Tra le trasformazioni più interessanti della cultura nerd italiana degli ultimi anni, quella del gioco analogico merita un discorso a parte, perché ormai non stiamo più parlando soltanto di scatole piene di meeple colorati, dadi custom o mazzi foil custoditi come reliquie dentro raccoglitori anti-UV. Il gioco da tavolo, il gioco di ruolo, le miniature, i trading card game e perfino i giochi scientifici hanno smesso da tempo di essere percepiti come una nicchia strana frequentata da pochi appassionati chiusi in cantina fino alle tre del mattino. Oggi rappresentano un linguaggio sociale, creativo e culturale che attraversa generazioni diverse, e PLAY – Festival del Gioco è probabilmente la fotografia più precisa di questo cambiamento collettivo. Dal 22 al 24 maggio 2026, i padiglioni di BolognaFiere torneranno a trasformarsi in una gigantesca dimensione parallela dedicata all’immaginazione condivisa, accogliendo la diciassettesima edizione della più importante manifestazione italiana dedicata al gioco analogico, un evento che continua a crescere mentre il mercato italiano registra numeri impressionanti e il settore delle trading card sembra vivere una nuova età dell’oro.
Basta guardarsi intorno negli ultimi mesi per capire quanto il fenomeno sia esploso davvero. Le serate gioco ormai fanno parte della normalità quotidiana di tantissime persone, i locali ludici nascono come funghi, TikTok è invaso da unboxing di boardgame deluxe e persino chi fino a poco tempo fa considerava il Monopoly l’unico gioco esistente adesso discute online di engine building, legacy game e campagne narrative cooperative come se fosse la cosa più naturale del mondo. I dati Circana parlano chiaro: il comparto continua a crescere e le trading card segnano un incremento impressionante, segnale di quanto la cultura collezionistica e competitiva stia tornando potentissima anche grazie all’effetto nostalgia che colpisce intere generazioni cresciute tra Pokémon, Magic e Yu-Gi-Oh!.
PLAY 2026 intercetta perfettamente questa evoluzione ma decide anche di fare qualcosa di più interessante: usare il gioco come strumento culturale e sociale, quasi come una lente attraverso cui leggere il presente. Non è casuale infatti che questa edizione abbia scelto l’hashtag #LaPLAY, una dichiarazione di intenti che si lega simbolicamente agli ottant’anni del diritto di voto alle donne in Italia e che mette al centro le autrici, le innovatrici e le designer che stanno ridefinendo il panorama ludico internazionale. Una scelta che racconta molto anche del cambiamento interno al mondo geek stesso, sempre meno chiuso dentro stereotipi maschili anni Novanta e sempre più attraversato da sensibilità differenti, nuove narrazioni e punti di vista capaci di cambiare completamente il modo in cui giochiamo e raccontiamo storie.
Ed è impossibile non soffermarsi sui nomi annunciati come ospiti d’onore, perché parliamo di autrici che hanno letteralmente rivoluzionato il modo di intendere il game design contemporaneo. Tory Brown arriva a Bologna con il peso culturale di Votes for Women, un gioco che non usa la storia come semplice ambientazione decorativa ma come esperienza partecipativa vera, trascinando i giocatori dentro il movimento suffragista statunitense tra il 1848 e il 1920. Chi ama i giochi storici sa bene quanto sia difficile trasformare eventi politici e sociali in meccaniche coinvolgenti senza cadere nella freddezza accademica, eppure Brown riesce a fare esattamente questo. La futura pubblicazione italiana del gioco da parte di Devir diventa anche un segnale preciso: il mercato italiano ormai non è più periferico rispetto al panorama internazionale, ma viene osservato con crescente attenzione dagli editori globali.
Poi arriva Avery Alder, e qui entriamo in un territorio quasi filosofico del gioco di ruolo contemporaneo. Chiunque abbia giocato The Quiet Year sa benissimo cosa significhi sedersi attorno a un tavolo e capire, dopo pochi minuti, che il protagonista non sei tu. Non esiste più il classico eroe solitario alla Dungeons & Dragons vecchia scuola, non esiste la fantasia individualista del “salvo il mondo da solo”. Alder costruisce esperienze collettive, fragili, malinconiche, spesso intime, in cui le relazioni contano più delle statistiche e la comunità diventa il centro della narrazione. Una roba che fino a quindici anni fa sarebbe sembrata quasi aliena dentro il mondo del GDR tradizionale, e che invece oggi influenza una quantità enorme di designer indipendenti.
E poi Banana Chan, che per tantissimi appassionati rappresenta una delle voci più originali e coraggiose del gioco di ruolo contemporaneo. Il modo in cui usa l’horror, il folklore asiatico e le questioni identitarie all’interno delle sue opere riesce continuamente a spiazzare. Jiangshi: Blood in the Banquet Hall, per esempio, prende il mito del vampiro saltellante cinese e lo trasforma in un’esperienza che parla di famiglia, assimilazione culturale e sopravvivenza emotiva. Non è semplicemente “un gioco horror”. È qualcosa di molto più strano, personale e potente. E il fatto che una figura del genere sia protagonista di PLAY racconta benissimo quanto il festival abbia deciso di guardare avanti invece di limitarsi a celebrare il gioco tradizionale in modo nostalgico.
La sensazione, parlando di PLAY, è che Bologna per tre giorni diventi una specie di gigantesca città invisibile nerd dove convivono anime completamente diverse. Da una parte il giocatore competitivo che vive di tornei, sleeve perfette e deckbuilding maniacale, dall’altra famiglie intere che scoprono i giochi moderni per la prima volta, poi i roleplayer immersi in campagne infinite, gli autori indipendenti con prototipi stampati in casa, gli illustratori fantasy, gli appassionati di wargame storico e i divulgatori scientifici che usano il gioco per spiegare concetti complessi.
Ed è proprio l’Area Scientifica uno degli aspetti più affascinanti della manifestazione. Per anni il mondo nerd si è sentito ripetere che “giocare” fosse tempo perso, qualcosa da abbandonare crescendo. Adesso invece università, enti di ricerca e istituzioni utilizzano il gioco come strumento educativo, cognitivo e persino sociale. A PLAY 2026 saranno presenti realtà enormi come il CNR, l’INAF, l’INFN, Indire e numerose università italiane, dall’Alma Mater di Bologna fino alla Scuola IMT Alti Studi Lucca. E sinceramente, per chi è cresciuto sentendosi dire che passare pomeriggi a tirare dadi fosse una perdita di tempo, vedere il gioco riconosciuto come linguaggio culturale serio ha ancora qualcosa di quasi surreale.
Poi esiste tutto l’aspetto più spettacolare e pop dell’evento, quello che inevitabilmente farà brillare gli occhi ai fan di Star Wars. La presenza della Rebel Legion Italian Base aggiunge quella componente da convention nerd che trasforma i corridoi della fiera in un piccolo pezzo di galassia lontana lontana. Jedi, piloti ribelli, Wookiee, principesse, uniformi replicatissime con precisione quasi maniacale. Chiunque abbia incontrato la Rebel Legion o la 501st sa perfettamente quanto il confine tra cosplay e artigianato professionale, in questi casi, diventi sottilissimo. Dietro quei costumi non esiste soltanto fandom ma una dedizione quasi ossessiva fatta di studio, sartoria, stampa 3D, weathering e passione assoluta.
E la parte più bella è che tutto questo viene continuamente collegato alla beneficenza e alle attività sociali. Ospedali pediatrici, eventi educativi, raccolte fondi, iniziative culturali. Una dimensione spesso ignorata da chi guarda il cosplay dall’esterno senza comprenderne davvero il lato umano e comunitario.
PLAY 2026 sarà anche gigantesco dal punto di vista degli spazi. Quattro padiglioni interi di BolognaFiere, migliaia di tavoli e una ludoteca mastodontica pronta ad accogliere praticamente ogni possibile declinazione del gioco analogico. L’area dedicata alle famiglie e alle trading card promette di essere una delle più frequentate, anche perché ormai il collezionismo di carte è tornato a essere un fenomeno trasversale capace di unire adulti nostalgici e ragazzini che scoprono per la prima volta il piacere di aprire bustine sperando nella carta rarissima.
E in mezzo a tutto questo convivranno costruzioni creative, giochi in legno, esperienze tattili, giochi tradizionali e spazi pensati per trasformare il festival in qualcosa di accessibile anche a chi non ha mai messo piede in una fiera nerd. Forse è proprio questa la vera forza di PLAY: riuscire ad abbattere continuamente quella barriera invisibile che separava gli “appassionati hardcore” dal pubblico generalista.
Chi frequenta il mondo geek da abbastanza tempo percepisce chiaramente questa trasformazione. Un tempo eventi del genere sembravano luoghi di resistenza culturale per pochi fanatici. Adesso invece il gioco analogico è diventato un linguaggio comune, quasi un antidoto collettivo alla saturazione digitale permanente. E fa sorridere pensare che mentre il mondo continua a spingerci verso schermi sempre più invasivi, milioni di persone stiano riscoprendo il piacere antichissimo di sedersi attorno a un tavolo, guardarsi negli occhi, inventare storie e condividere tempo reale senza notifiche.
Forse è anche per questo che PLAY continua a crescere anno dopo anno. Non vende soltanto giochi. Vende esperienze condivise, immaginazione collettiva e quel senso di appartenenza che il fandom, quello autentico, riesce ancora a creare meglio di qualsiasi algoritmo. E a giudicare dall’atmosfera che già si respira online tra community, gruppi Telegram, server Discord e creator specializzati, BolognaFiere a maggio rischia davvero di diventare uno dei luoghi più importanti d’Italia per capire dove sta andando la cultura pop contemporanea.
E la sensazione è che siamo soltanto all’inizio di qualcosa di molto più grande.





