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The Black Phone 2: il ritorno del Rapace — quando il terrore non smette di chiamare

C’è un suono che, nel silenzio, riesce a fendere l’anima come una lama. È un rintocco metallico, un telefono che squilla da un’altra dimensione. Quattro anni dopo il successo di The Black Phone, Scott Derrickson torna a far vibrare quella suoneria maledetta con The Black Phone 2, un sequel che promette di essere ancora più oscuro, più viscerale, più disturbante. E, soprattutto, più umano.

La pellicola, in uscita nelle sale americane il 17 ottobre 2025 con distribuzione Universal Pictures, riporta sul grande schermo il mostro dal volto mascherato che ha terrorizzato milioni di spettatori: Il Rapace, interpretato da un magnetico e inquietante Ethan Hawke, nel ruolo più disturbante della sua carriera. Il telefono nero squilla di nuovo, e questa volta il male non chiama solo per spaventare — chiama per vendicarsi.


Un sequel che nasce da un’idea di Joe Hill (il figlio del Re)

Derrickson non aveva previsto un seguito. Eppure, è stato Joe Hill, autore del racconto originale e figlio del leggendario Stephen King, a bussare alla porta con un’idea talmente potente da convincere il regista a tornare dietro la macchina da presa. “C’era una storia che doveva essere raccontata” — ha detto Hill — “una storia che viveva ancora sotto quella maschera”.

E così The Black Phone 2 prende forma come un incubo che si rifiuta di morire. La sceneggiatura, firmata da C. Robert Cargill (già coautore del primo film), riprende le atmosfere oniriche e claustrofobiche del capitolo iniziale, ma le spinge oltre, esplorando un male che si annida nella memoria e nei legami familiari. Alla produzione, ovviamente, non poteva mancare Jason Blum e la sua Blumhouse Productions, ormai sinonimo di un horror intelligente e viscerale.

Nel primo film, il giovane Finn (Mason Thames) riusciva a sfuggire al suo carnefice, uccidendo Il Rapace e diventando l’unico sopravvissuto. Quattro anni dopo, lo ritroviamo adolescente, segnato dal trauma e determinato a lasciarsi il passato alle spalle. Ma il passato, come spesso accade nel cinema di Derrickson, non si lascia seppellire così facilmente.

Questa volta, il terrore si manifesta attraverso Gwen (Madeleine McGraw), la sorella minore di Finn, che comincia ad avere visioni sempre più nitide e spaventose: tre ragazzi perseguitati in un sinistro campo invernale chiamato Alpine Lake. È lì che si nasconde la chiave del mistero, e forse anche la via per liberarsi definitivamente dal potere del Rapace.

Solo che il telefono… ha ricominciato a squillare.


“Morto è solo una parola” — Il Rapace torna a parlare

Il trailer ufficiale, già virale, non lascia spazio ai dubbi: Ethan Hawke torna in tutta la sua inquietante magnificenza. Le maschere — divenute ormai un’icona pop dell’horror contemporaneo — sono ancora protagoniste, ognuna con un’espressione diversa, come se rappresentassero frammenti della follia del Rapace.

C’è una scena, in particolare, che ha mandato in delirio i fan: il killer pattina su un lago ghiacciato brandendo un’ascia, mentre la sua voce, filtrata e cavernosa, sibila nel vuoto:

“Pensavi che la nostra storia fosse finita?”

Finn risponde, terrorizzato: “Sei morto.”

“Tu più di tutti,” ribatte il Rapace, “sai che morto è solo una parola.”

Una sequenza destinata a entrare nell’immaginario horror moderno, tra poesia visiva e incubo puro.


Un cast di volti noti e nuove presenze inquietanti

Accanto a Mason Thames e Madeleine McGraw, tornano anche Jeremy Davies (nei panni del padre tormentato di Finn) e Miguel Mora, mentre le new entry aggiungono nuovi strati di mistero: Demián Bichir (The Nun) interpreterà il direttore del campo Alpine Lake, uomo ambiguo e tormentato, e Arianna Rivas sarà la sua inquietante nipote. Nel cast figura anche Anna Lore, in un ruolo ancora top secret.

Le riprese, iniziate a Toronto nel novembre 2024 e concluse nel gennaio 2025, si sono svolte sotto il titolo di lavorazione Mysterium. Dietro l’obiettivo, il direttore della fotografia Pär M. Ekberg restituisce quell’estetica fredda e granulosa che aveva reso il primo film visivamente ipnotico.

L’uso delle luci e dei silenzi, il contrasto tra il gelo bianco del lago e il buio assoluto delle stanze sotterranee: tutto sembra costruito per generare una tensione che non concede respiro.


Traumi, maschere e fantasmi: un horror sulla crescita

Derrickson ha dichiarato che The Black Phone 2 sarà “più maturo e più spaventoso”. Ma non nel senso di un semplice aumento di violenza: il film vuole esplorare la paura come metafora della crescita, del passaggio dall’infanzia a un’età in cui i mostri non sono più solo fuori, ma dentro di noi.

In questo senso, The Black Phone 2 si inscrive nella migliore tradizione dell’horror psicologico americano, tra It e Nightmare on Elm Street, ma con quella delicatezza malinconica che contraddistingue il cinema di Derrickson: un horror che non si limita a spaventare, ma scava, cicatrizza e riapre ferite.


Un universo in espansione

Chi pensa che The Black Phone sia un capitolo isolato, dovrà ricredersi. Joe Hill e Derrickson hanno già iniziato a immaginare un Black Phone Universe, un mondo narrativo dove il telefono nero diventa simbolo e strumento di contatto tra vivi e morti.

A confermarlo è anche il cortometraggio Dreamkill, incluso nell’antologia V/H/S/85, che segue il cugino di Gwen sette anni dopo gli eventi del primo film. Una piccola gemma che amplia l’universo del Grabber e ci prepara, forse, a un terzo capitolo.


Quando la paura diventa arte

Il primo The Black Phone era stato un piccolo miracolo: un horror da 160 milioni di dollari d’incasso mondiale a fronte di un budget modesto. Un equilibrio perfetto tra dramma, tensione e sovrannaturale. Questo sequel, a giudicare dalle premesse, punta a superarlo, approfondendo i personaggi e alzando l’asticella emotiva.

Il telefono nero, più che un oggetto, è diventato una metafora del contatto con l’ignoto. Non importa quanto lontano cerchiamo di scappare: prima o poi, qualcuno — o qualcosa — troverà il modo di chiamarci.


Il terrore chiama di nuovo

Quindi sì, il telefono sta squillando. E questa volta, potremmo essere noi a rispondere.
The Black Phone 2 non vuole soltanto farci paura: vuole farci ricordare perché amiamo la paura. Perché in fondo, dietro ogni maschera, dietro ogni ombra, c’è un frammento di umanità.

E forse è proprio quello che ci spaventa di più.


The Black Phone 2 uscirà nelle sale americane il 17 ottobre 2025.
In Italia, la distribuzione è ancora da confermare, ma una cosa è certa: quando quel telefono squillerà anche da noi… sarà già troppo tardi per non rispondere.

📞 E voi, siete pronti a rispondere alla chiamata del terrore?
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“Blue Moon”: la notte che ha cambiato Broadway – e distrutto un uomo

Certe notti non finiscono mai, nemmeno quando il sole sorge. Sono quelle notti in cui il mondo gira più veloce, le emozioni bruciano e i destini si riscrivono nel silenzio di un bicchiere di whisky. Blue Moon, il nuovo film diretto da Richard Linklater con un maestoso Ethan Hawke nei panni del tormentato paroliere Lorenz Hart, ci porta esattamente lì: dentro una notte leggendaria del 1943, al Sardi’s di New York, dove l’arte, l’amicizia e l’amore si infrangono contro il muro della realtà. Una notte che ha il profumo del jazz, la nostalgia delle luci di Broadway e l’eco di un sogno che sta morendo. Presentato in anteprima alla Berlinale 2025, Blue Moon non è solo un biopic, è una confessione sussurrata tra le ombre, un atto d’amore struggente verso la musica e l’anima lacerata che vi si nasconde dietro. Il film racconta l’ultima notte importante nella vita di Lorenz Hart, il paroliere leggendario che, assieme al compositore Richard Rodgers, aveva dato voce all’America degli anni ’30. Ma quella notte, il 31 marzo 1943, è anche la vigilia di una svolta: l’esordio di Oklahoma!, il primo musical scritto da Rodgers senza Hart, bensì con Oscar Hammerstein. Un evento che segna l’inizio di una nuova era per Broadway – e la fine di Hart.

Tutto accade in poche ore, tutte dentro il Sardi’s, il mitico ristorante del teatro newyorkese. È qui che Hart, interpretato da un Ethan Hawke ipnotico, si rifugia dopo essersi defilato dalla prima di Oklahoma!, ubriaco e amareggiato, mentre la città esulta per uno spettacolo che porta il suo ex partner al trionfo. La camera resta con lui, come un complice invisibile, mentre affoga i suoi rimpianti nel whisky, sparando battute acide e lanciando frecciate che sanno di verità non dette. Accanto a lui, un barista silenzioso (Bobby Cannavale), custode empatico di una disperazione che non si può consolare.

La magia del film sta proprio nella scelta narrativa: Linklater non racconta la vita di Hart dall’inizio alla fine, ma la concentra in un’unica notte, come un flusso di coscienza lucido e alcolico. Una notte di bilanci, di fantasmi che tornano a bussare, di dialoghi taglienti e confessioni inespresse. Il passato irrompe nel presente in una serie di dialoghi intensi, tra Hart e Rodgers (Andrew Scott, impeccabile nella sua freddezza ambiziosa), tra Hart e una giovane donna enigmatica di nome Elizabeth Weiland, interpretata con grazia e malinconia da Margaret Qualley. Lei è l’unico spiraglio di luce in un uomo che ha smesso di sperare, l’ultima nota di una canzone che non riesce più a cantare.

E le parole, in Blue Moon, sono tutto. Non solo quelle del copione, ma quelle non dette, quelle che Hart non ha mai potuto scrivere, forse per paura, forse per vergogna. L’omosessualità repressa, il senso di inadeguatezza, l’alcolismo come anestetico e rifugio. Hart è un uomo che ha cantato l’amore come pochi altri, ma che non è mai riuscito a viverlo davvero. Ethan Hawke lo interpreta con un’intensità che spacca lo schermo: ogni sguardo, ogni silenzio, ogni sorriso spezzato ci racconta di un’anima brillante e spezzata. Un uomo che è stato genio e fantasma, poeta e paria.

La regia di Richard Linklater è minimalista e potente, come se ogni inquadratura fosse un sipario che si apre su una confessione. Dopo Boyhood e Before Sunset, il regista texano torna a parlare di tempo, ma lo fa comprimendolo invece di dilatarlo. Blue Moon è quasi teatrale, claustrofobico e al tempo stesso liberatorio. L’unico spazio scenico è il ristorante, eppure ci sembra di viaggiare nella mente di Hart, nei suoi ricordi, nelle sue frustrazioni, nei suoi sogni infranti. Un sogno in particolare: quello di essere ancora parte del grande palcoscenico della vita.

Lo script di Robert Kaplow, che ha atteso dodici anni prima che Linklater decidesse di girarlo, è affilato e poetico. Non ha paura di mostrare le crepe, di scavare nei sentimenti più scomodi, di raccontare cosa significa essere un artista in un mondo che ha smesso di ascoltare. Non è solo una storia di tradimenti e riconoscimenti mancati. È il racconto di cosa accade quando la creatività si scontra con l’economia dello spettacolo, quando il talento diventa un peso invece che una benedizione.

Il film vibra di citazioni musicali – ovviamente –, ma non diventa mai un musical nel senso classico. È più simile a un notturno jazz, un’improvvisazione malinconica che si insinua nell’anima dello spettatore. Il titolo stesso, Blue Moon, non è solo un riferimento alla celebre canzone firmata da Rodgers e Hart, ma il simbolo di qualcosa di raro, malinconico e irripetibile. Come Lorenz Hart. Come quella notte.

Le recensioni dalla Berlinale sono state generose e commosse. Screen Daily ha parlato di un film “che sussurra più che urlare, ma che lascia un’eco fortissima”, mentre Variety lo ha definito “un ritratto struggente di un artista dimenticato”. Slant Magazine, più critico, ha avvertito che il film richiede una certa familiarità con il contesto storico e musicale, ma ha comunque riconosciuto la forza emotiva della pellicola.

Il cast si muove con grazia dentro questa partitura di dolore e bellezza. Oltre ad Hawke, Scott e Qualley, troviamo anche Simon Delaney nel ruolo di Hammerstein, il “nuovo” partner di Rodgers, colui che ha preso il posto che fu di Hart. Una sostituzione inevitabile per Broadway, ma inaccettabile per chi si è visto scivolare via la propria identità.

Le riprese si sono svolte a Dublino nell’estate del 2024, una scelta che potrebbe sembrare curiosa per un film ambientato a Manhattan, ma che si rivela perfetta per ricreare l’atmosfera notturna, ovattata e teatrale di un Sardi’s immaginario, quasi più mentale che reale.

Il film arriverà nelle sale statunitensi il 17 ottobre 2025, e non ci stupirebbe affatto se facesse la sua comparsa anche nella stagione dei premi. Non tanto per i numeri al botteghino, ma per quella capacità rara di raccontare l’invisibile. Perché Blue Moon non è solo la storia di un uomo dimenticato. È il canto finale di un artista che ha messo in musica l’amore e che, ironia della sorte, non ha mai potuto viverlo davvero.

E tu? Hai mai avuto una “notte da Blue Moon”? Una di quelle in cui capisci che tutto è cambiato – e che forse non tornerà mai più come prima?

Scrivicelo nei commenti e continua a seguirci su CorriereNerd.it: il sipario non cala mai davvero.

The Weight: Ethan Hawke e Russell Crowe nell’Oregon della Grande Depressione

In un’epoca in cui i franchise cinematografici sembrano non avere mai fine, e la Computer-Generated Imagery (CGI) rischia di anestetizzare l’autenticità visiva, c’è un progetto che promette di riportarci all’essenza del racconto: il fango, la fatica, il peso (letteralmente) delle scelte umane. Parliamo di “The Weight”, il nuovo, attesissimo dramma storico che unisce due titani della recitazione contemporanea: l’introspettivo Ethan Hawke e l’imponente Russell Crowe.

Diciamocelo chiaramente: vedere questi due colossi del cinema incrociare le loro traiettorie in un dramma psicologico ambientato nella spietata e dimenticata America degli anni ’30 è già di per sé un evento che fa tremare i polmoni di tutti gli amanti del cinema d’autore. Questa produzione americano-tedesca, diretta da Padraic McKinley, non è solo un film; è un viaggio brutale e catartico tra miniere d’oro, silenzi spezzati e paesaggi che sembrano scolpiti dal rimorso. Preparatevi, perché questo non è un semplice western, è un’immersione nelle profondità dell’animo umano.

L’America Dimenticata: L’Oregon del 1933 e il Peso della Crisi

Il tessuto narrativo di “The Weight” si svolge nel cuore della Grande Depressione, in un Oregon rurale selvaggio, freddo e disperato. Un’ambientazione che, nel vocabolario del cinema, ha il sapore amaro e metallico del destino ineluttabile. La trama ruota attorno a Samuel Murphy (Ethan Hawke), un veterano segnato da un lutto insopportabile e dall’isolamento, il cui unico orizzonte è il campo di lavoro dove è stato imprigionato.

Qui entra in scena la nemesi, incarnata dalla potenza attoriale di Russell Crowe, che dà il volto a Clancy, un supervisore corrotto e spietato, un vero e proprio aguzzino che governa il campo con pugno di ferro. La redenzione, o almeno la promessa di essa, arriva sotto forma di un patto faustiano: Murphy dovrà trasportare un misterioso e preziosissimo carico d’oro attraverso la frontiera ostile. Quello che dovrebbe essere un semplice trasporto si trasforma rapidamente in una disperata parabola sulla sopravvivenza e sul peso delle scelte morali.

La regia di McKinley, già noto per aver lavorato su serie ad alta tensione come Kingdom e Debris, è chirurgica e viscerale. Il regista mescola sapientemente la tensione claustrofobica dei western classici con la profondità emotiva tipica del dramma psicologico, grazie a una sceneggiatura firmata da Shelby Gaines, Matthew Chapman e Matthew Booi (quest’ultimo co-autore della storia originale con Leo Scherman). Non ci sono supereroi o effetti speciali ridondanti; solo uomini e la loro lotta contro la natura e se stessi.

Tra The Revenant e la Tragedia Greca: Un Cast di Giganti

Ethan Hawke, fresco dei suoi successi in produzioni nerd-friendly come The Northman e la serie Marvel Moon Knight, torna a esplorare il lato più oscuro e tormentato della psiche. Il suo Samuel Murphy è una figura che potremmo definire “dostoevskijana” in salsa americana: un uomo logorato dalla colpa, ma che, nonostante tutto, non smette di cercare un fragile barlume di luce. La sua performance promette di essere un’ulteriore conferma della sua versatilità attoriale, capace di spaziare dall’epica fantasy al dramma intimista.

Dall’altro lato, Russell Crowe (il cui Clancy ricorda certi villain spietati ma profondamente umani del cinema epico) incarna la brutalità del potere cieco. È il lato oscuro del sogno americano, un’ombra che non agisce per il puro sadismo, ma per un disperato bisogno di controllo in un mondo che sta franando.

Ma c’è un terzo elemento cruciale in questo cast “di peso” (e non solo nel senso metaforico): Julia Jones. Attrice che i fan della cultura pop ricorderanno per i suoi ruoli incisivi in Dexter: New Blood, la galassia di The Mandalorian e la distopia di Westworld. La Jones apporta una ventata di intensità femminile, interpretando un personaggio che bilancia la forza della sopravvivenza con la compassione, offrendo un barlume di umanità in un racconto altrimenti dominato dall’oscurità.

La Poetica del Sacrificio e L’Anima Europea

Il titolo “The Weight” non è un semplice nome, ma una vera e propria metafora narrativa che riecheggia il concetto biblico di fardello morale e il peso che l’uomo porta sulle spalle. McKinley ha ambiziosamente dichiarato di voler raccontare “un’America che non sapeva ancora di essere sull’orlo del cambiamento”, offrendo una tragedia moderna camuffata da epopea di frontiera. Il film si inserisce nel solco di capolavori neowestern come There Will Be Blood o, per la sua componente di lotta contro la natura, The Revenant, ma con una dimensione più sottile: meno exploit e più sguardi, meno eroismo e più pura, cruda umanità.

Un elemento di grande interesse per la nostra community è l’insolita ma affascinante doppia anima produttiva: americana per radici narrative e europea per sensibilità. La scelta di ricreare l’Oregon degli anni ’30 in Baviera (con un significativo supporto finanziario dal FFF Bayern, oltre due milioni di euro) non è casuale. Come ha sottolineato McKinley, l’Europa sembra aver conservato “certi silenzi e certe geografie emotive che l’America ha dimenticato”. Questo incrocio di culture produttive, che ha funzionato magnificamente in film come Cold Mountain o The English Patient, conferisce al progetto una qualità visiva e un ritmo che guardano dritto al cinema d’autore, privilegiando la contemplazione e il respiro della storia.

“The Weight” ci ricorda che, al di là degli universi cinematografici interconnessi e delle intelligenze artificiali che ci stanno riscrivendo la realtà, il vero, grande spettacolo è la fatica dell’essere umano di fronte all’avversità. È una lezione di cinema e di umanità che, speriamo, si tradurrà in un nuovo cult moderno, di quelli che ti lasciano il segno addosso.

Con la premiere europea attesa al European Film Market 2025 di Berlino, l’attesa è già palpabile. Preparatevi a farvi carico del peso di questa storia.

Cosa ne pensate di questo team-up tra Ethan Hawke e Russell Crowe? Siete stanchi della CGI e cercate anche voi un cinema più viscerale e basato sulla recitazione intensa? Commentate qui sotto e fateci sapere quali sono i vostri drammi storici o western moderni preferiti!

Non dimenticate di condividere questo articolo sul vostro social network preferito: facciamo sapere a tutti che il cinema che non ha paura di sporcarsi le mani è tornato!

Explorers con Ethan Hawke e River Phoenix

Explorers è un film di fantascienza del 1985, diretto da Joe Dante, che racconta le avventure di tre ragazzi che costruiscono un’astronave e partono alla scoperta dell’universo. Il film segna l’esordio cinematografico di due giovani talenti: Ethan Hawke e River Phoenix, che interpretano rispettivamente Ben, un appassionato di fantascienza, e Wolfgang, un genio dell’elettronica. A completare il trio c’è Darren, un ragazzo ribelle che si unisce ai due amici per sfuggire ai problemi familiari.

Il film è un omaggio al genere fantascientifico, con numerosi riferimenti a film, libri e fumetti del passato. La trama si basa sul sogno ricorrente di Ben, che gli mostra degli strani circuiti che Wolfgang riesce a realizzare. I tre ragazzi scoprono così di poter creare una bolla di forza che li protegge dalla gravità e dall’inerzia, e la usano per trasformare una vecchia giostra in una navicella spaziale. Il loro viaggio li porta a incontrare due buffi alieni, Wak e Neek, che hanno imparato tutto sulla Terra dalla televisione.

Explorers è un film divertente e spensierato, che mescola fantasia e realtà con ironia e leggerezza. Il regista Joe Dante riesce a creare un’atmosfera magica e avventurosa, grazie anche agli effetti speciali della Industrial Light & Magic e al trucco di Rob Bottin. La colonna sonora di Jerry Goldsmith accompagna le immagini con ritmo e armonia, creando un contrasto tra la quotidianità dei ragazzi e il mistero dello spazio.

Il film è anche una riflessione sul tema dell’amicizia e della crescita, che mostra come i sogni possano diventare realtà se si ha il coraggio di inseguirli. I tre protagonisti sono caratterizzati con cura e simpatia, e il loro rapporto si evolve nel corso della storia. Il film ha anche un finale aperto, che lascia spazio all’immaginazione e alla speranza. Explorers è un film che ha saputo conquistare il pubblico di tutte le età, grazie al suo mix di avventura, umorismo e fantasia. Un film che merita di essere visto e rivisto, per ritrovare il gusto dell’infanzia e della scoperta. Un film che, come dice il suo slogan, è “un’esperienza che non dimenticherai mai”.

Leave the World Behind: la nuova serie apocalittica di Netflix con Julia Roberts

Leave the World Behind, il nuovo thriller apocalittico di Netflix diretto da Sam Esmail, il creatore di Mr. Robot, arriverà il prossimo 8 dicembre. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Rumaan Alam, racconta la storia di una famiglia che si trova a dover affrontare l’apocalisse causata da un attacco informatico.

Nel teaser trailer, rilasciato da Netflix, vediamo la famiglia protagonista, composta da Amanda (Julia Roberts) e Clay (Ethan Hawke), che sta trascorrendo una tranquilla vacanza in una casa di campagna. La loro tranquillità viene però interrotta quando due sconosciuti, G.H. Washington (Mahershala Ali) e Christopher (Kevin Bacon), bussano alla porta allarmati da un attacco informatico che sta causando il caos in tutto il mondo.

Il film vanta un cast stellare, con Julia Roberts, Ethan Hawke, Kevin Bacon e Mahershala Ali nei ruoli principali. Inoltre, la produzione ha beneficiato della consulenza di Barack Obama, che ha letto il romanzo di Rumaan Alam e ha apprezzato la sua visione dell’apocalisse.

Leave the World Behind è un thriller apocalittico che esplora le paure più profonde dell’uomo. Il film pone domande importanti sulla natura della società e sulla nostra capacità di adattarci al cambiamento.

Moon Knight “Divinità e Super Eroi” @ Museo Egizio

L’antico Egitto incontra i Super Eroi Marvel. Succede a Torino, al Museo Egizio. In occasione del debutto della serie Marvel Studios Moon Knight, disponibile in streaming a partire da oggi, mercoledì 30 marzo, il Museo Egizio lancerà ad aprile “Divinità e Super Eroi”, una visita guidata ideata da un’egittologa del museo, su misura per Disney+.

Attraverso un percorso tematico della durata di un’ora, che coinvolge le più importanti sale del Museo Egizio, il visitatore scoprirà i miti e le divinità dell’antico Egitto, alcuni dei quali presenti nella serie Marvel Studios Moon Knight.

La serie segue Steven Grant, un tranquillo impiegato di un negozio di souvenir, che viene colpito da vuoti di memoria e ricordi provenienti da un’altra vita. Steven scopre di avere un Disturbo Dissociativo dell’Identità e di condividere il suo corpo con il mercenario Marc Spector. Mentre i nemici di Steven/Marc si avvicinano, i due devono indagare sulle loro identità complesse mentre si spingono in un mistero mortale tra i potenti dèi dell’Egitto.

Moon Knight vede protagonisti Oscar Isaac, Ethan Hawke e May Calamawy. Mohamed Diab e il team di Justin Benson & Aaron Moorhead hanno diretto gli episodi. Jeremy Slater è il capo sceneggiatore, mentre Kevin Feige, Louis D’Esposito, Victoria Alonso, Brad Winderbaum, Grant Curtis, Oscar Isaac, Mohamed Diab e Jeremy Slater sono gli executive producer. Trevor Waterson e Rebecca Kirsch sono i co-executive producer.

Moon Knight: Una riflessione psicologica nell’universo Marvel

“Moon Knight”, la miniserie targata Disney+ sviluppata da Jeremy Slater, ha catturato l’attenzione di molti spettatori fin dal suo debutto il 30 marzo 2022, quando ha fatto il suo ingresso nell’ormai consolidato Marvel Cinematic Universe (MCU). La serie, che si inserisce nella Fase Quattro del MCU, ci presenta una storia ben diversa rispetto agli altri titoli Marvel, spingendosi in territori più oscuri, psicologici e misteriosi, con un protagonista che porta il peso di un disturbo dissociativo dell’identità e una forte componente legata alla mitologia egizia.

Protagonista della serie è Steven Grant, un timido impiegato di un negozio di souvenir di Londra, appassionato di egittologia, che si ritrova improvvisamente a fare i conti con vuoti di memoria, allucinazioni e ricordi confusi legati a un’altra vita. Presto, Steven scopre che condivide il proprio corpo con Marc Spector, un ex mercenario che è diventato l’avatar del dio egizio Khonshu. La rivelazione di un disturbo dissociativo dell’identità e la scoperta della convivenza tra due personalità completamente diverse tra loro sono solo l’inizio di un’avventura che coinvolge misteri, pericoli e antiche divinità. Steven e Marc sono costretti a collaborare, affrontando non solo i propri demoni interiori, ma anche Arthur Harrow, un nemico carismatico e pericoloso, avatar della dea Ammit, con il piano di risvegliare la divinità per cambiare il mondo.

La serie si distingue subito per un approccio diverso rispetto ad altre produzioni Marvel, tanto nei toni quanto nel trattamento psicologico del personaggio principale. Piuttosto che concentrarsi sugli scontri tra supereroi, “Moon Knight” esplora il lato più oscuro e tormentato della psiche umana, gettando luce sul disturbo dissociativo dell’identità con una sensibilità rara in un contesto così mainstream. Il pubblico si ritrova a scoprire gradualmente la realtà di Steven e Marc, mentre le due personalità si scontrano, si intrecciano e, lentamente, imparano a convivere. La scelta di trattare un argomento delicato come la salute mentale in un contesto di supereroi è un punto a favore per la serie, che offre una riflessione interessante su chi siamo veramente e come le nostre esperienze e i nostri traumi ci definiscono.

Oscar Isaac, che interpreta sia Steven che Marc, è senza dubbio uno degli elementi che rende “Moon Knight” una serie da non perdere. La sua performance è straordinaria, riuscendo a distinguere nettamente le due personalità del protagonista. Da un lato, Steven è un uomo goffo, insicuro e affettuoso, dall’altro Marc è più deciso, un guerriero tormentato dal suo passato, ma sempre in controllo. La sua capacità di passare da un personaggio all’altro senza mai perdere credibilità è un’impresa difficile, ma Isaac la porta avanti con maestria. In questo, il suo talento attoriale riesce a dare una profondità psicologica al personaggio che va ben oltre il semplice supereroe. Ethan Hawke, che interpreta il villain Arthur Harrow, incarna un antagonista altrettanto affascinante, oscuro e inquietante. La sua calma inquietante e il suo carisma sinistro contribuiscono a rendere il personaggio memorabile, anche se, sul lungo termine, la sua motivazione e la sua caratterizzazione si rivelano un po’ più convenzionali rispetto a quanto inizialmente prometteva.

La serie riesce a esplorare anche la mitologia egizia in modo originale, pur mantenendo un legame con la tradizione Marvel. I numerosi riferimenti agli dei egizi e le connessioni con il potere di Khonshu e Ammit arricchiscono l’intera narrazione, creando una dimensione più misticheggiante e misteriosa. Le sequenze ambientate nei luoghi più remoti e quelli in cui la mitologia prende vita sono ben realizzate, purtroppo però, la loro forza visiva è talvolta indebolita dalla scelta di non spingersi troppo oltre in queste esplorazioni. La serie sembra aver paura di abbracciare appieno la sua natura soprannaturale, limitandosi a sfiorarla senza immergersi completamente nel fantastico.

Da un punto di vista stilistico, “Moon Knight” si distingue anche per l’approccio visivo, con un’estetica cupa, a tratti inquietante, che rispecchia perfettamente la psicologia del protagonista. La regia di Mohamed Diab e del team di Justin Benson & Aaron Moorhead riesce a costruire una tensione crescente, creando una narrazione che riesce ad alternare momenti di introspezione e ansia a sequenze d’azione più tradizionali. Le scelte registiche riescono a mantenere alta l’attenzione, anche se in alcuni episodi si ha la sensazione che il ritmo rallenti troppo, forse per l’intento di scavare più a fondo nella psicologia dei protagonisti.

La critica positiva che la serie ha ricevuto si è concentrata soprattutto sulle interpretazioni degli attori e sull’atmosfera più dark rispetto agli altri show dell’MCU. Tuttavia, sebbene la serie riesca a intrattenere e offra sicuramente un’esperienza più profonda rispetto alla media degli altri prodotti Marvel, non riesce completamente a brillare come ci si sarebbe potuti aspettare. Le sequenze d’azione, pur ben coreografate, risultano talvolta generiche e, purtroppo, l’elemento sovrannaturale non è stato esplorato come avrebbe potuto essere, lasciando un po’ di amaro in bocca a chi si aspettava un’avventura più audace.

In definitiva, “Moon Knight” è un esperimento interessante nell’universo Marvel, che si distingue per il suo approccio psicologico e per il modo in cui affronta tematiche complesse come il disturbo dissociativo dell’identità. Oscar Isaac porta il peso del progetto sulle sue spalle con una performance che lascia il segno, ma la serie non riesce completamente a sfuggire agli schemi più tradizionali dei supereroi. Mentre le premesse erano sicuramente promettenti, il risultato finale è una serie che esplora nuove direzioni senza però abbracciarle mai completamente. Nonostante ciò, “Moon Knight” merita comunque una visione, soprattutto per gli appassionati del MCU e per chi è alla ricerca di un supereroe che non ha paura di esplorare la propria psicologia.

Le Verità di Kore’eda Hirokazu

Le Verità è un n film di produzione franco-giapponese del regista giapponese Kore’eda Hirokazu con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke. Il film stato presentato in concorso, come film d’apertura, alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Fabienne (Catherine Deneuve) è una star del cinema francese circondata da uomini che la adorano e la ammirano. Quando pubblica la sua autobiografia, la figlia Lumir (Juliette Binoche) torna a Parigi da New York con marito (Ethan Hawke) e figlia. L’incontro tra madre e figlia si trasformerà velocemente in un confronto: le verità verranno a galla, i conti saranno sistemati, gli amori e i risentimenti confessati.

 

Predestination: il viaggio nel tempo più assurdo (e geniale) del cinema fantascientifico

C’è un momento, nella vita di ogni nerd appassionato di fantascienza, in cui ti imbatti in un film che non solo ti intriga, ma ti costringe a mettere in pausa, tornare indietro, rivedere le scene e farti mille domande. Predestination, diretto dai fratelli Spierig e tratto dal racconto “Tutti voi zombie” di Robert A. Heinlein, è esattamente quel tipo di esperienza: un loop temporale intricato, affascinante e, a tratti, destabilizzante.

Un’opera che parte come thriller fantascientifico e si trasforma in un enigma esistenziale, in cui identità, destino e libero arbitrio si intrecciano fino a diventare un unico nodo impossibile da sciogliere. E il bello è che non si tratta solo di un puzzle narrativo: è anche un film incredibilmente umano.


Un agente, un terrorista e un ultimo incarico

Il protagonista, interpretato da un Ethan Hawke in stato di grazia (già nominato all’Oscar® per Boyhood), è un agente temporale del governo. La sua missione è apparentemente semplice: catturare il “Fizzle Bomber”, un misterioso terrorista che, con le sue esplosioni, minaccia di uccidere migliaia di persone. La particolarità? Per dare la caccia a questo nemico, l’agente utilizza viaggi nel tempo, saltando tra epoche diverse per prevenire i crimini prima che avvengano.

Ma, come ogni appassionato di Doctor Who o Dark sa bene, viaggiare nel tempo non è mai un’operazione “pulita”: i paradossi sono dietro l’angolo. E infatti, durante uno scontro, l’agente rimane gravemente ferito e viene sottoposto a un’operazione radicale che gli dona un nuovo volto.

L’incontro che cambia tutto

Rientrato in servizio, l’agente si ritrova in un bar, sotto copertura, dove incontra John, un giovane cinico e disilluso che scrive rubriche di confessioni per una rivista femminile. Inizia così un lungo racconto, una di quelle storie che, mentre la ascolti, capisci che stanno per cambiarti la percezione della trama.

John rivela di essere nato donna, con il nome di Jane, e di essere stato abbandonato in orfanotrofio. Cresciuta con un talento fuori dal comune e una vita segnata da rigidità e solitudine, Jane incontra un uomo misterioso che la seduce, la mette incinta e poi sparisce. Dopo il parto, una grave emorragia rivela una condizione intersessuale: i medici rimuovono gli organi femminili, avviando un percorso chirurgico che trasformerà Jane in John. Come se non bastasse, la neonata viene rapita subito dopo la nascita.


Il paradosso prende forma

L’agente temporale offre a John la possibilità di incontrare l’uomo che gli ha “rovinato” la vita. Un’offerta che il ragazzo non può rifiutare. Ma quando il viaggio nel passato lo conduce nel luogo fatale, la rivelazione è sconvolgente: l’uomo che Jane aveva incontrato… era John stesso.

Qui la trama diventa un vortice di auto-cause e conseguenze: John, nel passato, diventa il padre di se stesso e la madre della propria figlia. Una figlia che, rapita dall’agente, verrà lasciata nello stesso orfanotrofio da cui Jane era partita. Un ciclo chiuso e perfetto, degno di un diagramma impossibile di Escher.


Il nemico peggiore: se stessi

A questo punto, l’agente porta John nel futuro per reclutarlo come suo sostituto. Ma il protagonista non riesce a smettere di pensare al Fizzle Bomber. Ossessionato, continua la caccia anche dopo il pensionamento, fino alla rivelazione finale: il terrorista che ha inseguito per tutta la vita… è lui stesso, invecchiato e corrotto dalla propria missione.

La chiusura del cerchio è tanto inquietante quanto inevitabile: ogni scelta, ogni viaggio, ogni tentativo di cambiare il destino non ha fatto altro che avvicinarlo al ruolo che cercava di distruggere.


Perché Predestination è un gioiello del genere

I fratelli Spierig riescono a portare sullo schermo un racconto di fantascienza del 1959 senza snaturarne la potenza concettuale. Predestination è costruito con la precisione di un orologio temporale: dissemina indizi, confonde lo spettatore e lo conduce per mano fino al twist finale. La fotografia cupa, il montaggio calibrato e l’interpretazione intensa di Sarah Snook (che regge da sola metà dei colpi di scena) fanno il resto.

La prima parte, lenta e dialogata, non è un difetto: è il respiro necessario per immergerci nelle regole di questo universo narrativo e prepararci alla vertigine dei paradossi.


Un film da rivedere (più volte)

Come ogni storia di viaggi nel tempo ben scritta, Predestination guadagna valore a ogni visione successiva. Una volta conosciuto il finale, ogni battuta e ogni sguardo assumono un significato nuovo. È un puzzle in cui ogni pezzo è al suo posto, anche se inizialmente non sembra.

Ed è questo il segreto: non ci sono spiegoni superflui, ma tutto quello che serve per capire è lì, sotto i nostri occhi, in attesa che lo spettatore metta insieme i frammenti.