Derry non dorme mai davvero. Chiunque abbia attraversato almeno una volta le pagine di It lo sa bene: quella cittadina del Maine non è un semplice sfondo narrativo, ma una presenza insistente, un pensiero che ritorna quando meno te lo aspetti, come un ricordo scomodo che si rifiuta di restare sepolto. Con questa consapevolezza addosso, un misto di entusiasmo febbrile e sospetto costante, l’approccio al finale della prima stagione di It: Welcome to Derry non poteva che essere carico di aspettative. Fin dai primi episodi era chiaro che la serie non stava costruendo una chiusura, ma un lento e metodico affondo nel terreno marcio su cui Derry è edificata.
Dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio resta quella sensazione familiare che Stephen King sa evocare meglio di chiunque altro. Non è la paura urlata, non è il jump scare che ti fa sobbalzare sul divano, ma un’inquietudine persistente che scivola sotto la pelle e si rifiuta di andarsene. Derry, ancora una volta, smette di essere un luogo e diventa una ferita aperta nella memoria collettiva, un’eco che rimbalza tra le fogne, le villette ordinate, i sorrisi troppo composti di una comunità che ha imparato a convivere con il Male fingendo di non accorgersene.
La serie ideata da Jason Fuchs e Brad Caleb Kane nasce come prequel diretto dei film del 2017 e del 2019, ma utilizza il romanzo del 1986 come bussola morale più che come mappa da seguire pedissequamente. Ambientare la storia nel 1962 non serve solo a raccontare “cosa è successo prima”, bensì a porre una domanda molto più disturbante: perché Derry continua a essere un terreno così fertile per l’orrore? E, soprattutto, perché ogni tentativo di reagire sembra spegnersi prima ancora di prendere davvero forma?
L’incipit con quattro ragazzini che gravitano attorno a una base dell’aeronautica, dove un bunker legato a progetti speciali nasconde più segreti del dovuto, mette subito in chiaro le intenzioni della serie. La scomparsa improvvisa di uno di loro non è solo un evento tragico, ma una miccia narrativa che accende una catena di silenzi, omissioni e sguardi che scivolano altrove. Quando, quattro mesi dopo, il maggiore Leroy Hanlon arriva a Derry in attesa della moglie Charlotte e del figlio Will, la sensazione è quella di un domino pronto a cadere. Apparentemente gli eventi sembrano scollegati, ma chi conosce Derry sa che nulla lo è davvero.
Uno degli aspetti più interessanti di Welcome to Derry è la sua natura ibrida. La serie assorbe l’anima del romanzo originale, dialoga apertamente con l’estetica dei film di Andy Muschietti e tenta, con una certa audacia, di costruire una mitologia autonoma. Non sempre l’equilibrio regge. In alcuni momenti emerge la tentazione di spiegare troppo, di collegare ogni tassello, di dare un senso definitivo a ciò che, nell’universo di King, funziona spesso proprio perché resta ambiguo. Eppure, quando la serie rallenta e lascia respirare l’atmosfera, l’orrore colpisce in modo preciso, insinuante, quasi intimo.
Il ritorno di Pennywise, ancora una volta incarnato da Bill Skarsgård, è gestito con sorprendente misura. Il clown non monopolizza la scena e questa scelta si rivela vincente. Quando appare, lo fa come un’ombra antica che incombe su tutto, una presenza che non ha bisogno di giustificazioni. Skarsgård lavora per sottrazione, offrendo un Pennywise meno istrionico e più logoro, quasi stanco, come se il Male fosse una routine ciclica da portare avanti per inerzia cosmica. Non è soltanto un mostro, ma una funzione, un meccanismo che si attiva a intervalli regolari perché Derry lo permette.
Tra tutte le creature nate dalla penna di Stephen King, IT resta una delle più iconiche. Cambia forma, si nutre di paura e infesta Derry da generazioni, adattandosi ai tempi e alle ossessioni di chi la abita. Dopo la miniserie degli anni Novanta e i film più recenti, questa serie sceglie una strada più riflessiva. Racconta uno dei cicli di risveglio di IT concentrandosi meno sull’effetto immediato e più sulle cause profonde. Il risultato funziona, anche se non in modo costante. L’approfondimento arricchisce il mito, ma talvolta ne smussa gli angoli più disturbanti.
Una delle scelte più divisive riguarda la sottotrama militare e il personaggio di Dick Halloran, ponte diretto verso Shining. L’idea di espandere l’universo narrativo kinghiano è affascinante, soprattutto per i fan di lunga data, ma la scrittura in questa parte risulta a tratti confusa e fin troppo esplicativa. L’ambizione di spiegare il “perché Derry” è lodevole, il modo in cui viene messa in scena non sempre altrettanto efficace.
Quando la serie decide invece di puntare tutto sui personaggi più giovani, ritrova la sua voce più autentica. I ragazzi funzionano, hanno chimica, e ogni volta che la narrazione si concentra su di loro l’atmosfera si fa più densa. A metà stagione Welcome to Derry sembra finalmente trovare il suo equilibrio e regala momenti di vero disagio emotivo. L’episodio dedicato all’incendio del Black Spot è devastante, probabilmente il vertice dell’intera stagione, capace di fondere orrore soprannaturale e tragedia storica in un unico colpo allo stomaco.
Dal punto di vista tecnico, la serie ambisce a un respiro cinematografico. La regia insiste su spazi vuoti, tempi dilatati, luci che trasformano la quotidianità in qualcosa di profondamente sbagliato. Derry viene raccontata come un organismo vivo, fatto di strade che sembrano osservare, cinema abbandonati, fogne che diventano metafora di tutto ciò che la città rimuove. Qui l’orrore nasce tanto dal soprannaturale quanto dalla complicità silenziosa di una comunità che preferisce voltarsi dall’altra parte.
Il contesto storico del 1962 non è un semplice esercizio estetico. È un momento di frattura per l’America, un’epoca che si racconta come prospera e ordinata mentre sotto la superficie ribollono tensioni razziali, paure politiche e un senso di precarietà pronto a esplplodere. La serie sfrutta questo clima per intrecciare l’orrore metafisico con quello sociale, trovando nel racconto del Black Spot una delle sue espressioni più potenti. Il Male non arriva sempre da un altro mondo: spesso nasce dall’odio, dall’intolleranza, dalla violenza normalizzata.
In questo quadro, Charlotte e Leroy Hanlon emergono come fulcro emotivo della stagione. La loro esperienza di famiglia afroamericana in una Derry che ama definirsi “diversa” ma nasconde un razzismo viscerale aggiunge uno strato di terrore molto concreto. La paura che li accompagna non è solo quella del clown, ma quella di essere costantemente osservati, giudicati, messi ai margini. La serie riesce a raccontare questo doppio livello senza scadere nella predica, affidandosi ai dettagli e agli sguardi.
Il cast corale funziona proprio perché ogni personaggio sembra portare con sé un frammento della città. I giovani attori evocano quella miscela di vulnerabilità e coraggio che ha reso iconico il Club dei Perdenti, senza limitarsi a una copia sbiadita. Le loro paure non sono soltanto creature nell’ombra, ma assenze, segreti familiari, domande a cui nessuno vuole rispondere. È qui che riaffiora lo spirito più autentico di King, con l’infanzia come luogo di scoperta e trauma, dove l’orrore prende forma perché mancano ancora gli strumenti per razionalizzarlo.
I collegamenti al cosiddetto Kingverse sono disseminati con una certa intelligenza. Dick Halloran suggerisce legami con Shining, altri dettagli rimandano a luoghi e storie familiari per chi conosce bene l’opera dell’autore. Non si tratta di semplici strizzate d’occhio, ma di indizi di un universo narrativo coerente, dove ogni storia è un capitolo di una saga più ampia sulla paura e sulla memoria.
Arrivati alla fine della stagione, una cosa appare evidente. It: Welcome to Derry non è una serie perfetta, ma è una serie necessaria. Non tanto per espandere un franchise, quanto per riportare l’orrore alle sue radici più scomode. La paura qui non è solo il clown che emerge dalle fogne, ma ciò che accade quando una comunità decide di ignorare il Male, di normalizzarlo, di lasciarlo crescere indisturbato. Pennywise diventa così una metafora potente, uno specchio deformante che riflette tutto ciò che preferiremmo non vedere.
E forse è per questo che, anche dopo l’ultimo episodio, Derry continua a seguirci. Perché non è mai stata soltanto una città immaginaria. È l’idea che certi orrori non scompaiono mai davvero, ma restano in attesa, pazienti, del momento in cui qualcuno smetterà di guardare. Dopo questa stagione, la domanda resta sospesa: siete davvero sicuri di voler distogliere lo sguardo?






