi frequenta fiere, ludoteche, associazioni o serate GdR lo sa benissimo.

Board Game Social Club: matchmaking per giocatori, ma dal vivo

L’idea alla base di BGSC è disarmante nella sua semplicità: usare la tecnologia per far incontrare le persone nel mondo reale.

In un’epoca in cui tutto sembra filtrato da uno schermo, Board Game Social Club sceglie una direzione quasi controcorrente. Non sostituire la relazione con il digitale, ma usarlo come acceleratore di connessioni autentiche.

La piattaforma sviluppata dal team permette di trovare giocatori con interessi simili, partecipare a eventi dal vivo, entrare in community locali e scoprire nuovi titoli. Non una semplice agenda di appuntamenti, ma un ecosistema che mette in dialogo player, Game Master, autori indipendenti, editori e spazi fisici.

Chiunque abbia comprato un gioco da tavolo bellissimo e lo abbia lasciato mesi sulla libreria sa quanto questa cosa sia rivoluzionaria. Quante volte abbiamo pensato: “Con chi lo provo?”. BGSC risponde esattamente a quella domanda.

Game Master, Player e Location: una community strutturata

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la sua architettura interna.

Il Game Master non è solo l’amico che spiega le regole. È un facilitatore, un curatore di esperienze. Mette a disposizione la propria collezione, organizza eventi, costruisce tavoli su misura. I Player possono iscriversi senza preoccuparsi della logistica, concentrandosi solo sull’esperienza. Le Location convenzionate offrono spazi sicuri e accoglienti, trasformando pub, associazioni e ludoteche in veri hub culturali.

Questo modello crea valore su più livelli. Valorizza le collezioni personali, sostiene le attività locali, offre opportunità ai designer emergenti e genera dati utili allo sviluppo di nuovi giochi.

Non è solo community. È filiera.

Tecnologia e intelligenza artificiale al servizio del tavolo

Sotto la superficie conviviale del progetto, pulsa un’anima tecnologica molto strutturata. La piattaforma BGSC integra sistemi di matchmaking intelligente, algoritmi di analisi delle preferenze e strumenti di gestione eventi pensati per rendere l’esperienza fluida e accessibile.

Matchmaking, gestione partecipazioni, notifiche, recensioni e feedback: tutto è progettato per facilitare l’incontro tra persone compatibili per gusti, disponibilità e stile di gioco.

L’intelligenza artificiale qui non sostituisce il Game Master, non automatizza la fantasia, non trasforma il GdR in un software. Fa qualcosa di molto più interessante: riduce l’attrito sociale. Aiuta a rompere il ghiaccio prima ancora che il primo dado rotoli sul tavolo.

E in un mondo in cui spesso il problema non è trovare contenuti ma trovare compagnia, questa è una piccola rivoluzione.

Il pubblico: nerd adulti, neofiti curiosi e cultura pop

Il target di BGSC racconta molto del momento che sta vivendo il settore. La fascia più attiva è quella tra i 25 e i 49 anni. Persone cresciute tra anime, fumetti, cosplay, videogiochi, cultura pop. Molti sono veterani del tavolo, altri sono neofiti totali che vogliono scoprire un hobby nuovo e soprattutto incontrare persone fuori dalle dinamiche standard dei social network.

Il gioco diventa una conversazione strutturata. La turnazione offre spazio a tutti. Le regole creano un terreno comune. Anche tra sconosciuti.

Chi ha mai partecipato a una prima sessione con perfetti estranei sa quanto sia delicato quel momento iniziale. BGSC lavora proprio lì, nel punto di frizione, per trasformarlo in opportunità.

Sicurezza, inclusività e codice di condotta

Ogni community sana si fonda su regole condivise. Board Game Social Club pone grande attenzione a sicurezza e rispetto reciproco. Feedback reputazionali, sistemi di scoring, codice di condotta chiaro: l’obiettivo è garantire ambienti inclusivi, dove chiunque possa sentirsi accolto indipendentemente da esperienza, genere o background.

Non è un dettaglio. È una scelta culturale.

Il gioco come spazio sicuro non è uno slogan, è un impegno.

Un premio che appartiene alla community

La vittoria al Premio Cambiamenti CNA Siena non è solo un traguardo aziendale. È un riconoscimento collettivo.

Appartiene ai player che si sono fidati del progetto fin dall’inizio. Ai Game Master che hanno aperto le proprie case o le proprie collezioni. Alle location che hanno creduto nel valore culturale del gioco. Agli autori indipendenti che cercano spazi di visibilità.

Appartiene a chi crede che attorno a un tavolo possano nascere amicizie, collaborazioni, perfino imprese.

Prossima tappa: Firenze

Il viaggio continua con la finale regionale a Firenze. Un nuovo step, nuove opportunità, nuova visibilità. Ogni passaggio aumenta la legittimazione di un’idea che fino a pochi anni fa sarebbe stata liquidata come “roba da nerd”.

E invece oggi il gioco da tavolo è economia, innovazione, sviluppo territoriale. È cultura contemporanea.

Chi frequenta fiere come Lucca Comics & Games o segue l’esplosione del mercato boardgame italiano sa che il settore è in piena espansione. Progetti come BGSC rappresentano il tassello infrastrutturale che mancava: la rete che collega tutte le energie sparse.

Il cambiamento nasce da una scatola e quattro sedie

Il messaggio più potente che arriva da questa storia è semplice e quasi poetico. Il cambiamento non arriva sempre da un algoritmo globale o da una rivoluzione digitale planetaria. A volte nasce da una scatola di cartone illustrata, da quattro sedie attorno a un tavolo, da persone che decidono di guardarsi negli occhi e condividere una storia.

Board Game Social Club dimostra che il gioco può essere impresa, inclusione, innovazione sociale. Ma soprattutto dimostra che il nostro mondo nerd, quello fatto di dadi, miniature e manuali pieni di appunti, non è una nicchia infantile. È un laboratorio di relazioni.

E ora voglio sentire voi. Avete mai partecipato a eventi organizzati tramite community online? Avete giochi che aspettano solo il gruppo giusto per essere finalmente intavolati?

Raccontatelo nei commenti. Perché forse il prossimo grande cambiamento parte proprio da lì, dal vostro tavolo.

Giochi di ruolo e benessere psicologico: perché lanciare un d20 può cambiarti la vita

Un dado a venti facce che rotola sul tavolo può sembrare solo un frammento di plastica colorata. Eppure, chi ha passato notti intere tra schede personaggio, mappe scarabocchiate e risate improvvise sa che quel suono secco – tac, critico naturale – non è solo gioco. È catarsi. È scoperta. È un piccolo rito collettivo che, senza far rumore, lavora in profondità sulla nostra psiche.

Parlare dei benefici psicologici dei giochi di ruolo significa andare oltre l’immagine stereotipata del nerd chiuso in cantina. Significa riconoscere che sistemi come Dungeons & Dragons, ma anche universi più oscuri come Vampiri: The Masquerade, sono diventati negli anni veri laboratori emotivi. Spazi protetti dove si sperimenta, si sbaglia, si cresce.

E no, non è un’esagerazione romantica da fan. È qualcosa che molti psicologi e terapeuti stanno osservando con attenzione crescente.

Interpretare un eroe per capire sé stessi

Indossare i panni di un paladino, di una ladra elfica o di un mago tormentato non è semplice evasione. È un esercizio di esplorazione identitaria. Ogni personaggio creato al tavolo rappresenta una possibilità alternativa del nostro essere.

Nel gioco di ruolo si diventa qualcun altro, ma quel “qualcun altro” nasce sempre da frammenti autentici di noi. Un ragazzo timido può scegliere di interpretare un bardo carismatico. Una persona che fatica a esprimere la rabbia può dare voce a un barbaro impulsivo. In questo spazio narrativo, le emozioni non vengono represse: vengono incanalate, trasformate, rese giocabili.

Qui accade qualcosa di potente. Il confine tra giocatore e personaggio si fa poroso. Le competenze esercitate in fiction – prendere la parola, difendere un alleato, negoziare con un nemico – iniziano a sedimentare. Il tavolo diventa una palestra emotiva dove si prova senza il rischio reale del fallimento sociale.

Se il tiro va male, si ride. Se il piano fallisce, si riprova. Il fallimento non è un marchio, ma una tappa della storia.

Ansia, stress e la magia della distanza narrativa

Uno degli aspetti più affascinanti dei giochi di ruolo riguarda la cosiddetta “distanza estetica”. Affrontare un drago non è affrontare un problema lavorativo. Eppure, simbolicamente, lo è.

Nel momento in cui un gruppo affronta una minaccia immaginaria, sta mettendo in scena dinamiche reali: paura, conflitto, senso di inadeguatezza, bisogno di cooperazione. La differenza? Tutto accade in un contesto controllato, delimitato da regole chiare e condivise.

Le regole, spesso viste come un vincolo, sono in realtà un contenitore rassicurante. Sapere che esiste un sistema di dadi, di turni, di meccaniche precise riduce l’ambiguità sociale. Ogni azione ha conseguenze comprensibili. Ogni decisione è incorniciata.

Per chi vive livelli elevati di ansia o difficoltà nella gestione dello stress, questo ambiente strutturato può diventare un terreno di allenamento. Si impara a tollerare l’incertezza di un tiro, a gestire l’imprevisto, a restare nel gioco anche quando le cose non vanno come previsto.

Non è terapia nel senso classico del termine, ma può avere effetti terapeutici. E in alcuni contesti clinici, il gioco di ruolo viene integrato consapevolmente come strumento di supporto, con la supervisione di professionisti formati.

Empatia, cooperazione e legami reali

Chi ha mai vissuto una campagna lunga mesi lo sa: il party diventa una piccola famiglia. Ci si sostiene, si litiga in character, si discute strategie fino a tarda notte. Questo processo costruisce qualcosa di prezioso: coesione.

Mettersi nei panni di un personaggio significa anche mettersi nei panni degli altri. Capire perché il ladro è diffidente. Perché il chierico esita. Perché il guerriero si sacrifica. L’empatia non è un concetto astratto: è una pratica continua.

Ogni sessione è un microcosmo sociale. Si negozia, si ascolta, si aspetta il proprio turno, si accetta che il spotlight passi ad altri. Competenze che nel mondo reale vengono spesso richieste ma raramente allenate in modo esplicito.

Il bello è che tutto questo accade mentre ci si diverte. Senza la pressione di un colloquio, senza la rigidità di un’aula formativa. Solo amici attorno a un tavolo, con matite, dadi e immaginazione.

Creatività e problem solving: la mente in azione

Un dungeon non si supera solo con la forza. Serve strategia, pensiero laterale, capacità di adattamento. I giochi di ruolo stimolano continuamente il problem solving creativo. Ogni ostacolo può essere affrontato in mille modi diversi.

Combattere. Negoziare. Fuggire. Ingannare.

Questa libertà decisionale attiva processi cognitivi complessi. Si valutano rischi, si anticipano conseguenze, si coordinano azioni collettive. È un allenamento mentale che unisce logica e immaginazione.

In un’epoca dominata da stimoli rapidi e gratificazioni immediate, sedersi tre o quattro ore a costruire una storia condivisa richiede concentrazione profonda. E la concentrazione, oggi, è quasi un superpotere.

Dal teatro della spontaneità al tavolo da gioco

Il concetto di role playing non nasce con i manuali fantasy. Le sue radici affondano nella psicologia del Novecento. Jacob Levi Moreno coniò il termine “role playing” nel 1934, dopo aver sperimentato il “teatro della spontaneità” e lo psicodramma come strumenti terapeutici di gruppo.

L’idea di rappresentare conflitti personali attraverso la messa in scena precede di decenni i draghi e le spade magiche. Il gioco di ruolo contemporaneo eredita quella intuizione: l’azione simbolica permette di rielaborare vissuti, emozioni, tensioni interne.

Anche esperienze come il teatro forum, derivato dal Teatro dell’Oppresso, si basano su un principio simile: simulare situazioni problematiche per esplorare soluzioni possibili. Cambia l’estetica, cambia l’ambientazione, ma il meccanismo psicologico resta sorprendentemente affine.

Una palestra sicura per adolescenti e adulti

Spesso si pensa al gioco come qualcosa di infantile. In realtà, proprio in adolescenza e in età adulta il bisogno di spazi protetti di sperimentazione diventa cruciale.

L’adolescenza è un laboratorio identitario continuo. Il gioco di ruolo offre un terreno dove provare ruoli, valori, scelte morali senza l’irreversibilità della vita reale. Si può essere eroi o antieroi, altruisti o opportunisti, e osservare le conseguenze narrative di queste decisioni.

Per gli adulti, il tavolo da gioco diventa una pausa rigenerante. Una zona franca dove il peso delle responsabilità quotidiane si allenta. L’immaginazione funziona come regolatore emotivo: consente di scaricare tensioni, di ridefinire prospettive, di riscoprire il piacere della narrazione condivisa.

In un mondo che corre, fermarsi a costruire una storia insieme è un atto quasi rivoluzionario.

Il potere del “come se”

Tutto ruota attorno a un patto implicito: facciamo finta che. Facciamo finta di essere in una taverna. Facciamo finta che fuori infuri una guerra tra regni. Facciamo finta di essere più coraggiosi di quanto ci sentiamo.

Quel “come se” è una chiave potentissima. Permette di esplorare emozioni complesse con una distanza sufficiente a non esserne travolti. Permette di osservare sé stessi in azione da una prospettiva diversa.

E a volte, senza accorgercene, qualcosa si sposta davvero.

Magari la sicurezza del bardo resta al tavolo. Magari no. Magari una piccola parte attraversa il confine e si insinua nella vita quotidiana. Una frase detta con più fermezza. Una decisione presa con meno paura.

I draghi sono immaginari. Il coraggio no.


Chi legge queste righe probabilmente ha già tirato almeno un dado in vita sua. Oppure ha sempre guardato i giochi di ruolo con curiosità, senza mai sedersi davvero a un tavolo.

La domanda allora è semplice, e la faccio a te, community: quali trasformazioni avete vissuto grazie al vostro personaggio? Vi siete mai accorti che qualcosa imparato in una campagna vi ha aiutato fuori dal gioco?

Raccontiamocelo nei commenti. Perché, in fondo, ogni grande avventura inizia così: qualcuno che dice “ok, giochiamo”.

Avowed sbarca su PS5: il GDR di Obsidian tra scelte radicali, magia e promesse ancora da rifinire

Quando un gioco di ruolo smette di essere soltanto una promessa e diventa un terreno di discussione acceso tra fan, critici e sviluppatori, significa che qualcosa di importante sta accadendo. Avowed è esattamente quel tipo di titolo. Durante il New Game+ Showcase 2026, Obsidian Entertainment ha finalmente tolto il velo a una notizia che molti aspettavano da tempo: l’action RPG ambientato nelle Terre Viventi approderà anche su PlayStation 5 il 17 febbraio 2026, in contemporanea con l’aggiornamento dell’anniversario. Una data che segna una svolta simbolica, perché porta su console Sony un’esperienza che fino a poco fa sembrava destinata a restare confinata all’ecosistema PC e Xbox.

Per chi segue Obsidian da anni, questa notizia ha il sapore di un cerchio che si chiude. Dopo l’eleganza sperimentale di Pentiment, lo studio torna a misurarsi con un GDR ambizioso, di quelli che non hanno paura di mettere il giocatore davanti a dilemmi scomodi e conseguenze permanenti. Parliamo di un team che ha scritto pagine indelebili del genere con opere come Fallout: New Vegas e The Outer Worlds, titoli capaci di trasformare la libertà di scelta in una vera filosofia di design. Avowed nasce proprio da questa eredità, ma prova a declinarla in una forma nuova, più fisica, più diretta, più vicina all’azione senza rinunciare alla complessità narrativa.

L’ambientazione rappresenta uno dei colpi più riusciti dell’intero progetto. Le Terre Viventi si inseriscono nello stesso universo narrativo di Pillars of Eternity, ma non si limitano a fare da semplice spin-off tridimensionale. Qui Obsidian sceglie un immaginario pre-coloniale, lontano dalle iconografie fantasy più abusate, e costruisce uno scenario stratificato, attraversato da tensioni politiche, religiose e culturali che si riflettono in ogni città, tempio o rovina. Camminare tra questi luoghi dà la sensazione di trovarsi in uno spazio che esiste anche senza il giocatore, con fazioni che si muovono, complotti che maturano e alleanze che possono cambiare direzione da un momento all’altro.

Il level design accompagna questa visione con una struttura che invita alla curiosità. Ogni area è pensata per essere esplorata in verticale e in orizzontale, con scorci nascosti, percorsi alternativi e segreti che premiano l’attenzione. L’influenza degli immersive sim si avverte chiaramente: non esiste una sola strada giusta, ma una rete di possibilità che si apre a seconda delle scelte compiute, delle abilità sviluppate e persino delle parole pronunciate durante un dialogo.

Proprio le scelte rappresentano il vero fulcro dell’esperienza. Avowed non cerca scorciatoie morali, non offre risposte facili e non incasella il giocatore in un ruolo prestabilito. Ogni decisione, anche quella che sembra marginale, può innescare reazioni a catena capaci di ridefinire intere linee narrative. Un’informazione rivelata al momento sbagliato, un documento ignorato, un alleato tradito per convenienza possono cambiare il volto di una regione o il destino di un personaggio chiave. È quella sensazione tipicamente obsidianiana di stare sempre camminando su un terreno instabile, dove nulla è davvero neutrale e tutto ha un peso.

La scrittura accompagna questo sistema con dialoghi densi, spesso taglienti, che riflettono la complessità del mondo di gioco. Non si tratta solo di scegliere cosa dire, ma di capire a chi lo si sta dicendo e in quale contesto. La politica diventa una componente centrale del racconto, trasformando missioni apparentemente semplici in nodi etici difficili da sciogliere. È qui che Avowed riesce a essere davvero memorabile, mettendo il giocatore di fronte a conseguenze che non sempre arrivano subito, ma che restano sospese come un’ombra pronta a tornare.

Non tutto, però, raggiunge lo stesso livello di eccellenza. Il sistema di combattimento, pur funzionale, fatica a tenere il passo con l’ambizione narrativa. Armi, magie e abilità offrono una discreta varietà, ma col passare delle ore emerge una certa monotonia negli scontri. Le animazioni dei nemici risultano a tratti rigide e il feedback dei colpi non sempre restituisce la soddisfazione che ci si aspetterebbe da un action RPG moderno. La magia riesce a dare un po’ di profondità tattica, soprattutto se usata in combinazione con parate e schivate, ma il sistema di progressione delle abilità appare meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe da un titolo di questo calibro.

A questo si aggiungono alcune ruvidità tecniche, tra bug e una cura dei dettagli non sempre uniforme, che fanno pensare a un progetto arrivato al traguardo con qualche affanno. Avowed resta un diamante grezzo, luminoso nelle sue idee ma non sempre rifinito come avrebbe meritato. Una sensazione che lascia l’amaro in bocca proprio perché il potenziale è enorme e, con un supporto produttivo più incisivo, l’esperienza avrebbe potuto competere senza timori con i migliori GDR degli ultimi anni.

L’arrivo su PlayStation 5 porta però con sé una seconda possibilità. La versione PS5 includerà fin dal primo giorno tutti i contenuti aggiuntivi previsti, frutto della roadmap annunciata a dicembre 2025. Tra le novità spicca la modalità Nuovo Gioco+, presentata durante l’evento, che consente di ricominciare l’avventura a un livello di difficoltà superiore mantenendo progressi, abilità ed equipaggiamento. Una scelta perfetta per chi vuole esplorare strade narrative alternative senza rinunciare al proprio percorso di crescita.

Alla fine dei conti, Avowed resta un’esperienza che ogni appassionato di giochi di ruolo dovrebbe vivere. Non è un titolo perfetto, ma è uno di quei giochi che lasciano il segno, che fanno discutere, che dividono e appassionano proprio perché osano. Racconta un mondo che reagisce alle nostre azioni, ci mette di fronte a scelte scomode e ci ricorda perché ci siamo innamorati dei GDR: per la sensazione di essere parte attiva di una storia più grande. L’approdo su PlayStation 5 rappresenta l’occasione ideale per scoprire, o riscoprire, questo viaggio tra magia, politica e conseguenze imprevedibili. E adesso la parola passa a voi: siete pronti a tornare nelle Terre Viventi e vedere che tipo di segno lascerete questa volta?

Dungeons and Drama: quando il romance incontra i giochi di ruolo e il teatro nerd

Succede raramente, ma succede. Quel tipo di lettura che ti prende in ostaggio senza chiedere permesso, che ti fa dire “ancora una pagina” quando fuori è già notte fonda e la luce del telefono è scesa a livelli da dungeon finale. Dungeons and Drama di Dungeons and Drama, scritto da Kristy Boyce, è uno di quei casi. E no, non perché parli di giochi di ruolo. O meglio: non solo.

Dentro questo romanzo c’è quella sensazione familiare che conosci bene se hai mai messo piede in un negozio di giochi, se hai mai lanciato dadi con un po’ troppa convinzione o se hai passato pomeriggi interi a teatro aspettando che qualcuno finalmente accendesse le luci di scena. È una storia che sa di polvere di velluto rosso, di manuali consumati agli angoli, di amicizie che nascono quasi per errore. E di sentimenti che fanno irruzione mentre stai cercando di fare tutt’altro.

La cosa che colpisce subito, senza preavviso, è come il mondo del roleplay non venga trattato come un’ambientazione esotica da spiegare al lettore “normale”. È casa. È spazio quotidiano. È il luogo dove si ride, si sbaglia, si cresce. Boyce scrive come se desse per scontato che tu sappia cosa vuol dire sentirsi al sicuro attorno a un tavolo da gioco, o in mezzo a un gruppo di persone che parlano una lingua fatta di riferimenti, battute interne, silenzi condivisi. E se non lo sai… lo impari senza accorgertene.

Poi c’è il teatro. Non quello patinato da musical televisivo, ma quello vissuto, fatto di prove infinite, di sogni che sembrano sempre rimandati a data da destinarsi. Il palcoscenico qui non è un simbolo astratto: è un posto reale, fisico, che profuma di possibilità e frustrazione insieme. Ed è proprio in questo incrocio improbabile tra board game, campagne immaginarie e aspirazioni artistiche che la storia prende forma, scivolando da una scena all’altra con una naturalezza disarmante.

Il rapporto tra i due protagonisti cresce così, quasi controvoglia. Non con grandi dichiarazioni, non con colpi di scena urlati. Cresce nei dettagli. Nelle battute lanciate per scherzo e ripescate più avanti con un significato diverso. Nei piccoli gesti che, riletti a posteriori, fanno male al cuore nel modo giusto. Ci sono momenti che sembrano scritti apposta per chi ama osservare più che correre, per chi si affeziona ai silenzi quanto alle parole. Alcune scene restano addosso come certi ricordi imbarazzanti e tenerissimi dell’adolescenza, quelli che tornano fuori quando meno te lo aspetti.

E poi sì, parliamone: i dadi. Chi sa, sa. Quella scena lì è una di quelle che ti fanno chiudere il libro un secondo, fissare il vuoto e sorridere come una persona sciocca. Non serve urlarlo, non serve spiegarlo. È una complicità che passa direttamente dal testo al lettore, senza intermediari.

Il confronto con altri romance young adult viene spontaneo, ma Dungeons and Drama gioca una partita tutta sua. Dove altri puntano su ritmo serrato e dialoghi scintillanti, qui c’è spazio per respirare. Per osservare. Per lasciare che i personaggi sbaglino strada, facciano patti discutibili, si infilino in situazioni che – spoiler emotivo – non andranno come previsto. Ed è proprio questo a renderlo così sincero. Così poco “costruito”.

La voce narrante accompagna senza invadere, con una sensibilità che sembra nascere più dall’ascolto che dalla volontà di colpire. Si sente che dietro c’è qualcuno che conosce quei mondi, che li ha abitati davvero, anche solo per un periodo della vita. Qualcuno che sa quanto può essere difficile scegliere tra ciò che ami e ciò che ti sembra doveroso fare. E quanto spesso le due cose si scontrino nei momenti meno opportuni.

Arrivati all’ultima pagina, resta quella sensazione strana. Come quando finisce una campagna particolarmente riuscita e nessuno ha davvero voglia di alzarsi dal tavolo. I personaggi continuano a vivere da qualche parte, appena fuori campo. Le loro dinamiche sembrano ancora in movimento, come se bastasse poco per ritrovarli un’altra sera, con una nuova storia da giocare o da cantare.

E forse è proprio questo il bello. Lasciare il lettore con la voglia di parlarne, di confrontarsi, di chiedere agli altri se anche loro hanno sentito quella fitta improvvisa durante una scena apparentemente minuscola. Perché Dungeons and Drama non chiede di essere solo letto. Chiede di essere condiviso. E, magari, discusso davanti a un tavolo, con qualche dado pronto a rotolare di nuovo.

Sword and Fairy 4: Remake divide la community: omaggio a Expedition 33 o nuova evoluzione del GDR xianxia?

Nel mondo dei videogiochi basta spesso un trailer, una manciata di secondi di gameplay, per accendere dibattiti che sembrano usciti da un forum infuocato dei primi anni Duemila. È esattamente quello che sta succedendo con Sword and Fairy 4: Remake, tornato sotto i riflettori grazie al primo trailer ufficiale pubblicato da CubeGame insieme allo sviluppatore UP Software. Un video che ha fatto esplodere l’hype, ma anche i sospetti: per molti giocatori il sistema di combattimento mostrato ricorda in modo fin troppo evidente quello di Clair Obscur: Expedition 33, il GDR francese che nel 2025 ha riscritto le regole del genere.

La domanda aleggia come una spada sospesa sulla testa della community: siamo davvero davanti al primo “clone” dichiarato di Expedition 33 o stiamo assistendo a un caso più complesso, figlio di un’evoluzione naturale del linguaggio dei giochi di ruolo moderni?

Per capire perché la questione sia così delicata bisogna fare un passo indietro, molto indietro, e tornare a quando Sword and Fairy 4 non era un remake in Unreal Engine 5, ma un titolo capace di segnare un’epoca. Nato come The Legend of Sword and Fairy 4, conosciuto anche come Paladin 4, il gioco è stato sviluppato da Softstar Entertainment, una delle realtà più importanti del panorama videoludico cinese. Uscito quasi vent’anni fa, questo capitolo rappresentava il quinto episodio della saga e funzionava come prequel narrativo del terzo, raccontando una storia indipendente ma profondamente radicata nella mitologia xianxia, quel mix irresistibile di fantasy, arti marziali, spiritualità taoista e destino tragico che ha definito un immaginario intero. Non a caso, il franchise di Sword and Fairy è stato spesso etichettato come “il Final Fantasy della Cina”. Un paragone pesante, ma non campato in aria: parliamo di una serie che ha influenzato generazioni di giocatori, ha attraversato media diversi e ha contribuito a codificare un linguaggio narrativo e ludico riconoscibile ancora oggi.

Ed è proprio qui che il remake entra in gioco, con tutta la sua carica esplosiva. Sword and Fairy 4: Remake non è una semplice operazione nostalgia, ma una rilettura profonda del materiale originale. Il passaggio all’Unreal Engine 5 non è solo una scelta tecnica, è una dichiarazione d’intenti. Ambientazioni più cinematografiche, personaggi ridisegnati con un taglio realistico e, soprattutto, un sistema di combattimento che abbandona le rigidità del passato per abbracciare un’impostazione più action-oriented.

Nel trailer, infatti, si notano chiaramente parry, schivate temporizzate, inquadrature ravvicinate e un’interfaccia che sembra dialogare apertamente con quella di Expedition 33. Ed è qui che la community ha iniziato a rumoreggiare. Perché Clair Obscur: Expedition 33, sviluppato da Sandfall Interactive, non è stato semplicemente un grande successo: è stato un punto di svolta. Dopo aver conquistato pubblico e critica, fino a essere proclamato vincitore assoluto ai Game Awards, il titolo francese ha dimostrato che il GDR poteva fondere estetica pittorica, narrazione adulta e combat system reattivi senza perdere profondità.

Quando un gioco di questo calibro lascia il segno, è inevitabile che altri sviluppatori ne assorbano le soluzioni. È successo con Persona 5, è successo con Dark Souls, ed è successo infinite volte nella storia del medium. La linea tra ispirazione e imitazione, però, resta sempre sottilissima.

Nel caso di Sword and Fairy 4: Remake, la sensazione è quella di un’opera che guarda al presente per non restare prigioniera del passato. Il titolo originale era un classico RPG a turni, amatissimo dal pubblico cinese, ma oggi rischierebbe di risultare anacronistico per una nuova generazione di giocatori globali. Spostarsi verso l’action, adottare un sistema di parry e un linguaggio visivo più dinamico, non significa necessariamente copiare. Significa anche voler dialogare con il mercato contemporaneo, dove l’immediatezza del combattimento è diventata una lingua franca.

Certo, le somiglianze visive e strutturali con Expedition 33 sono difficili da ignorare. L’uso della camera, il ritmo degli scontri, persino alcune scelte di UI sembrano strizzare l’occhio all’opera di Sandfall Interactive. Ma ridurre tutto alla parola “clone” rischia di appiattire una questione molto più interessante. Perché qui non stiamo parlando di un nuovo IP nato dal nulla, bensì di una saga storica che cerca di reinventarsi senza perdere la propria anima.

Ed è proprio questo il punto che divide la community. Da una parte chi teme che Sword and Fairy 4: Remake possa sacrificare la propria identità xianxia sull’altare delle mode occidentali. Dall’altra chi vede in questo remake un’occasione unica per portare una leggenda del gaming cinese sotto i riflettori internazionali, parlando finalmente la stessa lingua ludica dei grandi RPG moderni.

Al momento, una cosa è certa: Sword and Fairy 4: Remake arriverà su PC, anche se una data di uscita ufficiale non è ancora stata annunciata. Eppure, senza nemmeno una finestra di lancio, il gioco è già riuscito a imporsi come uno dei titoli più discussi degli ultimi giorni del 2025. Un risultato che, clone o non clone, dimostra quanto il nome Sword and Fairy abbia ancora un peso enorme.

Forse la vera domanda non è se il remake sia ispirato a Expedition 33. La domanda giusta è un’altra, e parla direttamente a noi, community nerd: siamo pronti ad accettare che le grandi saghe del passato cambino pelle per sopravvivere, anche quando questo significa vedere riflessi di altri mondi nei loro specchi digitali?
Io, da fan cresciuta a pane, GDR e drammi fantasy, non vedo l’ora di scoprirlo. E voi, da che parte state?

Palombara Comix Winter Is Here: il Castello Savelli si trasforma nel regno fantasy del 2026

L’inverno, quello vero, fatto di mantelli, spade, dadi che rotolano sui tavoli e citazioni nerd sussurrate come formule magiche, ha una data precisa sul calendario. Il 3 e 4 gennaio 2026 Palombara Sabina si trasforma in un portale dimensionale e il Castello Savelli diventa il punto di raduno per chi vive di fantasy, giochi di ruolo, cosplay e immaginazione senza limiti. Palombara Comix – Winter Is Here torna con la sua edizione più ambiziosa, pronta a conquistare chiunque senta ancora il richiamo dell’avventura.

Il fascino del Castello Savelli non ha bisogno di presentazioni: mura antiche, torri che sembrano uscite da una mappa di D&D e un’atmosfera che profuma di storia e leggenda. Inserire un festival fantasy in una cornice del genere non è solo una scelta scenografica, ma una dichiarazione d’intenti. Qui non si viene semplicemente a guardare, si viene a vivere. Ogni pietra del castello sembra fatta apposta per accogliere cosplayer, giocatori e sognatori, trasformando la visita in un’esperienza immersiva totale.

Durante le due giornate, il tempo smette di seguire le regole del mondo reale. All’interno delle sale e nei cortili, il fantasy prende forma in mille declinazioni diverse. I giochi di ruolo diventano narrazione collettiva, con sessioni che catturano veterani e neofiti, mentre il LARP porta la fantasia fuori dai manuali e la trasforma in battaglia, strategia, interpretazione fisica. Non è solo gioco: è teatro spontaneo, è adrenalina, è quella sensazione unica di far parte di una storia più grande.

Il cosplay, cuore pulsante di ogni evento nerd che si rispetti, trova qui uno spazio ideale. Armature che brillano sotto il cielo invernale, mantelli che sventolano tra le mura, personaggi iconici che sembrano scesi direttamente da una saga fantasy o da una galassia lontana lontana. La gara cosplay, realizzata in collaborazione con Incan Tales, promette non solo costumi spettacolari ma vere e proprie interpretazioni, dove il personaggio non si indossa soltanto, si incarna.

Palombara Comix non vive però solo di epica e spettacolo. I workshop creativi aprono le porte a chi vuole imparare, sperimentare, sporcarsi le mani con colori, materiali e idee. I talk dedicati al fantasy e ai giochi di ruolo diventano momenti di confronto, approfondimento e condivisione, perfetti per chi ama andare oltre la superficie e riflettere su come questi mondi immaginari influenzino cultura, narrativa e persino il modo in cui costruiamo le nostre community.

Tra una sessione di gioco e un incontro, il richiamo dei giochi da tavolo è irresistibile. Titoli moderni e grandi classici si alternano sui tavoli, pronti a unire sconosciuti in alleanze improvvise o rivalità epiche. Per chi vive di collezionabili, l’area dedicata alle carte diventa un piccolo paradiso, tra acquisti, scambi e discussioni infinite sulle strategie migliori. E quando l’energia comincia a calare, la musica dal vivo entra in scena con jam session che scaldano l’atmosfera e ricordano che il fantasy è anche condivisione, ritmo, vibrazione collettiva.

Un valore aggiunto che rende l’evento davvero speciale è la possibilità di scoprire il castello attraverso visite guidate. Camminare tra le sale del Savelli accompagnati da chi ne conosce la storia significa intrecciare realtà e immaginazione, passato e presente, rendendo ancora più potente il legame tra luogo ed evento. È uno di quei momenti in cui ci si rende conto che il fantasy non nasce dal nulla, ma affonda le radici proprio nella storia e nelle leggende dei luoghi che abitiamo.

Il tutto con un dettaglio che non passa inosservato: l’ingresso è gratuito. Una scelta che parla chiaro e ribadisce la filosofia dell’evento, aperto, inclusivo, pensato per accogliere chiunque si senta parte del grande reame nerd, dal Cavaliere Jedi al Guardiano della Notte, fino a chi muove i primi passi in questi mondi fantastici.

Palombara Comix – Winter Is Here non è soltanto un festival, ma un appuntamento che segna l’inizio dell’anno con una promessa precisa: continuare a sognare, giocare e condividere. Il 3 e 4 gennaio 2026 Palombara Sabina diventa il luogo dove il fantasy prende casa e invita tutti a entrare. La vera domanda, come sempre, non è se andarci, ma con quale personaggio varcare il portale. E tu, che ruolo giocherai questa volta?

Drönjöns & Dragan: quando IKEA trasforma il suo catalogo in un grimorio fantasy alla Milan Games Week & Cartoomics 2025

Una di quelle sorprese che ti fanno rallentare il passo in fiera, strabuzzare gli occhi e chiederti se per caso non sei inciampata in un portale per un reame parallelo. Alla Milan Games Week & Cartoomics 2025 è successo esattamente questo: un intero stand IKEA trasformato nel crocevia dei mondi fantastici, popolato da nomi impronunciabili, copertine illustrate e giocatori che sfogliavano un manuale come se custodisse formule proibite. E la cosa meravigliosa è che non era un sogno da master troppo immerso nella lore della sua campagna, ma un progetto reale, studiato con un’autoironia geniale che solo un colosso come IKEA poteva permettersi: la nascita di Drönjöns & Dragan – Manuale svedese dei nomi che suonano bene.

Un titolo che sembra uscito da una biblioteca del Nord lontano, il tipo di libro che un mago runico nasconderebbe in fondo al suo forziere. E invece arriva direttamente dal brand svedese più pop del pianeta, famoso per mobili minimalisti e per quella caratteristica fonetica che ogni nerd ha sempre percepito come… beh, fantasy.


Il segreto era sotto gli occhi di tutti: i giocatori usano davvero il catalogo IKEA per scegliere i nomi dei personaggi

La scintilla da cui è nato il progetto affonda nelle abitudini, ormai quasi leggendarie, dei giocatori di ruolo: quando bisogna scegliere il nome di un elfo scuro, di un monaco errante o di una spada maledetta, molti finiscono per sfogliare qualcosa di totalmente inaspettato… il catalogo IKEA.
Un fenomeno talmente diffuso da diventare un meme ricorrente tra i tavoli da gioco, una di quelle tradizioni non dette che tutti conoscono ma pochi confessano apertamente. Eppure basta un attimo di onestà: chi non ha mai guardato un nome svedese e pensato, almeno una volta, questo suonerebbe benissimo come un luogo arcano?

Nissafors, originariamente un semplice carrello da cucina, rinasce come un goblin astuto dal sorriso troppo largo.
Björksta, una cornice minimal, si reincarna in una valle dove la nebbia non si dirada mai del tutto.
Duktig, nome di una linea di giocattoli per bambini, assume i contorni di una spada tanto leggendaria quanto impossibile da pronunciare senza evocare un’aura misteriosa.

Sono momenti di pura magia linguistica, piccoli incantesimi generati dal suono stesso delle parole. Ed è da questa intuizione – semplice ma potentissima – che IKEA, insieme a Ogilvy Italia, ha deciso di costruire un vero e proprio grimorio destinato a entrare nell’immaginario della community fantasy.


Il manuale ufficiale prende forma: un catalogo che diventa racconto, un prodotto che diventa lore

Debuttando al Padiglione 14P della MGWCMX 2025, IKEA presenta finalmente la sua edizione speciale: “The Drönjöns & Dragan: manuale svedese dei nomi che suonano bene”, un libro-oggetto che mescola design, cultura pop e un amore sincero per il gioco di ruolo.

La copertina è affidata a Gipi – sì, quel Gipi, Gianni Pacinotti, uno dei più importanti fumettisti italiani – che con la sua sensibilità illustrativa riesce a catturare quella sottile ironia epica che il progetto richiede. È la perfetta fusione tra il reale e l’immaginato, tra la fisicità del catalogo e l’incanto del fantasy.

All’interno, una selezione delle pagine più iconiche degli ultimi dieci anni dei cataloghi IKEA – rigorosamente in svedese – si trasforma in un bestiario di creature, incantesimi, luoghi e manufatti degni delle campagne più epiche. È un modo intelligente e giocoso per riappropriarsi di parole note e reinventarle, trattandole come se fossero rune di un linguaggio arcano.

Ogni nome diventa una scintilla creativa.
Ogni descrizione si presta a essere traslata in lore.
Ogni oggetto rivela un potenziale narrativo che non sapevamo di aver sempre tenuto in salotto.


L’esperienza in fiera: un game master, tre ospiti speciali e un pubblico che crea mondi

Durante tutto il weekend lo stand IKEA non è stato solo un punto espositivo, ma un terreno di gioco condiviso. Un game master dedicato guidava i visitatori in sessioni rapide e improvvisate, trasformando il catalogo in un vero manuale di avventura.
Le persone si scambiavano idee, scrivevano al volo background epici, creavano personaggi partendo da una sedia o da una lampada. Non era semplice intrattenimento: era worldbuilding puro.

La presenza di tre ospiti amatissimi dalla community – Cydonia, Sabaku e Ciccio Lancia – ha aggiunto ulteriore carburante all’entusiasmo generale. Ognuno di loro ha reinterpretato il manuale a modo suo, dando prova di quanto un semplice nome possa scatenare immaginazione e narrazione.

L’effetto finale? Un pubblico che non si limitava a guardare, ma partecipava, costruiva, ridefiniva i confini della fantasia condivisa. Un trionfo di creatività collaborativa che rispecchia alla perfezione l’essenza del gioco di ruolo.


Perché funziona così bene: l’immaginazione come spazio da arredare

Dietro il progetto, IKEA ha lanciato un messaggio che va oltre il marketing e abbraccia l’identità stessa del brand. Nelle parole di Alessandra Giombini, marketing communication manager dell’azienda, il gioco è un luogo in cui si costruiscono legami, si immagina, si sogna insieme.
La casa è uno spazio fisico.
Il gioco è uno spazio mentale.
E IKEA ha dimostrato di saper arredare entrambi.

In un’epoca in cui il confine tra reale e immaginato si assottiglia sempre di più, questa iniziativa riesce a fare una cosa che pochi brand osano tentare: entrare nella cultura pop non come intruso, ma come complice. Non imponendo una visione, ma valorizzando un’abitudine della community e trasformandola in un’esperienza condivisa.

È un modo nuovo per dire: vi vediamo, vi capiamo, giochiamo con voi.


Un catalogo-limitato che diventa oggetto del desiderio

Le copie disponibili in fiera erano poche, e ovviamente sono finite in un lampo. Non solo perché lo stand attirava l’attenzione di chiunque avesse mai tirato un dado poliedrico, ma perché quel catalogo rappresenta un simbolo di appartenenza. Non è soltanto un prodotto da collezione: è un inno alla fantasia quotidiana.

Chi si porta a casa Drönjöns & Dragan si porta a casa una dichiarazione:

che la creatività è ovunque, persino nei mobili da montare;
che i nomi svedesi non sono solo nomi, ma mondi potenziali;
che il confine tra design e narrazione è più sottile di quanto pensiamo.


Un finale aperto, come tutte le grandi avventure

Mentre ci si allontana dallo stand, con il brusio della fiera alle spalle e il manuale stretto come un tesoro, il pensiero corre inevitabile: cosa succederà ora? IKEA resterà nel mondo del gioco di ruolo? Questo catalogo diventerà una tradizione ricorrente? Vedremo collaborazioni con manuali, artisti, content creator?

Forse la risposta è già tra le pagine del manuale stesso. Non nel testo, ma nell’invito implicito: prendere un nome, trasformarlo in un’idea, costruirci una storia.

E magari, senza accorgertene, la prossima epica campagna del tuo party inizierà così: con una lampada impronunciabile che diventa una reliquia perduta.

Giochi di ruolo. Come inventare, realizzare e proporre giochi di interpretazione, di avventura e di narrazione

C’è un’immagine che, a noi nerd di lungo corso, provoca un brivido misto a nostalgia e profonda meraviglia: un tavolo, magari in legno scuro, illuminato da una lampada fioca. Al centro, una manciata di dadi poliedrici che brillano, e tutt’intorno volti assorti, fogli di carta scarabocchiati e una matita che non smette mai di correre. Questo è l’atto fondativo del gioco di ruolo, un’attività ludica che, contro ogni pronostico nell’era degli schermi 4K e della realtà virtuale, continua a fiorire.

In un mondo ormai totalmente digitalizzato, la perseveranza e l’evoluzione di questa “magia analogica” sembrano quasi un paradosso affascinante. Eppure, la realtà è che il Gioco di Ruolo (GDR), quel passatempo nato quasi cinquant’anni fa, è oggi più vivo e dinamico che mai. E non parliamo solo del ritorno di fiamma, amplificato da serie TV culto come Stranger Things, ma di una crescita strutturale, che si nutre di narrativa, teatro e, in modo sorprendente, anche di nuove tecnologie e piattaforme avanzate.

L’Essenza del GDR: Un Crogiolo di Narrativa e Avventura

Ma cos’è, nel profondo, un gioco di ruolo? Non è semplicemente lanciare dei dadi, né leggere un libro. È un’esperienza di interpretazione collettiva, un laboratorio di storie condivise. I partecipanti non sono semplici giocatori, ma attori e co-autori che danno vita a dei personaggi all’interno di un universo narrativo, che sia un regno fantasy popolato da draghi, un futuro cyberpunk distopico o un’indagine horror lovecraftiana.

L’ossatura di questa esperienza è la narrazione: attraverso la voce, l’immaginazione e la risoluzione di sfide, i giocatori plasmano il destino dei loro alter ego. Spesso, una figura chiave, chiamata Master o Narratore, guida l’avventura, descrivendo scenari e popolando il mondo di personaggi non giocanti (PNG). Ma la bellezza del GDR moderno è la sua flessibilità: da sessioni masterless a sistemi che incentivano la narrazione corale, la tendenza è verso una maggiore autonomia creativa per tutti i partecipanti. I manuali e, sì, i dadi, non sono altro che i nostri strumenti per determinare l’esito incerto e avvincente delle azioni in questi scenari simulati.

La Guida Definitiva per Autori di Mondi

In questo contesto di fervente creatività, manuali come “Giochi di ruolo. Come inventare, realizzare e proporre giochi di interpretazione, di avventura e di narrazione” di Mauro Longo, si rivelano non solo guide, ma vere e proprie bussole per chiunque voglia esplorare questo “mondo ibrido”. Il volume non si limita a spiegare le dinamiche di gioco, ma si posiziona come un ponte tra il lettore/giocatore e l’autore/creatore.

Si percepisce chiaramente l’enorme know-how e la vasta esperienza dello scrittore. Il libro è una miniera d’oro di esempi pratici e lezioni mirate, esaustive e utilissime. Longo accompagna il lettore in un percorso che va oltre il semplice gaming, abbracciando la scrittura creativa e la comunicazione ludica. Non a caso, una parte cruciale è dedicata a un vero e proprio laboratorio di scrittura, con esercizi finalizzati alla creazione di un’avventura originale.

Per il Game Master curioso che cerca di arricchire il suo bagaglio personale, o per l’aspirante autore con l’idea di una pubblicazione nel cassetto, questo manuale offre la preparazione a 360° necessaria. È una guida completa e precisa su come intraprendere il percorso autoriale, analizzando il mondo della narrativa ludica e fornendo gli strumenti per realizzare (e magari persino pubblicare!) i propri progetti.

Oltre il Tavolo: Live e Formazione

Ma il viaggio nel mondo del gioco di ruolo non si conclude con i confini del tavolo. L’opera di Longo ha il merito di espandere lo sguardo su due ambiti fondamentali e in crescita: le appendici dedicate ai giochi di ruolo dal vivo (LARP) e all’utilizzo del GDR come strumento formativo in contesti scolastici o di sviluppo personale.

Il LARP spinge l’interpretazione oltre l’immaginazione pura, trasformandola in una vera e propria esperienza teatrale e immersiva. Ancora più significativo è il riconoscimento del valore pedagogico e sociale del gioco di ruolo: la sua capacità di sviluppare l’empatia, il problem solving e le dinamiche di gruppo lo rende uno strumento didattico sempre più apprezzato.

In sintesi, il libro è un manuale chiaro e preciso, un punto d’unione tra l’amore per il fantasy, la fantascienza, il gioco da tavolo e la narrativa, dimostrando che l’atto di inventare e interpretare storie è un bisogno intrinseco che resiste a ogni evoluzione tecnologica. Il gioco di ruolo è la nostra perenne, entusiasmante macchina del tempo e dello spazio.


E voi, che personaggi state interpretando in questo momento? Qual è il vostro sistema di gioco preferito, quello che vi ha fatto innamorare per la prima volta dell’interpretazione e della creazione di storie? Avete mai pensato di scrivere e pubblicare la vostra avventura?

Fatecelo sapere nei commenti! La community di CorriereNerd.it è un calderone di idee e passioni, e non vediamo l’ora di leggere le vostre esperienze e i vostri consigli. E se questo viaggio nel mondo dell’avventura di ruolo vi ha appassionato, non dimenticate di condividere l’articolo sui vostri social network!

NPC 2.0: come l’Intelligenza Artificiale sta cambiando per sempre il modo di giocare

L’evoluzione dei videogiochi ha sempre seguito traiettorie imprevedibili, spesso simili a quelle delle saghe che amiamo. Ogni salto tecnologico ha rimescolato carte, dinamiche, aspettative. Oggi viviamo un nuovo punto di svolta: l’arrivo dei PNG alimentati dall’Intelligenza Artificiale generativa. Un cambiamento che molti osservano con curiosità, altri con sospetto, ma che sta già ridisegnando le fondamenta della narrazione interattiva.
Non parliamo di un dettaglio marginale, ma di un vero cambio di paradigma: NPC che ricordano, reagiscono, apprendono, dialogano e interagiscono come entità credibili, capaci di incastonarsi nella storia senza tradire il mondo che abitano.

La trasformazione era inevitabile. Per anni abbiamo salvato regni, esplorato galassie remote e affrontato culti proibiti accanto a personaggi che, pur iconici, seguivano script rigidi come binari. Quando parlavamo con loro, la magia si spezzava al primo loop di dialogo. L’IA generativa spezza finalmente questa barriera, portando i PNG fuori dall’angolo delle comparse digitali e avvicinandoli a figure che sentono, ragionano e rispondono al mondo circostante.


Quando gli NPC iniziano davvero a vivere

L’ascesa dell’IA generativa ci permette di assistere alla nascita di popolazioni digitali che non si limitano a interpretare un copione, ma lo arricchiscono in tempo reale. Immagina un fabbro che ricorda la tua ultima visita, un compagno d’avventura che commenta il tuo stile di gioco o un antagonista che sviluppa strategie personalizzate perché ha capito come affronti i combattimenti. Questa non è più una promessa futuristica, è ciò che sta succedendo oggi, in un 2025 che ha scelto di trattare i videogiochi come organismi vivi in continua evoluzione narrativa.

Per capire quanto la trasformazione sia radicale, basta osservare gli esperimenti più discussi degli ultimi mesi. Il caso di Where Winds Meet, il wuxia ARPG diventato virale per i dialoghi grotteschi di alcuni NPC, ha offerto la sua lezione: il problema non era l’IA, ma la totale assenza di limiti. Un modello linguistico lasciato a briglia sciolta dentro un contesto storico rigoroso è destinato a generare fratture, proprio come un menestrello particolarmente alticcio intento a improvvisare una cronaca ufficiale.
Questo non dimostra che la tecnologia non funzioni; al contrario, mostra quanto sia indispensabile una regia solida. Un NPC non deve essere completamente libero, ma guidato, incastrato nella lore, calibrato sul tono del mondo. L’IA diventa un alleato prezioso solo quando opera all’interno dei binari tracciati dagli autori, valorizzando la loro visione invece di sovrascriverla.


L’autorialità non è in pericolo: è sul punto di espandersi

Il timore più diffuso, soprattutto tra narrative designer e sceneggiatori, riguarda l’autorialità. Alcuni percepiscono l’IA come un usurpatore, pronta a sostituire la scrittura umana e a ridurre i team creativi. È una narrativa che attecchisce facilmente, soprattutto online, ma che si sgretola al primo confronto con la realtà.

L’IA non scrive al posto dell’autore, scrive a partire dall’autore. Richiede una visione, una lore, un tono, un carattere psicologico dei personaggi. Il suo ruolo è quello del moltiplicatore: amplifica le possibilità, libera dagli incarichi ripetitivi, permette di costruire reazioni più credibili, dialoghi più fluidi, varianti narrative altrimenti ingestibili.
E l’aspetto più interessante è che ogni mondo può diventare unico, perché ogni team può plasmare l’IA sul proprio stile narrativo. Non stiamo assistendo alla scomparsa del ruolo dell’autore, ma alla sua mutazione in qualcosa di ancora più centrale e strategico.


NVIDIA ACE: il modello che sta già cambiando tutto

Se esiste un esempio concreto di “IA usata nel modo corretto”, il merito va riconosciuto a NVIDIA ACE (Avatar Cloud Engine), una piattaforma che dimostra come i PNG basati sull’IA possano restare coerenti, rigorosi, vincolati alle regole scritte dagli sviluppatori.
ACE combina l’elaborazione del linguaggio naturale di NVIDIA NeMo con l’ecosistema RTX, creando personaggi che percepiscono ciò che li circonda, prendono decisioni autonome e reagiscono in modo realistico.
La differenza fondamentale rispetto ai primi esperimenti è la presenza di “limiti narrativi” incorporati. Ogni risposta nasce dentro un recinto definito dagli autori, impedendo fughe fuori contesto e mantenendo l’identità del personaggio intatta.

La presentazione al CES 2025 ha mostrato una serie di implementazioni che hanno scatenato l’entusiasmo del pubblico, perché per la prima volta gli NPC sembravano davvero parte attiva dell’esperienza di gioco, senza stonature o buchi logici.


PUBG e il primo alleato parlante credibile della storia

Il debutto di ACE in PUBG con il “PUBG Ally” è stato uno dei momenti più chiacchierati dell’anno. Questo compagno non è un bot scriptato, ma un alleato che parla il linguaggio del gioco, riconosce le situazioni, segnala il loot, suggerisce tattiche e combatte come un compagno esperto.
Interagire con lui dà la sensazione di avere al fianco un giocatore in carne e ossa, pronto a leggere la situazione e a improvvisare quando necessario. Non è l’ennesimo assistente invadente, ma un partner credibile che arricchisce la dinamica di squadra.


Naraka: Bladepoint e l’arte della collaborazione strategica

In Naraka: Bladepoint, gli sviluppatori hanno scelto un approccio diverso: alleati IA che si occupano della gestione dell’inventario, dei suggerimenti sulle abilità, del supporto nelle battaglie. Ogni interazione diventa un tassello narrativo, un momento coerente che rafforza la sensazione di avere accanto guerrieri con una personalità, un ruolo, una consapevolezza situazionale.


inZOI e la nascita degli Smart Zoi: un mondo sociale più credibile

Il progetto più affascinante dal punto di vista sociale è forse inZOI, il sandbox ispirato ai life simulator. Qui gli Smart Zoi, grazie a ACE, non ripetono pattern codificati, ma si adattano alla personalità del giocatore, alle relazioni formate, all’ambiente.
Ogni interazione diventa un tassello di una società complessa, viva, imprevedibile ma credibile. La sensazione è quella di trovarsi dentro una cittadina virtuale che evolve nel tempo, tanto da far venir voglia di tornarci per vedere “come stanno andando le cose”.


MIR5 e il boss che ti ricorda, ti studia, ti sfida

In MIR5, l’implementazione IA si manifesta nel boss Asterion, un nemico che non si limita a seguire uno schema di attacchi. Impara dal giocatore, ricorda gli incontri precedenti, rielabora strategie.
Ogni combattimento diventa unico, quasi rituale, con un avversario che restituisce al giocatore la sensazione più rara di tutte: essere osservato da un’intelligenza che sta evolvendo mentre lo affronti.
È il tipo di esperienza che ribalta completamente l’idea stessa di “pattern”, trasformando lo scontro in un dialogo strategico continuo.


Un’IA che pensa come un umano, ma senza dimenticare di essere una macchina

Il segreto di ACE sta nella struttura stessa: piccoli modelli linguistici ottimizzati, capaci di elaborare decisioni rapide e ragionate. A ciò si aggiungono capacità multimodali che permettono ai personaggi di percepire suoni, contesto e dinamiche ambientali.
Il risultato è un equilibrio perfetto tra autonomia e controllo: l’NPC agisce come un essere vivente, ma resta ancorato all’identità definita dagli autori.
Per la prima volta i videogiochi possono aspirare a mondi che non solo sembrano vivi, ma si comportano come se lo fossero davvero.


Le sfide tecniche non annullano il potenziale

Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé problemi da risolvere. Consumo energetico, moderazione dei contenuti, limiti hardware: sono difficoltà reali, ma soprattutto prevedibili. Identiche discussioni si sono ripetute al passaggio dal 2D al 3D, dalla linearità agli open world, dai server locali ai mondi persistenti.
Ogni volta si temeva un collasso del settore, e ogni volta il gaming ne è uscito più ricco, più forte, più ambizioso.


Il futuro degli NPC non è una minaccia: è un invito

A questo punto la domanda “Gli NPC con IA rovineranno i videogiochi?” suona come uno dei tanti allarmi destinati a sgonfiarsi. Il vero interrogativo non è se l’IA debba far parte del gaming, ma come dovrà essere integrata.
La direzione è chiara: IA controllata, personalità definite, lore solide e una visione autoriale forte.
Quando questi elementi entreranno in armonia, i giocatori vivranno esperienze più ricche, coerenti e sorprendenti.

Non stiamo per perdere il videogioco che conosciamo.
Stiamo per guadagnarne uno nuovo.

E se la storia del gaming ci ha insegnato qualcosa, è che i mondi più straordinari nascono sempre dalle tecnologie che all’inizio spaventano.

Allora la domanda finale la giro a voi, lettori di CorriereNerd.it: dove pensate che arriveremo tra cinque anni? Siamo di fronte a un semplice upgrade… o alla nascita del prossimo grande genere videoludico? Parliamone insieme: le rivoluzioni, come le saghe migliori, diventano memorabili solo quando si condividono.

Games&Co 2025: l’epicentro dell’immaginario nerd invade Pordenone

Una scia di luci, colori e richiami all’immaginario pop accompagnerà il ritorno di Games&Co, pronto a riconquistare Pordenone Fiere con un’edizione che promette di superare ogni limite. Il weekend del 22 e 23 novembre 2025 trasformerà l’intero complesso espositivo in un viaggio spettacolare attraverso fumetti, videogiochi, cosplay, modellismo, manga, cultura giapponese, fantascienza e creatività senza confini. Una festa geek che non si limita a esporre, ma invita a giocare, sperimentare, vivere in prima persona tutto ciò che rende il mondo nerd un terreno fertile di storie, passioni e connessioni.

L’atmosfera che accoglierà i visitatori avrà il sapore delle grandi occasioni. Quattro padiglioni completamente rinnovati e ampliati si preparano ad accogliere migliaia di appassionati provenienti dal Friuli, dall’Italia intera e dai Paesi vicini. Una superficie che supera i 12.000 metri quadrati racchiuderà un universo dedicato al gioco e alle arti dell’immaginario, mentre la fiera “Radioamatore 2”, che si svolgerà in contemporanea, contribuirà a creare una vera cittadella geek da vivere senza tregua.

Una galassia di spazi da esplorare

Entrare a Games&Co significa attraversare una serie di dimensioni parallele, ognuna con un’identità precisa e un pubblico appassionato. Le aree tematiche sono studiate per abbracciare ogni sfumatura della cultura nerd.

Il percorso inizia con Shop&Go, un santuario dello shopping geek in cui gadget, fumetti, action figure, abbigliamento, giochi da tavolo, accessori cosplay e memorabilia di ogni tipo attendono nuovi proprietari. Proseguendo verso l’Artist Alley, il ritmo cambia completamente: matite, pennarelli e tavole originali diventano protagonisti grazie a decine di artisti provenienti da tutta Italia, pronti a condividere il proprio talento con sketch, commission e nuove autoproduzioni. Una zona che invita a scoprire nuovi fumettisti, illustratori, character designer e creativi indipendenti che trasformano ogni incontro in una piccola sorpresa.

L’avventura continua nella Fantasy Zone, un regno immaginifico costruito per chi ama draghi, cavalieri, avventure epiche ed estetiche fiabesche. Qui le associazioni e i gruppi a tema ricreano atmosfere fantastiche, perfette per scattare foto, scoprire mondi editoriali alternativi o semplicemente lasciarsi trasportare.

Accanto al fantastico, c’è spazio per l’adrenalina grazie alla Soft-Air Zone, un’arena di oltre 1.200 metri quadrati progettata per far provare tattiche, equipaggiamenti e simulazioni realistiche. Un approccio ludico ma al tempo stesso tecnico, ideale per chi vuole mettersi alla prova.

Il viaggio prosegue nella MINICON, area di oltre 1.500 metri quadrati che ospita dimostrazioni, sessioni guidate e workshop dedicati al mondo dei giochi di ruolo. Il Club Inner Circle si occuperà di coordinare campagne brevi, introduzioni per neofiti e avventure più articolate per i giocatori esperti. Un luogo in cui il click dei dadi diventa colonna sonora di storie da vivere e ricordare.

Per chi ama le atmosfere vintage, la Retrogaming Zone rappresenta una tappa obbligata: oltre cento postazioni dedicate alle console e ai cabinati più iconici di sempre, tutte completamente gratuite. Controller che profumano di infanzia, CRT che riportano la fosforescenza delle schermate anni ’80 e ’90, e giochi che hanno fatto la storia del medium videoludico.

Il viaggio tecnologico culmina con il Frogbyte LAN Party, il più grande gaming festival competitivo italiano, presente in fiera con una postazione ufficiale. Posti limitati, competizione serrata, notti insonni tra risate, headset e partite indimenticabili: un’esperienza che richiama le storiche LAN di una volta, ma con un’impronta moderna, vibrante e comunitaria.

Un altro mondo tutto da esplorare è la Brick Area, dove i mattoncini colorati più famosi del mondo diventano architetture, astronavi, città futuristiche e omaggi alle saghe più amate. Un luogo ideale sia per i bambini sia per gli adulti, perché nessuno smette davvero di costruire.

Infine, il viaggio sensoriale si arricchisce con l’area Japan Food, dove snack, street food orientale, bibite iconiche e sapori nipponici diventano parte dell’esperienza fieristica. Un’occasione per assaporare bubble tea, ramen, mochi e dolciumi pop direttamente dalle culture che hanno influenzato anime, videogiochi e manga.

Cosplay: la grande celebrazione dell’identità nerd

L’universo del cosplay rappresenta uno dei cuori emozionali di Games&Co. Un intero padiglione ospiterà gare, sfilate, shooting, karaoke ed eventi speciali organizzati da CosTrive, una realtà di riferimento del Friuli Venezia Giulia. La varietà dei costumi e la cura dei dettagli raccontano storie diverse: supereroi, maghi, idol, soldati galattici, personaggi di JRPG e protagonisti dei più celebri shonen occuperanno il palco e gli spazi espositivi. Per i cosplayer più competitivi, la gara ufficiale offrirà la possibilità di mettere in mostra costumi complessi, performance originali e talento scenico.

La presenza di ospiti, giudici, performer e community cosplay contribuirà a rendere l’evento un punto di riferimento per chi vive questa passione non solo come hobby, ma come espressione artistica.

L’Arena Eventi: il teatro dell’immaginario

Lo spazio centrale della fiera sarà dedicato agli incontri con ospiti, doppiatori, creator, autori, content creator, influencer e divulgatori provenienti dalle realtà più amate del panorama pop italiano. L’Arena Eventi ospiterà talk, interviste, spettacoli, quiz, momenti musicali e panel dedicati alle nuove uscite editoriali e multimediali. L’energia sarà costante, scandita da applausi, sessioni Q&A e momenti cult perfetti da immortalare nei feed social.

Un festival ideale per famiglie, neofiti e veterani

Games&Co non si rivolge solo ai collezionisti o agli esperti del settore, ma propone un’esperienza inclusiva. Le famiglie troveranno spazi perfetti per bambini e ragazzi, mentre i neofiti potranno avvicinarsi a ogni ambito della cultura pop in modo semplice e immediato. Gli appassionati più navigati, invece, scopriranno collezionabili rari, artisti emergenti, giochi nuovi, demo esclusive e attività che vanno dalle sessioni di soft-air ai tornei videoludici.

Gli ingressi sono pensati per essere accessibili e sono previsti sconti per scuole, gruppi e associazioni.

Una grande occasione anche per espositori e creativi

Games&Co non rappresenta solo una celebrazione delle passioni nerd: è anche una piattaforma di incontro e visibilità per illustratori, editori, negozi specializzati, artigiani, game designer, associazioni e realtà creative. Le opportunità per stringere nuove collaborazioni, presentare prodotti originali e intercettare un pubblico attento e coinvolto sono parte integrante dell’identità della fiera.

Pronti a entrare in scena?

La prossima edizione promette di essere una delle più ricche di sempre, grazie a un’offerta capace di toccare praticamente ogni settore dell’immaginario pop. Chi desidera aggiornare la propria collezione, provare nuove esperienze, incontrare artisti, competere, costruire, assaggiare, giocare e condividere non rimarrà deluso.

E adesso tocca a te: hai già vissuto una delle edizioni precedenti? Sei tra quelli che passano ore nel retrogaming o preferisci perderti nella Artist Alley? O forse stai preparando il cosplay con mesi di anticipo? Raccontacelo nei commenti. E se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con la tua party di avventurieri, i tuoi compagni di gilda o gli amici di maratone anime: il viaggio è più epico quando lo si vive insieme.

 

La Ludica Adunanza 2025: il grande rituale del gioco torna a Poggio Mirteto

La Sabina torna a vibrare di dadi che rotolano, personaggi che prendono vita, miniature che conquistano il mondo e risate condivise come fossero incantesimi collettivi. Sabato 22 novembre 2025, nella splendida cornice della Sala Farnese di Poggio Mirteto, il gruppo ludico La Ludica richiama giocatori, curiosi, neofiti e veterani per una giornata che promette di essere molto più di un semplice evento: una piccola celebrazione geek della socialità, della fantasia e del potere aggregante del gioco da tavolo e di ruolo.

Fin dal mattino, l’atmosfera si trasforma in qualcosa di sorprendente. I tavoli diventano portali, le scatole dei giochi si aprono come forzieri pieni di avventure, e ogni partecipante trova un angolo in cui sentirsi parte di una grande comunità immaginifica. L’Adunanza non vuole soltanto offrire una scena piena di boardgame e gdr, ma creare un’esperienza condivisa capace di mescolare l’adrenalina delle sfide, l’intimità narrativa del gioco di ruolo e il piacere di scoprire titoli nuovi insieme a persone accomunate dalla stessa passione.

Dalle 10:30 alle 22:30 la Sala Farnese diventa un ecosistema in cui ogni tipologia di giocatore trova il proprio habitat naturale. Esiste lo spazio dedicato a chi vuole immergersi nel gioco libero, dove basta sedersi, incontrare qualcuno con cui condividere una partita e lasciarsi guidare dal flusso del divertimento. C’è poi un’area pensata per chi cerca sfide più strutturate, con titoli complessi o particolarmente acclamati che attirano gli sguardi come reliquie in una vetrina da collezionisti. E non manca la zona dedicata ai giochi di ruolo, dove le narrazioni nascono attorno a un tavolo come se fossero improvvisazioni teatrali condivise tra amici di lunga data.

Il colpo d’occhio è quello delle convention più accoglienti: oltre cinquanta giochi pronti per essere provati, dodici tavoli con dimostratori capaci di trasformare qualsiasi regolamento in un’avventura accessibile, un’area chill dove respirare tra una partita e l’altra e una terrazza che regala un panorama suggestivo sul centro storico. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera che ricorda un piccolo festival, ma con il calore di una comunità locale che vive il gioco come un linguaggio comune.

Uno degli aspetti più affascinanti dell’Adunanza è il modo in cui accoglie i nuovi giocatori. Chi muove i primi passi nel mondo dei giochi da tavolo viene accompagnato da dimostratori pronti a spiegare, proporre, raccontare e guidare senza far mai sentire nessuno fuori posto. In un’epoca in cui molti conoscono solo i titoli più classici, scoprire che esistono giochi di riflessi, di narrazione, di strategia, party game che scatenano risate irrefrenabili e family game che uniscono adulti e bambini diventa quasi una rivelazione. È come aprire una porta che non sapevano neppure esistesse.

Per chi vive il gioco da tavolo con passione profonda, la possibilità di prenotare un tavolo con titoli nuovi e dimostratori esperti aggiunge quel gusto da anteprima esclusiva che aiuta a scoprire meccaniche inedite, soluzioni creative e mondi mai esplorati. La prenotazione non è obbligatoria, ma assicura un posto garantito e un’esperienza su misura. E per i giocatori esperti che vogliono condividere il proprio bagaglio ludico, portare giochi da casa è non solo permesso, ma incoraggiato: l’Adunanza vive anche dello scambio spontaneo di passioni.

Raggiungere Poggio Mirteto risulta facile sia per chi arriva in auto sia per chi preferisce il treno grazie alle navette che collegano stazioni e centro. I parcheggi vicini e gli accessi facilitati per le persone con mobilità ridotta confermano un’attenzione concreta verso l’inclusività, un valore che ogni evento ludico dovrebbe abbracciare e custodire. Non mancano partner e realtà del territorio che hanno scelto di sostenere l’iniziativa, a conferma del legame autentico tra gioco e cultura locale.

L’Adunanza non è un semplice evento in calendario. È un giorno per ricordare che il gioco è una forma di linguaggio, un ponte tra generazioni, un modo per conoscersi e riconoscersi. In tempi in cui tutto corre veloce, sedersi attorno a un tavolo diventa quasi un atto di quieta ribellione: si gioca per immaginare, per condividere, per ridere, per raccontare. Per ricordare, insieme, quanto è potente il gesto di tirare un dado o spostare una pedina.

Le porte di Sala Farnese si apriranno di nuovo il 22 novembre, e chiunque varcherà quel luogo avrà la possibilità di vivere un pezzo di quella magia che solo il gioco sa creare. Forse sarà un titolo nuovo a catturare la vostra attenzione, forse un incontro inatteso, forse una partita improvvisata che diventa ricordo. La cosa certa è che l’Adunanza vi aspetta, pronta a trasformare un sabato qualunque in un’avventura da raccontare.

E ora tocca a voi: quale sarà il primo tavolo a conquistarvi?