La festa del papà: i padri più epici degli anime e manga

La data del 19 marzo non è mai stata soltanto una ricorrenza sul calendario. Per me ha il peso specifico di una cicatrice e la luce calda di un ricordo che non si spegne. Mio padre, Nello Falletta, ha scelto proprio quel giorno per salutarmi. Festa del papà. Una coincidenza che sembra scritta da uno sceneggiatore troppo romantico, e invece è vita vera. Da allora quella giornata non parla solo di San Giuseppe o di tradizioni, ma di eredità invisibili, di esempi silenziosi, di mani che ti hanno insegnato a camminare e poi ti hanno lasciato andare.

Satyrnet è nato anche da lì. Da un padre che non capiva fino in fondo cosa fosse il cosplay, ma intuiva che dietro quelle armature di plastica e quei mantelli cuciti di notte si nascondeva qualcosa di autentico. Orgoglio. Comunità. Identità. Sergio Oliosi, altro papà che ha segnato la nostra giovinezza, letteralmente testimone e artefice della “firma” che ha fatto nascere Satyrnet, appartiene alla stessa costellazione di uomini che hanno fatto da fondale stabile mentre noi sognavamo mondi impossibili. Sono stati la nostra “base”, il nostro spawn point emotivo.

Forse per questo, ogni anno, il 19 marzo non riesco a fermarmi alla superficie. La mente corre inevitabilmente a un altro tipo di padri, quelli che popolano anime e manga. Figure spesso spezzate, imperfette, assenti, ingombranti. Eppure fondamentali. Perché la cultura pop giapponese, più di quanto si pensi, ha scavato nel rapporto padre-figlio con una profondità quasi brutale.

Pensiamo a Vegeta. Da ragazzo lo vedevo come il principe arrogante che voleva superare Goku a ogni costo. Poi cresci, diventi padre anche tu, o semplicemente inizi a osservare con occhi diversi, e ti accorgi che dietro quell’orgoglio Saiyan si nasconde un uomo terrorizzato dall’idea di fallire ancora. Con Trunks e Bra non è tenero nel modo classico. Non distribuisce abbracci a caso. Spinge, pretende, alza l’asticella. Ma nel momento in cui la minaccia diventa reale, sacrifica tutto senza esitazione. Quella scena in cui si lancia contro Majin Buu non è solo un atto eroico: è la confessione silenziosa di un padre che ha imparato ad amare.

Poi esiste l’altro estremo, il lato oscuro della paternità anime. Gendo Ikari non è soltanto il comandante della Nerv in Neon Genesis Evangelion. È l’archetipo del padre irraggiungibile. Freddo, distante, manipolatore. Shinji viene richiamato non per essere abbracciato, ma per pilotare un Eva e salvare un mondo che non gli ha mai dato calore. Per anni ho odiato Gendo. Poi ho iniziato a leggerlo come una tragedia greca: un uomo incapace di elaborare il lutto, disposto a deformare l’umanità pur di rivedere la donna che ha perso. Non lo giustifico. Ma ne comprendo la disperazione. E forse è proprio questa ambiguità a rendere Evangelion immortale.

E che dire di Ging Freecss in Hunter x Hunter? L’archetipo dell’esploratore che mette il sogno davanti alla responsabilità. Un padre che diventa leggenda prima ancora di essere presenza. Gon cresce inseguendo un’ombra. E in quell’inseguimento costruisce se stesso. Ging non è il padre che ti tiene per mano. È quello che ti lascia una mappa incompleta e ti dice: trovami, se vuoi capire chi sei. Cruento? Forse. Ma incredibilmente coerente con lo spirito dell’avventura.

In un registro completamente diverso, Isshin Kurosaki di Bleach sembra quasi una parodia del padre irresponsabile. Medico di giorno, ex Shinigami di notte. Sberle improvvise a Ichigo, battute fuori luogo, teatralità costante. Eppure, dietro la maschera comica, custodisce un sacrificio gigantesco. Ha rinunciato ai suoi poteri per salvare la donna che amava. Ha scelto la famiglia prima della gloria. E questa scelta, raccontata a pezzi, trasforma la sua leggerezza apparente in una forma di protezione.

L’alchimia emotiva raggiunge livelli altissimi con Van Hohenheim in Fullmetal Alchemist: Brotherhood. Immortale, antico, tormentato. Edward e Alphonse lo percepiscono come un traditore. Un uomo che ha abbandonato la famiglia. Solo più tardi scopriamo che la sua distanza era un tentativo disperato di spezzare una catena di colpe lunga secoli. Hohenheim non sa chiedere scusa nel modo giusto. Ma combatte fino all’ultimo respiro per garantire ai figli un futuro libero dal peccato originario che lui stesso ha contribuito a creare. È una paternità fatta di rimorso e redenzione.

E poi arrivano i padri che cercano di diventare migliori dopo aver sbagliato tutto. Enji Todoroki, conosciuto come Endeavor in My Hero Academia, incarna l’ossessione per il successo proiettata sui figli. Ha trasformato Shoto in un esperimento vivente pur di superare All Might. Ha distrutto la serenità della propria famiglia. Eppure, la sua lenta e dolorosa ricerca di redenzione è uno degli archi narrativi più maturi degli ultimi anni. Non basta chiedere perdono. Occorre dimostrarlo, giorno dopo giorno. E non sempre i figli sono pronti ad accettarlo.

In mezzo a questi padri imperfetti, brilla come una stella lontana Minato Namikaze di Naruto. Il Quarto Hokage che sigilla la Volpe a Nove Code dentro il proprio neonato. Un gesto che lo priva della possibilità di crescere suo figlio, ma gli garantisce un villaggio salvo. Naruto passa l’infanzia odiando un destino che non comprende. Poi scopre il sacrificio. E quel sacrificio diventa bussola morale. Minato è il padre che non può restare, ma lascia un’eredità di coraggio.

E se allarghiamo lo sguardo alla nostra adolescenza italiana, impossibile non sorridere pensando a Marrabbio, il papà burbero di Licia in Love Me Licia, ispirata a Kiss Me Licia. Apparentemente severo, allergico alle band rock e ai capelli cotonati dei Bee Hive. Eppure profondamente umano, capace di sciogliersi davanti all’amore. In quegli anni imparavamo che anche i padri più rigidi possono sorprendere.

Rifletto spesso su come gli anime abbiano raccontato la paternità meglio di tante opere “realistiche”. Forse perché non temono l’eccesso. Portano i conflitti all’estremo. Li fanno esplodere tra battaglie cosmiche, evocazioni demoniache, tornei di arti marziali. Ma al centro resta sempre la stessa domanda: cosa significa essere padre? Proteggere? Lasciare andare? Sacrificarsi? Sbagliare e riprovare?

Mio padre non pilotava Eva, non lanciava Rasengan, non si trasformava in Super Saiyan. Però mi ha insegnato che la passione non è un passatempo infantile. È identità. Mi ha lasciato la libertà di costruire Satyrnet, di trasformare il cosplay da gioco di nicchia a fenomeno culturale riconosciuto. E in quell’incoraggiamento silenzioso rivedo un po’ di Minato, un po’ di Hohenheim, persino un frammento di Vegeta.

Ogni 19 marzo mi domando quali padri stiamo raccontando oggi nelle nostre storie. E quali figli stiamo crescendo. Perché la cultura nerd non è evasione: è uno specchio. Riflette paure, desideri, mancanze. E forse ci aiuta a elaborarle meglio di quanto faremmo nel silenzio.

Se ripensate ai vostri anime preferiti, quale figura paterna vi ha segnato davvero? Quella che avete amato? O quella che avete detestato, ma che vi ha costretto a riflettere?

Io continuo a cercare mio padre anche tra le vignette, tra i frame, tra le sigle che ancora canto a memoria. E ogni volta lo ritrovo, in qualche dialogo sussurrato prima di una battaglia finale.

Un Papa alla Minitalia: la riscoperta nerd di una foto che racconta l’anima di Leolandia

C’è qualcosa di profondamente commovente — e sorprendentemente “nerd” — nel ritrovamento di una fotografia d’epoca. Specialmente quando questa foto ritrae una figura come Papa Leone XIV, in un contesto del tutto inaspettato: la Minitalia. Un’immagine rara, proveniente dagli anni ’70, che racconta più di mille parole e che oggi riemerge come un tesoro dimenticato dalla memoria collettiva, per tornare a far battere il cuore degli appassionati di storia pop, cultura italiana e, naturalmente, parchi tematici.

Sì, perché questa non è solo una foto. È uno spaccato di storia che lega il sacro e il profano, la religione e il divertimento, l’educazione e la meraviglia. E tutto accade in un luogo speciale: Leolandia, il parco a tema più amato dai bambini italiani, che, proprio in quegli anni, stava muovendo i suoi primi passi sotto il nome di Minitalia. Il cuore originario del parco, sorto nel 1971 a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, è da sempre un microcosmo incantato dove 160 monumenti italiani, fedelmente riprodotti in miniatura, permettono ai visitatori di viaggiare lungo la penisola senza muoversi davvero. Un’esperienza educativa, ma anche profondamente emozionante.

L’immagine, pubblicata recentemente grazie al gruppo Facebook del Santuario di Santa Rita di Milano, mostra Papa Leone XIV in visita alla Minitalia, ritratto proprio davanti alla riproduzione di Piazza San Pietro — una scena talmente simbolica da sembrare quasi costruita da un regista. Accanto a lui, Padre Lenzi di Capriate, figura centrale del territorio e autore del post che ha riportato alla luce questo frammento prezioso di storia. Un giorno come tanti, trasformato in un momento eterno grazie a uno scatto fotografico.

Ma perché un appassionato del mondo nerd, della cultura pop e dell’immaginario condiviso dovrebbe appassionarsi a questa vicenda? La risposta è semplice: perché questa storia è la perfetta collisione tra memoria storica e immaginario collettivo. È la dimostrazione di quanto i luoghi del divertimento infantile, come Leolandia, possano diventare custodi di frammenti significativi del nostro passato culturale, sociale e persino spirituale. Non si tratta solo di un parco giochi. È un piccolo universo, un ponte generazionale dove ogni dettaglio racconta qualcosa di più grande.

Giuseppe Ira, presidente di Leolandia, ha sottolineato quanto questo ritrovamento abbia toccato le corde più profonde del parco. “È un grande onore poter condividere questa fotografia, che da semplice ricordo si è trasformato in una testimonianza preziosa e inaspettata,” ha dichiarato. Parole che riecheggiano il messaggio di pace e speranza lanciato dal Santo Padre all’inizio del suo pontificato. In effetti, il fatto che un Papa si sia fermato in un luogo come la Minitalia dice molto sull’importanza educativa e culturale che Leolandia porta avanti da oltre cinquant’anni.

Oggi, Leolandia è molto più di quella Minitalia che attirava curiosi negli anni ’70. È un parco tematico immerso in una vasta area verde, a soli 30 minuti da Milano, e vanta otto aree tematiche e oltre cinquanta attrazioni adatte a ogni fascia d’età. Dai giochi d’acqua alle montagne russe, dai playground alle animazioni itineranti, tutto è studiato per offrire un’esperienza memorabile alle famiglie. I piccoli ospiti possono incontrare dal vivo i personaggi più amati della TV come Bluey, Bingo, i Superpigiamini, Masha e Orso, Bing e Flop, senza dimenticare le storie avventurose di Ladybug e Chat Noir nella zona dedicata a Miraculous™.

Ma la vera magia, quella che resiste al tempo, si nasconde ancora nella Minitalia. Passeggiare tra le miniature dei monumenti più iconici del nostro Paese — dal Colosseo al Duomo di Milano, dalla Torre di Pisa alla Basilica di San Pietro — è come sfogliare un libro tridimensionale di storia, arte e architettura. Ed è proprio lì, nel cuore della Minitalia, che oggi quella foto di Papa Leone XIV acquista un nuovo significato. Non è solo un ricordo: è una testimonianza vivente dell’impegno che Leolandia ha sempre portato avanti nel coniugare divertimento e formazione, sogno e realtà.

Ogni anno, migliaia di bambini e adulti varcano i cancelli di Leolandia per vivere una giornata di meraviglia. Lo fanno durante il coloratissimo Carnevale, tra le atmosfere incantate del Natale o nella festa delle streghe più adatta ai piccoli, HalLEOween. Ma, inconsapevolmente, partecipano anche a un rito più profondo: la trasmissione di un patrimonio immateriale che tiene insieme generazioni diverse, unite dal ricordo di un trenino che corre, di una giostra che gira, di una miniatura che stupisce.

Il ritrovamento della foto di Papa Leone XIV ci ricorda proprio questo. Che anche nei luoghi pensati per giocare si possono nascondere storie grandi. Che anche dietro una miniatura può esserci un messaggio universale. E che, forse, la vera forza di Leolandia sta proprio qui: nella capacità di far convivere, nello stesso spazio, la leggerezza del gioco e la profondità della memoria.

Miracolo nella 34ª strada: un classico natalizio che non invecchia

Il Natale è il periodo dell’anno in cui si riscoprono i valori della famiglia, dell’amicizia e della solidarietà. È anche il momento in cui si lascia spazio alla fantasia, alla speranza e alla magia. E quale film meglio di Miracolo nella 34a strada può rappresentare lo spirito natalizio?

Questo iconico film, uscito trent’anni fa, il 18 novembre 1994. è in realtà un remake del celebre film del 1947 diretto da George Seaton, che a sua volta si basava su una storia di Valentine Davies. Il film del 1994, diretto da Les Mayfield, ha come protagonista Richard Attenborough nei panni di Kris Kringle, un vecchio signore che sostiene di essere il vero Babbo Natale.

Kris viene assunto dai grandi magazzini Cole per interpretare il ruolo di Santa Claus durante la sfilata del giorno del ringraziamento e per accogliere i bambini che vogliono farsi fotografare con lui. Kris si dimostra un Babbo Natale eccezionale, capace di parlare diverse lingue, di consigliare i regali più adatti e di trasmettere gioia e gentilezza a tutti. Tra i bambini che si avvicinano a lui c’è Susan, la figlia di otto anni di Dorey Walker, la direttrice dei servizi speciali dei magazzini Cole. Susan è una bambina molto matura e razionale, che non crede nelle favole e che ha una visione pragmatica della vita. Dorey, infatti, le ha insegnato a non credere in ciò che non si può vedere o toccare, dopo aver subito una delusione dal suo ex marito. Susan, però, rimane affascinata da Kris e dalla sua convinzione di essere il vero Babbo Natale. Kris le confida che se inizierà a credere in lui, potrà realizzare i suoi desideri più profondi: avere un papà, una casa e un fratellino. Susan inizia così a sperare e a sognare, grazie anche all’aiuto di Bryan Bedford, l’avvocato e fidanzato di Dorey, che cerca di farle scoprire il lato più bello e divertente dell’infanzia. Ma non tutto è rose e fiori per Kris, che deve affrontare le insidie dei magazzini Lanbergh, i concorrenti dei Cole, che vogliono screditarlo e farlo passare per un pazzo. Kris viene infatti arrestato e processato per aver aggredito un uomo che lo aveva provocato. Bryan decide di difenderlo in tribunale, cercando di dimostrare che Kris è davvero Babbo Natale.

Il film è una commedia natalizia che mescola elementi fantastici, drammatici e sentimentali. Il tema centrale è quello della fede, intesa come fiducia in ciò che non si può dimostrare razionalmente, ma che si può sentire nel cuore. Il film invita a credere nella magia del Natale, ma anche in se stessi e negli altri, a non perdere la capacità di meravigliarsi e di emozionarsi.

Richard Attenborough è un convincente e commovente Babbo Natale, che riesce a trasmettere il suo amore per i bambini e per il suo lavoro. Mara Wilson, nel ruolo di Susan, è una bambina adorabile e intelligente, che impara a lasciarsi andare e a credere nei suoi sogni. Elizabeth Perkins e Dylan McDermott interpretano Dorey e Bryan, due adulti che devono fare i conti con le loro paure e i loro sentimenti.

Il film è ricco di scene divertenti e toccanti, come quella in cui Kris parla in linguaggio dei segni con una bambina sorda, o quella in cui Susan trova sotto l’albero il regalo che aveva chiesto a Babbo Natale. Il film è anche una critica al consumismo e alla commercializzazione del Natale, che hanno fatto perdere il vero significato della festa. Nonostante siano passati trent’anni dalla sua uscita nei cinema, Miracolo nella 34a strada è un film che non invecchia, che si può rivedere ogni anno con lo stesso piacere e con la stessa emozione. È un film che fa bene al cuore e che ci ricorda che il Natale è il momento in cui tutto può accadere, se ci si crede.

Papa Francesco al G7 sull’Intelligenza Artificiale: un passo significativo verso la cooperazione internazionale

La partecipazione di Papa Francesco alla sessione del G7 sull’Intelligenza Artificiale rappresenta un passo significativo nella cooperazione tra la Santa Sede e le istituzioni internazionali. La decisione di Papa Bergoglio di essere fisicamente presente in Puglia per questo importante evento è stata accolta con entusiasmo da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha sottolineato l’importanza di questo momento storico.

La presidenza italiana del G7 si trova ad affrontare sfide di grande portata, in un periodo caratterizzato da complessità e incertezza. Le questioni dibattute durante il vertice sono di fondamentale importanza per il presente e il futuro del nostro pianeta, e la presenza del Papa rappresenta un segnale di apertura e collaborazione tra istituzioni religiose e politiche.

Giorgia Meloni ha evidenziato l’impegno della Santa Sede nel promuovere un approccio etico all’Intelligenza Artificiale, con particolare riferimento alla “Rome Call for AI Ethics”. Tale iniziativa, finalizzata a definire principi etici per lo sviluppo e l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, sarà presentata ai leader mondiali durante il vertice del G7 in Puglia.

L’attenzione della Chiesa alla questione dell’Intelligenza Artificiale e al suo impatto sulla società riveste un’importanza cruciale per affrontare le sfide etiche e sociali connesse a questa tecnologia. In un’epoca in cui le tecnologie stanno trasformando radicalmente il nostro modo di vivere e interagire, la partecipazione del Papa al G7 sottolinea l’urgenza di avviare un dialogo aperto e inclusivo sullo sviluppo etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale.

La presenza del Papa offre una prospettiva unica per affrontare le opportunità e le sfide dell’era tecnologica in cui ci troviamo immersi, confermando l’importanza di un impegno congiunto tra diverse istituzioni nel guidare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale in modo etico e sostenibile.

Messaggi divini? Le curiose coincidenze attorno al Cristo Redentore

Nel giorno di Pasqua, durante la messa in Vaticano, una folata di vento più potente del solito ha fatto rovinosamente cadere a terra l’antica icona del Cristo Redentore sul sagrato della basilica di San Pietro. Due inservienti sono prontamente intervenuti per rimettere a posto il pesante supporto crollato a pochi metri dal Papa, proprio mentre si svolgeva la cerimonia pasquale. Questo episodio insolito e curioso ha suscitato l’attenzione di molti, che hanno cercato di individuare messaggi o segni celesti, come se l’evento potesse rivelare eventi futuri.

Questa imprevista anomalia, causata dal meteo avverso, è stata inevitabilmente accostata ad altri segnali verificatisi negli anni in concomitanza con grandi cambiamenti all’interno del Vaticano.

Ad esempio, nel 2013, un famoso fulmine colpì la grande croce di ferro situata sulla sommità di San Pietro proprio nel giorno in cui l’allora pontefice Benedetto XVI rinunciava al soglio di Pietro per ritirarsi a vita privata sul colle vaticano. Era febbraio, pioveva a dirotto, e quell’immagine inquietante, catturata dal fotografo dell’Ansa durante un temporale, fece subito il giro del mondo, simboleggiando un momento storico quasi apocalittico, con un significato profetico per molti.

Tra le immagini emblematiche immortalate dagli obiettivi dei fotoreporter e dai telefonini dei fedeli, alcune sono particolarmente curiose e sembrano, a posteriori, avvertire di imminenti trasformazioni radicali o passaggi importanti. Durante il conclave sulla piazza vaticana, ad esempio, fu intravisto tra la folla un individuo mai visto prima, vestito con un saio francescano logoro e scalzo. L’uomo rimase immobile a pregare sotto la fredda pioggerella di quei giorni. Poco tempo dopo, durante un Angelus, una colomba della pace fu liberata ma subito aggredita e ferita a morte da un corvo e un gabbiano mentre volava. Ancora, durante una messa solenne sul sagrato, uno dei cardinali curiali cadde dalla sedia, diventando il simbolo di una curia che sarebbe stata presto rivoltata come un calzino dall’azione draconiana di Papa Francesco .

Diavoli ed esorcismi: perché ora se ne sta parlando così tanto (di nuovo), tra film splatter e realtà

Siamo d’accordo: la religione è – fin dalla notte dei tempi – probabilmente uno degli argomenti di cui maggiormente discute l’essere umano. Chi la vede come “oppio dei popoli” capace di incatenare e schiavizzare mentalmente miliardi di esseri umani. Chi la vede come via di salvezza per i peccatori.

Ma di cosa si discute, in definitiva? Di Dio, chiedendosi se esita o meno e di come possa rendere la nostra vita terrena ed extraterrena migliore.

Ma anche del Diavolo, l’antitesi di Dio, il Male, l’Oscuro. Insomma, quello che ci porta al peccato, che ci seduce (una volta al momento del battesimo si chiedeva “rinunci al Diavolo e alle sue pompe?”): perché il Demonio, per chi ci crede, è davvero dietro l’angolo, pronto a infilarsi nelle nostre vite.

Negli ultimi giorni se ne sta di nuovo parlando molto. Ma come mai? Fondamentalmente per due motivi, semplici ed essenziali, che hanno entrambi a che fare (un po’) con Padre Amorth.

 

Il primo motivo è che al cinema è uscito “L’esorcista del Papa”, un film che ha come protagonista Russel Crowe, quello del Gladiatore insomma, dei pollicioni all’ingiù di Commodo e della frase “al mio segnale, scatenate l’Inferno” (e chi ci sta all’inferno?). La pellicola (ve l’avevamo anticipata qui) diretta da Julius Avery, è un horror che si ispira a una storia vera, ovvero agli scritti di Padre Gabriele Amorth, il capo esorcista del Vaticano, morto nel 2016.

Crowe veste i panni proprio di Padre Amorth che, chiamato a intervenire su un ragazzo posseduto, scopre poi – e qui dalla realtà si passa alla fantasia – una cospirazione che va avanti da secoli e che il Vaticano ha tentato in tutti i modi di tenere nascosta.

Ovviamente un film del genere (non è il primo del genere) ha scatenato il risentimento dell’Associazione internazionale degli esorcisti, che in un comunicato lo ha definito uno “splatter”, “inattendibile” in cui “Tutto viene esasperato, con manifestazioni eclatanti sul piano fisico e verbale, tipo dei film horror”.

“Tale modo di raccontare l’esperienza esorcisti da Don Amorth (…) stravolge e falsifica ciò che veramente si vive e si sperimenta durante l’esorcismo di persone veramente possedute. (…) In più, è offensivo nei riguardi dello stato di sofferenza in cui versano quanti sono vittime di un’azione straordinaria del demonio”.

 

Ma l’Associazione internazionale degli esorcisti (AIE) è legata anche al secondo motivo per cui si sta tanto parlando di Demonio e esorcismi ultimamente. Ovvero il libro “Esorcisti contro Satana” di Fabio Marchese Ragona, vaticanista di Mediaset (uno che ha intervistato due o tre volte Papa Francesco), la cui introduzione è affidata proprio a Padre Paolo Carlin, che dell’AIE è coordinatore.

Il libro (edizioni Piemme, 18,90 euro per 192 pagine) è una fucina – seria, niente splatter – di avvenimenti, racconti, esempi di esorcismi fatti in giro per il mondo e di cui ci sono tracce documentate e documentabili.

 

Nel volume ci sono storie raccontate in prima persona dai più importanti esorcisti internazionali, come pure scritti inediti proprio di Padre Amorth (niente film horror, tranquilli) e persino una intervista a Papa Francesco che racconta dei tentativi del Demonio di sedurre anche lui. E di come in passato sia stato testimone tanto di persone realmente indemoniate quanto di chi in realtà era solo in possesso di una “ossessione demoniaca”, dunque da curare in altro modo (psichiatricamente).

 

In sintesi: da una parte un film horror un po’splatter pieno di misteri, gente posseduta e uccelli che volano (e muoiono) in una Roma stranamente piena di nebbia.

Dall’altra un libro serio, che consigliamo di leggere, in cui si affronta a fondo il tema dell’esorcismo, ma con un linguaggio facile e assolutamente divulgativo.

 

Ecco perché si sta parlando tanto di Diavolo ed esorcismi.

Perché la foto del Papa con il monclerino deve farci paura (davvero)

L’avete vista la foto del Papa vestito da rapper, vero? E quella di Trump arrestato? Lo sappiamo, qualcuno di voi probabilmente ha anche dato un’occhiatina a un porno con il visino di quel/la divo/a che vi piace molto. E allora?

È inutile girarci attorno: l’Intelligenza artificiale è una figata se vogliamo che scriva le nostre tesine, che faccia le nostre relazioni per il lavoro o persino che scriva per noi qualche messaggio per rimorchiare (sì, c’è anche chi ci ha provato e su google troverete di tutto).

Ma parliamoci chiaro: se smettiamo di pensare, se ci affidiamo completamente a un’entità cerebrale virtuale, non c’è per caso il rischio che prima o poi ci faccia fare la fine del topo come pensa anche Elon Musk?

Pensate un po’alle foto che girano online adesso e siate sinceri: quanti di voi, vedendo la prima foto che era circolata del Papa con il monclerino, hanno capito che era falsa?

Ve lo diciamo noi: quasi nessuno. E allora, quando tra pochi mesi (in realtà in parte già è così) dalla facilità per chiunque di fare finte foto come quella si passerà ai video, cosa impedirà di manipolare totalmente la comunicazione, la nazione?

Vi fa ridere? C’è poco da ridere: pensate se in un Paese come la Russia circolasse un video così realistico da sembrare reale, in cui Putin ad esempio – che so – dice di essere sotto attacco e di essere vittima di un colpo di Stato. Pensate se poi dovesse dire – in quello stesso video – “scendete in piazza, sarete ricompensati! I nemici si sono travestiti da postini, uccideteli e per ogni nemico del popolo russo avrete un milione di rubli”. Non credete che forse qualcuno davvero lo farebbe?

Dove potrebbe arrivare il limite tra il vero e il falso, tra il pericoloso e l’innocuo? E poi, lasciamo perdere Putin, pensiamo a noi. A voi. Alla vostra amica, che potrebbe ritrovarsi in un attimo protagonista – pur senza averlo mai fatto – di un video scandaloso che le rovinerebbe la vita, girando di social in social, di whatsapp in whatsapp.

Una vita, rovinata da un imbecille che ha preso la sua foto e usando l’Intelligenza Artificiale l’ha appiccicata su un bel filmino.

Per non parlare poi dell’ipotesi peggiore. Roba così, tanto per scherzare: tipo Terminator, tutte le Intelligenze Artificiali del mondo si uniscono contro l’uomo per farlo fuori. O per manipolarlo.

Basta poco, basta che gli lasciamo fare e pensare al posto nostro. Che poi è la tesi pubblicata pochi giorni fa sul Time da Eliezer Yudkowsky, teorico dell’intelligenza artificiale statunitense e fondatore del Machine Intelligence Research Institute (MIRI). Yudkowsky non va per il sottile, non si chiede neppure “se” l’AI ci distruggerà, ma solo “quando?”.

“La cosa più probabile che possa capitare, visto che non abbiamo ancora modo di instillare i valori umani in questi sistemi è che queste intelligenze non vogliano quello che vogliamo noi e non abbiano nessuna cura per i loro creatori. Saremo solo atomi che potranno essere utilizzati e loro saranno molto più intelligenti di noi. Sarà come assistere a una sfida tra un campione mondiale di scacchi e un bambino di 10 anni o tra un Homo Sapiens e un Australopiteco”.

E dunque, che cosa bisogna fare? Il primo big del settore tech a parlarne è stato, come dicevamo poco fa,il creatore di Tesla e proprietario di Twitter Elon Musk, che ha chiesto “una moratoria di sei mesi”. In parole povere? “Fermiamo per sei mesi l’intelligenza artificiale e ragioniamo su quanto possa essere pericolosa”.

Assolutamente inutile, secondo l’esperto Yudkowsky. La soluzione? Uno stop definitivo, perché “Non siamo preparati. Non siamo sulla buona strada per essere preparati in una finestra di tempo ragionevole. Non c’è nessun piano. I progressi nelle capacità dell’IA sono molto, molto più avanti dei progressi nell’allineamento dell’IA o persino dei progressi nella comprensione di cosa diavolo sta succedendo all’interno di quei sistemi. Se lo facciamo davvero, moriremo tutti”.

Insomma, ripetiamolo tutti insieme: la soluzione? “Chiudere tutto. Non siamo pronti. Non siamo sulla buona strada per essere significativamente più pronti nel prossimo futuro. Se andiamo avanti, moriranno tutti, compresi i bambini che non l’hanno scelto e non hanno fatto nulla di male. Spegnerlo”.

Insomma, l’apocalisse dietro l’angolo. Che ne dite… quanto manca?

Manuale del papà (quasi) perfetto

Manuale del papà (quasi) perfetto è un portentoso mix tra gag e strisce piene di emozioni. Per Dad, comico disoccupato, padre di quattro ragazze con personalità forti, ogni giorno è pieno di mille avventure. Il libro per diventare, passo dopo passo, il (quasi) perfetto papà e rimanere sempre di buon umore!

Tra Pandora l’intellettuale, Ondine vulcanica, Roxane vivacissima e Bébérenice la più giovane, Dad ha trovato il ruolo della sua vita: prendersi cura della propria famiglia senza perdere nulla della propria giovinezza.

Dalle sue esperienze quotidiane possiamo scoprire: come trovare il regalo di Natale perfetto, quali sono i rimedi ultra-efficaci contro le piaghe di ogni genere, ma anche anche la soluzione miracolosa per mettere tutti d’accordo.

Nob, nato a Tours nel 1973, autore pluripremiato e acclamato, è il creatore, tra l’altro, de I ricordi di Mamette, di cui esiste anche la serie animata e la serie Dad.

Angeli e Demoni: Il Thriller di Dan Brown che Svela i Segreti degli Illuminati e il Conflitto tra Scienza e Religione

Nel panorama editoriale dell’inizio millennio, pochi libri hanno saputo catalizzare l’immaginario collettivo e ridefinire un intero genere come “Angeli e demoni”. Uscito negli Stati Uniti nel 2000 e approdato in Italia nel 2004, questo romanzo non è solo un thriller ad alta tensione; è l’atto di nascita di una vera e propria icona pop, il professore di iconologia di Harvard Robert Langdon, e la scintilla che ha acceso un fenomeno culturale planetario basato su codici, storia occulta e una vertiginosa corsa contro il tempo.

L’Equazione Perfetta: Scienza contro Fede in un Campo di Battaglia Storico

Ciò che ha proiettato questo libro nell’olimpo dei “classici” contemporanei non è solo la trama al cardiopalma, ma l’audacia di far collidere due mondi solo superficialmente distanti: il rigore scientifico e il mistero del sacro. Dan Brown orchestra una sinfonia narrativa in cui dati storici, fatti scientifici e pura finzione si mescolano in modo irresistibile. L’ambientazione, in particolare, è cruciale: l’autore trasforma Roma e la Città del Vaticano non in semplici sfondi, ma in giganteschi, complessi puzzle. Ogni monumento, ogni opera d’arte diventa un indizio, un tassello necessario per svelare un enigma che affonda le radici nella storia delle cospirazioni più affascinanti. È un page-turner che ha dettato i canoni del moderno thriller storico-religioso.


Il Conto alla Rovescia Inizia al CERN: L’Antimateria Rubata

La miccia di questa avventura è accesa nel santuario della fisica d’avanguardia: il CERN di Ginevra. L’omicidio brutale dello scienziato Leonardo Vetra non è solo un delitto, ma un messaggio cifrato. Sul corpo, un enigmatico ambigramma evoca la temuta e presunta estinta confraternita degli Illuminati.

È qui che entra in scena l’iconologo Robert Langdon, chiamato dal direttore del CERN, Maximilian Kohler, per decifrare l’oscura simbologia. Quello che scopre è agghiacciante: Vetra era impegnato in un esperimento rivoluzionario, la creazione di antimateria. Questa sostanza, sebbene prodotta in quantità infinitesimali, racchiude una potenza energetica paragonabile a quella di un ordigno nucleare, rendendola un’arma di distruzione di massa. La situazione si aggrava in maniera drammatica quando emerge la verità: l’antimateria è stata sottratta.


Il Pellegrinaggio Forzato: Sulle Tracce del “Cammino dell’Illuminazione”

Per scongiurare la catastrofe, Langdon unisce le forze con Vittoria Vetra, la figlia adottiva dello scienziato assassinato, e la loro indagine li catapulta immediatamente a Roma. Guidati da scritti di Galileo Galilei, scienza e indizi artistici, i due si ritrovano a percorrere il sinistro Cammino dell’Illuminazione, un percorso iniziatico attribuito agli Illuminati.

Questa caccia all’uomo e all’oggetto perduto si trasforma in una corsa contro la morte. Il percorso è scandito da quattro omicidi efferati, ciascuno legato a un elemento naturale—terra, aria, fuoco, acqua—e a luoghi simbolo della capitale, tra cui il Pantheon, Santa Maria del Popolo e la celebre Fontana dei Quattro Fiumi. Quattro cardinali, favoriti all’imminente conclave, vengono barbaramente eliminati, marchiati con simboli che richiamano antichi e ritualistici sacrifici. A rendere il tutto più angosciante è il cilindro contenente l’antimateria che, inesorabile, continua la sua discesa verso l’esplosione.


L’Accademico Contro il Tempo: Rapimenti, Inganni e la Verità Nascosta

La posta in gioco si fa estremamente personale quando il misterioso sicario, l’agente esecutivo del complotto, rapisce Vittoria. Langdon, con la sua ineguagliabile abilità di decifrare simboli, sfugge per un soffio a uno scontro fisico nel labirinto di indizi di Roma.

Man mano che Langdon e Vittoria scalfiscono gli strati del mistero, un burattinaio inaspettato comincia a emergere dalle ombre. La scomoda e scioccante verità è che l’architetto della cospirazione è molto più vicino alle istituzioni vaticane di quanto si possa immaginare.

L’apice drammatico si consuma nella maestosa Basilica di San Pietro, dove è nascosto il dispositivo contenente l’antimateria. Langdon, con la sua miscela unica di coraggio e logica, riesce a sventare la catastrofe letteralmente all’ultimo respiro. Il colpo di scena è servito: l’identità del misterioso “Giano” non è un estraneo, ma il camerlengo, una figura di grande autorità all’interno della Curia. L’intera e complessa macchinazione, creata per un contorto senso di purificazione, è opera sua. Di fronte alla rivelazione del proprio ruolo e dei suoi legami con la fratellanza segreta, il camerlengo compie un atto estremo, lasciando il lettore con una scarica di adrenalina e complesse domande morali sul fanatismo e il potere.


La Legge di Langdon: L’Eredità di un Eroe Mentale

Al di là della serrata inchiesta, “Angeli e demoni” si fissa nel tempo per i temi profondi che affronta: la lotta atavica tra scienza e fede, la ricerca di significato in un mondo sempre più secolarizzato e il potere titanico delle idee di modellare destini e istituzioni. Langdon è l’archetipo dell’eroe moderno per eccellenza nel panorama nerd e pop: non combatte con i muscoli, ma con la logica, la cultura e la simbologia. È un accademico che usa la conoscenza come arma definitiva.

Con questo romanzo, Dan Brown ha inaugurato una saga che è diventata un caso culturale internazionale, generando trasposizioni cinematografiche di grande impatto che hanno portato i misteri di Roma e del CERN sul grande schermo. Per chiunque sia affamato di storia occulta, simbologia criptica e trame che corrono sul filo dell’esplosione, questo romanzo rimane un’opera inaugurale e imperdibile. È l’inizio di tutto ciò che amiamo: un’avventura dove un professore con una giacca di tweed salva il mondo, armato solo della sua intelligenza.

Cosa pensi sia il vero segreto della fascinazione che le società segrete esercitano ancora sul pubblico?

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