It: Welcome to Derry – Dopo il finale, l’orrore ritorna alle origini del Male

Derry non dorme mai davvero. Chiunque abbia attraversato almeno una volta le pagine di It lo sa bene: quella cittadina del Maine non è un semplice sfondo narrativo, ma una presenza insistente, un pensiero che ritorna quando meno te lo aspetti, come un ricordo scomodo che si rifiuta di restare sepolto. Con questa consapevolezza addosso, un misto di entusiasmo febbrile e sospetto costante, l’approccio al finale della prima stagione di It: Welcome to Derry non poteva che essere carico di aspettative. Fin dai primi episodi era chiaro che la serie non stava costruendo una chiusura, ma un lento e metodico affondo nel terreno marcio su cui Derry è edificata.

Dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio resta quella sensazione familiare che Stephen King sa evocare meglio di chiunque altro. Non è la paura urlata, non è il jump scare che ti fa sobbalzare sul divano, ma un’inquietudine persistente che scivola sotto la pelle e si rifiuta di andarsene. Derry, ancora una volta, smette di essere un luogo e diventa una ferita aperta nella memoria collettiva, un’eco che rimbalza tra le fogne, le villette ordinate, i sorrisi troppo composti di una comunità che ha imparato a convivere con il Male fingendo di non accorgersene.

La serie ideata da Jason Fuchs e Brad Caleb Kane nasce come prequel diretto dei film del 2017 e del 2019, ma utilizza il romanzo del 1986 come bussola morale più che come mappa da seguire pedissequamente. Ambientare la storia nel 1962 non serve solo a raccontare “cosa è successo prima”, bensì a porre una domanda molto più disturbante: perché Derry continua a essere un terreno così fertile per l’orrore? E, soprattutto, perché ogni tentativo di reagire sembra spegnersi prima ancora di prendere davvero forma?

IT: Welcome to Derry | Official Trailer | HBO Max


L’incipit con quattro ragazzini che gravitano attorno a una base dell’aeronautica, dove un bunker legato a progetti speciali nasconde più segreti del dovuto, mette subito in chiaro le intenzioni della serie. La scomparsa improvvisa di uno di loro non è solo un evento tragico, ma una miccia narrativa che accende una catena di silenzi, omissioni e sguardi che scivolano altrove. Quando, quattro mesi dopo, il maggiore Leroy Hanlon arriva a Derry in attesa della moglie Charlotte e del figlio Will, la sensazione è quella di un domino pronto a cadere. Apparentemente gli eventi sembrano scollegati, ma chi conosce Derry sa che nulla lo è davvero.

Uno degli aspetti più interessanti di Welcome to Derry è la sua natura ibrida. La serie assorbe l’anima del romanzo originale, dialoga apertamente con l’estetica dei film di Andy Muschietti e tenta, con una certa audacia, di costruire una mitologia autonoma. Non sempre l’equilibrio regge. In alcuni momenti emerge la tentazione di spiegare troppo, di collegare ogni tassello, di dare un senso definitivo a ciò che, nell’universo di King, funziona spesso proprio perché resta ambiguo. Eppure, quando la serie rallenta e lascia respirare l’atmosfera, l’orrore colpisce in modo preciso, insinuante, quasi intimo.

Il ritorno di Pennywise, ancora una volta incarnato da Bill Skarsgård, è gestito con sorprendente misura. Il clown non monopolizza la scena e questa scelta si rivela vincente. Quando appare, lo fa come un’ombra antica che incombe su tutto, una presenza che non ha bisogno di giustificazioni. Skarsgård lavora per sottrazione, offrendo un Pennywise meno istrionico e più logoro, quasi stanco, come se il Male fosse una routine ciclica da portare avanti per inerzia cosmica. Non è soltanto un mostro, ma una funzione, un meccanismo che si attiva a intervalli regolari perché Derry lo permette.

Tra tutte le creature nate dalla penna di Stephen King, IT resta una delle più iconiche. Cambia forma, si nutre di paura e infesta Derry da generazioni, adattandosi ai tempi e alle ossessioni di chi la abita. Dopo la miniserie degli anni Novanta e i film più recenti, questa serie sceglie una strada più riflessiva. Racconta uno dei cicli di risveglio di IT concentrandosi meno sull’effetto immediato e più sulle cause profonde. Il risultato funziona, anche se non in modo costante. L’approfondimento arricchisce il mito, ma talvolta ne smussa gli angoli più disturbanti.

Una delle scelte più divisive riguarda la sottotrama militare e il personaggio di Dick Halloran, ponte diretto verso Shining. L’idea di espandere l’universo narrativo kinghiano è affascinante, soprattutto per i fan di lunga data, ma la scrittura in questa parte risulta a tratti confusa e fin troppo esplicativa. L’ambizione di spiegare il “perché Derry” è lodevole, il modo in cui viene messa in scena non sempre altrettanto efficace.

Quando la serie decide invece di puntare tutto sui personaggi più giovani, ritrova la sua voce più autentica. I ragazzi funzionano, hanno chimica, e ogni volta che la narrazione si concentra su di loro l’atmosfera si fa più densa. A metà stagione Welcome to Derry sembra finalmente trovare il suo equilibrio e regala momenti di vero disagio emotivo. L’episodio dedicato all’incendio del Black Spot è devastante, probabilmente il vertice dell’intera stagione, capace di fondere orrore soprannaturale e tragedia storica in un unico colpo allo stomaco.

Dal punto di vista tecnico, la serie ambisce a un respiro cinematografico. La regia insiste su spazi vuoti, tempi dilatati, luci che trasformano la quotidianità in qualcosa di profondamente sbagliato. Derry viene raccontata come un organismo vivo, fatto di strade che sembrano osservare, cinema abbandonati, fogne che diventano metafora di tutto ciò che la città rimuove. Qui l’orrore nasce tanto dal soprannaturale quanto dalla complicità silenziosa di una comunità che preferisce voltarsi dall’altra parte.

Il contesto storico del 1962 non è un semplice esercizio estetico. È un momento di frattura per l’America, un’epoca che si racconta come prospera e ordinata mentre sotto la superficie ribollono tensioni razziali, paure politiche e un senso di precarietà pronto a esplplodere. La serie sfrutta questo clima per intrecciare l’orrore metafisico con quello sociale, trovando nel racconto del Black Spot una delle sue espressioni più potenti. Il Male non arriva sempre da un altro mondo: spesso nasce dall’odio, dall’intolleranza, dalla violenza normalizzata.

In questo quadro, Charlotte e Leroy Hanlon emergono come fulcro emotivo della stagione. La loro esperienza di famiglia afroamericana in una Derry che ama definirsi “diversa” ma nasconde un razzismo viscerale aggiunge uno strato di terrore molto concreto. La paura che li accompagna non è solo quella del clown, ma quella di essere costantemente osservati, giudicati, messi ai margini. La serie riesce a raccontare questo doppio livello senza scadere nella predica, affidandosi ai dettagli e agli sguardi.

Il cast corale funziona proprio perché ogni personaggio sembra portare con sé un frammento della città. I giovani attori evocano quella miscela di vulnerabilità e coraggio che ha reso iconico il Club dei Perdenti, senza limitarsi a una copia sbiadita. Le loro paure non sono soltanto creature nell’ombra, ma assenze, segreti familiari, domande a cui nessuno vuole rispondere. È qui che riaffiora lo spirito più autentico di King, con l’infanzia come luogo di scoperta e trauma, dove l’orrore prende forma perché mancano ancora gli strumenti per razionalizzarlo.

IT: Welcome to Derry Official Trailer (2025)

I collegamenti al cosiddetto Kingverse sono disseminati con una certa intelligenza. Dick Halloran suggerisce legami con Shining, altri dettagli rimandano a luoghi e storie familiari per chi conosce bene l’opera dell’autore. Non si tratta di semplici strizzate d’occhio, ma di indizi di un universo narrativo coerente, dove ogni storia è un capitolo di una saga più ampia sulla paura e sulla memoria.

Arrivati alla fine della stagione, una cosa appare evidente. It: Welcome to Derry non è una serie perfetta, ma è una serie necessaria. Non tanto per espandere un franchise, quanto per riportare l’orrore alle sue radici più scomode. La paura qui non è solo il clown che emerge dalle fogne, ma ciò che accade quando una comunità decide di ignorare il Male, di normalizzarlo, di lasciarlo crescere indisturbato. Pennywise diventa così una metafora potente, uno specchio deformante che riflette tutto ciò che preferiremmo non vedere.

E forse è per questo che, anche dopo l’ultimo episodio, Derry continua a seguirci. Perché non è mai stata soltanto una città immaginaria. È l’idea che certi orrori non scompaiono mai davvero, ma restano in attesa, pazienti, del momento in cui qualcuno smetterà di guardare. Dopo questa stagione, la domanda resta sospesa: siete davvero sicuri di voler distogliere lo sguardo?

Dune: Prophecy – Il Ritorno della Sorellanza. HBO riaccende le sabbie di Arrakis con una seconda stagione stellare

La spezia scorre di nuovo. HBO ha ufficialmente riattivato la sua “macchina delle spezie” annunciando l’inizio delle riprese della seconda stagione di Dune: Prophecy, il prequel dell’universo di Frank Herbert che ha conquistato fan e critica nel 2024. Dopo il trionfo della prima stagione, la serie prodotta da Legendary Television e distribuita su Sky e NOW torna a espandere l’universo di Dune con nuovi personaggi, intrighi e panorami mozzafiato che spaziano tra Ungheria, Giordania e Spagna.

A capo della produzione ritroviamo la showrunner Alison Schapker, già autrice di Fringe e Westworld, che promette un secondo capitolo ancora più oscuro, spirituale e politicamente complesso. Per celebrare l’inizio delle riprese, HBO ha pubblicato un video dietro le quinte che mostra il ritorno del cast, i set immersi nel deserto e il palpabile entusiasmo della troupe: il segnale più chiaro che Dune: Prophecy è pronta a tornare più epica che mai.

Nuovi volti tra le sabbie del destino

La seconda stagione vedrà l’arrivo di tre nuovi nomi di peso: Indira Varma (Game of Thrones, Obi-Wan Kenobi), Tom Hollander (The White Lotus, Pirates of the Caribbean) e Ashley Walters (Top Boy, Bullet Boy). HBO non ha ancora svelato i ruoli che interpreteranno, alimentando così la curiosità dei fan. Visti i toni mistici e dinastici della serie, non è difficile immaginare che possano incarnare nuovi membri delle antiche casate o figure centrali nelle lotte di potere religiose e politiche che precedono la nascita delle Bene Gesserit.

Accanto a loro, ritornano le protagoniste Emily Watson (Valya Harkonnen) e Olivia Williams (Tula Harkonnen), le due sorelle destinate a fondare la leggendaria Sorellanza. Al loro fianco, rivedremo Jodhi May nei panni dell’Imperatrice Natalya, Travis Fimmel come il carismatico soldato Desmond Hart, e un cast corale che include Sarah-Sofie Boussnina, Shalom Brune-Franklin, Yerin Ha, Aoife Hinds e Tessa Bonham Jones.

Le origini delle Bene Gesserit

Dune: Prophecy non è solo una serie ambientata 10.000 anni prima di Paul Atreides: è un viaggio alle radici del mito. Tratta dal romanzo Sisterhood of Dune di Brian Herbert e Kevin J. Anderson, l’opera esplora le fondamenta ideologiche, genetiche e spirituali delle Bene Gesserit, l’enigmatica confraternita che dominerà il destino dell’universo di Dune.

Ambientata nel turbolento periodo successivo al Jihad Butleriano, la serie racconta come l’umanità, sopravvissuta alla rivolta contro le macchine pensanti, stia tentando di ricostruire se stessa. In questo caos emergono Valya e Tula Harkonnen, due donne diverse ma unite dal desiderio di plasmare un nuovo ordine attraverso la conoscenza, la fede e la manipolazione. È qui che nasce il seme della Sorellanza, con le sue liturgie segrete e le sue missioni genetiche, elementi che faranno da ponte tra la mistica e la politica — cuore pulsante del mondo di Herbert.

Un prequel che parla al futuro

Una delle magie di Dune: Prophecy è la sua capacità di evocare un passato remoto che sembra però familiare. Nelle sue atmosfere si respira la tensione tra tecnologia e religione, potere e destino, femminile e maschile. Ogni episodio della prima stagione ha mostrato come la serie riesca a unire la profondità filosofica dei romanzi originali con la spettacolarità cinematografica inaugurata da Denis Villeneuve nei film Dune e Dune: Parte Due.

Con la seconda stagione, la showrunner Schapker promette di ampliare il respiro narrativo, esplorando nuove case nobiliari, nuove pianure di sabbia e soprattutto le conseguenze delle scelte compiute dalle sorelle Harkonnen. La regia e la fotografia continueranno a privilegiare una resa visiva maestosa e mistica, con un linguaggio estetico che fa convivere il deserto con il sacro, la sabbia con la carne, la fede con la scienza.

Attesa e profezia

La produzione della prima stagione fu segnata dagli scioperi di Hollywood, che ne ritardarono l’uscita fino al novembre 2024. Ora, con le riprese del nuovo ciclo già in corso, i fan sperano di rivedere Dune: Prophecy entro la fine del 2025. Nessuna data è stata confermata, ma l’entusiasmo del cast e della crew fa presagire un percorso più rapido.

Per il fandom di Dune, questa serie rappresenta qualcosa di più di un semplice spin-off: è la ricostruzione di un’eredità. È la storia di come il potere nasca dal silenzio, di come le donne dell’universo di Herbert abbiano imparato a piegare la genetica, la politica e la religione ai propri fini, gettando le basi per la venuta del Kwisatz Haderach.

E anche se noi non possiamo vedere il futuro — non siamo il Kwisatz Haderach, come ironizza HBO — una cosa è certa: la Profezia è appena cominciata.

Faith Stories: quando la fede incontra il racconto — il nuovo universo narrativo di Nexo Studios

C’è un filo luminoso che attraversa il cinema, la televisione e il documentario quando questi decidono di interrogarsi sul mistero più antico di tutti: la fede. È un filo che lega il silenzio interiore dei mistici, il coraggio di chi difende la propria verità e le infinite forme di spiritualità che, da secoli, danno voce al bisogno umano di senso. Proprio su questa linea sottile si muove “Faith Stories”, la nuova collezione di produzioni originali lanciata da Nexo Studios in occasione del MIPCOM 2025 di Cannes — il più importante mercato mondiale dedicato all’industria audiovisiva e dell’intrattenimento.

Con questo progetto ambizioso, Nexo Studios amplia la propria visione editoriale e abbraccia una dimensione universale: 21 documentari e produzioni originali che raccontano la fede, la spiritualità, il coraggio, ma anche il dialogo interiore e l’impegno civile. Non si tratta di un percorso confessionale, ma di un vero e proprio viaggio attraverso la storia, l’arte e la coscienza umana, un racconto che vuole parlare a un pubblico globale senza perdere l’intimità delle piccole storie.

Un dialogo con l’anima del nostro tempo

“Viviamo in un tempo che ha più che mai bisogno di tornare a interrogarsi, di cercare senso, di ritrovare ciò che unisce”, spiega Franco di Sarro, CEO di Nexo Studios. “Con Faith Stories vogliamo dare spazio a contenuti che affrontano i temi della fede e della spiritualità con serietà, profondità e cura. È un invito a guardare oltre, a raccontare la dimensione più intima e universale dell’esperienza umana”.
Un manifesto che sintetizza alla perfezione lo spirito del progetto: non dogma, ma ricerca; non predica, ma dialogo. Nexo vuole proporre un linguaggio audiovisivo capace di esplorare la fede come chiave di lettura del contemporaneo, come terreno di incontro fra culture e generazioni.

Per questo motivo, nella seconda metà del 2025, la società ha avviato nuove produzioni originali dedicate alla collana “Faith Stories”, con l’obiettivo di pubblicare dal 2026 tre-cinque titoli ogni anno, espandendo un catalogo che si propone come mappa emozionale dell’anima umana.

Dal misticismo all’impegno civile: i primi titoli in catalogo

Nel catalogo presentato al MIPCOM 2025, Faith Stories debutta con una selezione di titoli realizzati in collaborazione con Officina della Comunicazione, Centro Televisivo Vaticano, SKY, Mompracem e altri partner di prestigio. Le produzioni affrontano figure, luoghi e temi cardine del mondo spirituale e religioso, spaziando dal misticismo all’arte sacra, dall’impegno civile alla contemporaneità del messaggio cristiano.
Tra i titoli di punta figurano:

  • Vices and Virtues. From Giotto to Pope Francis, un viaggio visivo tra arte e teologia che collega le visioni morali del Medioevo all’etica della Chiesa contemporanea;

  • Prophets of the Twentieth Century – Turoldo and Pasolini, un confronto poetico e ideologico fra due profeti laici del Novecento;

  • My Highway to Heaven – Carlo Acutis, che racconta la parabola del giovane beato digitale, ponte tra fede e tecnologia;

  • Padre Pio. Mysticism and Pragmatism, ritratto del santo come figura umana e simbolica, tra spiritualità e azione concreta;

  • The Oldest Gospel – The Hanna Papyrus, una detective story teologica sul più antico frammento evangelico conosciuto;

  • Beyond Prison: Three Lives, One Hope, che intreccia tre destini di redenzione dentro e fuori le mura carcerarie.

Ogni titolo è pensato come un’esperienza sensoriale e riflessiva, un racconto visivo che unisce il rigore documentaristico al linguaggio cinematografico più immersivo. In un’epoca in cui i contenuti spirituali vengono spesso relegati ai margini, Faith Stories dimostra che si può parlare di fede con autenticità, estetica e modernità.

Nexo Studios: un universo di narrazioni che contano

Il debutto di Faith Stories si inserisce in un percorso di costante espansione che ha reso Nexo Studios uno dei principali protagonisti della produzione e distribuzione culturale europea.
Presente al MIPCOM dal 13 al 16 ottobre 2025, nello stand Italian Pavilion R7 L23 – Riviera, la società presenta anche le sue altre linee editoriali, che comprendono oltre 40 titoli dedicati a biografie artistiche e museali, una collezione speciale sull’Antico Egitto, e la serie “Films That Matter”, dove il cinema incontra l’attivismo e la riflessione sociale.
Fra i titoli più discussi, Food for Profit — un’indagine sulle contraddizioni dell’agroindustria — e A Flower of Mine (Fiore mio), acclamato per la sua delicatezza poetica.
Particolare attenzione anche a Life Beyond the Pine Curtain – America the Invisible, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia: un potente racconto sul volto nascosto dell’America, narrato dalla voce di Joe R. Lansdale, scrittore culto del noir e del realismo visionario texano.

Una storia di visione e innovazione

Fondata nel 2010, Nexo Studios nasce come pioniera nella trasmissione satellitare di eventi live grazie a una partnership con Eutelsat, dando vita al primo network italiano di sale cinematografiche digitali connesse in diretta. Da lì, la sua crescita è stata esponenziale: dal 2014 la società ha intrapreso la distribuzione internazionale di documentari e serie d’arte, portando produzioni italiane in oltre 60 Paesi e consolidandosi come realtà di riferimento nel panorama globale.

Nel 2018 nasce la divisione Production, dedicata ai documentari cinematografici presentati nei festival di tutto il mondo; nel 2019 arriva Soundtracks, che produce e distribuisce le colonne sonore originali dei film Nexo; e nel 2021 debutta NexoTV, con le piattaforme Nexo+ (SVOD culturale in partnership con Prime Video) e Le Vite degli Altri, dedicata alle storie di vita e al cinema di qualità.
Dal 2023, il gruppo ha inoltre lanciato nove nuovi canali lineari free, disponibili su smart TV e principali piattaforme italiane, rafforzando la propria presenza nel settore del digitale culturale.

Quando il cinema diventa preghiera

In un panorama audiovisivo dominato da contenuti effimeri e trend stagionali, Faith Stories rappresenta una presa di posizione culturale: il ritorno al racconto come gesto di ascolto e meditazione, la riscoperta di un linguaggio capace di unire la dimensione spirituale a quella artistica.
È il tentativo di rispondere, con la forza del cinema e del documentario, a una sete di senso che attraversa tutte le epoche e tutte le generazioni.

Perché, come ricorda Franco di Sarro, “la fede non è soltanto un atto religioso: è un atto di immaginazione, di fiducia nel futuro”.
E in questo, Faith Stories è molto più di una collana: è un nuovo modo di raccontare l’invisibile.

M. Il figlio del secolo: la serie evento di Sky cancellata tra silenzi, polemiche e domande scomode

C’è un momento, nel mondo del fandom, in cui una serie tv smette di essere solo intrattenimento e diventa un vero e proprio evento culturale. Un momento in cui l’attesa per la nuova stagione si fa quasi insostenibile, un’eccitazione febbrile che si propaga a ondate, dai forum specializzati ai gruppi social. Per gli appassionati di produzioni che osano, che scavano a fondo e non temono di sporcarsi le mani con la storia e l’arte, quel momento è arrivato e poi svanito, come un segnale interrotto. Il nostro cuore nerd ha smesso di battere all’impazzata, colpito dalla notizia che la seconda stagione di M. Il figlio del secolo non si farà. A rompere il silenzio, con la chiarezza di un dardo scagliato nel buio, è stato Antonio Scurati, l’autore del romanzo titanico da cui è tratta la serie. Durante un incontro al Giffoni Film Festival, ha gelato le speranze di chi attendeva il seguito di una delle produzioni italiane più acclamate degli ultimi anni. “È abbastanza incredibile”, ha detto Scurati, con una sottile ma decisa vena polemica, “che una serie di questa potenza, applaudita dalla critica internazionale, non abbia una seconda stagione. Poi bisogna chiedersi perché.” E quel “perché” non è una semplice domanda, ma un’accusa, un invito a scavare oltre la superficie, a cercare le risposte in un labirinto di reticenze e convenienze.

Ma facciamo un passo indietro, torniamo alla genesi di un’opera che, fin dal suo concepimento, ha rifiutato ogni cliché. Tratta dal primo volume della trilogia di Scurati sul fascismo, M. Il figlio del secolo è stata una produzione ambiziosa, una collaborazione italo-francese diretta da un maestro del calibro di Joe Wright. Il risultato non è stato una banale fiction storica, ma un’esperienza visiva e sonora disturbante e magnetica. Wright ha trasformato lo schermo in una sorta di campo di battaglia mentale, un’allucinazione collettiva in cui un Mussolini interpretato da un Luca Marinelli camaleontico e inquietante infrange la quarta parete per parlarci, per sfidarci, per guardarci dritto negli occhi.

Marinelli, ingrassato di venti chili e rasato con una precisione quasi chirurgica, non si è limitato a recitare: si è metamorfizzato, diventando il Duce, la sua ombra, il suo ghigno e la sua aura repellente e irresistibile. La sua performance è una di quelle che segnano la storia della recitazione, un cortocircuito di talento che ti fa esclamare “Ok, questo è un momento che non dimenticheremo”. E non siamo solo noi, amanti del genere, a pensarlo. L’hanno confermato la critica internazionale, i festival più severi e le riviste di settore di ogni angolo del mondo.

Allora, perché il sipario è calato così presto? La serie ha ottenuto un successo di critica clamoroso, solidi ascolti e premi di prestigio, dai Nastri d’Argento al Festival Séries Mania. Inizialmente, Sky Studios aveva alimentato l’entusiasmo, definendo la serie un “evento culturale” e promettendo che ci stavano lavorando. Eppure, quell’entusiasmo si è spento, è svanito, come un bit di dati cancellato da un algoritmo capriccioso.

È quasi impossibile non leggere in questo silenzio una forma di reticenza, forse addirittura una cautela politica. La serie, dopotutto, racconta la nascita del fascismo con una lucidità spietata, senza indorare la pillola, senza cercare facili consolazioni o sconti storici. È una serie scomoda, che mette lo spettatore di fronte a un male che non è un fantasma del passato, ma un’ombra che si allunga fino al presente. E le serie scomode, nel mondo complesso e sensibile degli equilibri editoriali, possono fare paura, non al pubblico affamato di verità, ma a chi detiene il potere di decidere cosa merita di essere visto.

Il grido di allarme di Scurati non si è fermato alla produzione italiana. L’autore ha sottolineato come la serie non sia riuscita a trovare una casa televisiva negli Stati Uniti. Joe Wright stesso ha confermato che nessun network, nemmeno le piattaforme streaming, ha voluto distribuire l’opera. Un fatto, in un’epoca di interconnessione globale e di contenuti che viaggiano alla velocità della luce, che appare quantomeno sospetto.

Chi ha avuto la fortuna di perdersi nei meandri della prima stagione sa quanto sia impossibile uscirne indenni. La narrazione, che copre gli anni tra il 1919 e il 1925, è un affondo nel cuore malato della modernità. Seguiamo la parabola di Benito Mussolini dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento fino all’assassinio di Matteotti e al discorso che sancisce la dittatura. Ma non si tratta di una pedante lezione di storia: è un viaggio interiore, un’esplorazione del buio che ha avvolto la mente di un uomo e di una nazione.

La serie è feroce, ironica, grottesca. L’umorismo nero si fonde con il terrore, in un mix che ti lascia disorientato, come dopo una maratona di Black Mirror diretta da un Scorsese in stato di grazia. Il cast è un dream team di talenti: oltre a Marinelli, c’è una formidabile Barbara Chichiarelli nel ruolo di Margherita Sarfatti, Francesco Russo in quelli del fedelissimo Cesare Rossi, un Paolo Pierobon che fa un D’Annunzio barocco e disturbante, e un giovane e feroce Lorenzo Zurzolo nei panni di Italo Balbo.

La regia di Wright, unita alla colonna sonora elettronica curata da Tom Rowlands dei Chemical Brothers, crea un’esperienza audiovisiva che sembra concepita in un laboratorio segreto tra Cinecittà e la Berlino degli anni Novanta. Non c’è nulla di convenzionale, nessun biopic in costume. Qui si parla il linguaggio del presente, con un’estetica che sembra rubata a Trainspotting o a un rave post-industriale. Wright stesso aveva dichiarato di voler creare un ibrido tra L’uomo con la macchina da presa, Scarface e la cultura rave. Missione compiuta.

E allora, davvero, cosa ha bloccato la seconda stagione? Non certo la mancanza di materiale, dato che la trilogia di Scurati prosegue con eventi altrettanto potenti. Non certo la qualità, o il pubblico, o la critica. Forse, semplicemente, questa serie ha toccato nervi troppo scoperti. Quando la storia diventa uno specchio impietoso del presente, quando un Duce televisivo sembra parlare ai leader di oggi, forse la via più sicura è cambiare canale.

Ma noi, il nostro popolo di appassionati, non cambieremo canale. Rimarremo qui, in attesa. Perché M. Il figlio del secolo non è stata solo una serie. È stata un segnale, la prova che la televisione può ancora essere coraggiosa, provocatoria, necessaria. È una ferita ancora aperta nella memoria del nostro paese, una ferita che brucia, e che ha bisogno di essere guardata, non censurata dal silenzio.

E tu, lettore nerd, cosa ne pensi? Anche tu sei rimasto con il fiato sospeso alla fine dell’ultimo episodio? Vorresti che il mondo di M. Il figlio del secolo continuasse la sua folle corsa?

Dune: Prophecy – La Prima Stagione Completa in Home Video e Digitale

L’attesa dei fan di Dune è finalmente terminata: Warner Bros. Discovery Home Entertainment, in collaborazione con HBO e Legendary Entertainment, ha annunciato l’uscita in home video della tanto attesa serie drammatica Dune: Prophecy – La Prima Stagione Completa. Disponibile dal 22 maggio 2025 in formato 4K UHD (inclusa edizione Steelbook), Blu-ray e DVD, la serie promette di regalare agli appassionati un’epica avventura sci-fi, completata da oltre un’ora di contenuti extra, tra cui 5 extended featurette e una featurette esclusiva, disponibile solo sulle edizioni 4K UHD, Blu-ray e DVD.

In aggiunta, Dune: Prophecy – La Prima Stagione Completa sarà disponibile in versione digitale su Amazon Prime Video a partire dal 13 marzo, permettendo così ai fan di godere della serie comodamente da casa prima dell’uscita fisica.

Tratta dall’universo letterario creato dal leggendario Frank Herbert, Dune: Prophecy si colloca temporalmente ben 10.000 anni prima dell’ascesa di Paul Atreides. La trama segue due sorelle Harkonnen, protagoniste di una battaglia contro potenti forze minacciose per il futuro dell’umanità, e getta le basi per la creazione della mitica setta delle Bene Gesserit. La serie si ispira al romanzo Sisterhood of Dune, scritto da Brian Herbert e Kevin J. Anderson, ma crea una narrazione autonoma, capace di esplorare il lato più umano di personaggi noti per la loro forza sovrumana.

Il cast di Dune: Prophecy è senza dubbio uno dei punti di forza della serie. Le due protagoniste, Valya e Tula, sono interpretate da Emily Watson e Olivia Williams, che portano sullo schermo personaggi complessi e carismatici, intrisi di un’umanità profonda e contrastante. A supportare il duo principale, un cast d’eccezione che include attori come Travis Fimmel, Mark Strong, Sarah-Sofie Boussnina, Josh Heuston e tanti altri. La chimica tra i protagonisti è palpabile e rende ancora più coinvolgenti le dinamiche politiche e personali che si intrecciano nella trama.

La serie, co-prodotta da HBO e Legendary Television (già dietro il successo dei film di Dune diretti da Denis Villeneuve), non si limita a ricreare l’atmosfera ma aggiunge un ulteriore strato di complessità, esplorando l’origine della setta delle Bene Gesserit. Con un tono che ricorda le atmosfere di Il Trono di Spade, Dune: Prophecy si addentra nei giochi di potere, intrighi e tradimenti, ma con una dimensione più intima e umana che rende i protagonisti ancora più affascinanti e vulnerabili.

Al centro della trama ci sono le due sorelle Harkonnen, il cui cammino le porterà a fondare la leggendaria sorellanza delle Bene Gesserit. Le dinamiche tra di loro sono al cuore della narrazione, e mentre si sviluppano alleanze e tradimenti, la serie esplora con intensità il sacrificio e la lotta per il potere. La politica interplanetaria cede il passo a una riflessione più profonda sulla natura umana, mostrando i lati oscuri delle protagoniste, le loro debolezze e ambizioni.

Oltre alla trama avvincente, Dune: Prophecy si distingue anche per la qualità tecnica. La produzione, che mantiene l’alto standard tipico di HBO, non punta solo su effetti speciali spettacolari, ma si concentra anche sui dettagli più intimi, mettendo in risalto momenti di introspezione che arricchiscono la narrazione. Le inquadrature, che sanno bilanciare l’immensità del deserto e l’intimità dei personaggi, sono una delle caratteristiche che conferiscono alla serie un’impronta visiva unica. L’estetica resta fedele ai film di Villeneuve, pur riuscendo a dare alla serie un’identità propria.

In definitiva, Dune: Prophecy è una serie che saprà affascinare non solo i fan della saga originale, ma anche chi cerca una storia ben costruita, ricca di intrighi e personaggi complessi. Con una narrazione che si allontana dai toni più convenzionali della fantascienza, la serie prequel di Dune riesce a esplorare con maestria temi universali come il potere, la sopravvivenza e il sacrificio, restituendo una nuova e affascinante prospettiva sul celebre universo creato da Frank Herbert. Se i film di Villeneuve vi hanno conquistato, Dune: Prophecy è un’opera che non potete perdere, un racconto che arricchisce e amplia l’epica di Dune con sfumature ancora inesplorate.

Il Giorno dello Sciacallo: Tutto sulla seconda stagione della serie thriller di successo

La serie Il Giorno dello Sciacallo (The Day of the Jackal), che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo, rappresenta senza dubbio una delle scommesse vincenti di Peacock e Sky. Questo adattamento del celebre romanzo thriller di Frederick Forsyth ha riletto in chiave moderna la storia del leggendario assassino britannico, noto come “Lo Sciacallo”, e dell’agente dell’intelligence incaricata di catturarlo, mantenendo intatta la tensione che caratterizzava l’opera originale, ma dando nuova vita ai suoi protagonisti e ai loro intrecci psicologici.

Dal suo debutto, la serie ha fatto registrare ascolti da record e ha ricevuto recensioni entusiastiche che ne hanno consolidato il successo. In Gran Bretagna, è diventata la Sky Original più vista di sempre, superando ogni altra produzione trasmessa dalla piattaforma, mentre in Italia, Germania, Austria, Svizzera e Irlanda ha segnato il debutto più importante per una produzione originale Sky. Negli Stati Uniti, ha raggiunto la vetta delle classifiche su Peacock, e in Australia è diventata la serie più seguita dell’anno su Fox Showcase. Questo successo clamoroso ha inevitabilmente spinto al rinnovo della serie, che si prepara a una seconda stagione che promette di espandere ulteriormente la trama e i suoi personaggi.

La domanda che tutti si pongono ora è: ci sarà una seconda stagione di Il Giorno dello Sciacallo? La risposta è sì, e non è affatto una sorpresa. Fin dal principio, la serie era stata concepita con l’intento di proseguire oltre la prima stagione, e i dettagli sulla trama futura sono ancora avvolti nel mistero, probabilmente per evitare spoiler. Ma la conferma è arrivata: Eddie Redmayne, che interpreta l’ambiguo e tormentato protagonista, ha già confermato il suo ritorno per la seconda stagione. Lashana Lynch, nel ruolo dell’agente dell’MI6 Bianca, invece, sembra essere uscita di scena, nonostante il suo personaggio avesse guadagnato un certo rispetto anche da parte del nemico, come ha raccontato lo stesso Redmayne in un’intervista.

Il finale della prima stagione ha lasciato molte domande senza risposta. La fuga della moglie dello Sciacallo, interpretata da Úrsula Corberó, con il loro bambino, è uno degli snodi narrativi che potrebbe essere esplorato ulteriormente. Cosa accadrà a Nuria? Lo Sciacallo, che non tollera di essere ignorato o ostacolato, sicuramente non smetterà di cercare la sua famiglia. Oltre a questo, la trama potrebbe concentrarsi anche sul destino del gruppo di finanzieri che ha ingaggiato il killer, con Charles Dance nei panni di Timothy Winthrop, il quale si trova ora intrappolato in un gioco molto più grande di lui, dove lo Sciacallo non è solo un pedone, ma anche il re della scacchiera.

L’aspetto più intrigante di questa nuova stagione sarà sicuramente l’evoluzione del personaggio di Eddie Redmayne. Il suo Sciacallo è tanto un uomo spietato quanto un personaggio tormentato, con una psicologia complessa che sfida le convenzioni dell’eroe e del villain. La sua relazione con il suo mestiere di killer, che è diventato una vera e propria dipendenza, sarà uno dei temi principali. Lo Sciacallo desidera una vita normale, ma sembra impossibile staccarsi dal passato e dalla violenza che l’ha contraddistinto. In diverse interviste, Redmayne ha parlato della difficoltà del suo personaggio nel trovare una via d’uscita, un tema che potrebbe esplodere nella seconda stagione, portando con sé nuove sfide e conflitti interiori.

Per quanto riguarda i tempi di produzione, è difficile fare previsioni precise. Le produzioni televisive di questo calibro richiedono un alto livello di qualità visiva e scenografica, e questo implica tempi di realizzazione piuttosto lunghi. Sebbene non siano ancora stati ufficializzati i tempi di produzione, è ragionevole pensare che la seconda stagione non arriverà prima del 2026. Nel frattempo, i fan dovranno nutrirsi di speculazioni e teorie, aspettando di scoprire come la storia continuerà.

In ogni caso, Il Giorno dello Sciacallo ha dimostrato di essere una serie in grado di mescolare perfettamente tensione, mistero e personaggi affascinanti, con una qualità che non solo fa rivivere l’iconico romanzo di Forsyth, ma crea anche un mondo ricco di possibilità. La scommessa di Peacock e Sky è stata decisamente vinta, e l’attesa per la seconda stagione non potrebbe essere più alta. La storia dello Sciacallo è lontana dall’essere finita, e le sue prossime mosse potrebbero riservare colpi di scena che nessuno si aspetta.

Gli 883 tornano alla ribalta grazie “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”.

La nuova serie “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, disponibile su Sky e sulla piattaforma di streaming NOW, si rivela un affascinante viaggio tra amicizia, musica e sfide, capace di conquistare non solo gli appassionati degli anni ’90, ma anche chi è alla ricerca di storie di crescita e determinazione. Prodotta da Sky Studios e Groenlandia, sotto la direzione creativa di Matteo Rovere e Sydney Sibilia, la serie si presenta come una dramedy brillante che esplora la storia di Max Pezzali e Mauro Repetto, i fondatori degli 883, e lo fa attraverso otto episodi che combinano umorismo, riflessioni personali e un ritmo incalzante.

Tratta dalla biografia di Max Pezzali, “I cowboy non mollano mai”, la serie ci trasporta nei tumultuosi anni ’90, raccontando il percorso di formazione dei protagonisti. La storia segue Max e Mauro, interpretati rispettivamente da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli, che partono dalla provincia di Pavia e, con passione e determinazione, trasformano il loro amore per la musica in un vero e proprio fenomeno culturale. Un fenomeno che ha segnato intere generazioni, unendo sogni, illusioni e quella ricerca di identità che caratterizzava l’epoca.

La serie non si limita a narrare il successo degli 883, ma esplora anche le difficoltà e le sfide che i protagonisti affrontano, come il tentativo di mantenere viva la loro amicizia di fronte alla crescente fama. Ambientata a Pavia, sullo sfondo di una provincia che pare ostacolare i sogni dei giovani, la storia di Max e Mauro diventa emblematica di quella lotta contro la mediocrità che molti adolescenti hanno vissuto. Qui, la musica non è solo un passatempo, ma un mezzo per affermarsi e per superare i propri limiti.

Il regista Sydney Sibilia, già noto per la sua abilità nel raccontare storie di resistenza e cambiamento, come nella trilogia “Smetto quando voglio” e nei film “L’incredibile storia dell’isola delle rose” e “Mixed by Erry”, riesce ancora una volta a catturare l’essenza di un’epoca. Grazie alla sceneggiatura di Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone, la serie alterna momenti di riflessione e introspezione a sequenze dinamiche che arricchiscono la trama e i personaggi secondari. Ogni episodio è costruito con un ritmo che rispecchia la provincia dell’epoca, ma che accelera al momento giusto, come se fosse una partita sportiva commentata dal vivo.

Non solo Max e Mauro sono al centro della narrazione. La serie dà spazio anche ad altri protagonisti, come gli amici di sempre, che accompagnano i due lungo il loro percorso adolescenziale. A pochi chilometri da Milano, il palcoscenico della musica italiana sta cambiando, con Claudio Cecchetto che sta lanciando nuovi talenti. Proprio a Pavia, Max e Mauro, senza particolari doti naturali ma con una sensibilità creativa unica, riescono a emergere, grazie a una determinazione che li porta lontano, affrontando il mondo dello spettacolo senza esperienza ma con il cuore pieno di sogni.

La scrittura della serie riesce a dipingere in modo perfetto quell’energia degli anni Novanta, per poi offrire un’accelerazione che riporta alla mente le canzoni degli 883, che diventano il vero motore emotivo della trama. Tra i volti noti del cast, oltre ai protagonisti, spicca Roberto Zibetti nel ruolo di Claudio Cecchetto, che rappresenta un punto di svolta fondamentale per la carriera del duo. Le performance degli attori, autentiche e ricche di sfumature, restituiscono al pubblico le emozioni di chi ha vissuto l’adolescenza degli anni ’90 e di chi, come Max e Mauro, ha avuto il coraggio di inseguire un sogno.

Non meno importante è la musica, che gioca un ruolo centrale nella serie. Ogni episodio è infatti accompagnato da una colonna sonora che non solo sottolinea gli eventi, ma riflette anche il profondo legame di amicizia tra i due protagonisti. La musica diventa un elemento che racconta tanto del loro percorso, ma anche della cultura italiana di quegli anni, facendo rivivere i brani che sono diventati iconici e che hanno segnato un’intera generazione. “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” è una serie imperdibile che riesce a trasportare gli spettatori in un viaggio nostalgico e autentico, mescolando umorismo e introspezione. Sibilia e il suo team riescono a regalarci un ritratto vivido di un’epoca che ha lasciato un segno indelebile nella cultura musicale e sociale italiana. Un viaggio che non riguarda solo il passato, ma che parla anche al presente, alle sfide e alle speranze di chi, come Max e Mauro, ha sempre sognato di cambiare il proprio destino.

Fantascienza, action e horror s’incontrano nella serie tutta italiana Monarch

Immaginate di avere il potere di Dio!

Da un’idea originale di Stefano Scaramuzzino, che ne è anche il regista, Step Media Entertainment presenta Monarch, una serie italiana che prevede tre stagioni e che mescola elementi fantascientifici, action e horror.

Una serie in fase di sviluppo che prevede tre stagioni, la prima delle quali costituita da quindici puntate della durata di circa quaranta minuti ciascuna.

Sabato 16 Dicembre 2023 ne è stato presentato con grande successo a Roma l’episodio pilota in una serata presentata dall’attrice Caterina Milicchio alla presenza della quasi totalità del cast tecnico-artistico e di nomi noti del cinema italiano, in particolar modo legati al genere: dal musicista e regista Al Festa a Pierfrancesco Campanella, del quale abbiamo avuto modo di vedere recentemente sul grande schermo il thriller Brividi d’autore con Maria Grazia Cucinotta, passando per l’attore e cineasta Gaetano Russo, cui dobbiamo lo zombie movie Abisso nero, Marco Werba, compositore, tra l’altro, della colonna sonora di Giallo di Dario Argento, e lo storico stunt coordinator Ottaviano Dell’Acqua, dalla lunghissima filmografia spaziante da Federico Fellini a Bud Spencer.

Interpretata dallo stesso Scaramuzzino insieme a Giulia Morgani, Massimiliano Buzzanca, Giulia Bornacin, Claudio Scaramuzzino, Andrea De Rosa, Laura Monaco e Vincenzo Della Corte, Monarch fa riferimento al progetto cui si unisce negli anni Settanta Eizan Sato, pioniere della meccanica quantistica. Progetto guidato da un mistico, misterioso Professore. Da questa oscura iniziativa nascono due uomini: Alex e Bruno, dotati di abilità sovrumane e destinati ad un confronto inarrestabile. Alex assume l’identità dell’Ignoto, seminando terrore, mentre Bruno, con abilità apprese da Eizan, cerca di fermarlo. Ai giorni nostri, Sofia, abile hacker, si trova inconsapevolmente coinvolta nella caccia ai due esper quantistici; mentre, come il Professore, Wotan, un criminale informatico che possiede l’intero Deep Web, vuole conquistare il mondo. Bruno salva Sofia da Alex, innescando una complessa relazione. La commissaria Giorgia, incaricata delle indagini insieme al collega Andrea, è , ironia del destino, compagna di Alex, nonché l’unica a credere nella pista del serial killer quantistico, scontrandosi con i suoi superiori e i pregiudizi sessisti che la circondano. Tra scontri epici e colpi di scena, man mano che Giorgia, Bruno e Sofia si alleano per proteggere l’equazione quantistica, Roma si trasforma in un palcoscenico di segreti e poteri sovrumani.

Con Mimmo Strati a prestare la voce ad Eizan, Monarch è una serie sceneggiata da Stefano Scaramuzzino insieme a Giulia Morgani e all’acting coach Marina Polla de Luca.

La produzione esecutiva è di Paolo Mezzetti, la fotografia di Francesco Ciccone, il montaggio di Anjan di Leonardo, la scenografia di Adelaide Stazi e le musiche di Michele Mele.

Anca Raluca Miclau si occupa del make up, mentre i VFX e gli effetti speciali sono a cura di Studio Kowalsky.

Jade Armor

Jade Armor è una produzione di Cartoon Netwoork con TeamTO, che vede un talentuoso team creativo tutto al femminile per raccontare la storia di una mistica supereroina leggendaria che si incarna, inaspettatamente, in Lan Jun!

https://youtu.be/FJ-kccswZ7Y

La ragazza vive in una grande metropoli asiatica, Ban Tang, insieme alla nonna e bisnonna che le hanno insegnato e trasmesso i segreti del Kung Fu. Grazie all’aiuto dei suoi amici – Theo appassionato di film sul Kung Fu e Lin, ragazzina ironica dalla quale non trapela mai alcun sentimento – e dei mistici Beasticons, animali mitici che hanno il potere di entrare nell’armatura di Jade e conferirle ulteriori poteri, Lan Jun dovrà fare i conti sia con una malvagia schiera di super criminali che con le prove quotidiane della vita da adolescente. Tutto ha inizio in una normale e tranquilla giornata come tante, in cui Lan Jun riceve via posta un braccialetto che si rivelerà magico e in grado di risvegliare i poteri di Jade Armor…

Una nuova imperdibile serie, con un’eroina tutta al femminile, all’insegna dell’action e della comedy. Lo show racconta in modo divertente e appassionante cosa significhi per una ragazza appena adolescente diventare inaspettatamente un’eroina e tutto quello che questa trasformazione comporterà nella sua vita – già complicata! – da adolescente. Gli amici, la famiglia, le atmosfere della tradizione del Kung-fu renderanno questo show amatissimo dai fan del canale.

 

FeST – Il Festival delle Serie Tv 2022

Torna con la sua quarta edizione, dal 23 al 25 settembre, FeST – Il Festival delle Serie Tv, il primo festival italiano interamente dedicato alla serialità televisiva all’epoca dei servizi di streaming. FeST – Il Festival delle Serie Tv è un evento gratuito in collaborazione con Triennale Milano, il supporto dell’Ufficio a Milano del Parlamento Europeo e il patrocinio di APA – Associazione Produttori Audiovisivi. La quarta edizione di FeST è sostenuta anche dalla media partnership con Radio DeejayRadio Capital e OnePodcast

I principali broadcasterDe Agostini Editore, Disney+, Paramount+Prime VideoNetflixRai Fiction, Rai Kids, Sky e NOW, Warner Bros. Discovery – saranno protagonisti di FeST con alcuni dei loro titoli del momento e i personaggi più amati con il fine di raccontare da un lato l’evoluzione della serialità stessa, e dall’altro indagare il suo rapporto con la realtà attraverso la rappresentazione.

Novità della quarta edizione è la nascita di FeST Education & Entertainment, una serie di incontri che si terranno nella giornata di venerdì 23 settembre, dedicati al mondo dell’istruzione nel settore della serialità cinematografica e televisiva, in collaborazione con Accademie, Scuole e Università.

FeST crede nell’importanza di formare figure professionali qualificate, consapevoli e visionarie. Open lesson, workshop e incontri, per orientarsi tra le numerose offerte presenti sul territorio, saranno le attività proposte da alcune delle Scuole e Accademie più autorevoli che hanno aderito all’iniziativa: Alta Scuola per la Serialità Televisiva promossa da CNA Cinema Audiovisivo Lombardia, Luiss Business SchoolCome si scrive una grande storiaAnica AcademyIED – Istituto Europeo di Design, Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti”Scuola HoldenScuola BellevilleScuola MoholeOBE – Osservatorio Branded EntertainmentParlamento EuropeoPhydShowrunner Lab promosso da Fondazione Sistema Toscana | Toscana Film Commission e Good Girls Planet | ITTV Forum&Festival. Grazie alla content partnership con MyMovies, tutte le masterclass della giornata saranno trasmesse in streaming sul sito ufficiale della testata. Anche quest’anno, nelle giornate di sabato e domenica, si confermano 4 i palchi che ospiteranno le attività di FeST: il Main Stage, l’Industry Stage, l’Unstage e il Kids Stage.

MAIN STAGE

Ospitato all’interno di Triennale Milano Teatro, darà spazio a interviste e panel di intrattenimento per un confronto con i grandi protagonisti della serialità, esponenti della letteratura e dei social network, persone esperte di settore, volti noti e affermati del cinema e della televisione, tra cui Maccio Capatonda (comico, autore, attore), Greta Scarano (attrice), Matteo Paolillo (attore e cantante), Sofia Viscardi (content creator e founder di Venti), Lucy Walker (regista), Brando Pacitto (attore), Pietro Turano (attore e attivista), Ludovico Bessegato (regista e sceneggiatore), Wintana Rezene (creativa), Priscilla (conduttrice Drag Race), Tlon (filosofi e scrittori), Nina Segatori (Oroscopo Letterario), Immanuel Casto (artista), Andrea Dodero (attore), Alessandro Piavani (attore), Andi Nganso (medico, fondatore e direttore esecutivo Festival DiverCity) e Paolo Maurizio Talanti (direttore creativo Festival DiverCity), Marina Cuollo (scrittrice ed editorialista), Pierluca Mariti/Piuttostoche (comico, autore e content creator), Filippo Ferrari (editor Rolling Stone Italia e podcaster), Victoria Inioluwa Oluboyo (consigliera comunale e attivista), Il merdoscopo (creator), Kaaj Thsikalandand (community builder), Edoardo Ferrario (comico e conduttore), Momoka Banana (content creator), Giulia Blasi (scrittrice), Sabika Shah Povia (writer e producer tv), Tommaso Sacchi (assessore alla cultura Comune di Milano), Luca Gervasi (content creator), Giulia Paganelli (antropologa e storica), Paola Randi (regista), Chiara Galeazzi (autrice e speaker radiofonica), Francesca Noé – Amilanopuoi (content creator), Naomi Di Meo (attivista e scrittrice), Antonio Visca (Direttore OnePodcast), Marco Maisano (conduttore televisivo), Federica Cacciola (attrice, autrice e conduttrice), Florencia Di Stefano Abichain (content creator e speaker), Alessandra Patitucci (redattrice Deejay Chiama Italia), Dunia Rahwan (speaker radiofonica), Francesco Nardella (Vicedirettore Rai Fiction). Grazie alla partnership con Operà Music, ospite speciale del Main Stage sarà anche Nora Felder, music supervisor di Stranger Things, nonché vincitrice Emmy.

INDUSTRY STAGE

Sarà il luogo dove dialogheranno sullo stato dell’arte della serialità in Italia broadcaster, professionisti della regia, sceneggiatura e tutta la filiera produttiva dell’audiovisivo. Tra gli altri, interverranno la scrittrice bestseller Madeline Miller (in collaborazione con Marsilio Editori), il vincitore Premio Strega Mario Desiati, la scrittrice Laura PugnoMaria Pia Ammirati (direttore Rai Fiction), Sonia Rovai (Senior Director Scripted Productions Sky Studios), Davide Serino (screenwriter), Chiara Sfregola (scrittrice e produttrice), la protagonista di Metro Veinte Marisol Agostina Irigoyen con la filmmaker Rosario PerenzolPablo Trincia (creative lead Chora Media), Giorgia Priolo (Head of Film and Series EDI), Margherita Ferri (regista e sceneggiatrice), Fabia Fleri (story editor), Matteo Trevisani (scrittore), Elisa Pellegrino – Cortomiraggi (autrice), Eleonora Trucchi (sceneggiatrice), Viola Di Grado (scrittrice, traduttrice, orientalista), Luca De Santis (sceneggiatore e saggista), Sofia Righetti (filosofa, formatrice e attivista), Grace Fainelli (creativa, copywriter, attivista), Leonardo Patrignani (autore, scrittore, scout letterario), Valentina Mira (scrittrice), Corinna De Cesare (giornalista, scrittrice, founder thePeriod), Marianna Kalonda Okassaka (content creator), Charlie Moon (regista e content creator), Luce Scheggi (divulgator), Daphne Bohemien (performer, divulgatrice, autrice), Mary Stella Brugiati (sceneggiatrice) Ella Bottom Rouge (artist e content creator),  Isabella Borrelli (strategist e attivista), Cristina Prenestina (drag queen e attivista), Eugenia Fattori (media consultant), Giulia Gazzo – Lunny (content creator). Sarà presente anche TikTok con il panel “Le serie oltre la serie”, con Giuseppe Suma (Head of Media Entertainment, Global Business Solutions, TikTok Italia), Massimo Scaglioni (Professore Ordinario, Università Cattolica), Daninseries (content creator), Velia Bonaffini aka (content creator). Nell’Area Industry la Lounge, uno spazio di confronto accessibile solo su invito, darà la possibilità alle personalità della filiera dell’intrattenimento e i partner di FeST di incontrarsi per fare networking.

L’AREA KIDS

Il sabato in giardino è dedicato ai più piccoli grazie alla presenza del Kids stage, moderato da Carolina Capria e Mariella Martucci. Un palco dedicato ai contenuti seriali per bambini e ragazzi, proposti dai canali e dalle piattaforme a loro dedicati, laboratorio di regia con i protagonisti della fortunata serie One Wish di DeAKids, un workshop di narrativa proposto da Paramount+ e panel per i teen dai 6 ai 13 anni offerti da Rai Kids per i canali Rai YoYo e Rai Gulp

L’UNSTAGE

L’Unstage è il palco fuori dagli schemi ospitato la domenica nel giardino di Triennale. Si occuperà di dare voce alle nicchie cult con giochi e interazioni inaspettate tra serie tv e realtà. Ospite e protagonista principale di questo palco sarà il pubblico stesso che interagirà con personaggi provenienti dal mondo del web e dello spettacolo dal vivo, come Eytan Ballerini (divulgatore), Andrea Delogu (conduttrice e scrittrice) – in collegamento, Fabio Deotto (scrittore), Giovanni Mori (attivista Fridays for future, ingegnere, divulgatore), Stefania Sarrubba (giornalista e critica di cultura audiovisiva), Sofia Fabiani (Cucinare Stanca), Edoardo Mocini (medico specialista in alimentazione), Sara Silvera Darnich (Educatrice di sostegno e content creator), Djarah Khan (scrittrice), Elisa Ruscio (divulgatrice), Takoua Ben Mohamed (graphic designer e autrice), Fabio Bortolotti (musicista, streamer e traduttore), Aza L0na (programer di Animal Crossing), Davide Mancini (scrittore), Virginia Gambatesa – kafkania (Twitch streamer), Maristella Buonsante (Psichiatra, psicologa e psicoterapeuta), Giulia Guerrini (attrice), Paolo Di Lorenzo (autore e critico televisivo), Federico Sardo (giornalista), Lorenzo Fantoni (giornalista e autore), Jessica Giorgia Senesi (attivista LGBTQ+), Muriel De Gennaro (digital content creator), Eleonora Caruso (scrittrice, sceneggiatrice di fumetti), Diego Castelli (channel manager a mediaset e co-founder di SerialMinds), Marco Villa (editorial content lead per Chora), Paola Giglio (attrice e autrice), Giulia Maino (attrice e autrice), Laura Tedesco (co-fondatrice Amleta) in collaborazione con Amleta.

I SERIAL AWARDS

Serial Awards, premi dedicati alle serie tv italiane, giunti alla seconda edizione, svelano i vincitori del 2022.

La cerimonia di premiazione si terrà domenica 25 settembre, in occasione della serata conclusiva della quarta edizione di FeST – Il Festival delle Serie Tv, il primo festival italiano interamente dedicato alla serialità televisiva all’epoca dei servizi di streaming, presso Triennale Milano. A condurre la serata, a cui è possibile accedere solo tramite invito, saranno Aurora Leone e Edoardo Ferrario.

14 Serial Awards sono stati votati da un’ampia giuria – presieduta dalla direttrice artistica di FeST Marina Pierri e formata da persone esperte ed esponenti del settore – che negli scorsi mesi ha valutato e analizzato le serie tv italiane in concorso.

I premi speciali Re-framing Nature e Rising Star sono stati votati direttamente dalla direzione di FeST – Il Festival delle Serie Tv.

I prodotti seriali che hanno ricevuto il maggior numero di riconoscimenti sono Strappare lungo i bordi (prodotta da Movimenti Production in collaborazione con Bao Publishing per Netflix) e Bang Bang Baby (Serie Prime Video prodotta per Amazon Studios da The Apartment e Wildside, entrambe società del gruppo Fremantle, in co-produzione con Enormous Films).

Strappare lungo i bordi ha conquistato il Premio Serie Scripted dell’anno, il Premio migliore interprete non protagonista andato a Valerio Mastandrea (l’Armadillo). A Michele Rech (Zerocalcare) i Premi regia e il Premio Writer’s room.

Tre i riconoscimenti per Bang Bang Baby: il Premio speciale Re-framing Nature – dedicato al tema di questa quarta edizione di FeST, il Premio speciale Rising Star ad Arianna Becheroni per la sua interpretazione del personaggio di Alice e il Premio Look and Feel per scenografia, costumi, trucco e parrucco.

A Francesco Serpico è stato assegnato il Premio Cattiveria “Ha fatto anche cose buone” per il personaggio di Nino Sarratore in L’Amica Geniale 3 (prodotta da Fremantle, The Apartment, Wildside, Fandango, Rai Fiction per Rai). La serie tratta dai best seller di Elena Ferrante ha conquistato anche il Premio Interprete protagonista andato a Gaia Girace e Margherita Mazzucco per le loro performance nei panni di Lila e Lenù.

A Marco D’Amore (Ciro) e Salvatore Esposito (Genny) per Gomorra – Stagione finale (serie Sky Original prodotta da Cattleya) è andato il Premio Coppia/Relazione dell’anno.

Alla casa di Michele in Le Fate Ignoranti (prodotta da R&C Produzioni per Disney+), il Premio “Ci vivrei” alla casa più bella delle serie tv.

A Di4ri (prodotta da Stand by me per Netflix) il Premio Serie Kids dell’anno.

Una squadra (la docu-serie Sky Original diretta da Domenico Procacci e prodotta da Fandango, Sky e Luce Cinecittà) si è aggiudicata il Premio Docuserie dell’anno.

Il Premio Serie Entertainment dell’anno è andato a Una pezza di Lundini (Prodotta da Stand by me per Rai).

Salmo è il vincitore del Premio Soundtrack per la colonna sonora di Blocco 181 (serie Sky Original prodotta internamente da Sky Studios con TapelessFilm e Red Joint Film per SKY). Per il disco Blocco 181 Original Soundtrack (Sony Music), appena vincitore del Disco d’Oro, Salmo ha messo insieme ben 21 artisti fra rapper, musicisti e produttori, tutti scelti tra i più importanti della scena italiana.

Infine, Il dito di Dio (prodotto e distribuito da Chora) di Pablo Trincia ha conquistato il maggior numero di preferenze per il Premio al podcast che vorremmo diventasse una serie scripted.

Grazie alla main partnership con iliad – l’operatore che ha rivoluzionato il mercato della telefonia – è stato istituito un ulteriore Premio Speciale “Chiara e tonda” alla serie che, attraverso una delicata schiettezza e ironia, ha saputo raccontare le difficoltà e il senso di inadeguatezza di una generazione che crede nella potenza della verità come forma di esperienza, senza nascondersi dietro la retorica e i luoghi comuni. Una verità raccontata attraverso gli occhi di un autore, in cui potersi immedesimare e da cui poter partire per poterla accettare e, magari, un po’ cambiare. Questo speciale Premio è stato assegnato alla già pluripremiata Strappare lungo i bordi.

Molti gli ospiti, tra vincitori, nomi illustri del settore ed esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura in qualità di premianti, che saranno presenti alla cerimonia di premiazione del 25 settembre, tra loro: Nora Felder, Gaia Girace, Arianna Becheroni, Pablo Trincia, Lilith Primavera, Giovanni Benincasa, Gianluca Gazzoli, Paride Vitale, Pierluca Mariti alias @piuttosto_che, Domenico Procacci, Mammadimerda.

Edvard Munch e il suo Museo a Oslo

Edvard Munch, un uomo dal fascino profondo e misterioso, un precursore e un maestro per tutti coloro che vennero dopo di lui intento ad interrogarsi sul Concettto di Tempo, esaltandolo come tema principale del suo multiforme lavoro. Non esiste al mondo pittore più celebre, eppure meno conosciuto di Edvard Munch. Se il suo “Urlo” è diventato un’icona dei nostri tempi, il resto della sua produzione non è altretanto famoso.

Ora invece Oslo, l’antica Kristiania, segna una svolta per la conoscenza dell’artista. Il nuovo Museo Munch – inaugurato nell’ottobre 2021 – è uno spettacolare grattacielo sul fiordo della capitale norvegese, pensato per ospitare l’immenso lascito del pittore alla sua città: 28.000 opere d’arte tra cui dipinti, stampe, disegni, quaderni di appunti, schizzi, fotografie ed esperimenti cinematografici. Tutto questo straordinario patrimonio ci offre una visione d’eccezione della mente, delle passioni e dell’arte di questo genio del Nord.

Munch ha scritto: “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto“. E in effetti ha ripetuto i suoi soggetti, dipingendo e ridipingendo le stesse immagini per conservarle nel suo atelier, ponendo le basi della pratica dei Multipli. Il suo concetto di Tempo era un equilibrio delicato e originale tra passato e presente, uno strumento per vivere la propria esistenza, un ponte attraverso le dimensioni dell’universo per entrare in contatto con il mondo dei fantasmi e degli spiriti.

DC Super Heroes Girls

Arrivano su Boing (canale 40 del DTT) i nuovi episodi in Prima TV free della serie DC SUPER HERO GIRLS. L’appuntamento è a partire dal 4 luglio, dal lunedì al venerdì, alle 15.00.

Le DC Super Hero Girls sono un team di super adolescenti che insieme combattono il male e liberano Metropolis dai malvagi. Le supereroine sono sempre alla ricerca di nuovi modi per sfruttare al meglio i loro superpoteri e le loro abilità: intelligenti e curiose,  sanno affrontare ogni nuova sfida e missione con coraggio. Lo show si apre con l’arrivo di Batgirl in città e Wonder Woman impegnata a istruire lei e tutto il resto del team.

Diana Prince (Wonder Woman) è molto brava ed eccelle sia a scuola che nello sport, è amica di tutti ma ogni tanto perde la pazienza se gli altri non riescono a mantenere il suo passo. Kara Danvers (Supergirl) è la cugina di Superman e possiede i suoi stessi poteri, che non sempre riesce a controllare…ama mangiare hamburger e odia lo yoga! Parte fondamentale del team è Barbara Gordon (Batgirl) detta Babs: non ha nessun superpotere particolare ma il suo carattere spumeggiante e vitale è un vero asso nella manica. Vive in un piccolo monolocale a Midtown e dopo la scuola lavora come cameriera in un fastfood. Karen Beecher (Bumbleblee) trascorre tutto il suo tempo in laboratorio cercando di scoprire possibili evoluzioni della sua identità, e anche se non sempre i suoi tentativi vanno a segno, lei è sempre ottimista e, come una vera eroine, non si arrende mai. A completare la mitica squadra ci sono Zee Zatara (Zatanna) capace di fare incredibili incantesimi e parlare con creature e spiriti magici, e Jessica Cruz (Lanterna Verde) una ragazza molto coraggiosa, cadetto del Green Lantern Corps. Usa i suoi superpoteri per difendere gli innocenti e i bisognosi, è infatti una pacifista convinta.

Accanto alle Super Hero Girls non mancheranno eroi come Steve Trevor, Aquald, Flash, Arrow, Green Lanter e tanti altri, i quali, vivendo a Metropolis, spesso si alleano con le loro amiche e le aiutano a combattere il crimine. Tutti insieme dovranno infatti vedersela con Catwoman, Harley Quinn e Poison Ivy: nemiche malvage e dispettose che cercheranno di intralciare in tutti i modi la vita delle rivali.

Una serie dal carattere action e comedy, incentrata sul girl power, con protagoniste ispirate ai fumetti, amatissime e intramontabili.

Siamo solo Baby Orsi

Approda in Prima TV assoluta su Cartoon Network (canale 607 di Sky) Siamo solo Baby Orsi – spin off dell’amatissima e pluripremiata serie Siamo solo Orsi – che vede protagonisti i tre fratelli Panda, Orso Bianco e Grizzly. La serie vede al centro i dolci e spassosissimi fratelli da cuccioli, coinvolti in un emozionante viaggio attraverso una moltitudine di mondi. Grazie all’aiuto di una scatola magica e al teletrasporto, i baby orsi vanno alla ricerca di un luogo dove potersi stabilire.

In ogni episodio conosceranno un posto nuovo, colorato, divertente e fantasioso, dove conosceranno nuovi amici. Scegliere se fermarsi o proseguire il viaggio alla ricerca di un posto da chiamare ‘casa’ non sarà semplice, ma nell’affrontarlo impareranno che dopotutto casa può essere ovunque loro si trovino insieme! SIAMO SOLO ORSI, la serie da cui prende origine lo spin-off, è stata ideata da Daniel Chong, vincitore di due Annie Awards. Lo show è stato presentato per la prima volta nel 2015 e sin dal suo debutto ha ottenuto numerosi premi, tra cui un BAFTA Children’s Award, un Jury Award per la miglior serie televisiva all’Annecy Intentional Animated Film Festival e diversi Annie Awards.

SIC, il documentario su Marco Simoncelli

A 10 anni dalla scomparsa del Campione Marco Simoncelli (20 gennaio 1987 – 23 ottobre 2011), è stato realizzato SIC, il documentario Sky Original prodotto da SkyFremantle Italy e Mowe, distribuito da Nexo Digital. SIC restituisce il ritratto intenso ed emozionante di un campione unico. Racconta una storia, quella di un bambino che aveva un sogno più grande dei propri limiti e che ha fatto di tutto per realizzarlo. Racconta del coraggio, al quale tutti abbiamo fatto ricorso, necessario per affrontare sfide che abbiamo ritenuto al di fuori della nostra portata. E lo racconta attraverso l’epopea della stagione 2008 che decreterà Marco Simoncelli Campione del Mondo Classe 250cc. Un mondiale iniziato da outsider, sofferto, strenuamente voluto, sorprendentemente meritato che porterà alla ribalta del mondo un nuovo talento italiano guascone, tostissimo e sempre sorridente. 

Ma SIC racconta anche la vita di un bambino e poi di ragazzo allegro e scanzonato sempre pronto a divertirsi e a divertire con una battuta o mettendo un’auto di traverso tra le vie di Coriano, il tranquillo paese della “Motor Valley” romagnola dove è nato. Un ragazzo che, con le foto di Valentino Rossi nel diario, era convinto di diventare un giorno anche lui un “World Champion”. 

Ad arricchire il racconto, le testimonianze e i ricordi di chi ha vissuto insieme a lui a cominciare dal padre, l’onnipresente Paolo Simoncelli, la storica fidanzata Kate Fretti, il compagno di mille sfide alla “cava”, nonché idolo e amico Valentino Rossi, il pilota Mattia Pasini amico d’infanzia e primo compagno di team ai tempi delle gare in minimoto, Carlo Pernat il manager del motomondiale con la “M” maiuscola, Paolo Beltramo, amico di Marco e storico inviato dai box, l’avversario più ostico lo spagnolo Alvaro Bautista, il poetico Dottor Claudio Costa, il preparatore atletico Carlo Casabianca, l’artista dei caschi Aldo Drudi, i membri della squadra che insieme a lui hanno reso possibile la vittoria del mondiale, il capo tecnico Aligi Deganello, il meccanico Sanzio “Malabrocca” Raffaelli, l’allora direttore gestione sportiva gruppo Piaggio Giampiero Sacchi, e poi gli amici di sempre, quelli coi quali fare “lo scemo” e festeggiare al termine di ogni gara; il tutto arricchito con le inimitabili telecronache di Guido Meda , l’”Omero” delle due ruote. Ognuno di loro descrive un tratto, svela un ricordo, fissa un momento di Marco Simoncelli e della sua vita, rendendo il docufilm un racconto unico, intenso, positivo. 

La colonna sonora originale di SIC è firmata dai Mokadelic, già autori, tra le numerose produzioni, delle musiche di Gomorra-La Serie. 

 

Le donne di Raffaello

“Ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…”.

Vassilij Grossman

A 8 anni Raffaello perde la madre. Secondo la leggenda, il padre, Giovanni Santi, ritrasse la moglie Magìa nelle vesti di una Madonna che fa addormentare il proprio bambino, mantenendo vivo nel figlio il suo ricordo. La Madonna e il bambino diventano così temi portanti di tutta la carriera di Raffaello e, insieme ai ritratti femminili, sono quelli che meglio raccontano la sua straordinaria abilità di interpretare la bellezza. La sua ricerca parte da figure realmente esistite per approdare a una bellezza ideale che culmina nella realizzazione della Galatea, la ninfa che racchiude in sé le parti più belle di ogni donna.

 La MutaDama con Liocorno, La Velata, La Fornarina sono poi tra i ritratti più celebri di Raffaello, tracce evidenti della sua continua capacità di mutare, come i grandi artisti contemporanei. Pittore del Papa, conservatore delle antichità, archeologo-esploratore che discende in un’oscura Domus Aurea, Raffaello è inoltre una figura versatile e piena di ingegno, capace di diventare un punto di riferimento a tutto tondo per i suoi contemporanei e per le generazioni successive. Le sue opere celano tuttora molti dubbi e misteri, ma sono anche riuscite, nel corso dei secoli, a tramandare un canone di bellezza e una sensibilità di forte attualità: non è un caso se, alla fine della II Guerra Mondiale, lo scrittore di origini ebree Vasilij Grossman, autore del capolavoro Vita e Destino, nel guardare l’espressione della Madonna Sistina e del bambino riconobbe il volto delle madri e dei figli vittime dell’Olocausto. Come tutti i grandi capolavori, le Madonne di Raffaello possono parlare con voce nuova e sempre rinnovata anche a distanza di secoli.

Exit mobile version