La data del 19 marzo non è mai stata soltanto una ricorrenza sul calendario. Per me ha il peso specifico di una cicatrice e la luce calda di un ricordo che non si spegne. Mio padre, Nello Falletta, ha scelto proprio quel giorno per salutarmi. Festa del papà. Una coincidenza che sembra scritta da uno sceneggiatore troppo romantico, e invece è vita vera. Da allora quella giornata non parla solo di San Giuseppe o di tradizioni, ma di eredità invisibili, di esempi silenziosi, di mani che ti hanno insegnato a camminare e poi ti hanno lasciato andare.
Satyrnet è nato anche da lì. Da un padre che non capiva fino in fondo cosa fosse il cosplay, ma intuiva che dietro quelle armature di plastica e quei mantelli cuciti di notte si nascondeva qualcosa di autentico. Orgoglio. Comunità. Identità. Sergio Oliosi, altro papà che ha segnato la nostra giovinezza, letteralmente testimone e artefice della “firma” che ha fatto nascere Satyrnet, appartiene alla stessa costellazione di uomini che hanno fatto da fondale stabile mentre noi sognavamo mondi impossibili. Sono stati la nostra “base”, il nostro spawn point emotivo.
Forse per questo, ogni anno, il 19 marzo non riesco a fermarmi alla superficie. La mente corre inevitabilmente a un altro tipo di padri, quelli che popolano anime e manga. Figure spesso spezzate, imperfette, assenti, ingombranti. Eppure fondamentali. Perché la cultura pop giapponese, più di quanto si pensi, ha scavato nel rapporto padre-figlio con una profondità quasi brutale.

Pensiamo a Vegeta. Da ragazzo lo vedevo come il principe arrogante che voleva superare Goku a ogni costo. Poi cresci, diventi padre anche tu, o semplicemente inizi a osservare con occhi diversi, e ti accorgi che dietro quell’orgoglio Saiyan si nasconde un uomo terrorizzato dall’idea di fallire ancora. Con Trunks e Bra non è tenero nel modo classico. Non distribuisce abbracci a caso. Spinge, pretende, alza l’asticella. Ma nel momento in cui la minaccia diventa reale, sacrifica tutto senza esitazione. Quella scena in cui si lancia contro Majin Buu non è solo un atto eroico: è la confessione silenziosa di un padre che ha imparato ad amare.

Poi esiste l’altro estremo, il lato oscuro della paternità anime. Gendo Ikari non è soltanto il comandante della Nerv in Neon Genesis Evangelion. È l’archetipo del padre irraggiungibile. Freddo, distante, manipolatore. Shinji viene richiamato non per essere abbracciato, ma per pilotare un Eva e salvare un mondo che non gli ha mai dato calore. Per anni ho odiato Gendo. Poi ho iniziato a leggerlo come una tragedia greca: un uomo incapace di elaborare il lutto, disposto a deformare l’umanità pur di rivedere la donna che ha perso. Non lo giustifico. Ma ne comprendo la disperazione. E forse è proprio questa ambiguità a rendere Evangelion immortale.

E che dire di Ging Freecss in Hunter x Hunter? L’archetipo dell’esploratore che mette il sogno davanti alla responsabilità. Un padre che diventa leggenda prima ancora di essere presenza. Gon cresce inseguendo un’ombra. E in quell’inseguimento costruisce se stesso. Ging non è il padre che ti tiene per mano. È quello che ti lascia una mappa incompleta e ti dice: trovami, se vuoi capire chi sei. Cruento? Forse. Ma incredibilmente coerente con lo spirito dell’avventura.

In un registro completamente diverso, Isshin Kurosaki di Bleach sembra quasi una parodia del padre irresponsabile. Medico di giorno, ex Shinigami di notte. Sberle improvvise a Ichigo, battute fuori luogo, teatralità costante. Eppure, dietro la maschera comica, custodisce un sacrificio gigantesco. Ha rinunciato ai suoi poteri per salvare la donna che amava. Ha scelto la famiglia prima della gloria. E questa scelta, raccontata a pezzi, trasforma la sua leggerezza apparente in una forma di protezione.

L’alchimia emotiva raggiunge livelli altissimi con Van Hohenheim in Fullmetal Alchemist: Brotherhood. Immortale, antico, tormentato. Edward e Alphonse lo percepiscono come un traditore. Un uomo che ha abbandonato la famiglia. Solo più tardi scopriamo che la sua distanza era un tentativo disperato di spezzare una catena di colpe lunga secoli. Hohenheim non sa chiedere scusa nel modo giusto. Ma combatte fino all’ultimo respiro per garantire ai figli un futuro libero dal peccato originario che lui stesso ha contribuito a creare. È una paternità fatta di rimorso e redenzione.

E poi arrivano i padri che cercano di diventare migliori dopo aver sbagliato tutto. Enji Todoroki, conosciuto come Endeavor in My Hero Academia, incarna l’ossessione per il successo proiettata sui figli. Ha trasformato Shoto in un esperimento vivente pur di superare All Might. Ha distrutto la serenità della propria famiglia. Eppure, la sua lenta e dolorosa ricerca di redenzione è uno degli archi narrativi più maturi degli ultimi anni. Non basta chiedere perdono. Occorre dimostrarlo, giorno dopo giorno. E non sempre i figli sono pronti ad accettarlo.

In mezzo a questi padri imperfetti, brilla come una stella lontana Minato Namikaze di Naruto. Il Quarto Hokage che sigilla la Volpe a Nove Code dentro il proprio neonato. Un gesto che lo priva della possibilità di crescere suo figlio, ma gli garantisce un villaggio salvo. Naruto passa l’infanzia odiando un destino che non comprende. Poi scopre il sacrificio. E quel sacrificio diventa bussola morale. Minato è il padre che non può restare, ma lascia un’eredità di coraggio.
E se allarghiamo lo sguardo alla nostra adolescenza italiana, impossibile non sorridere pensando a Marrabbio, il papà burbero di Licia in Love Me Licia, ispirata a Kiss Me Licia. Apparentemente severo, allergico alle band rock e ai capelli cotonati dei Bee Hive. Eppure profondamente umano, capace di sciogliersi davanti all’amore. In quegli anni imparavamo che anche i padri più rigidi possono sorprendere.
Rifletto spesso su come gli anime abbiano raccontato la paternità meglio di tante opere “realistiche”. Forse perché non temono l’eccesso. Portano i conflitti all’estremo. Li fanno esplodere tra battaglie cosmiche, evocazioni demoniache, tornei di arti marziali. Ma al centro resta sempre la stessa domanda: cosa significa essere padre? Proteggere? Lasciare andare? Sacrificarsi? Sbagliare e riprovare?
Mio padre non pilotava Eva, non lanciava Rasengan, non si trasformava in Super Saiyan. Però mi ha insegnato che la passione non è un passatempo infantile. È identità. Mi ha lasciato la libertà di costruire Satyrnet, di trasformare il cosplay da gioco di nicchia a fenomeno culturale riconosciuto. E in quell’incoraggiamento silenzioso rivedo un po’ di Minato, un po’ di Hohenheim, persino un frammento di Vegeta.
Ogni 19 marzo mi domando quali padri stiamo raccontando oggi nelle nostre storie. E quali figli stiamo crescendo. Perché la cultura nerd non è evasione: è uno specchio. Riflette paure, desideri, mancanze. E forse ci aiuta a elaborarle meglio di quanto faremmo nel silenzio.
Se ripensate ai vostri anime preferiti, quale figura paterna vi ha segnato davvero? Quella che avete amato? O quella che avete detestato, ma che vi ha costretto a riflettere?
Io continuo a cercare mio padre anche tra le vignette, tra i frame, tra le sigle che ancora canto a memoria. E ogni volta lo ritrovo, in qualche dialogo sussurrato prima di una battaglia finale.

