C’è un filo che unisce i bestiari medievali ai manga più dark, le streghe sarde ai ritratti femminili che inghiottono lo sguardo, la botanica alle cover patinate dei magazine internazionali. Quel filo, per Marco Mazzoni, è fatto di legno e pigmento: matite colorate, nient’altro. È con questo medium apparentemente umile che l’artista nato a Tortona nel 1982 e di base a Voghera ha costruito un linguaggio visivo inconfondibile, una grammatica di luce e foglie, piume e petali, farfalle e volti sospesi, capace di parlare sia alla storia dell’arte sia alla cultura pop. È un immaginario che dialoga con la sensibilità nerd più curiosa: chi ama le fiabe oscure, i bestiari, le witches del folklore, riconoscerà nei ritratti di Mazzoni un portale verso un altrove al tempo stesso arcaico e contemporaneo.
Studente di pittura all’Accademia di Brera, dove si laurea nel 2007, Mazzoni sceglie presto la via più difficile: rinunciare al quadro a olio e al gesto gestuale per abbracciare la concentrazione millimetrica del disegno. Le sue opere nascono per accumulo, come un incantesimo che richiede formule ripetute con pazienza. Strato dopo strato, i colori si addensano fino a rendere carnali le corolle, vellutate le ali, quasi umidi i petali. Da questa densità tattile emergono volti femminili isolati, incorniciati da piante e animali, creature sospese fra ritratto e natura morta. Spesso gli occhi scompaiono, coperti da piume di uccelli o da farfalle in volo, da foglie e boccioli che diventano maschere organiche. È un gesto che ribalta la gerarchia del ritratto classico: invece di cercare l’anima nello sguardo, la troviamo nel pulviscolo vegetale, nelle trame della natura che s’impossessano del volto. Non c’è voyeurismo, c’è metamorfosi.
Questa metamorfosi è figlia di un’ossessione precisa: il mondo delle “mistiche” e delle guaritrici della Sardegna tra XVI e XVIII secolo, figure di frontiera sospese fra saperi erboristici, credenze popolari e leggende. Non si tratta di folklore da cartolina, ma di un archivio vivente di simboli. Erbe che curano e avvelenano, fiori come sigilli, farfalle come psicopompi, uccelli come presagi. Mazzoni prende quella costellazione e la fa detonare in composizioni contemporanee, dove il chiaroscuro scolpisce la forma e la natura si fa protagonista. L’ombra non è mai soltanto assenza di luce: è teatro. La luce, al contrario, non è un riflettore neutro, ma materia che rivela e nasconde, come in un level design pensato per guidare lo sguardo lungo percorsi segreti.
Il risultato ha convinto la stampa e l’editoria internazionale. Le sue illustrazioni sono apparse su testate come The New Yorker, Juxtapoz, Hi-Fructose, Les Arts Dessinés e Arte Mondadori, territori dove il confine fra arte alta e cultura visiva si dissolve felicemente. È un artista che sa parlare a pubblici diversi perché maneggia un lessico che viene da lontano ma suona attualissimo. Quando i suoi lavori entrano nelle pagine di un magazine, lo spazio editoriale si trasforma in una piccola wunderkammer: il ritratto non illustra, evoca; la natura non decora, racconta.
Con la stessa naturalezza Mazzoni attraversa il mondo del libro illustrato. Per Albin Michel pubblica “Poucette”, una rilettura visiva che viaggia anche in Spagna con Edelvives, in Italia con Rizzoli e in Belgio con Clavis, segno di un immaginario capace di oltrepassare la barriera linguistica e dialogare con culture diverse. Con Sébastien Perez firma “Journal Troubles” per la Collection Métamorphose di Éditions Soleil, collana che da anni mette in corto circuito fiaba, onirismo e grafica d’autore. Non stupisce che Taschen lo abbia inserito fra “The Illustrator 100 best from around the World”: il suo è un caso da manuale di come il disegno, oggi, possa essere insieme classico e ipercontemporaneo.
Il sistema dell’arte lo ha accolto con attenzione, in un gioco di specchi tra Europa e Stati Uniti. Oltreoceano Mazzoni collabora con Jonathan LeVine Projects nel New Jersey e con Thinkspace Projects a Los Angeles, fucine dove il nuovo surrealismo pop dialoga con la cultura visiva urbana. In Europa i suoi lavori hanno trovato casa alla Galleri Benoni di Copenaghen e, a Milano, nelle gallerie Patricia Armocida e Giovanni Bonelli. Non è solo una geografia di gallerie, è la mappa di una migrazione di immagini: le sue donne-giardino, i suoi volti-santuario, le sue bestie araldiche parlano lingue diverse restando sempre se stessi.
Il percorso espositivo racconta la stessa storia di sponde lontane che si riflettono. Mazzoni è stato invitato al Padiglione Italia della 54. Esposizione Internazionale d’Arte, alla Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi, ed è comparso nel Padiglione Regionale Lombardia a Palazzo Te, a Mantova. È entrato nella grande mostra “Turn the Page: the first ten years of Hi-Fructose” al Virginia Museum of Contemporary Art, ha partecipato a POW! WOW! Hawai’i all’Honolulu Museum of Art School, ha portato il suo teatro botanico alla Fondazione Stelline con “La natura squisita: Beyond the Boundaries of Pop”, ha dialogato con la scena californiana in “The New Vanguard” al Lancaster Museum of Art and History e ha incrociato la scena tedesca con “IMAGO” al museo di Monaco. Sono palcoscenici diversi per la stessa performance: interrogare la nostra idea di ritratto finché non sboccia in qualcosa di nuovo.
Le personali sono capitoli che scandiscono la ricerca con titoli che suonano come brani di una playlist emotiva. “Dear Collapse” alla Thinkspace Project di Los Angeles mette in scena la frantumazione come atto poetico; “Monism” alla Galleri Benoni di Copenaghen evoca una sostanza unica che lega tutte le cose; “Il ricordo è un consolatore molesto” alla Galleria Patricia Armocida a Milano racconta la memoria come compagna invadente; “Home” alla Galleria Giovanni Bonelli sussurra la nostalgia di un luogo mentale; “Animanera” alla Jonathan LeVine Gallery a New York porta a compimento il suo noir botanico. In ognuno di questi episodi la tecnica resta la stessa, ma l’accento cambia, come in una serie antologica: gli elementi rientrano in scena con ruoli diversi, l’illuminazione ruota, il montaggio emotivo si sposta di volta in volta.
Guardare un lavoro di Mazzoni con occhi nerd significa divertirsi a riconoscere i rimandi e le assonanze che rimbalzano fra media e immaginari. C’è il gusto per il bestiario che potrebbe abitare le pagine di un grimorio di Gaiman, c’è l’eco di polveri magiche degne di una side quest di un JRPG, ci sono farfalle che sembrano uscite dai titoli di testa di un thriller psicologico, ci sono chiaroscuri che ricordano i render più raffinati di un’artbook di concept art. E poi ci sono le streghe, non come cliché ma come archivio di pratiche e conoscenze marginali, preziosissime oggi, in un’epoca che riscopre il potere delle micro-narrazioni e dei saperi erboristici. È un universo che parla a chi sente la chiamata del fantastico non come fuga, ma come strumento per leggere il reale.
La scelta di affidarsi esclusivamente alle matite colorate non è un vezzo, è una poetica. La matita consente una prossimità fisica al soggetto che la pittura spesso media con il pennello. È punteggiatura, è tessitura, è microclima. Nel punto in cui la sfumatura incontra la fibra della carta, Mazzoni costruisce iperrealismi che non cercano l’illusione fotografica, ma un’iperpresenza. Quando un petalo sembra velluto non è per ingannarci: è per costringerci a toccare con gli occhi. In questo senso, le sue opere funzionano come dispositivi di rallentamento, come pause necessarie in una timeline che scorre troppo in fretta. Sono “cutscene” contemplative in cui la narrazione si sospende e restiamo soli con il respiro delle immagini.
Il curriculum editoriale e quello espositivo raccontano un artista pienamente contemporaneo, capace di attraversare media e contesti senza perdere coerenza. Ma al di là delle tappe – dai magazine internazionali ai libri illustrati, dalle gallerie europee alle istituzioni americane, dalla Biennale di Venezia ai musei oltreoceano – ciò che resta è la costanza di uno sguardo. Un modo di intendere il ritratto come ecosistema, la natura come biografia, l’ornamento come trama narrativa. È questo che rende la sua opera riconoscibile: quel momento in cui il volto umano cede spazio a foglie e farfalle e, proprio così, si racconta meglio.
Se dovessimo consigliare a un lettore di CorriereNerd.it da dove cominciare, diremmo: avvicinati lentamente, come faresti con una creatura selvatica in un dungeon silenzioso. Lascia che prima le piante ti prendano per mano, segui le venature, ascolta le piume. Poi cerca il volto, ma non pretendere di conquistarlo. La rivelazione, nei lavori di Mazzoni, accade sul bordo, nella soglia fra ciò che riconosciamo e ciò che intuiamo. È lì che si apre il portale.
Mazzoni, in fondo, ha scelto una strada radicale e delicata: raccontare il mistero senza gridarlo, costruire mondi con lo strumento meno rumoroso che ci sia, una matita. È un gesto politico oltre che estetico, perché rivendica il tempo lento dell’attenzione in un’epoca di scroll compulsivi. E parla a noi, comunità geek, che da sempre amiamo i dettagli, le lore, le mappe, i bestiari. Le sue donne senza occhi visibili ci vedono meglio di noi. Le sue farfalle che oscurano lo sguardo lo spalancano altrove. Le sue piante, così prossime, sono antenne che captano storie antiche e le rilanciano nel presente.
Se ti sei persə in questo giardino, raccontacelo nei commenti: qual è l’opera di Mazzoni che ti ha stregato di più? Che creature del suo bestiario vorresti incontrare in una graphic novel, in un videogioco, in una serie animata? Condividi l’articolo con la tua party di avventurieri dell’arte e facci sapere quale leggenda sarda vorresti vedere rifiorire nelle sue tavole. Il portale è aperto: sta a noi attraversarlo.
Nota biografica essenziale per orientarsi
Marco Mazzoni è nato nel 1982 a Tortona, vive e lavora a Voghera. Si è laureato in pittura all’Accademia di Brera nel 2007. Lavora esclusivamente con matite colorate, intrecciando ritratto e natura con particolare attenzione alle mistiche femminili della Sardegna tra XVI e XVIII secolo. Ha pubblicato con Albin Michel (“Poucette”, edito anche da Edelvives, Rizzoli e Clavis) e con Éditions Soleil (“Journal Troubles”, con Sébastien Perez). È stato incluso da Taschen fra i 100 migliori illustratori al mondo e ha collaborazioni continuative con Jonathan LeVine Projects e Thinkspace Projects negli USA, Galleri Benoni a Copenaghen e, a Milano, con le gallerie Patricia Armocida e Giovanni Bonelli. Ha esposto alla 54. Biennale di Venezia, al Virginia MOCA, all’Honolulu Museum of Art School, alla Fondazione Stelline, al MOAH di Lancaster e in Germania, oltre a firmare personali come “Dear Collapse”, “Monism”, “Il ricordo è un consolatore molesto”, “Home” e “Animanera”.