La festa del papà: i padri più epici degli anime e manga

La data del 19 marzo non è mai stata soltanto una ricorrenza sul calendario. Per me ha il peso specifico di una cicatrice e la luce calda di un ricordo che non si spegne. Mio padre, Nello Falletta, ha scelto proprio quel giorno per salutarmi. Festa del papà. Una coincidenza che sembra scritta da uno sceneggiatore troppo romantico, e invece è vita vera. Da allora quella giornata non parla solo di San Giuseppe o di tradizioni, ma di eredità invisibili, di esempi silenziosi, di mani che ti hanno insegnato a camminare e poi ti hanno lasciato andare.

Satyrnet è nato anche da lì. Da un padre che non capiva fino in fondo cosa fosse il cosplay, ma intuiva che dietro quelle armature di plastica e quei mantelli cuciti di notte si nascondeva qualcosa di autentico. Orgoglio. Comunità. Identità. Sergio Oliosi, altro papà che ha segnato la nostra giovinezza, letteralmente testimone e artefice della “firma” che ha fatto nascere Satyrnet, appartiene alla stessa costellazione di uomini che hanno fatto da fondale stabile mentre noi sognavamo mondi impossibili. Sono stati la nostra “base”, il nostro spawn point emotivo.

Forse per questo, ogni anno, il 19 marzo non riesco a fermarmi alla superficie. La mente corre inevitabilmente a un altro tipo di padri, quelli che popolano anime e manga. Figure spesso spezzate, imperfette, assenti, ingombranti. Eppure fondamentali. Perché la cultura pop giapponese, più di quanto si pensi, ha scavato nel rapporto padre-figlio con una profondità quasi brutale.

Pensiamo a Vegeta. Da ragazzo lo vedevo come il principe arrogante che voleva superare Goku a ogni costo. Poi cresci, diventi padre anche tu, o semplicemente inizi a osservare con occhi diversi, e ti accorgi che dietro quell’orgoglio Saiyan si nasconde un uomo terrorizzato dall’idea di fallire ancora. Con Trunks e Bra non è tenero nel modo classico. Non distribuisce abbracci a caso. Spinge, pretende, alza l’asticella. Ma nel momento in cui la minaccia diventa reale, sacrifica tutto senza esitazione. Quella scena in cui si lancia contro Majin Buu non è solo un atto eroico: è la confessione silenziosa di un padre che ha imparato ad amare.

Poi esiste l’altro estremo, il lato oscuro della paternità anime. Gendo Ikari non è soltanto il comandante della Nerv in Neon Genesis Evangelion. È l’archetipo del padre irraggiungibile. Freddo, distante, manipolatore. Shinji viene richiamato non per essere abbracciato, ma per pilotare un Eva e salvare un mondo che non gli ha mai dato calore. Per anni ho odiato Gendo. Poi ho iniziato a leggerlo come una tragedia greca: un uomo incapace di elaborare il lutto, disposto a deformare l’umanità pur di rivedere la donna che ha perso. Non lo giustifico. Ma ne comprendo la disperazione. E forse è proprio questa ambiguità a rendere Evangelion immortale.

E che dire di Ging Freecss in Hunter x Hunter? L’archetipo dell’esploratore che mette il sogno davanti alla responsabilità. Un padre che diventa leggenda prima ancora di essere presenza. Gon cresce inseguendo un’ombra. E in quell’inseguimento costruisce se stesso. Ging non è il padre che ti tiene per mano. È quello che ti lascia una mappa incompleta e ti dice: trovami, se vuoi capire chi sei. Cruento? Forse. Ma incredibilmente coerente con lo spirito dell’avventura.

In un registro completamente diverso, Isshin Kurosaki di Bleach sembra quasi una parodia del padre irresponsabile. Medico di giorno, ex Shinigami di notte. Sberle improvvise a Ichigo, battute fuori luogo, teatralità costante. Eppure, dietro la maschera comica, custodisce un sacrificio gigantesco. Ha rinunciato ai suoi poteri per salvare la donna che amava. Ha scelto la famiglia prima della gloria. E questa scelta, raccontata a pezzi, trasforma la sua leggerezza apparente in una forma di protezione.

L’alchimia emotiva raggiunge livelli altissimi con Van Hohenheim in Fullmetal Alchemist: Brotherhood. Immortale, antico, tormentato. Edward e Alphonse lo percepiscono come un traditore. Un uomo che ha abbandonato la famiglia. Solo più tardi scopriamo che la sua distanza era un tentativo disperato di spezzare una catena di colpe lunga secoli. Hohenheim non sa chiedere scusa nel modo giusto. Ma combatte fino all’ultimo respiro per garantire ai figli un futuro libero dal peccato originario che lui stesso ha contribuito a creare. È una paternità fatta di rimorso e redenzione.

E poi arrivano i padri che cercano di diventare migliori dopo aver sbagliato tutto. Enji Todoroki, conosciuto come Endeavor in My Hero Academia, incarna l’ossessione per il successo proiettata sui figli. Ha trasformato Shoto in un esperimento vivente pur di superare All Might. Ha distrutto la serenità della propria famiglia. Eppure, la sua lenta e dolorosa ricerca di redenzione è uno degli archi narrativi più maturi degli ultimi anni. Non basta chiedere perdono. Occorre dimostrarlo, giorno dopo giorno. E non sempre i figli sono pronti ad accettarlo.

In mezzo a questi padri imperfetti, brilla come una stella lontana Minato Namikaze di Naruto. Il Quarto Hokage che sigilla la Volpe a Nove Code dentro il proprio neonato. Un gesto che lo priva della possibilità di crescere suo figlio, ma gli garantisce un villaggio salvo. Naruto passa l’infanzia odiando un destino che non comprende. Poi scopre il sacrificio. E quel sacrificio diventa bussola morale. Minato è il padre che non può restare, ma lascia un’eredità di coraggio.

E se allarghiamo lo sguardo alla nostra adolescenza italiana, impossibile non sorridere pensando a Marrabbio, il papà burbero di Licia in Love Me Licia, ispirata a Kiss Me Licia. Apparentemente severo, allergico alle band rock e ai capelli cotonati dei Bee Hive. Eppure profondamente umano, capace di sciogliersi davanti all’amore. In quegli anni imparavamo che anche i padri più rigidi possono sorprendere.

Rifletto spesso su come gli anime abbiano raccontato la paternità meglio di tante opere “realistiche”. Forse perché non temono l’eccesso. Portano i conflitti all’estremo. Li fanno esplodere tra battaglie cosmiche, evocazioni demoniache, tornei di arti marziali. Ma al centro resta sempre la stessa domanda: cosa significa essere padre? Proteggere? Lasciare andare? Sacrificarsi? Sbagliare e riprovare?

Mio padre non pilotava Eva, non lanciava Rasengan, non si trasformava in Super Saiyan. Però mi ha insegnato che la passione non è un passatempo infantile. È identità. Mi ha lasciato la libertà di costruire Satyrnet, di trasformare il cosplay da gioco di nicchia a fenomeno culturale riconosciuto. E in quell’incoraggiamento silenzioso rivedo un po’ di Minato, un po’ di Hohenheim, persino un frammento di Vegeta.

Ogni 19 marzo mi domando quali padri stiamo raccontando oggi nelle nostre storie. E quali figli stiamo crescendo. Perché la cultura nerd non è evasione: è uno specchio. Riflette paure, desideri, mancanze. E forse ci aiuta a elaborarle meglio di quanto faremmo nel silenzio.

Se ripensate ai vostri anime preferiti, quale figura paterna vi ha segnato davvero? Quella che avete amato? O quella che avete detestato, ma che vi ha costretto a riflettere?

Io continuo a cercare mio padre anche tra le vignette, tra i frame, tra le sigle che ancora canto a memoria. E ogni volta lo ritrovo, in qualche dialogo sussurrato prima di una battaglia finale.

SMS contro WhatsApp? Il vecchio messaggino sta vincendo la battaglia silenziosa

Ricordo ancora il suono secco degli SMS sui Nokia indistruttibili, il limite dei 160 caratteri che ti costringeva a diventare poeta minimalista, le abbreviazioni creative che oggi farebbero rabbrividire qualunque professore di lettere. Poi sono arrivati WhatsApp, Telegram, Discord, le reaction, i vocali chilometrici, le chat di gruppo mute per sopravvivenza mentale. E abbiamo dato per scontato che il “vecchio messaggino” fosse destinato all’estinzione, come un floppy disk emotivo relegato ai musei della tecnologia.

E invece no. Plot twist degno di un finale di stagione.

Secondo una recente indagine condotta da Esendex su quasi mille persone, l’SMS non solo è ancora vivo, ma gode di una forma smagliante proprio tra chi è cresciuto a pane, Wi-Fi e notifiche push. Il 75,8% dei giovani tra i 18 e i 29 anni legge un SMS immediatamente. Subito. Come un messaggio critico in un videogioco online. Un ulteriore 11,4% lo apre entro tre minuti. Tradotto: quasi nove ragazzi su dieci reagiscono a un SMS in una finestra temporale rapidissima. Solo una piccola percentuale rimanda la lettura a fine giornata, e una minoranza quasi invisibile dichiara di ignorarli del tutto.

Numeri che ribaltano la narrativa dominante.

Viviamo immersi in un oceano di notifiche. Iconcine rosse che si accumulano come missioni secondarie mai completate. Chat di gruppo che esplodono mentre stai cercando di concentrarti. Meme, vocali, sticker, bot, link, reaction. Il sovraccarico informativo è reale, quasi distopico. In questo caos digitale, l’SMS riesce a fare una cosa semplicissima e potentissima: emergere.

Un SMS non compete con trenta gruppi WhatsApp, non viene inghiottito da server esterni, non si confonde tra canali Discord o community Telegram. Arriva diretto, pulito, lineare. Una notifica. Punto. E proprio perché oggi non è più lo strumento principale delle conversazioni personali, viene percepito come prioritario. Se arriva un SMS, probabilmente è importante.

Pensateci un attimo. Gli avvisi di spedizione, i promemoria di appuntamenti, i codici di verifica, le comunicazioni urgenti legate a un acquisto. Sono quasi sempre SMS. E questo ha costruito, nel tempo, una percezione psicologica molto chiara: quel canale è serio. È funzionale. È da aprire.

In un mondo dove tutto grida per attirare attenzione, l’SMS sussurra. E viene ascoltato.

Un altro elemento che spesso dimentichiamo riguarda l’accessibilità. Le app di messaggistica dipendono da connessione internet stabile, aggiornamenti, compatibilità tra dispositivi, login, backup, sincronizzazioni. L’SMS no. Funziona senza dati attivi. Funziona su qualsiasi telefono, anche il più basic. Non importa se hai l’ultimo smartphone pieghevole o un vecchio dispositivo con schermo graffiato: l’SMS arriva comunque.

Questa semplicità è una forma di potere.

In termini di comunicazione mobile, affidabilità e universalità contano tantissimo. Un messaggio di testo non chiede di scaricare nulla, non richiede la creazione di un account, non espone l’utente a un ecosistema di tracciamenti e profilazioni complesse. Non ci sono feed, non ci sono algoritmi che decidono se e quando mostrartelo. È diretto. Lineare. Quasi analogico nella sua logica.

E poi c’è la questione privacy. In un’epoca in cui leggiamo continuamente notizie di account hackerati, chat violate, database trafugati, l’SMS appare come una forma di comunicazione meno invasiva. Non serve installare applicazioni, non c’è bisogno di condividere informazioni aggiuntive oltre al numero di telefono. Non è una soluzione perfetta, certo, ma è percepita come più essenziale e meno esposta rispetto alle piattaforme social.

Curioso, vero? Proprio la sua “vecchiaia” lo rende più rassicurante.

Chi lavora nel marketing, nell’assistenza clienti, nella sanità o nella sicurezza lo sa bene: il tasso di apertura degli SMS resta altissimo. Per le aziende rappresenta uno strumento strategico quando serve la quasi certezza di una lettura rapida. Per gli utenti, invece, è una corsia preferenziale. Un canale che non viene sporcato da meme, flame o catene infinite.

E qui entra in gioco un altro dettaglio affascinante: l’evoluzione tecnologica. L’SMS non è rimasto congelato agli anni Duemila. Con l’introduzione del RCS, il Rich Communication Service, il concetto di messaggio di testo si sta espandendo. Contenuti multimediali, interattività, personalizzazione. Una sorta di upgrade che unisce la solidità dell’SMS tradizionale con funzionalità più moderne, senza perdere quell’immediatezza che lo rende così efficace.

È come vedere un personaggio legacy tornare in scena con un power-up inaspettato.

La vera lezione, forse, riguarda il modo in cui interpretiamo la tecnologia. Tendiamo a pensare in termini di sostituzione: nuovo contro vecchio, app contro SMS, streaming contro DVD, cloud contro hard disk. In realtà il digitale funziona più per stratificazione che per eliminazione. I canali si sovrappongono, si specializzano, trovano nuovi ruoli.

WhatsApp e Telegram dominano le conversazioni quotidiane, le community, le relazioni informali. L’SMS presidia l’urgenza, la funzionalità, l’essenziale. Non è una guerra, è una redistribuzione dei compiti.

E forse, in questo scenario, il “vecchio messaggino” ha trovato la sua forma definitiva: meno rumoroso, più mirato, sorprendentemente efficace anche per la Gen Z. Una generazione che non ha mai vissuto l’era pre-smartphone, ma che riconosce intuitivamente il valore di un canale meno affollato.

Sottovalutare gli SMS oggi significa ignorare un paradosso affascinante della comunicazione mobile: a volte la tecnologia che sembra superata è quella che riesce a farsi notare di più.

E adesso la domanda la giro a voi, community nerd. Quante volte ignorate una notifica su WhatsApp, ma aprite immediatamente un SMS? Vi fidate di più di quel formato minimalista? Pensate che il futuro della comunicazione mobile sarà sempre più frammentato in canali specializzati, oppure assisteremo a un nuovo reset tecnologico?

Scrivetelo nei commenti. Perché in fondo, tra un multiverso e l’altro, anche un semplice messaggio di testo può raccontare molto su come stiamo cambiando.

Giovani, Intelligenza Artificiale e il Futuro dell’Istruzione: la vera rivoluzione è già iniziata

La rivoluzione digitale non somiglia affatto ai film di fantascienza che abbiamo divorato negli anni Novanta. Nessun androide lucido e minaccioso si aggira nei corridoi delle nostre scuole, eppure un’entità invisibile, silenziosa e potentissima sta già generando una mutazione culturale che non ha precedenti. L’Intelligenza Artificiale è entrata nelle nostre vite come un ospite inatteso che conosce perfettamente la strada per la cucina, fruga nel frigo, prepara il caffè e, mentre noi cerchiamo ancora di capire cosa stia succedendo, ha già riscritto le regole del gioco.

I giovani la usano, la sperimentano, la sfidano, la trattano con la naturalezza con cui una generazione precedente maneggiava walkman e floppy disk. E in questa familiarità quasi istintiva si nasconde un paradosso: mentre loro avanzano, il sistema scolastico fatica a tenere il passo. L’IA non è più un argomento da convegno, ma una compagna di banco che trasforma compiti, studio, ambizioni e paure. E non basta definirli “studenti”: in questa nuova era diventano co-architetti di un futuro digitale che richiede competenze, coraggio e una guida capace di non restare indietro.

L’Italia conosce bene le sfide dell’istruzione. La riforma del 1999 che ha portato l’obbligo formativo fino ai 18 anni avrebbe dovuto rappresentare un trampolino verso un modello più moderno, ma il salto non è stato abbastanza lungo. Le scuole e i centri di formazione professionale hanno dovuto confrontarsi con un mondo che dal 2010 in poi è cambiato più velocemente di qualunque programma ministeriale. Oggi la domanda non è più “che cosa devono imparare i ragazzi?”, ma “con quali strumenti riusciranno a sopravvivere in un ecosistema dominato da algoritmi che imparano più velocemente di loro?”

Il quadro offerto dal report “Future of Education 2025” di GoStudent non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Più della metà degli studenti europei sente che la scuola non li sta preparando alle sfide reali del domani. In Italia la situazione è ancora più complessa: quasi quattro studenti su dieci non credono che il percorso educativo attuale sia capace di accompagnarli verso la professione dei loro sogni. La contraddizione è evidente. Da una parte il nostro Paese vanta il numero più alto di studenti che utilizzano strumenti basati sull’IA; dall’altra, più del 60% degli insegnanti non ha mai ricevuto una formazione adeguata su come integrarli nella didattica.

È come se si chiedesse a un pilota di guidare una navicella spaziale dopo aver frequentato solo lezioni di guida per scooter.

L’impatto emotivo di questa distanza si avverte nelle statistiche: la fiducia degli studenti nella propria capacità di affrontare un mondo sempre più tecnologico è scesa ai livelli più bassi degli ultimi tre anni. Nel 2024 era il 77% a sentirsi pronto; oggi siamo al 61%. Un calo che racconta la disillusione silenziosa di un’intera generazione costretta a correre da sola mentre la scuola arranca.

Eppure, tra i grafici e le percentuali, emerge qualcosa di straordinario. I giovani non hanno paura dell’IA: vogliono comprenderla, usarla, plasmarla. Chiedono corsi dedicati, vogliono imparare a sviluppare algoritmi, a costruire mondi virtuali, a leggere i dati come fossero pergamene magiche in un GdR ambientato nel futuro. Pretendono un’educazione che includa la salute mentale, la finanza personale, la sostenibilità, le basi della cybersecurity. Non desiderano più un semplice manuale d’istruzioni: reclamano un manuale del giocatore per affrontare la campagna più ambiziosa della loro vita.

Molti insegnanti condividono questo desiderio di cambiamento. Ma spesso si trovano a lavorare con strumenti antiquati, senza supporto, senza formazione, con la sensazione di essere capitoli importanti di un libro che qualcuno si ostina a non aggiornare. La testimonianza di tutor come Tiara J. sottolinea la frustrazione di chi vorrebbe personalizzare davvero l’apprendimento ma non ha le risorse per farlo. E il paradosso continua: l’IA potrebbe alleggerire il loro carico di lavoro, permettergli di concentrarsi sulla dimensione più umana della didattica, quella relazione fragile e preziosa che nessun software potrà mai sostituire.

L’intelligenza artificiale non è il nemico della scuola. È uno strumento, un alleato, a volte un avversario, ma mai un sostituto della guida umana. Può personalizzare il percorso di ogni studente come un Game Master che conosce la scheda del personaggio meglio del giocatore stesso. Può analizzare debolezze, suggerire sfide equilibrate, fornire risorse in tempo reale. Può assistere chi ha difficoltà, diventare una protesi cognitiva inclusiva e accessibile. Ma il rischio esiste: senza un uso critico, senza un approccio etico, senza vigilanza sui bias e sul divario digitale, l’IA potrebbe ampliare disuguaglianze già profonde.

Il problema non è se accogliere o meno questa tecnologia. Il problema è capire come farlo, e soprattutto chi deve guidare questa trasformazione. I giovani lo stanno già facendo da soli, e questo è allo stesso tempo affascinante e spaventoso. Affascinante perché hanno una naturalezza che ricorda i protagonisti degli shōnen che affrontano ogni sfida con determinazione; spaventoso perché nessun eroe dovrebbe combattere senza una squadra alle spalle.

Per costruire un’istruzione degna del futuro serve una collaborazione reale tra governi, scuole, famiglie e aziende tecnologiche. Serve il coraggio di riscrivere i programmi, di formare gli insegnanti, di creare ambienti in cui sperimentare non sia un privilegio ma una normalità. Serve soprattutto una visione comune: un mondo in cui l’IA non è solo uno strumento, ma un linguaggio condiviso, una competenza trasversale, una possibilità di emancipazione.

La generazione che cresce oggi non vuole limitarsi a usare la tecnologia. Vuole domarla, programmarla, interrogarla, metterla in discussione. Vuole essere protagonista, non spettatrice. E forse questa è la più grande lezione che il presente sta cercando di impartire all’intero sistema educativo: non possiamo più pensare ai giovani come a recipienti da riempire, ma come a co-autori di un universo digitale che cambia ogni giorno.

Il futuro dell’istruzione non dipende dall’Intelligenza Artificiale. Dipende da noi e da come saremo in grado di costruire, insieme ai ragazzi, un ambiente che non li faccia sentire impreparati, ma finalmente all’altezza della loro stessa evoluzione.

E mentre la rivoluzione continua a scorrere sotto i nostri occhi, la domanda rimane sospesa come un cliffhanger in un episodio di una serie sci-fi: saremo abbastanza veloci da raggiungerli, o continueremo a rincorrerli nel prossimo update del mondo?

Internet casa: 1 richiesta su 4 è per usare i videogames

In epoca Covid la linea internet casa è diventata un servizio imprescindibile non solo per lo smart working o la didattica a distanza, ma anche per le attività del tempo libero che, a causa dei lockdown, sono spesso diventate digitali. A riprova di ciò quanto emerso dall’analisi fatta da Facile.it su un campione di oltre 650.000 richieste di cambio di fornitore, secondo cui la percentuale degli utenti che ha dichiarato di usare la rete domestica per giocare online è aumentata del 30%, passando dal 16% rilevato nei mesi pre-pandemia al 21% rilevato tra marzo e dicembre 2020.

Una passione che non sembra arrestarsi e che è proseguita anche nel 2021 tanto che, esaminando le richieste raccolte nel primo trimestre dell’anno, Facile.it ha messo in luce come la percentuale di utenti in cerca di una linea internet casa per giocare online sia addirittura arrivata al 25%.

L’altra grande novità emersa è che giocare online con smartphone, tablet, PC o console non sembra più essere un’esclusiva dei giovani; se è vero che i richiedenti con età compresa tra i 18 e i 24 anni sono risultati essere la categoria che, in percentuale, usa con più frequenza la rete domestica per il gaming (quasi 1 su 3 nel primo trimestre 2021), sorprende vedere come l’utilizzo di internet per i giochi online sia addirittura raddoppiato tra gli over 55. Nello specifico, tra i richiedenti con età compresa tra i 55 e i 64 anni si è passati dal 9% pre-pandemia al 18% nel 2021, mentre tra gli over 65 la percentuale è cresciuta dal 7% al 15%, chissà se per propria passione o per far felici i nipoti.

Quella del gaming, però, non è l’unica passione digitale cresciuta nell’ultimo anno; lockdown e limitazioni alla mobilità hanno dato un grosso impulso anche alla fruizione di contenuti tramite Smart TV. A conferma di questo dato, Facile.it ha rilevato un aumento dei richiedenti che hanno dichiarato di usare la linea di casa per guardare film e serie televisive in streaming; si è passati dal 48% del periodo pre-pandemia al 59% del primo trimestre del 2021.

Come per il gaming online, anche in questo caso l’aumento ha riguardato tutte le fasce di età, seppur con differenze significative. I giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni, ancora una volta, sono risultati essere i richiedenti che con più frequenza si servono della linea dati per questa finalità, con una percentuale passata dal 53% pre-Covid al 62% del primo trimestre 2021.

Smart working, DAD, gaming e smart TV; nell’ultimo anno, oltre ad avere una connessione internet, per molte famiglie italiane è diventato fondamentale poter contare su una linea dati sufficientemente veloce e capace di reggere più utenti in contemporanea. Non a caso sono molti i clienti che, non soddisfatti del proprio servizio, hanno scelto di cambiare fornitore; già lo scorso anno un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat evidenziava come, tra marzo e giugno 2020, l’8,9% degli italiani con un contratto di internet casa avesse deciso di cambiare fornitore, il più delle volte spinto da ragioni economiche (70,8%) o, appunto, perché la linea non era sufficientemente veloce (41,9%).

Ma quali sono le aree del Paese dove è aumentata la richiesta di attivazione di una nuova linea internet casa o di cambio operatore? Per rispondere alla domanda Facile.it ha analizzato un campione di oltre 90.000 contratti raccolti nel 2020 scoprendo che la regione dove si è registrato l’aumento più significativo è la Sardegna; nell’isola le domande di cambio fornitura o attivazione linea sono aumentate del 15% rispetto al 2019. Seguono nella graduatoria nazionale la Calabria (+9,7%) e le Marche (+7,1%).

Manuale del papà (quasi) perfetto

Manuale del papà (quasi) perfetto è un portentoso mix tra gag e strisce piene di emozioni. Per Dad, comico disoccupato, padre di quattro ragazze con personalità forti, ogni giorno è pieno di mille avventure. Il libro per diventare, passo dopo passo, il (quasi) perfetto papà e rimanere sempre di buon umore!

Tra Pandora l’intellettuale, Ondine vulcanica, Roxane vivacissima e Bébérenice la più giovane, Dad ha trovato il ruolo della sua vita: prendersi cura della propria famiglia senza perdere nulla della propria giovinezza.

Dalle sue esperienze quotidiane possiamo scoprire: come trovare il regalo di Natale perfetto, quali sono i rimedi ultra-efficaci contro le piaghe di ogni genere, ma anche anche la soluzione miracolosa per mettere tutti d’accordo.

Nob, nato a Tours nel 1973, autore pluripremiato e acclamato, è il creatore, tra l’altro, de I ricordi di Mamette, di cui esiste anche la serie animata e la serie Dad.

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