TikTok evita il ban negli USA: accordo storico, dati sotto controllo e nuova era “Made in America”

Ore prima che una giuria popolare venisse selezionata alla Corte Superiore di Los Angeles, la trama ha improvvisamente cambiato direzione. Niente aula gremita, niente telecamere puntate, niente arringhe destinate a diventare meme. TikTok ha scelto la via del patteggiamento, chiudendo la partita fuori scena e spegnendo sul nascere quello che molti osservatori consideravano il primo vero “processo pilota” capace di riscrivere le regole dell’intero ecosistema social. Una mossa da speedrun legale, studiata per evitare che certe domande venissero fatte ad alta voce davanti a un giudice.

Le accuse, però, restano lì come un debuff permanente che nessuna patch può cancellare del tutto. La causa, intentata da una giovane identificata come K.G.M., metteva nel mirino il design stesso della piattaforma, descritta come un sistema costruito per agganciare, trattenere, spingere oltre il limite. Algoritmi pensati per creare dipendenza, funzioni calibrate per mantenere l’utente incollato allo schermo, con effetti collaterali pesantissimi soprattutto sugli adolescenti: depressione, isolamento, pensieri suicidi. Non una semplice critica morale, ma un’accusa strutturata che provava a collegare direttamente scelte di design e danni psicologici.

Chi sperava in un epilogo rapido, però, dovrà rassegnarsi. TikTok esce di scena, ma il processo continua contro altri boss del livello finale. Meta, con le sue incarnazioni Instagram e Facebook, e YouTube di Google restano sul banco degli imputati, chiamate a difendersi dall’idea che i loro prodotti possano essere intrinsecamente nocivi per la salute mentale dei minori. Anche Snap Inc., casa madre di Snapchat, ha già scelto la via dell’accordo privato, lasciando il campo a un confronto che si preannuncia lungo e simbolicamente potentissimo.

Il paragone che circola nei corridoi legali americani è di quelli che fanno tremare i polsi: Big Tobacco. Come negli anni Novanta le industrie del tabacco furono chiamate a rispondere dei danni causati da prodotti progettati per creare dipendenza, oggi le Big Tech rischiano di dover affrontare una domanda simile, declinata in chiave algoritmica. La questione non è più solo se un social faccia male, ma se chi lo costruisce possa essere ritenuto legalmente responsabile per l’impatto psicologico delle sue scelte tecnologiche.

I dettagli economici del patteggiamento di TikTok restano coperti dal classico velo di segretezza, ma il tempismo non è casuale. A gennaio 2026, mentre l’attenzione mediatica era concentrata su altri fronti, Stati Uniti e Cina hanno premuto una pausa tattica sul possibile game over della piattaforma. Altro che ban definitivo. TikTok è rimasto online grazie a una nuova architettura societaria dal sapore decisamente nerd: la TikTok USDS Joint Venture LLC, una sorta di fork ufficiale pensato per rassicurare Washington su sicurezza e dati sensibili.

La build è complessa e sembra uscita da un manuale di diplomazia multiplayer. Il controllo operativo passa in mani americane, mentre ByteDance resta nel party con una quota del 19,9%, sufficiente per influenzare la partita senza impugnare il joystick principale. Al tavolo siedono investitori statunitensi di peso e soprattutto Oracle, che assume il ruolo di NPC chiave: custode dei server, garante dei dati, intermediario silenzioso tra governo, piattaforma e mercato pubblicitario.

La narrativa ufficiale parla di privacy e sicurezza nazionale, ma chi segue queste vicende con un minimo di spirito critico sa che c’è una side quest meno dichiarata. Controllo economico, potere strategico, accesso a dati ultra-granulari che valgono più di qualsiasi vibranio digitale. Il ban temporaneo dagli store Apple e Google nel 2025 non era un bug, ma una mossa da scacchi ben calcolata: o ByteDance cedeva parte del controllo, o TikTok veniva espulso dal meta statunitense.

Per gli utenti americani, però, l’esperienza resta sorprendentemente identica. Stesso feed, stesso algoritmo, stesso loop infinito di video che si susseguono alle due di notte. Toccare TikTok sarebbe come nerfare il personaggio più overpowered del roster social, e l’industria segue una regola non scritta ma ferrea: se qualcosa funziona, non si rompe. Il vero cambiamento avviene dietro le quinte, nei data center, dove i dati degli utenti USA passano sotto l’ombrello Oracle. Su Reddit già circolano voci di tracking più aggressivo, con informazioni sensibili che potrebbero diventare moneta di scambio privilegiata per partner pubblicitari sempre più affamati.

L’Europa, per ora, gioca su un server diverso. Qui TikTok resta sotto ByteDance e sotto le regole dell’Unione Europea, almeno sulla carta più rigide. Stessa app, leggi diverse, mondi paralleli che convivono nello stesso ecosistema globale. Una situazione quasi unica, che rende evidente quanto la geopolitica abbia ormai invaso anche lo scrolling quotidiano.

Alla fine, questa storia va ben oltre un singolo social network. Nel boss fight eterno tra Stati Uniti e Cina, la morale sembra spesso una semplice skin estetica. Il vero gioco è il potere, declinato in dati, algoritmi e controllo dell’attenzione collettiva. E mentre TikTok evita il processo e il feed continua a scorrere, resta una domanda sospesa come un cliffhanger di metà stagione: l’Europa continuerà a guardare la partita dalla tribuna o sarà costretta, prima o poi, a scegliere da che parte stare?

La discussione è apertissima, e come sempre succede quando tecnologia, cultura pop e politica si incontrano, il prossimo colpo di scena potrebbe arrivare quando meno ce lo aspettiamo. Tu da che parte ti senti? Scrollatore consapevole o spettatore di un gioco molto più grande di noi?

Instagram Friend Map: la nuova bussola digitale tra social e privacy

Per noi che abbiamo passato ore a disvelare la nebbia della guerra (fog of war) su minimappe digitali, o a pianificare rotte epiche attraverso la Terra di Mezzo, la mappa non è mai stata una semplice indicazione stradale. È la rappresentazione visiva dell’ordine, la struttura invisibile che trasforma il caos dell’esplorazione in conoscenza strategica. È l’algoritmo del viaggio, un elemento sacro della cultura nerd. Ora, in un audace tentativo di conquistare questo territorio simbolico, Instagram ha lanciato la Friend Map, una funzione che promette di trasformare il social network in una bussola digitale per le nostre interazioni sociali, ma che inevitabilmente ci costringe a interrogarci sul prezzo della nostra connessione.


La Mappa che Rende la Timeline Tridimensionale: Social Discovery o “Sorveglianza Amichevole”?

La Friend Map, ora estesa anche nel panorama italiano, non è un semplice aggiornamento, ma un vero e proprio cambio di paradigma. Instagram non vuole più limitarsi a raccontare ciò che facciamo, ma dove siamo mentre lo facciamo. L’idea è geniale e irresistibile per chiunque abbia mai desiderato la perfetta sincronia di un gioco di ruolo multiplayer: fondere localizzazione in tempo reale e social storytelling. Immaginate di vedere i vostri amici, i contatti più stretti o i vostri content creator preferiti non solo sulla timeline, ma come punti luminosi su una mappa geografica, quasi come se il feed fosse diventato tridimensionale e vivo.

Questa social GPS nasce con la promessa di avvicinarci: organizzare all’ultimo minuto un raduno, scoprire che un amico è al nostro stesso festival, o raggiungere il prossimo LAN party con una rotta visuale impeccabile. Per la nostra comunità, cresciuta a pane e radar fantascientifici o minimappe alla World of Warcraft, l’appeal di questo “universo sincronizzato” è innegabile. Ma è proprio questa seducente sincronia a sollevare il più grande dei dilemmi: quanto siamo disposti a sacrificare della nostra intimità digitale in nome di una maggiore socialità?


Il Fascino Inquietante del Tracciamento e la Trappola del Dato

Il funzionamento della Friend Map è tecnologicamente elementare, ma eticamente complesso. Sfrutta i servizi di localizzazione del nostro smartphone (GPS, Wi-Fi e Bluetooth) e aggiorna la posizione ogni volta che l’app è attiva. La condivisione, per default, resta visibile per 24 ore, in un ciclo continuo di presenza digitale.

Meta, l’azienda madre, ci rassicura: la funzione è “facoltativa” e “sotto il controllo dell’utente”. Ma il linguaggio aziendale si fa subito elastico quando tocca il punto cruciale: la conservazione dei dati. La formula “per tutto il tempo necessario” non fa altro che solleticare le nostre paure più profonde di appassionati di sicurezza informatica. Per noi, abituati a leggere tra le righe degli algoritmi e a svelare ogni easter egg nascosto, queste parole vaghe non significano trasparenza, ma un implicito: “fidatevi di noi”.


Dal Check-in di Foursquare al “Panopticon Sociale” Volontario

Non è la prima volta che si tenta questa mossa geolocalizzata. La Snap Map di Snapchat e, ancor prima, i rituali di check-in di Foursquare sono stati dei precursori. Ma il contesto odierno è saturo: l’attenzione per la privacy è alle stelle e Meta si trascina dietro un “inventario” ingombrante di controversie sui dati.

La grande differenza, oggi, è la pressione sociale intrinseca a un gigante come Instagram. Come ha avvertito l’esperto di sicurezza informatica Amit Weigman, anche se la funzione è tecnicamente opzionale, l’impulso a non restare esclusi, a non apparire come il missing link della rete sociale, può spingere gli utenti a condividere più di quanto vorrebbero. Il fatto che i dati di posizione non siano crittografati end-to-end è un campanello d’allarme per chiunque mastichi di sicurezza.

In questo scenario, la Friend Map rischia di diventare la forma più subdola di sorveglianza mai inventata: non un controllo imposto da un’entità esterna, ma un controllo scelto, desiderato e quasi gamificato, una sorta di videogioco che tiene traccia di noi anche quando abbiamo messo in pausa. Il nostro dilemma nerd è servito: siamo la generazione che ha elevato l’analisi dei dati a ossessione, ma siamo anche la generazione che si lascia sedurre più facilmente dalla promessa della scoperta e dell’appartenenza sociale.


La Friend Map: La Mappa del Potere e il Confine Sottile tra Dati e Fiducia

Meta ha naturalmente introdotto delle contromisure: la posizione si aggiorna solo ad app aperta o in background, la condivisione si disattiva dopo 24 ore di inattività, e si può scegliere con granularità estrema chi può vederci (Amici più stretti, Solo alcuni, Nessuno). Per gli adolescenti sono previsti persino strumenti di supervisione parentale.

Queste misure sono necessarie, ma falliscono nel risolvere la questione centrale: la fiducia. Quando ogni nostro spostamento diventa un dato e ogni dato una potenziale risorsa commerciale, il confine tra “condividere” la nostra posizione e “essere tracciati” in funzione di logiche aziendali si assottiglia fino a diventare una singola riga di codice invisibile.

Nella cultura geek, la mappa è una metafora del potere e della conoscenza. Le mappe di Tolkien sono un mezzo per dominare l’ignoto; la fog of war nei videogiochi è la sfida che si conquista passo dopo passo. Ma con la Friend Map, la mappa rischia di diventare l’opposto: non più uno strumento per l’esplorazione, ma per l’osservazione. Instagram sta spostando la sua bussola dal cosa condividi al dove sei. Stiamo trasformando il nostro territorio in contenuto, e noi stessi in semplici coordinate da tracciare.

La Friend Map è un esperimento affascinante, un’autentica Mappa del Malandrino (Marauder’s Map) dei tempi moderni, ma è anche un severo monito sul prezzo della nostra iper-connessione. In un’epoca in cui ogni luogo visitato lascia un’ombra digitale, forse la vera epica avventura che ci attende non è imparare a condividere dove siamo, ma ricordarci e difendere il perché vogliamo essere trovati.

Instagram in tilt? Post e foto “scomparsi”: cosa sta succedendo davvero e come uscirne (senza perdere la testa)

C’è un’esperienza universale nel multiverso digitale che tocca l’anima di ogni vero nerd connesso: quel momento di terrore freddo in cui il pollice scorre, l’occhio non trova e il cuore perde, non uno, ma un intero raid team di battiti. Parliamo dell’apertura di Instagram e della visione apocalittica di un profilo improvvisamente affetto da nulla cosmico. Il contatore dei post è lì, che ti guarda con aria innocente, come il tuo avatar dopo un wipeout epico, ma sotto… il deserto di Tattooine. Addio cosplay curatissimi, addio fan art sfoggiate con orgoglio, addio meme che dovevano cambiare il mondo.

Questo trauma da “schermo bianco” ha colpito a raffica, con un picco di segnalazioni degno di un’invasione aliena tra l’1 e il 3 ottobre. La domanda, urlata in maiuscolo nei thread di Reddit e sussurrata con ansia nei group chat più oscuri, è stata una sola: “Mi hanno cancellato tutto?”. Tranquilli, geeks della socialità: Spoiler Alert! No. Nella stragrande maggioranza dei casi, la vostra gloriosa galleria di contenuti è salva, ben oltre la portata del più malvagio dei gremlins del cloud.


La Matrice Buggata: Android vs. iOS e la Chiave del Browser

Il panorama che emerge dai racconti della community è di una coerenza quasi inquietante, come se fossimo tutti intrappolati nello stesso livello difettoso di un videogame. L’esperienza del “buco nero” è stata avvertita di striscio da chi naviga con l’aristocrazia di un iPhone. Chi vive invece nel caotico ma libero mondo di Android ha descritto la stessa, identica, beffarda anomalia: la bacheca è vuota, ma il contatore dei post resta intatto e, cosa fondamentale, se si accede al profilo da browser o da desktop, la totalità dei contenuti è lì, serena, in attesa di essere ammirata.

Questo dettaglio non è un dettaglio, è la chiave di lettura del fenomeno. Non siamo di fronte a un “buco nero” che risucchia i dati nei server segreti di Meta, bensì a un bug di visualizzazione dell’app mobile. Un glitch software che, come un virus a diffusione selettiva, colpisce determinate versioni dell’applicazione, mostrando particolare affinità con i canali Beta e i dispositivi aggiornati di recente. Insomma, il contenuto c’è, ma l’app si rifiuta, con snobismo algoritmico, di mostrarlo. È un profilo fantasma, un easter egg che nessuno voleva trovare.


Cantiere Aperto e Viti Allentate: La Sincronicità degli Update

Certo, il tempismo, si sa, è il peggior nemico degli eroi. L’emergenza delle bacheche svuotate è arrivata proprio mentre Instagram (o il Grande Architetto del Codice) ha lanciato una serie di update degni di un reset totale di sistema. Si parla di nuovi formati più rettangolari per post e Reel – perché la quadratura del cerchio è troppo mainstream – e dell’affinamento dell’algoritmo per premiare i creator originali (finalmente, un level-up per chi non si limita al repost seriale). E per i prosumer di Android, ecco la chicca: la possibilità di riorganizzare i post con un semplice trascina e rilascia, una funzionalità attesa quanto il seguito di un cult movie di nicchia.

È un cantiere aperto, affascinante, ma caotico, e come sa ogni modder o sviluppatore indie, quando troppi lavori convivono nello stesso punto del codice, è facile che qualche vite resti allentata o che un pixel finisca fuori posto. Il bug di visualizzazione non è malafede, è la normalissima, e talvolta esasperante, fragilità di un ecosistema mobile gigantesco, che deve destreggiarsi tra miriadi di sistemi operativi, GPU e versioni in test.


L’ABC del Nerd in Panico: Rimedi e Avvertenze da Power User

Se il tuo archivio online ti è più caro dell’inventario del tuo RPG preferito, il primo consiglio suona zen ma è sacrosanto: respira e non toccare nulla. Se dal browser vedi tutto, sei salvo. Non avventurarti nella sezione “Eliminati di recente” a meno che tu non abbia un ricordo di pulizia compulsiva causata dal panico, in quel caso potrai ripristinare i tuoi cimeli digitali.

Per rimettere in riga la bacheca, le mosse “innocue” sono spesso le più efficaci. Il classico “logout e login” funziona più spesso di quanto la nostra dignità tecnologica vorrebbe ammettere. Su Android, è essenziale cancellare la cache dell’app e riavviare il telefono. Se poi sei o sei stato un temerario nella Beta, il percorso sensato è uscirne prima di reinstallare la versione stabile dal Play Store.

Il sentiero più radicale, quello per veri power user con il saldatore nel cuore, è quello dell’installazione di una build precedente dell’app, immune al glitch. Questa strada ha aiutato diversi utenti a ripristinare la normalità, ma occhio: il sideload da repository di terze parti non è per tutti e va affrontato con la consapevolezza di un chirurgo che opera su sé stesso. Priorità assoluta alla sicurezza e alla verifica delle firme dei pacchetti scaricati. Se il termine sideload ti evoca immagini di scarpe da ginnastica, aspetta la patch ufficiale.


Memoria Sociale e Backup Offline: Il Tuo Archivio è Sacro

Intorno al down di superficie, c’è un tema che a noi, molto nerd e un po’ cronisti, sta particolarmente a cuore: la nostra memoria sociale. I profili Instagram non sono solo vetrine, sono i nostri diari illustrati della community, gli screenshot della nostra vita IRL e URL. Ogni crash che ci mostra il vuoto ci ricorda quanto siamo legati a interfacce che percepiamo come affidabili quanto la Bat-caverna.

Per questo, e qui parlo direttamente a chi crea contenuti in modo sistematico (i.e. tutti voi!), è sempre saggio avere un archivio offline. Un backup periodico di immagini e copy, magari ordinato per progetti o eventi, proprio come si fa con i salvataggi dei giochi prima di un update rischioso. Non toglie nulla alla leggerezza del postare, ma ci libera dall’ansia quando l’app decide di giocare a nascondino.

Nel frattempo, se la tua bacheca è ancora “bianca” e hai già tentato l’ABC dei rimedi, prendilo come un invito imprevisto a staccare per un attimo. Sì, lo sappiamo, dirlo sul nostro giornale suona quasi blasfemo. Ma un giro al parco, un capitolo di manga arretrato o un paio d’ore su un indie in backlog sono medicine potentissime. Quando riaprirai Instagram, è molto probabile che il tuo feed ti stia aspettando, scrollabile come sempre.

E se non fosse così, la community è la tua unica speranza! Raccontaci nei commenti il tuo caso, il modello di telefono, la versione dell’app e se eri su Beta. Più dati raccogliamo, più velocemente si risale al bandolo del codice. Perché no, non è la fine del mondo, né del tuo profilo. È solo un glitch nel tessuto della realtà social. E come insegna ogni buona storia sci-fi, ogni glitch è un promemoria: dietro la magia c’è sempre un algoritmo, e ogni tanto ha bisogno di una patch. Sei pronto per il debug?

Waveful sale di livello: la startup italiana da 2,1 milioni di euro che vuole sbloccare l’achievement USA

Amici nerd, tech-addict e curiosi del multiverso digitale, preparate i controller: la scena startup italiana ha appena sbloccato un achievement incredibile. Un’onda, anzi, un vero e proprio tsunami, sta per travolgere il panorama social globale, e il suo nome è Waveful. Questa social app made in Italy, che ha saputo mescolare sapientemente le meccaniche di community dei videogiochi con la creatività dei social network, ha appena chiuso un round seed da 2,1 milioni di euro. Non è solo un power-up, ma un vero e proprio boost di esperienza che la proietta verso il prossimo, gigantesco, livello: l’espansione internazionale.

Il party da raid internazionale: investitori da leggenda

Per un’impresa così ambiziosa, serviva un party da raid di alto livello, e Waveful ha saputo radunare un team di investitori che, per chi mastica un minimo di Silicon Valley e finanza tech, suonano come boss di fine livello. Alla console c’è a16z Speedrun, il programma di Andreessen Horowitz, uno dei venture capitalist più influenti al mondo, dedicato alle app consumer e gaming più promettenti. Immaginate di essere notati dal team che ha investito in giganti come Slack, Facebook, Pinterest e Airbnb. Un’impresa non da poco. Ma il party non finisce qui: a fianco di a16z ci sono Italian Angels for Growth (IAG), Vento Ventures, Zest, Vesper Holding, e un vero dream team di angel italiani e americani, tra cui player del calibro di Andrea Ruosi, Vito Lomele, Nick Swift, Simone Cimminelli, Tommaso Tosi, Vincenzo Alagna, Omar Bertoni, Andrea D’Aietti e Jesse Chor. Insomma, un vero e proprio team da multiplayer competitivo, pronto a supportare la prossima quest di Waveful.

Dalle basi al successo: il game dei fratelli Motta

Se c’è una storia che merita di essere raccontata, è quella dei due fondatori di Waveful, i fratelli Steven e Dennis Motta, classe 2003 e 1997. Dimenticate le narrazioni hollywoodiane dei fondatori invecchiati e super ricchi. Qui siamo di fronte a due giovani sviluppatori con una visione chiara: creare una piattaforma che non si limitasse a essere l’ennesimo feed di foto e video, ma un vero e proprio “server” dove le persone potessero connettersi attraverso le proprie passioni. In un mondo che tende sempre di più alla “modalità solitaria” e alla frammentazione, Waveful vuole diventare il posto perfetto per trovare il proprio party. E i numeri, a dir poco sbalorditivi, dimostrano che la missione sta funzionando alla grande. In meno di sei mesi, l’app ha superato i 3 milioni di download, con una crescita mensile che ha raggiunto e superato il +200%. I ricavi in vendite B2C hanno superato il milione di dollari, e le metriche di engagement e retention la posizionano nella top 10% globale delle piattaforme social. Parliamo di statistiche che, nel gergo dei giochi di ruolo, indicano un personaggio con un livellamento esponenziale.

La prossima quest: USA e l’era dell’AI

Con un boost di esperienza così importante, la roadmap di Waveful per i prossimi livelli è già tracciata. La prima e più ambiziosa quest è l’espansione negli Stati Uniti, con l’obiettivo di raggiungere 500.000 utenti americani in 12 mesi. Ma non si tratta solo di crescita numerica. Waveful punta a un upgrade “AI-first”, che introdurrà nuove feature basate sull’intelligenza artificiale per migliorare l’esperienza utente e la scoperta di nuovi contenuti. Per supportare questa espansione, il team si prepara a reclutare nuovi “player”, con 4-6 assunzioni previste nei reparti engineering, growth e marketing.

Il badge d’onore e la visione del futuro

L’ingresso nel programma Speedrun di a16z non è stato un evento casuale. Waveful si è distinta come la startup più veloce a crescere e, udite udite, come l’unica italiana del batch. Un vero e proprio badge d’onore, che il founder Steven Motta ha commentato con l’entusiasmo di un protagonista di un JRPG al culmine della sua avventura. Robin Guo, investment partner di a16z, ha colto perfettamente l’essenza di Waveful e la sua visione. Il futuro dei social network, secondo lui, non sarà più incentrato sulla semplice monetizzazione dell’attenzione, ma sulla creazione di veri e propri marketplace per creator e fan, dove i content creator potranno monetizzare direttamente le loro attività. In altre parole, meno grinding, più loot reale. Waveful è un’opportunità, tutta italiana, di divertirsi e avere una fantastica esperienza, e per i creatori di prosperare. Waveful è disponibile per il sistema operativo Android, sul Google Play Store, e per iOS, sull’App Store.

Anche io ho provato a creare il mio profilo? se fate un salto su Waveful mi trovate all’indirizzo: https://waveful.app/accounts/satyrnet

Instagram vuole fare Tinder? Nasce “Picks”, la nuova funzione che nessuno ha chiesto

Instagram, quello che un tempo era il regno delle foto di tramonti e avocado toast, oggi sembra più un laboratorio di Frankenstein digitale, dove ogni settimana viene cucito addosso al social un nuovo pezzo di carne tecnologica. Questa volta, la creatura si chiama “Picks” e, almeno sulla carta, dovrebbe aiutarci a trovare persone con i nostri stessi interessi.

Ora, la domanda sorge spontanea: stiamo ancora parlando di un social fotografico o siamo già nel territorio delle dating app travestite? Perché se continuo a vedere funzioni che ti suggeriscono anime gemelle in base ai tuoi film preferiti, mi aspetto che il prossimo aggiornamento arrivi con una scatola di cioccolatini e un mazzo di rose virtuali.

La trovata: il Netflix Party… ma senza Netflix

A lanciare l’allarme è stato il solito instancabile Alessandro Paluzzi, reverse engineer che ormai tiene più aggiornati gli utenti di Instagram dello stesso Adam Mosseri. Scavando tra i meandri del codice dell’app, Paluzzi ha scovato il prototipo di “Picks”: una sezione in cui l’utente seleziona i propri gusti – film, serie TV, videogiochi, libri e musica – e l’algoritmo fa il resto, segnalando quali amici condividono le stesse passioni.

In pratica, è come se Instagram avesse deciso di diventare una specie di Spotify Wrapped perpetuo, ma con l’aggiunta del rischio di scoprire che il tuo migliore amico condivide con te l’amore per Twilight e non te lo ha mai detto.

Connessioni forzate o nuove ship?

L’obiettivo ufficiale è quello di rafforzare le connessioni, coerente con la promessa di Mosseri di puntare sulle relazioni umane. Nobile intento, certo. Ma viene da chiedersi: davvero abbiamo bisogno di un algoritmo che ci dica che possiamo parlare con i nostri amici di videogiochi o serie TV?

Chi di noi nerd non ha già passato ore infinite a litigare sulla timeline di Zelda, sulla continuity di Spider-Man o sulla classifica definitiva dei Final Fantasy? Ci serve davvero un reminder di Instagram per ricordarci che possiamo farlo?

E se invece questa mossa nascondesse un retroscena più “romantico”? Perché, ammettiamolo: quando un social ti suggerisce che tu e tizio X amate entrambi The Witcher, il passo da “parliamo di Geralt” a “usciamo a bere qualcosa” è breve. E a quel punto, signore e signori, ecco che Instagram ha appena fatto il suo ingresso nel mondo delle dating app, con un colpo di scena degno di un plot twist alla Shyamalan.

Il solito destino delle feature dimenticate

Certo, c’è anche la possibilità che “Picks” finisca nel dimenticatoio come tante altre idee brillanti di Instagram: vi ricordate la famigerata Instagram Map? No? Appunto. O quell’interminabile lista di “funzionalità sperimentali” che sono morte più in fretta di una serie Netflix cancellata dopo la prima stagione?

Il rischio è che “Picks” diventi l’ennesima icona in più da ignorare, mentre gli utenti continuano a chiedersi dove sia finito quel social semplice e immediato che serviva a condividere foto e basta.

Troppo di tutto, e niente di essenziale

Il vero problema, forse, è la filosofia di base: “more is more”, il contrario del celebre motto minimalista. Instagram continua ad aggiungere strati su strati a una torta già indigesta, convinto che l’abbondanza di funzioni equivalga a progresso. Nel frattempo, però, le persone iniziano a sentirsi soffocate da un’app che non riconoscono più, un social che somiglia a un coltellino svizzero… ma arrugginito.

E se, paradossalmente, il miglior modo per rafforzare le connessioni fosse proprio quello di togliere, invece che aggiungere? Magari tornare a un Instagram dove le conversazioni nascevano spontanee, senza che un algoritmo ci dicesse con chi parlare e di cosa?

Conclusione: il social che voleva essere tutto

Alla fine, “Picks” è l’ennesimo tassello in una trasformazione identitaria sempre più confusa: Instagram non è più un social di foto, non è ancora una piattaforma di dating, non è TikTok ma vorrebbe esserlo… è un po’ di tutto e un po’ di niente.

E allora sì, la provocazione resta: Instagram vuole davvero diventare una dating app? Perché se così fosse, tanto vale dichiararlo apertamente e darci subito la possibilità di fare swipe a destra o sinistra sulle foto degli amici. Almeno risparmieremmo tempo, e forse anche qualche “Picks” di troppo.

La Vetta della Val Gardena Intasata: Colpa di Apple o dell’Overtourism da Instagram?

Avete presente quella foto mozzafiato del Seceda, la vetta della Val Gardena con le sue guglie spettacolari? Beh, quella stessa immagine, usata da Apple per il lancio dell’iPhone 15 (e forse scattata addirittura da Tim Cook in persona durante un suo giro in Alto Adige!), sta creando un bel putiferio.

Code Infinite e “L’Effetto Apple”

Non è una novità che un’immagine iconica diventi virale, ma qui siamo su un altro livello. Il Corriere della Sera riporta ormai da mesi code “infinite” per la funivia che porta al Seceda. Gente disposta a ore sotto il sole, solo per salire in cima. E la causa? Non è una nuova strategia di marketing territoriale, come spiega Christina Demetz, responsabile marketing e comunicazione di Dolomites Val Gardena:

“È successo tutto da solo. Prima due presentazioni Apple — un iPhone e un tablet — hanno usato immagini delle Odle come sfondo. Poi Instagram ha fatto il resto.”

Insomma, il Seceda è finito nella “bucket list” di chi vuole “quella” foto, la stessa vista da milioni di persone durante gli eventi Apple e poi rimbalzata su Instagram. Il problema? Questo non è il tipo di turismo che la Val Gardena vorrebbe promuovere.

Due Tipi di Turisti: L’Autentico vs. L’Instagram-Dipendente

La Demetz fa un’interessante distinzione: da un lato c’è l’ospite che cerca una vacanza autentica, fatta di cultura, natura e rispetto per il territorio. Dall’altro, c’è il turista “Instagram”, che arriva da ogni angolo del mondo, resta magari un solo giorno, giusto il tempo di scattare la foto perfetta e via, riparte.

“Abbiamo visto che questo turista non conosce la nostra montagna, non sa nulla di noi. E non sa nemmeno cosa può o non può fare.”

Per far fronte a questa situazione, sono nati i Dolomites Rangers, presenti nei punti più critici come il Seceda per informare e sensibilizzare i visitatori. Un’iniziativa lodevole per cercare di educare chi arriva solo per un click.

Overtourism: Il Malato Silenzioso del Turismo Italiano

Quello del Seceda è un esempio lampante di un problema ben più grande che sta affliggendo l’Italia e il mondo intero: l’overtourism. Un turismo sempre più numeroso, ma che si concentra in pochissimi luoghi, mettendoli sotto una pressione insostenibile.

Secondo The Data Appeal Company, che ha elaborato dati Istat e Banca d’Italia, ben il 70% dei turisti (e di questi, il 55% proviene solo da Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Canada) si concentra su appena l’1% del territorio italiano. Un dato che fa riflettere!

L’assessore provinciale al Turismo, Luis Walcher, è chiaro: “Negli ultimi giorni c’è stato un aumento impensabile e dobbiamo introdurre un sistema di management sul modello di Braies. Bisognerà parlare con il Comune per definire il periodo, ma in qualche modo bisogna contingentare gli accessi.”

Sembra che l’introduzione del numero chiuso sia sempre più una necessità per salvare le nostre bellezze naturali e culturali dal “troppo amore” dei turisti.

Voi cosa ne pensate? Il turismo da “una foto e via” è un bene o un male per le nostre vette? E quale dovrebbe essere la soluzione all’overtourism? Fatecelo sapere nei commenti!

I 50 top creator del 2025 secondo Forbes: chi sono e quanto guadagnano

C’è un’immagine che sintetizza perfettamente lo stato dell’internet del 2025: non stiamo più “scrollando” sul telefono, stiamo cambiando canale sulla TV. YouTube ha dichiarato che la maggior parte del suo pubblico ormai guarda dalla televisione di casa; ogni giorno un miliardo di ore si accende sullo schermo più grande del salotto. Il risultato? I creator non sono più ospiti del mainstream: sono il mainstream. Lo certifica la lista Forbes dei 50 Top Creator 2025, un pantheon di 3,4 miliardi di follower complessivi e 853 milioni di dollari di guadagni lordi stimati tra aprile 2024 e aprile 2025. Numeri che crescono a doppia cifra rispetto allo scorso anno e che illuminano un trend chiarissimo: i social non sono un corridoio laterale dell’intrattenimento, ma l’ingresso principale.

Su CorriereNerd amiamo quando le timeline si trasformano in universi narrativi. E questa classifica è un multiverso vero e proprio, in cui convivono gladiatori dello streaming, regine del podcasting, scienziati-pop, comici con il dono dell’interazione live e perfino maestri della fantasia infantile che trattano YouTube come se fosse una rete televisiva. Il tutto mentre i creator più lungimiranti smettono di vendere solo la propria immagine e iniziano a costruire aziende, prodotti, fondi di investimento, linee di abbigliamento, brand di snack e bevande, fino a veri studi di produzione. È la conferma di ciò che gli analisti ripetono: i capitali privati stanno affluendo direttamente nell’ecosistema creator, non solo in pubblicità ma in quote, equity e partecipazioni. Non a caso gli esperti pronosticano un mercato dell’influencer marketing che sfiorerà i 50 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi dodici mesi. Se ti sembra tanto, prova a pensare che Goldman Sachs stima 67 milioni di creator oggi e oltre 100 milioni entro il 2030. È la nuova classe imprenditoriale dell’intrattenimento.

Dentro questa rivoluzione, la tecnologia fa da propulsore. Gli strumenti basati su intelligenza artificiale abbassano i costi di produzione, velocizzano l’editing, aiutano nel targeting e—cosa non banale—attenuano il burnout, vero boss finale della vita da creator. La promessa è semplice: pubblicare meglio, più spesso e con maggiore consapevolezza del pubblico. L’IA diventa quindi il sidekick invisibile di chi, con uno smartphone e una buona idea, prova a farsi spazio nell’arena globale.

Ma veniamo ai personaggi, perché ogni classifica è—prima di tutto—una storia di protagonisti. In cima rimane l’inarrestabile MrBeast, che da anni gioca a Tetris con i confini del medium. Le sue sfide iper-cinematiche macinano numeri stellari e soprattutto generano spin-off imprenditoriali: dai dolci Feastables al fast food MrBeast Burger fino al salto nello streaming con un reality rinnovato per più stagioni. È il modello Marvel applicato ai creator: non un canale, un universo narrativo espandibile.

Subito dietro si piazza Dhar Mann, che ha fatto quello che, in segreto, molti sognano: ha trasformato YouTube in Hollywood. Squadre, studi, produzioni seriali, format educativi che macinano miliardi di visualizzazioni e partnership con colossi tech. La morale è chiara: la scrittura e la messa in scena di qualità pagano anche (e soprattutto) negli spazi digitali. E mentre alcuni scavalcano il confine tra social e sport-spettacolo, ecco Jake Paul che trasforma un match con Mike Tyson nell’evento live che manda in fibrillazione le piattaforme, prima di annunciare un reality su HBO in tandem col fratello Logan. È la WWE dell’attenzione, dove ring e streaming convivono nella stessa timeline.

Sul versante “nerd-core” batte forte il cuore di Rhett & Link, artigiani del web più genuino. “Good Mythical Morning” è diventato un ecosistema che spazia dalla TV connessa ai libri, dagli eventi live a un fondo per investire su nuovi talenti. La loro ascesa è un reminder che la community conta più dell’algoritmo: se costruisci un mondo e lo alimenti con costanza, i fan ti seguono ovunque. Discorso analogo, ma su un’altra frequenza, per Alex Cooper: dal podcast fenomeno “Call Her Daddy” a un maxi-accordo pluriennale, poi il salto in una rete di show, un documentario autobiografico, un brand di bevande e persino un reality in arrivo. È la prova che la voce, nel 2025, vale quanto l’immagine.

In mezzo a questa costellazione, per noi italiani brilla una stella particolare: Khaby Lame entra nella top ten. Il “mimo dei meme” è l’essere umano più seguito su TikTok e ha trasformato un linguaggio minimalista in un passaporto universale. Niente parole, solo gesti e timing comico perfetto; una grammatica visiva che lo ha portato a collaborare con moda, crypto, Hollywood e grandi brand globali. La sua filosofia—niente fretta, prima il contenuto che ami—suona come un comandamento per chi cerca di inseguire i trend a colpi di ansia. Khaby non fa rumore: fa eco. E la sua eco racconta un’Italia che sa parlare al mondo con ironia e leggerezza.

La scienza, intanto, non resta sugli spalti. Mark Rober porta il laboratorio a casa nostra con esperimenti spettacolari e una missione educativa che continua offline grazie a CrunchLabs, i kit STEM che trasformano i bambini in inventori. È l’esempio perfetto della crossmedialità “buona”: impari guardando, sperimenti armato di curiosità, e magari scopri che l’ingegneria può essere fun quanto un videogioco. Speaking of videogiochi: la scena gaming rimane un motore gigantesco. Dalle maratone di Typical Gamer alle community titaniche degli Stokes Twins, dai longplay ipnotici di Jacksepticeye ai flussi adrenalinici di IShowSpeed, il pad è la nuova bacchetta magica. E non è più solo streaming: nascono studi interni che sviluppano esperienze su Fortnite, aziende che trasformano una fanbase in un’IP produttiva, tour e raduni dal vivo che ricordano gli eSport anni d’oro.

C’è poi il ritorno in grande stile del “video lungo” su YouTube, con voci storiche come Emma Chamberlain che ritrovano ritmo e pubblico, e l’evoluzione irresistibile dei podcast, dove l’inglese Steven Bartlett ha costruito—partendo da un’idea laterale—un vero conglomerato media che oggi punta con decisione al mercato americano. E mentre il racconto personale si intreccia con moda e lifestyle, figure come Alix Earle o Mikayla Nogueira dimostrano che la distanza tra il beauty tutorial e la boardroom di un brand si è accorciata al punto da farli coincidere.

Un capitolo a parte lo merita la “TV dei piccoli”. Ms. Rachel ha scalato gli algoritmi delle famiglie fino ad approdare su Netflix, mentre Ryan Kaji—cresciuto insieme al suo canale—ha portato il suo mondo su grande schermo, per poi tornare in streaming. Qui la lezione è duplice: la qualità pedagogica premia nel lungo periodo, e le piattaforme tradizionali non possono più ignorare il magnete dell’audience “generation alpha”.

Se allunghiamo lo zoom, il quadro macroeconomico non è meno intrigante. I guadagni stimati dei 50 di quest’anno aumentano del 18% rispetto al record 2024; la somma dei follower segna un +24%. Ma l’aspetto più trasformativo non è la crescita in sé: è la natura dei ricavi. Le partnership equity con snack, abbigliamento, soft drink e alcolici—oltre alla pubblicità classica—spostano i creator dal ruolo di “spazi pubblicitari viventi” a quello di co-proprietari dei brand che promuovono. Quando sei parte della torta, non ti limiti più a vendere fette: decidi la ricetta. Ecco perché Forbes nella sua metodologia affianca ai numeri pubblici un “punteggio d’imprenditorialità” che premia chi ha costruito strutture proprietarie. Un conto è vivere di sponsorship, un altro è mettere radici in un’azienda che esiste anche quando il feed smette di scorrere.

La geografia dei linguaggi, nel frattempo, cambia a vista d’occhio. Il comico-dialogico in stile stand-up trova una seconda vita nei tour sold out di Matt Rife e nel podcasting dal vivo; il comico “fisico” e quasi muti-forme—Hannah Stocking docet—funziona oltre le barriere linguistiche, proprio come l’umorismo silenzioso di Khaby. Il tech-reviewing resta un faro per i consumatori, con figure come Marques Brownlee che dettano il ritmo della conversazione su dispositivi e software. Il fashion digitale ibrida passerelle e feed: l’ex ingegnere Wisdom Kaye gioca con silhouette e storytelling, Haley Kalil ribalta stereotipi del settore con ironia contagiosa. E mentre i format si contaminano—podcast che diventano show, show che diventano tour, tour che diventano documentari—il punto fermo rimane la community. Senza quella, nessun algoritmo basta.

Un paragrafo doveroso lo dedichiamo all’Italia, perché l’ingresso di Khaby Lame nella top ten non è solo un trofeo individuale: è un segnale. Le storie nate nel nostro ecosistema possono parlare globale se trovano un linguaggio essenziale e universale. Questo apre la porta ad altri creatori italiani pronti a dialogare con i mercati esteri, specie ora che i colli di bottiglia produttivi si assottigliano grazie agli strumenti IA e che le piattaforme cercano contenuti capaci di viaggiare oltre la barriera dell’idioma. È il momento ideale per sperimentare, costruire proprietà intellettuali forti, e stringere partnership che vadano oltre il post sponsorizzato.

Chiudiamo con la parte che da bravi nerd ci sta più a cuore: la serialità. Perché l’elemento che unisce MrBeast, Cooper, Rober, i Twins, i giganti del gaming e i podcast-tycoon è la capacità di creare appuntamenti. Un giorno è l’episodio speciale, un altro è la sfida impossibile, poi arriva il dietro le quinte, il tour, la limited edition, il drop di prodotto. L’attenzione si coltiva come si coltiva un fandom: con worldbuilding, coerenza e sorprese ben piazzate. Chi entra nella top 50 di Forbes lo fa perché ha imparato a essere, tutti i giorni, la propria casa di produzione.

Per chi ama questo mondo, la classifica 2025 è una mappa stellare. Indica rotte, mostra comete, segnala sistemi in cui vale la pena fermarsi. E ricorda che la definizione più corretta per questi protagonisti non è solo creator, influencer o vlogger. È imprenditori dell’immaginario. Con un occhio ai conti, certo, ma con la certezza che là fuori—tra un binge su Prime e un video girato in metropolitana—ci sia ancora spazio per idee capaci di fare la differenza.

Se ti va, parliamone nei commenti: quale storia ti ha ispirato di più? Quale modello ti sembra replicabile in Italia? E, soprattutto, quale format vorresti vedere esplorato sul nostro pianeta nerd? La discussione è aperta: come sempre, l’universo si espande quando qualcuno ha voglia di raccontarlo.

Fonte Forbes

Nuovi Legends & Villains: le icone di Star Wars e Marvel arrivano sugli scaffali!

La Black Series di Hasbro Pulse si arricchiscedi un astuto stratega imperiale, mentre Marvel Legends mostra i muscoli con due nuove potenti figures, tra cui la sensazionale She-Hulk.  Preparatevi ad arricchire la vostra collezione con una nuova ondata di figure imperdibili e di personaggi amati dai fan degli universi di Star Wars e Marvel, offerti da Hasbro Pulse. Dall’ambizione calcolata del Direttore Krennic alla forza inarrestabile di She-Hulk, queste ultime aggiunte danno vita alle icone dello schermo e dei fumetti con dettagli di prima qualità. Che si tratti della squadra dell’Impero, dei Thunderbolts* o dei Fantastici Quattro, c’è qualcosa per ogni tipo di collezionista.

Rivisitate l’ascesa dell’Impero con il Direttore della Black Series Orson Krennic, realizzato sulla base della sua apparizione in Star Wars: Andor. Questa figura in scala 15 cm è dotata di dettagli di qualità superiore, mantello in materiale morbido ed un blaster accessorio, per catturare l’ambizione spietata di uno dei burocrati più pericolosi della galassia. Con articolazioni dinamiche e decorazioni da collezione, Krennic è pronto a prendere posto tra i vostri ranghi imperiali.

Marvel Legends prende una piega cinematografica con Yelena Belova and Red Guardian 2-pack, basata su Thunderbolds dei Marvel Studios. Completi di 11 accessori, tra cui teste alternative, armi ed espressioni delle mani, questo set riunisce i due antieroi preferiti dai fan in un formato premium, degno di qualsiasi display del MCU. Come ulteriore chicca, il cast (Florence Pugh / David Harbour / Wyatt Russell) ha potuto unboxare le proprie figure, comprese quelle di John F. Walker e Sentry, lanciate di recente: guardate le loro reazioni in questo filmato Instagram dietro le quinte:

A completare il lancio c’è una potenza proveniente dalle pagine dei fumetti classici: She-Hulk della serie Marvel Legends. Vestita con la sua uniforme dei Fantastici Quattro, questa figura retro include sette accessori come pesi, mani alternative e una scultura espressiva della testa. Con oltre 20 punti di articolazione e un audace stile fumettistico, She-Hulk è pronta a farsi strada nel vostro scaffale Marvel.

Tutte queste novità e molto altro ancora sono disponibili per il pre-ordine su Hasbro Pulse.

Supermegafesta della Mamma di DinsiemE a Leolandia: una giornata indimenticabile con musica, emozioni e tanto divertimento per famiglie

Leolandia, il parco tematico che da sempre affascina grandi e piccini, è pronto a regalare una primavera 2025 piena di magia, avventura e pura fantasia. Il parco, tra i più amati dalle famiglie italiane, ha in serbo un programma di eventi che promette di incantare i visitatori di ogni età, con sorprese che spaziano da esibizioni live a incontri con i personaggi più amati.

La grande celebrazione comincerà sabato 10 maggio, a ridosso della Festa della Mamma, con una Supermegafesta che sarà impossibile dimenticare. Il titolo non è casuale: l’evento sarà infatti animato dai DinsiemE, il duo che ha conquistato milioni di follower sui social e nei cuori dei bambini. Erick e Dominick, veri idoli del family entertainment, torneranno a Leolandia per offrire un pomeriggio indimenticabile all’insegna di emozioni, sorrisi e musica. A partire dalle 14:50, il duo si esibirà in un mini live-show sul palco Minitalia, prima di incontrare i fan per una foto ricordo. Poi, nel tardo pomeriggio, sarà la volta di uno spettacolo dal vivo sulla scena della LeoArena, dove i DinsiemE si esibiranno sui loro successi più amati, tra cui “Supermegafesta” e il nuovissimo “Io e te”.

Dal 2017, Erick e Dominick hanno creato un vero e proprio impero di contenuti, tra sketch comici, vlog, canzoni originali e storie fantasy che hanno fatto breccia nell’immaginario dei più piccoli. Con oltre 2,3 milioni di iscritti su YouTube e un esercito di follower su TikTok e Instagram, i DinsiemE sono ormai delle star a tutti gli effetti, e il loro impero è destinato a crescere ancora, come dimostra il successo del loro primo film, Il Viaggio Leggendario, uscito nel 2023.

Ma Leolandia non è solo un parco di attrazioni, è un vero e proprio regno della fantasia che accoglie i suoi visitatori con novità straordinarie. Durante il weekend di Pasqua, per esempio, sarà possibile partecipare alla “Caccia alle Uova con Masha e Orso”, un’avventura che si snoda tra enigmi, indizi e una serie di sfide divertenti. E se i piccoli esploratori dovessero sentirsi stanchi, una dolce ricompensa li aspetterà alla fine del percorso.

Non mancheranno, poi, gli incontri con i personaggi più amati del parco: Bing, Flop, PJ Masks, Bluey, Ladybug, Chat Noir e tanti altri prenderanno vita davanti agli occhi dei bambini, regalando momenti di pura magia. A completare l’offerta, il Trenino Thomas riprenderà a viaggiare lungo il parco, portando allegria e sorrisi a chiunque lo prenda.

Per gli amanti dell’adrenalina, Leolandia ha pensato anche a esperienze mozzafiato. Tra galeoni in tempesta, treni spericolati nel West e macchine volanti futuristiche, il parco offre a chi cerca emozioni forti tante attrazioni da non perdere. E se la giornata si fa calda, le attrazioni acquatiche, come i tronchi di Gold River e le Rapide dei Draghi, sono la soluzione perfetta per rinfrescarsi e divertirsi.

Leolandia sa anche come far sentire le famiglie come a casa. Le nuove camere tematiche offrono ambientazioni uniche ispirate al mondo dei pirati, cowboy e creature leggendarie. Ogni stanza è pensata per offrire il massimo comfort, con due ambienti separati per adulti e bambini, permettendo a tutta la famiglia di immergersi nel magico mondo del parco, anche dopo il tramonto.

Non mancano nemmeno i ritorni di eventi che hanno già conquistato il pubblico. “Esiste Davvero 2” è uno degli spettacoli più attesi della stagione, premiato lo scorso anno come Miglior Attrazione per Famiglie. Colorato, energico e coinvolgente, questo show promette di emozionare sia grandi che piccini. Al Palco dei Pirati, invece, la Festa dei Colori celebrerà la diversità culturale con danze e musiche provenienti da ogni angolo del mondo.

Leolandia si prepara anche a inaugurare una nuova area tematica, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni. Con dieci nuove attrazioni, tra cui due completamente inedite, l’area sarà un punto di riferimento per chi cerca un po’ di adrenalina in più. Non mancheranno anche nuove proposte gastronomiche per soddisfare ogni tipo di palato.

E per chi desidera vivere una doppia esperienza, Leolandia offre una promozione imperdibile: acquistando un biglietto online o al parco, si avrà diritto a un secondo ingresso gratuito, valido fino al 6 gennaio 2026. Un’occasione che non si può lasciar sfuggire!

Con un’offerta così ricca di eventi, emozioni e novità, Leolandia si conferma come il parco ideale per le famiglie italiane, un luogo dove la magia è di casa e ogni angolo è carico di sorprese. Non resta che prepararsi per una primavera indimenticabile all’insegna dell’avventura.

“ConclaveGo”: la challenge nerd firmata Satyrnet che trasforma il Conclave in una caccia al cardinale papabile

“Extra omnes!”, ovvero “Fuori tutti!”. La formula solenne che darà ufficialmente inizio al Conclave, pronunciata dal maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie il 7 maggio, non è solo un momento cruciale per la Chiesa cattolica, ma anche l’epicentro di un’iniziativa decisamente fuori dagli schemi. Satyrnet, storico punto di riferimento della cultura nerd italiana, ha infatti lanciato una challenge social che unisce il sacro al pop, il Vaticano ai Pokémon: benvenuti nella “ConclaveGo”.

In attesa del fumo bianco… acchiappali tutti!

Ispirata al fenomeno mondiale “Pokémon Go”, la challenge “ConclaveGo” invita romani, turisti e nerd pellegrini ad armarsi di smartphone e spirito d’avventura per aggirarsi tra le vie di Roma alla ricerca dei cardinali “papabili”, ovvero i possibili candidati al soglio di Pietro. La missione è tanto semplice quanto surreale: scattare una foto, un selfie o girare un breve video con uno di questi principi della Chiesa e pubblicarlo sui social (Instagram, TikTok, Facebook o X) con l’hashtag #conclavego (… e magari anche #satyrnet e #corrierenerd) L’obiettivo? “Collezionarli tutti”, proprio come le iconiche creature tascabili della Nintendo.

Ma attenzione: a differenza dei Pokémon, i cardinali non compaiono sul radar, né si fanno catturare con una Poké Ball. Sarà necessaria una buona dose di spirito d’osservazione, prontezza e discrezione. Non tutti i porporati sono amanti dell’obiettivo, e qualcuno potrebbe non apprezzare troppo l’essere trasformato in una carta rara della nuova “deck papale”, quindi ci raccomandiamo: sempre massimo rispetto della privacy altrui!!

133 cardinali per un solo trono

Saranno 133 i cardinali elettori che parteciperanno al prossimo Conclave, con l’Europa a farla ancora da padrona: ben 53 votanti, di cui 17 italiani. Un dato interessante è che oltre l’80% dei porporati è stato creato da Papa Francesco, a testimonianza di un collegio elettorale ormai radicalmente rinnovato e sempre più globale. Ed è proprio questa varietà di origini, esperienze e culture che rende ancora più affascinante (e imprevedibile) la “caccia” proposta da ConclaveGo.

Ogni partecipante, condividendo il suo “bottino cardinalizio”, entra simbolicamente nel gioco delle previsioni, nella speculazione collettiva su chi sarà il prossimo Papa. Tra i tanti ritratti papabili – dal filippino Tagle al ghanese Turkson, dall’italiano Zuppi al canadese Lacroix – uno sarà colui che, nella solenne Cappella Sistina, accetterà l’investitura e affronterà il mondo dal balcone di San Pietro. E magari qualcuno avrà avuto la fortuna (o la prontezza nerd) di “beccarlo” in un selfie poco prima del verdetto.

Tra ironia e riflessione

“ConclaveGo” non è solo una trovata goliardica: è anche una riflessione ironica e postmoderna sull’intersezione tra cultura pop e ritualità millenaria, tra il bisogno di partecipazione dell’era social e il mistero del sacro. Come già avvenuto per eventi come “MetGala memes” o “MemeSaints”, anche qui la religione diventa (con rispetto ma anche con spirito critico) parte di una narrazione collettiva, in cui il Vaticano si trasforma per qualche giorno nel più enigmatico dei dungeon da esplorare.

Un nuovo tipo di pellegrinaggio

Questa challenge rappresenta anche un nuovo tipo di “pellegrinaggio laico”, in cui l’obiettivo non è solo spirituale, ma anche ludico, estetico e narrativo. Il popolo nerd, mai pago di crossover improbabili, si ritrova così a scrutare cardinali invece che cosplayer, a contare mozzette al posto di spade laser. La challenge ConclaveGo è la prova che anche il più antico e rigoroso dei rituali può essere riscoperto, rilanciato e raccontato con i linguaggi della contemporaneità.

Il vincitore? Forse lo abbiamo già fotografato

In fin dei conti, tra i tanti volti immortalati dagli “allenatori di cardinali”, si cela colui che sarà scelto dallo Spirito Santo per guidare la Chiesa universale. E forse, nel feed Instagram di un ignaro nerd romano, c’è già lo scatto profetico. Ma fino al fatidico annuncio “Habemus Papam”, non ci resta che giocare.

Acchiappateli tutti. E che lo Spirito (Santo) sia con voi.

OnlyDown: il lato oscuro del deepfake che sfrutta la disabilità per soldi

Pensavo di aver visto tutto. Dopo anni passati a bazzicare per il web più profondo e nascosto, tra forum abbandonati, subreddit grotteschi e le derive più strane della cultura pop, credevo davvero che nulla potesse più sorprendermi. Internet è un luogo vasto, pieno di meraviglie ma anche di aberrazioni. Eppure, ogni tanto, arriva qualcosa che ti colpisce come un pugno allo stomaco, che ti fa vacillare, che ti fa sentire sporco anche solo per averlo incrociato. Qualcosa che ti obbliga a fermarti, a fare un passo indietro e a domandarti: ma davvero siamo arrivati a questo punto?

È quello che mi è successo qualche giorno fa, navigando quasi per caso tra alcune segnalazioni che rimbalzavano su X (ex Twitter) e Instagram. Una di queste proveniva dall’AIPD, l’Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down, e riguardava un fenomeno chiamato OnlyDown. Solo il nome basta a gelarti il sangue. Ma dietro a quell’etichetta assurda e provocatoria si nasconde una realtà molto più cupa e perversa di quanto avrei potuto immaginare: una nuova tendenza digitale che sfrutta l’intelligenza artificiale per creare falsi profili di donne con sindrome di Down, con il solo scopo di monetizzare contenuti sessuali.

Sì, avete letto bene. E no, purtroppo non è uno scherzo, né un episodio isolato. È una deriva strutturata, studiata, organizzata. Un business. Un vero e proprio mercato nero dell’immagine, dove la disabilità diventa oggetto di feticismo, costruita digitalmente e venduta a pagamento su piattaforme come OnlyFans, passando per social apparentemente innocui come Instagram, TikTok e perfino Telegram.


Deepfake, disabilità e desiderio: un mix inquietante

Il modus operandi è tanto subdolo quanto efficace. Tutto parte da profili social realistici, dove queste “modelle” – donne con tratti somatici che ricordano la sindrome di Down – condividono momenti della vita quotidiana, parlano di empowerment, di accettazione, di inclusione. All’apparenza sembrano profili veri, persone vere. Ma sono in realtà avatar digitali, creati tramite intelligenze artificiali avanzate: veri e propri deepfake, ricavati dalla manipolazione di immagini rubate e fusi insieme per creare volti e corpi che non esistono.

Uno dei casi più eclatanti è quello di Maria Dopari, una “modella” che aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 150.000 follower su Instagram in pochissimo tempo. Maria, però, non esiste. Non è mai esistita. È un prodotto sintetico, un collage creato per evocare l’immagine di una giovane donna con sindrome di Down, ma con tratti sessualmente espliciti, modificata ad arte per attrarre un certo tipo di pubblico.

Ma chi può desiderare una cosa del genere? Chi può guadagnare da una simile mostruosità?


Devotee: la parafilia invisibile di cui nessuno parla

Per comprendere il contesto di “OnlyDown” bisogna addentrarsi in un terreno ancora più scivoloso: quello delle parafilie legate alla disabilità. In particolare, esiste un termine per descrivere l’attrazione sessuale verso persone disabili: Devotee. Una parola tanto clinica quanto disturbante, che designa chi prova attrazione erotica per individui con menomazioni fisiche o intellettive. Già di per sé questo fenomeno, seppur reale, è controverso e meriterebbe un’analisi sociologica e psicologica seria. Ma nel caso di OnlyDown, si va oltre.

Qui non parliamo nemmeno più di individui reali, di persone con disabilità che scelgono, con il loro consenso, di mostrarsi online. No. Qui siamo davanti a un mostruoso simulacro, in cui la disabilità viene simulata, feticizzata e venduta senza alcuna etica, senza alcun rispetto. È pornografia deepfake, mascherata da inclusione. Un abominio digitale.


Un web fuori controllo: quando la tecnologia corre più della legge

E allora viene naturale chiedersi: ma dov’è la legge in tutto questo? Dove sono le regole, le piattaforme, i filtri, gli algoritmi di moderazione?

La verità è che la regolamentazione è indietro anni luce rispetto a ciò che la tecnologia permette di fare. Le AI generative, oggi, sono in grado di creare contenuti sempre più realistici, indistinguibili dal vero. E mentre le aziende tech si perdono in promesse di sicurezza e linee guida etiche, il lato oscuro della rete prospera. I contenuti deepfake a sfondo sessuale, anche quando colpiscono personaggi famosi o influencer, raramente vengono rimossi in tempo. Figuriamoci quando si tratta di volti inventati, ispirati a persone con disabilità.

Telegram, in particolare, è diventato una vera e propria zona franca, un far west dove tutto è permesso. I canali che promuovono questi profili sono protetti da anonimato, difficili da tracciare e velocissimi a riorganizzarsi in caso di ban. Si tratta di un’industria parallela, invisibile ai radar delle autorità, ma estremamente redditizia.


Il tradimento dell’empatia: quando l’inclusione diventa una trappola

Forse la cosa che più mi ha ferito, nel trovarmi davanti a questo orrore digitale, è stata la sensazione di essere stato ingannato. Perché sì, all’inizio, ci ho creduto. Ho visto quei profili e mi sono detto: “Finalmente! Anche la diversità trova spazio sui social, anche chi ha la sindrome di Down può raccontarsi, mostrarsi con orgoglio, ricevere amore e visibilità”. E invece no.

Dietro quei sorrisi c’erano mani invisibili e ciniche, interessate solo al profitto. Dietro quei volti c’erano algoritmi, prompt e una perversa capacità di intuire il lato peggiore dell’animo umano.

È stato un tradimento emotivo, oltre che etico. Un colpo basso alla fiducia, alla speranza che internet potesse ancora essere uno spazio di inclusione, di apertura, di autenticità.


Serve una rivoluzione culturale, prima ancora che tecnologica

Questa non è solo una battaglia contro un trend malato. È una battaglia culturale, prima ancora che tecnica. Finché continueremo a considerare accettabile la manipolazione del corpo altrui, finché l’intelligenza artificiale resterà nelle mani sbagliate, finché i nostri legislatori non capiranno che il web non è un luogo virtuale ma reale – fatto di persone, emozioni, abusi e traumi – queste cose continueranno a succedere.

Serve una presa di coscienza collettiva. Serve che ne parliamo, anche se fa male. Anche se ci disgusta. Anzi: proprio perché ci disgusta, dobbiamo parlarne. Dobbiamo denunciare, condividere, informare. Dobbiamo educare le nuove generazioni a riconoscere i segnali del degrado online, a diffidare, a chiedersi sempre: “Questa persona è reale? Questo contenuto è etico?”


Il web può ancora essere un luogo migliore – ma solo se lo vogliamo

Non ho risposte semplici. Non so se questa battaglia si potrà vincere con una legge, con un algoritmo, o con una campagna di sensibilizzazione. Ma so che il silenzio è il miglior alleato di chi sfrutta. E allora parliamone. Continuiamo a parlarne. Sui social, nei gruppi, tra amici.

E se anche tu, leggendo queste righe, ti sei sentito/a ferito/a, tradito/a, disgustato/a, ti invito a fare una cosa sola: condividi questo articolo. Fallo girare. Aggiungi la tua voce. Perché è solo insieme, da community, da nerd consapevoli e da cittadini digitali, che possiamo provare a salvare quello che resta di umano nel nostro rapporto con la tecnologia.

E tu, ci avevi mai pensato che una cosa del genere potesse esistere? Hai mai avuto un sospetto, o una sensazione strana davanti a profili “troppo perfetti per essere veri”? Parliamone nei commenti. La consapevolezza inizia dal confronto.

Non è fantascienza, è Meta-realtà: come l’IA sta riscrivendo le regole del gioco con i nostri dati

Sono una nerd dichiarata. Vivo di codice, release notes, deep learning e update notturni. Amo la tecnologia per la sua potenza creativa, per la sua capacità di superare limiti e reinventare il mondo. Ma, come ogni amore vero, questo comporta anche consapevolezza, vigilanza e – soprattutto – una sana dose di sospetto quando le cose iniziano a muoversi troppo in fretta, troppo in silenzio. Ecco perché oggi sento il bisogno di alzare la voce – o meglio, le dita sulla tastiera – davanti a quello che sta succedendo con Meta e la sua IA generativa. No, non è una delle solite catene che girano su Facebook. È tutto vero, e se sei un* tech-savvy come me (o aspiri a diventarlo), è il momento di attivare il livello “nerd consapevole”.

Il grande retcon europeo della privacy

Con un plot twist degno della miglior saga cyberpunk, Meta ha annunciato un cambiamento nei suoi Termini di Servizio per gli utenti europei. Spoiler: a partire da ora, anche i contenuti pubblici che postiamo su Facebook, Instagram e Messenger potranno essere utilizzati per addestrare Meta AI, la sua creatura generativa che punta a competere con ChatGPT, Gemini e compagnia.La novità è sostanziale. Per anni abbiamo immaginato che i nostri post pubblici fossero sì “visibili”, ma non “utilizzati” come materia prima per macchine capaci di imparare, creare, rispondere, prevedere. Ma ora, i nostri contenuti diventano carburante per l’intelligenza artificiale. Non solo ciò che diciamo, ma come lo diciamo, le parole che scegliamo, i riferimenti culturali che usiamo.

Un’IA che vuole parlare “europeo”

L’intento dichiarato da Meta è nobile sulla carta: creare un’intelligenza artificiale che comprenda meglio la cultura europea, le sue lingue, sfumature, modi di dire. Vogliono che l’IA non pensi solo in “californiano” ma riconosca anche un “ciao raga”, un “bella zio”, o un “ti voglio bene” detto tra le righe.Capisco il punto. Come donna italiana immersa nel mondo tech, ho vissuto mille volte la frustrazione di sistemi che non capiscono contesti, accenti, pluralità di voci. E se vogliamo un’IA davvero inclusiva, dobbiamo insegnarle come parliamo davvero. Ma a quale prezzo?

Il problema del consenso reale

Meta ci dice che possiamo dire di no. E questo, ok, è un punto a favore. Un modulo di opt-out sarà disponibile (anche se non proprio sbandierato) e ci permetterà di tirarci fuori dalla raccolta. Ma la verità è che la maggior parte degli utenti non ci farà caso, non capirà a fondo le implicazioni, o peggio, non troverà neanche il modulo.

Eppure, siamo in un momento cruciale: non è solo questione di “proteggere la nostra privacy”, è questione di comprendere il valore dei nostri dati. Ogni parola che scriviamo, ogni commento, ogni like ha un peso. Sta costruendo qualcosa. E se quell’“algo” è un modello generativo che potrà influenzare decisioni, mercati, contenuti, conversazioni future… non siamo più solo spettatori. Siamo co-creatori.

Il lato oscuro della fame di dati

Dietro il sipario, la realtà è che i dati buoni stanno finendo. Le fonti pulite, ampie, coerenti, sono ormai un tesoro raro. Elon Musk l’ha detto chiaro: “il web è quasi raschiato”. Quindi ora, ogni contenuto che noi umani pubblichiamo diventa una risorsa strategica. E in questo scenario, Meta – come Google, OpenAI e altri – si lancia nella nuova corsa all’oro: i nostri dati pubblici.

Ecco la mia riflessione: va bene alimentare l’innovazione, ma serve trasparenza. Serve etica. Serve un dibattito pubblico vero su chi ha il diritto di usare cosa, e per quali scopi.

Quindi… cosa possiamo fare?

  1. Leggere, informarsi, capire. Non accontentiamoci di banner o notifiche automatiche. Andiamo a fondo. I ToS non sono solo burocrazia: sono contratti reali tra noi e il digitale.

  2. Compilare il modulo di opt-out, se sentiamo che il nostro contributo non dovrebbe finire in un dataset che non possiamo controllare.

  3. Educare gli altri. Parliamone con amici, parenti, colleghi. Spieghiamo cosa significa “addestrare un’IA” con dati pubblici. Perché la consapevolezza è il primo firewall.

Il meta-finale (e un piccolo manifesto personale)

In un’epoca dove tutto è tracciabile, analizzabile, monetizzabile, la nostra voce conta ancora. Il fatto che Meta ci chieda (seppur in modo un po’ timido) il permesso, è già qualcosa. Ma dobbiamo alzare il livello: vogliamo sapere come verranno usati quei dati, per quanto tempo, da chi e con quali limiti.

Siamo nerd. Siamo geek. Siamo appassionate di IA, di reti neurali, di futuro. Ma questo non significa che dobbiamo essere anche passive. Non siamo solo NPC in un gioco disegnato da altri: possiamo essere player attivi, sviluppatrici del nostro destino digitale.

E allora, stay nerd. Stay awake. E ricordati sempre: il dato più potente, è quello che scegli di non dare.

Meta AI arriva in Europa: il chatbot che trasforma Instagram, WhatsApp e Messenger

È ufficiale: Meta AI, l’intelligenza artificiale generativa sviluppata dalla compagnia di Mark Zuckerberg, è finalmente arrivata in Europa. Dopo mesi di trattative con le autorità regolatorie e un’attenta revisione delle normative sulla privacy, l’assistente digitale basato sul potentissimo modello open source Llama 3.2 è ora disponibile nei 41 Paesi dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, e in 21 territori d’oltremare. Si tratta di un passo storico non solo per Meta, ma anche per l’intero panorama dell’AI generativa, che si insinua sempre di più nel nostro quotidiano — anche per chi non si considera affatto un esperto di tecnologia.

L’intelligenza artificiale per tutti: dove la troviamo?

Non serve scaricare nuove app o installare software misteriosi. Meta AI è già dentro le piattaforme che usiamo ogni giorno: WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger. Basta cercare il famoso cerchio blu o digitare “@MetaAI” in una chat per iniziare a parlare con l’assistente digitale. Su WhatsApp, ad esempio, è sufficiente menzionare l’IA in una conversazione per ricevere in tempo reale suggerimenti su argomenti di ogni tipo, dalla pianificazione di una serata alla stesura di un messaggio di auguri o una caption Instagram che faccia colpo.

La tecnologia è progettata per essere fluida, accessibile e naturale. Il suo obiettivo? Rendere ogni interazione digitale più semplice e intelligente, aiutando l’utente in tempo reale con risposte rapide, consigli utili e supporto creativo.

Cosa può fare Meta AI?

A oggi, Meta AI in Europa può scrivere, rispondere a domande, generare testi, suggerire idee e risolvere piccoli problemi quotidiani. Gli utenti possono chiedere di comporre messaggi, organizzare una festa, pianificare un viaggio, trovare una citazione perfetta per un post o ricevere un consiglio su un acquisto. Il tutto all’interno dell’interfaccia delle app Meta, senza mai uscire dalla conversazione.

Tuttavia, non può ancora generare immagini né analizzare fotografie. Queste funzionalità, disponibili nella versione americana del sistema, sono state escluse nella versione europea a causa delle strette normative sul trattamento dei dati personali. Si tratta di un compromesso importante che Meta ha accettato pur di vedere il proprio assistente entrare nel mercato europeo.

Privacy, trasparenza e… compromessi

Il lungo percorso che ha portato Meta AI sulle sponde europee è stato disseminato di ostacoli, quasi tutti legati alla questione spinosa della privacy. Le autorità europee, notoriamente rigorose in materia, hanno posto l’accento sull’impossibilità di utilizzare i dati personali degli utenti per addestrare l’IA senza un consenso esplicito.

Meta ha quindi adottato una posizione ufficiale chiara: le conversazioni private non verranno utilizzate per il training dell’intelligenza artificiale, a meno che l’utente non decida volontariamente di condividere un messaggio specifico con l’IA, ad esempio digitando “@MetaAI”. Questo significa che le nostre chat quotidiane — che siano messaggi d’amore, confidenze tra amici o aggiornamenti di famiglia — rimangono off-limits per l’addestramento dell’algoritmo.

Ma la prudenza è ancora d’obbligo. La funzionalità di generazione di immagini, ad esempio, è stata disattivata proprio per permettere ulteriori analisi sul suo impatto in termini di tutela della privacy e rispetto del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR). Meta ha anche rinunciato (almeno per ora) all’idea di utilizzare la base di utenti europei come sorgente di dati per migliorare i propri modelli. Un gesto che, pur apprezzato, non è bastato a placare del tutto le preoccupazioni delle autorità.

Meta AI non si può disinstallare (ma si può silenziare)

Una delle domande che rimbalzano di più tra gli utenti riguarda la possibilità di disattivare Meta AI. La risposta breve? No, non si può rimuovere completamente. L’assistente digitale è ormai integrato nelle app, comparendo come chat autonoma o nella barra di ricerca. Tuttavia, è possibile ridurne al minimo la presenza silenziando le notifiche o scegliendo opzioni come “Non mi interessa” o “Nascondi Meta AI” su Facebook e Instagram. L’attivazione dell’assistente resta comunque facoltativa: se non gli rivolgete domande, non interagisce né raccoglie dati.

Perché è un passo importante per l’intelligenza artificiale?

L’arrivo di Meta AI in Europa rappresenta molto più di una semplice espansione geografica. Segna il momento in cui l’intelligenza artificiale generativa entra ufficialmente nel mainstream europeo. Non è più un’esclusiva di ricercatori, appassionati o tech-savvy: è uno strumento a disposizione di tutti, direttamente nelle mani di chi usa Instagram per postare foto del gatto o WhatsApp per organizzare una cena tra amici.

La scelta di Meta di rendere l’IA fruibile e invisibile è una mossa strategica che punta alla normalizzazione dell’interazione uomo-macchina. Come ha scritto il giornalista Alessandro Longo, è proprio grazie alla familiarità di queste app che l’IA generativa inizia a diventare “umana”, accessibile, quotidiana.

Il futuro di Meta AI in Europa

Le limitazioni attuali, come l’assenza della generazione di immagini, potrebbero essere solo temporanee. Man mano che Meta affinerà il proprio approccio alla privacy e alle regole europee, è probabile che l’IA venga aggiornata con nuove funzionalità, diventando sempre più avanzata e integrata nei flussi digitali degli utenti.

Siamo di fronte a un momento di transizione, in cui la tecnologia sta ridefinendo il modo in cui comunichiamo. Meta AI è solo la punta dell’iceberg, ma già ora mostra chiaramente come l’intelligenza artificiale stia trasformando i social network in ambienti più intelligenti, reattivi e personalizzati.

E voi, siete pronti a chiedere consiglio a un’IA per scrivere un post su Facebook o per scegliere la prossima meta delle vacanze? La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è iniziata. Ed è letteralmente dentro la vostra chat.

Instagram sfida Capcut e TikTok con Edits: la nuova app per creare video da pro!

La guerra dei video brevi si infiamma! Instagram, non contento di aver già conquistato milioni di utenti con i Reels, lancia Edits, una nuova app dedicata al video editing che promette di rivoluzionare il modo in cui creiamo e condividiamo i nostri contenuti. Scopriamo insieme tutte le novità di questa app che punta a diventare il nuovo rivale di TikTok e CapCut.

Edits: molto più di una semplice app per montare video

Dalle menti di Instagram arriva Edits, una suite completa di strumenti creativi pensata per trasformare il tuo smartphone in una vera e propria cinepresa. Con Edits potrai:

  • Dare sfogo alla tua creatività: Grazie a una vasta gamma di effetti, filtri e animazioni, potrai creare video unici e personalizzati.
  • Organizzare al meglio i tuoi progetti: L’app ti permette di salvare le bozze, gestire le tue idee e collaborare con altri creator.
  • Condividere ovunque tu voglia: Esporta i tuoi video in alta qualità e condividili sulle tue piattaforme social preferite, senza watermark.
  • Analizzare le tue performance: Tieni traccia delle visualizzazioni, dei like e di altri dati importanti per capire cosa funziona e cosa no.

Perché Edits è diversa dalle altre app?

  • Focus sulla creatività: Edits non è solo un editor video, ma uno strumento che ti permette di esprimere la tua creatività al massimo.
  • Integrazione con Instagram: Condividi i tuoi video direttamente su Instagram Reels e sfrutta tutta la potenza della piattaforma di Meta.
  • Sviluppo a lungo termine: Edits è il frutto di mesi di lavoro e rappresenta un investimento importante per Instagram.

La sfida a TikTok e CapCut

Il lancio di Edits arriva in un momento cruciale per il mercato dei video brevi. Con il ban temporaneo di TikTok negli Stati Uniti, Instagram vede un’opportunità unica per accaparrarsi nuovi utenti. Edits è la risposta di Meta a questa sfida, un’arma potente per contrastare la crescita di TikTok e CapCut.

Quando sarà disponibile Edits?

Al momento, Edits è disponibile per il pre-ordine su App Store. Il lancio ufficiale è previsto per il 13 marzo 2025. Per gli utenti Android, bisognerà attendere ancora qualche settimana.

Conclusioni

Edits rappresenta una novità importante nel mondo del video editing. Con le sue funzionalità avanzate e l’integrazione con Instagram, questa app ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo punto di riferimento per i creator.

Sei pronto a dare il via alla tua carriera da videomaker? Scarica Edits e inizia a creare contenuti straordinari!

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