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Pretty Woman compie 35 anni e torna al cinema: la favola romantica che ha cambiato per sempre la commedia d’amore

Trentacinque anni dopo la sua uscita nelle sale, Pretty Woman continua a fare una cosa che pochissimi film riescono davvero a fare: tornare, ogni volta, come se non fosse mai andata via. Non come semplice revival nostalgico, ma come un evento capace di parlare ancora al presente, di riaccendere emozioni, citazioni, sogni e discussioni. Il 1990 sembra lontanissimo, eppure basta rivedere Vivian Ward scendere dall’auto con quel sorriso disarmante o Edward Lewis arrampicarsi su una scala antincendio per rendersi conto che alcune storie hanno una forza che il tempo non riesce a scalfire.

Il ritorno di Pretty Woman al cinema il 9, 10, 11 e 14 febbraio, in occasione di San Valentino, all’interno della rassegna NEXO STUDIOS – BACK TO CULT, non è solo una celebrazione romantica, ma un vero e proprio rito collettivo. Un invito a rientrare in sala per riscoprire un film che ha segnato un’epoca, ha lanciato una star leggendaria e ha definito l’immaginario della commedia romantica moderna. Vederlo di nuovo sul grande schermo significa restituirgli la sua dimensione originale, quella per cui era stato pensato: luci soffuse, musica che avvolge, sguardi che brillano nel buio della sala.

PRETTY WOMAN - Al cinema il 9, 10, 11 e 14 febbraio - TRAILER

Pretty Woman nasce come un progetto molto diverso da quello che conosciamo. In origine, il film doveva essere un dramma urbano, più ruvido e spigoloso, con un titolo emblematico come 3000, la cifra pattuita tra Edward e Vivian. La trasformazione in una fiaba romantica contemporanea non è stata solo una scelta produttiva, ma un vero cambio di paradigma narrativo. Garry Marshall ha preso una storia potenzialmente controversa e l’ha riplasmata in un racconto capace di parlare di riscatto, dignità e seconde possibilità senza perdere leggerezza e ironia. Una scommessa che, col senno di poi, si è rivelata clamorosamente vincente.

Il cuore del film, anche se non lo chiameremo mai con certe espressioni abusate, sta tutto nel rapporto tra Vivian ed Edward. Due mondi opposti che si incontrano, si scontrano e lentamente si trasformano a vicenda. Edward Lewis è l’archetipo dell’uomo di successo anni Novanta: elegante, distante, abituato a controllare tutto, persino le persone. Vivian Ward è istinto, sopravvivenza, ironia come arma di difesa. Il loro incontro su Hollywood Boulevard è l’inizio di una favola moderna che gioca consapevolmente con i cliché per poi ribaltarli uno a uno.

Rivedere oggi le scene iconiche di Pretty Woman significa anche coglierne le sfumature che forse, all’epoca, passavano inosservate. La sequenza dello shopping su Rodeo Drive non è solo un momento pop entrato nella storia del cinema, ma una dichiarazione di identità. Vivian non diventa qualcun’altra grazie ai vestiti: li usa, li domina, li trasforma in uno strumento di affermazione. Il famoso “Big mistake. Huge.” non è solo una battuta memorabile, è una rivincita sociale cristallizzata in pochi secondi di cinema.

Il film ha segnato in modo indelebile la carriera di Julia Roberts, trasformandola da giovane promessa a icona globale. Il suo sorriso, la sua risata contagiosa, la naturalezza con cui passa dalla vulnerabilità alla forza sono diventati un modello imitato per decenni. Pretty Woman non avrebbe funzionato allo stesso modo senza di lei, e questo è ancora più impressionante se si pensa che molte attrici rifiutarono il ruolo prima che arrivasse a Julia. Richard Gere, dal canto suo, costruisce un Edward Lewis lontano dal principe azzurro tradizionale: impacciato, a tratti rigido, umano nelle sue paure, memorabile persino quando suona il pianoforte nella hall dell’hotel.

La colonna sonora è un altro tassello fondamentale di questo mito cinematografico. Le note di It Must Have Been Love dei Roxette sono diventate indissolubilmente legate al film, così come Oh, Pretty Woman di Roy Orbison, che non solo dà il titolo alla pellicola, ma ne incarna lo spirito. Ogni brano accompagna l’evoluzione emotiva dei personaggi, rendendo Pretty Woman un’esperienza sensoriale completa, non solo visiva.

Dal punto di vista culturale, Pretty Woman ha lasciato un’eredità enorme. Ha influenzato il modo di raccontare l’amore sul grande schermo, ha aperto la strada a una nuova generazione di romantic comedy e ha dimostrato che il genere poteva essere allo stesso tempo commerciale e iconico. Il successo planetario al botteghino, con oltre 463 milioni di dollari incassati a fronte di un budget relativamente contenuto, non è stato un fulmine isolato, ma il segnale di un film capace di parlare a pubblici diversissimi.

Non è un caso che la storia di Vivian ed Edward abbia continuato a vivere anche oltre il cinema, arrivando fino a Broadway con un musical che ha riportato quelle atmosfere su un altro palcoscenico, dimostrando quanto l’immaginario di Pretty Woman sia ancora vivo e adattabile. Ogni nuova incarnazione non fa che rafforzare il mito originale.

Il ritorno al cinema per San Valentino assume quindi un valore speciale. Non è solo l’occasione perfetta per una serata romantica, ma un appuntamento nerd nel senso più puro del termine: rivedere un classico, analizzarlo con occhi nuovi, condividerlo con chi lo ama da sempre e con chi lo scopre per la prima volta. Pretty Woman compie 35 anni, ma non mostra alcuna intenzione di farsi da parte. Anzi, sembra ricordarci che alcune storie funzionano proprio perché sanno evolversi insieme a noi.

E allora la domanda finale è inevitabile, ed è rivolta a tutta la community: Pretty Woman è ancora una favola o è diventato qualcosa di più, un pezzo di memoria collettiva che continua a reinventarsi? Rivederlo al cinema potrebbe essere il modo migliore per scoprirlo, ancora una volta, seduti in sala, con le luci che si spengono e quella musica che parte.

Ocean’s 14: Clooney e Pitt tornano al colpo grosso — la saga più elegante di Hollywood prepara il suo nuovo colpo

C’erano una volta undici uomini e un piano. Poi divennero dodici, tredici… e ora, a quanto pare, quattordici.
Brad Pitt e George Clooney stanno per tornare a fare ciò che sanno fare meglio: ingannare, sedurre, e rubare la scena — letteralmente. “Ocean’s 14” è ufficialmente in lavorazione, riportando in vita la saga heist più glamour e ironica del cinema contemporaneo. Dopo anni di voci, meme e mezze smentite, Warner Bros. ha finalmente dato il via libera al progetto, e a rivelarlo è stato proprio Clooney in persona: “Abbiamo appena avuto l’approvazione del budget. Le riprese inizieranno tra nove o dieci mesi.”

Una notizia che suona come musica jazz per i fan della trilogia di Steven Soderbergh — un cocktail di ritmo, classe e ironia che dal 2001 ha ridefinito il concetto di film di rapina.


Il colpo perfetto non muore mai

La saga di Ocean’s è una di quelle creature rare che riescono a fondere l’eleganza del vecchio cinema hollywoodiano con la spregiudicatezza dei blockbuster moderni. Nata nel 1960 con Ocean’s 11 (in Italia Colpo grosso), il film era allora un ritrovo di divi — Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. — che tra un whisky e un sorriso rubavano più cuori che denaro.
Quarant’anni dopo, Steven Soderbergh ne riscrisse il mito in chiave contemporanea, trasformando George Clooney nel ladro gentiluomo Danny Ocean e Brad Pitt nel suo braccio destro sempre impeccabile, Rusty Ryan. Da lì nacque una trilogia inarrestabile: Ocean’s Eleven (2001), Twelve (2004) e Thirteen (2007), tre capitoli che unirono ritmo, umorismo e un cast corale di altissimo livello — da Matt Damon a Don Cheadle, da Andy Garcia ad Al Pacino.

Nel 2018, Ocean’s 8 aveva aperto il gioco al femminile con Sandra Bullock nei panni di Debbie Ocean, la sorella del defunto Danny. Ma, come sanno bene i fan, nel mondo di Ocean’s nessuno è mai davvero “fuori gioco”.


Clooney, Pitt e il ritorno della crew

A rilanciare l’operazione è stato il portale Deadline, che ha rivelato non solo il ritorno di Clooney e Pitt come protagonisti e produttori (tramite la loro casa Smokehouse), ma anche un possibile cambio di regia. Il film, infatti, dovrebbe essere affidato a Edward Berger — regista di Niente di nuovo sul fronte occidentale, fresco di Oscar — segnando la prima volta che la saga si allontana dalla guida di Soderbergh.

Durante la promozione del suo The Boys in the Boat, Clooney aveva già lasciato intendere che esisteva “una sceneggiatura molto forte”. Ora le carte sono sul tavolo: il progetto è vivo, e i due attori sarebbero determinati a riunire la banda. Matt Damon, Don Cheadle e Julia Roberts sono tra i nomi più probabili per il ritorno, mentre il film potrebbe rendere omaggio anche ai compianti Bernie Mac e Carl Reiner, membri storici della crew scomparsi rispettivamente nel 2008 e nel 2020.

Secondo Clooney, la sfida più grande sarà incastrare gli impegni di un cast tanto stellare: “Dobbiamo solo capire quando saremo tutti disponibili per girare,” ha detto con il suo consueto aplomb da ladro gentiluomo.


Tra nostalgia e rinascita: la nuova era di Ocean’s

Il ritorno di Ocean’s non è solo un revival, ma una dichiarazione d’intenti. In un panorama hollywoodiano dominato da franchise in affanno e sequel forzati, l’universo di Danny Ocean ha qualcosa che pochi altri hanno: fascino senza tempo. Non è un film d’azione, non è una commedia, non è un noir. È un gioco di stile. Ogni colpo è una coreografia, ogni battuta una lama affilata.

La curiosità dei fan è ora tutta concentrata sulla direzione che Berger darà al progetto. Il suo sguardo realistico e drammatico potrebbe fondersi con la verve ironica di Clooney e Pitt in un equilibrio inedito tra sofisticazione e adrenalina.
Warner Bros., dal canto suo, sembra voler puntare su un prodotto di alta gamma, capace di coniugare intrattenimento e qualità cinematografica — il che, nel mondo dei sequel, è quasi un colpo da maestro.


Dalla tomba al casinò: Danny Ocean torna davvero?

Una delle domande più intriganti riguarda il destino del personaggio di Clooney. In Ocean’s 8, la sorella Debbie Ocean credeva che Danny fosse morto. Ma Hollywood ama i fantasmi più del paranormale stesso: e Warner Bros., approvando il budget per Ocean’s 14, ha di fatto “resuscitato” il suo protagonista.
E se in realtà Danny avesse solo inscenato la sua morte per preparare “il colpo definitivo”? Una possibilità che, conoscendo l’ironia metanarrativa della saga, non sembra poi così improbabile.

Inoltre, non è escluso che il film possa intrecciarsi con lo spin-off femminile, riunendo sullo schermo i due rami della famiglia Ocean. Un crossover tra Clooney, Pitt e Sandra Bullock sarebbe il colpo cinematografico perfetto — un modo per unire due generazioni di ladri e riportare la saga al centro della cultura pop.


Il fascino intramontabile del colpo grosso

C’è qualcosa di irresistibile in un heist movie ben fatto: l’intelligenza del piano, il ritmo del montaggio, la complicità della banda e quella sensazione che, per un paio d’ore, si possa davvero fregare il sistema. La trilogia di Ocean’s ha incarnato questa magia meglio di chiunque altro, rendendo il crimine un’arte, la truffa una forma di eleganza. Clooney e Pitt, con il loro carisma perfettamente calibrato, hanno ridefinito l’archetipo del ladro affascinante: niente sangue, niente violenza, solo cervello, fascino e un impeccabile completo Armani. E oggi, in un’epoca di supereroi in CGI e franchise inflazionati, l’idea di rivedere due icone del cinema tornare a “giocare d’astuzia” ha il sapore di un ritorno al vero spettacolo.

Con Ocean’s 14 ufficialmente in pre-produzione, si apre un nuovo capitolo per una delle saghe più amate di sempre. Se le riprese partiranno davvero tra meno di un anno, potremmo aspettarci l’uscita tra fine 2026 e l’inizio del 2027 — giusto in tempo per il ventennale di Ocean’s Thirteen.

Nel frattempo, Clooney e Pitt si godono la loro vittoria anticipata: due vecchi amici pronti a mettere in scena un nuovo colpo, non per soldi, ma per puro stile.
E come direbbe Danny Ocean con il suo sorriso sornione: “Non si tratta mai dei soldi. Si tratta di mandare un messaggio.”

Panic Carefully: Julia Roberts torna nel thriller di Sam Esmail e riaccende le vibrazioni geek del cinema paranoico

Impossibile non provare un piccolo brivido da fan quando un nome come Sam Esmail si riaffaccia all’orizzonte con un nuovo progetto. Ogni volta che il creatore di Mr. Robot rimette mano al genere thriller sembra di prepararsi a un nuovo viaggio nelle pieghe più oscure della mente umana. E questa volta, a rendere il tutto ancora più succoso, c’è Julia Roberts, di nuovo al fianco di Esmail dopo l’esperienza di Leave the World Behind. Una reunion che sa di alchimia collaudata, di quelle che arrivano sullo schermo e ti catturano come un codice cifrato che vuole essere decifrato.

Il film si intitola Panic Carefully e già dal nome lascia intuire quel tipo di tensione sussurrata, pronta a esplodere quando abbassi la guardia. La pellicola è ancora avvolta nella penombra delle produzioni che vogliono farsi desiderare, quelle che non mostrano quasi nulla ma che riescono comunque a far fermentare teorie, aspettative e un hype crescente. Nel cast spiccano Elizabeth Olsen, Eddie Redmayne, Brian Tyree Henry, Joe Alwyn, Ben Chaplin, Aidan Gillen, Naledi Murray e Sebastian Orozco: una squadra assortita come una formazione da heist movie psicologico, dove ogni attore sembra nascondere un ruolo dal potenziale ambiguo, pronto a spiazzarti quando meno te lo aspetti.

La strada che ha portato Panic Carefully alla produzione è una di quelle corse sfrenate tipiche dei progetti più contesi. La notizia della collaborazione fra Esmail e Roberts nel febbraio 2024 ha messo in moto un piccolo terremoto hollywoodiano, con Netflix, Paramount e Warner Bros. pronte a contendersi il titolo. A spuntarla è stata proprio Warner, ufficializzando un’apertura di credito importante verso il progetto. A dicembre dello stesso anno Olsen e Redmayne hanno completato il triangolo di star attorno a cui il film ha iniziato a prendere forma. Poi l’annuncio di gennaio 2025 ha fatto il resto: Chaplin, Gillen, Alwyn, Murray e Orozco hanno arricchito ulteriormente un cast che sembra progettato per un thriller raffinato, di quelli dove ogni sguardo può tradire un segreto.

Le riprese sono iniziate a Londra nel gennaio 2025, con quell’atmosfera umida e carica di echi che la capitale britannica riesce a regalare unicamente ai film che vogliono giocare con il confine tra reale e distorto. E già solo immaginare Roberts in uno scenario metropolitano cupo, circondata da volti intensi come quelli di Olsen e Redmayne, fa venir voglia di capire quale direzione narrativa abbia intrapreso Esmail questa volta.

Uno dei dettagli più curiosi riguarda la trama: ancora sigillata, protetta come un file criptato impossibile da aprire senza la chiave giusta. Le prime indiscrezioni parlano di una storia che fonde paranoia e cospirazione, con il possibile coinvolgimento di un terrorista informatico ricercato da forze invisibili e contorte. Un plot che, nelle mani di chi ha plasmato Mr. Robot, potrebbe facilmente trasformarsi in un labirinto narrativo pieno di glitch, verità sospese e personaggi che vivono tra due realtà.

Elizabeth Olsen sembra perfetta per un film che gioca sul non detto e sulla tensione psicologica. Porterà forse con sé un’eco delle sue performance più magnetiche, da WandaVision a Doctor Strange nel Multiverso della Follia, costruendo un personaggio in bilico tra fragilità e potere. Eddie Redmayne, con quella sua capacità camaleontica di trasformarsi, appare come l’incastro ideale per qualunque ruolo carico di ambiguità. E mentre Aidan Gillen rimanda inevitabilmente alla sua eredità da tessitore di intrighi in Game of Thrones, Brian Tyree Henry porta con sé una presenza credibile e solida, di quelle che fanno da cardine nei momenti più tesi di un racconto.

Poi c’è lei. Julia Roberts. Una leggenda che negli ultimi anni ha deciso di riscrivere i propri codici interpretativi. Dopo la parentesi intensissima in Gaslit, la Roberts è tornata a muoversi in territori complessi, tra il thriller psicologico e il dramma emotivo. Panic Carefully arriva proprio in questo momento della sua carriera, quando sembra aver abbandonato ogni automatismo per dedicarsi ad opere che la mettono alla prova, la sfidano, la trasformano. Vederla al centro di un intreccio paranoico diretto da Esmail promette di essere un’esperienza di quelle che rimangono addosso.

Il bello di Panic Carefully è proprio questo: non abbiamo ancora i tasselli completi, ma la sensazione è quella di un progetto pronto a esplodere in qualcosa di molto più grande della somma delle sue parti. E mentre il titolo sembra quasi un invito ironico a mantenere la calma, sappiamo bene che un thriller di Esmail non è mai un viaggio tranquillo. È un’altalena di dubbi, percezioni distorte, minacce che si muovono sullo sfondo come glitch in un sistema perfettamente programmato per farci perdere l’equilibrio.

Che si tratti di cyber–cospirazione, di paranoie che si insinuano lentamente come un virus o di una rete di personaggi pronti a ribaltare continuamente il quadro, Panic Carefully sembra destinato a diventare uno di quei film che fanno discutere, analizzare fotogramma per fotogramma, rileggere le battute alla ricerca del dettaglio nascosto. E se il passato ci ha insegnato qualcosa, è che quando Esmail vuole farci perdere il sonno… beh, di solito ci riesce.

Ora la palla passa agli spettatori, ai fan, alla community che vive di trailer smontati al millimetro e di discussioni infinite su Reddit e X. In attesa del primo teaser, delle prime immagini rubate o di un’intervista che lasci sfuggire anche solo una briciola di trama, possiamo solo prepararci. Ma farlo con attenzione. O meglio: carefully.

After the Hunt: Dopo la caccia – Il nuovo thriller psicologico di Luca Guadagnino con Julia Roberts e Andrew Garfield

Amiche e amici nerd, preparatevi a segnarvi questa data sul calendario: il 16 ottobre arriva nelle sale italiane After the Hunt: Dopo la caccia, il nuovo e attesissimo film del nostro amatissimo Luca Guadagnino, regista che non smette mai di sorprenderci e che ormai è entrato di diritto nel pantheon dei cineasti contemporanei più visionari e coraggiosi. Il primo trailer distribuito da Sony è già un piccolo gioiello che lascia presagire un’esperienza intensa e disturbante, di quelle che ti si infilano sotto la pelle e ti costringono a rimanere sveglio la notte a rimuginare su cosa hai appena visto. Guadagnino ci ha abituato a viaggi emozionali travolgenti, basti pensare a Chiamami col tuo nome o Suspiria, e anche stavolta sembra aver alzato ulteriormente l’asticella.

Il film è uno psicodramma scritto da Nora Garrett, un nome nuovo che già dalla sceneggiatura promette scintille. Il cuore pulsante della storia è Julia Roberts nei panni di una professoressa universitaria, figura di prestigio accademico ma anche donna sull’orlo di un precipizio esistenziale. La sua vita personale e professionale è messa sotto pressione quando una delle sue migliori studentesse, interpretata da Ayo Edebiri (che molti nerd conosceranno per The Bear), solleva accuse gravissime contro un collega di facoltà, un Andrew Garfield apparentemente insospettabile, capace di passare con disinvoltura dalla vulnerabilità di Tick, Tick… Boom! all’ambiguità più oscura.

E come se non bastasse, il passato della professoressa torna a bussare alla porta, portando con sé un segreto oscuro che rischia di mandare in frantumi tutto ciò per cui ha lavorato. Qui Guadagnino gioca con la tensione e con i nervi dello spettatore, creando un’atmosfera che sa di Hitchcock, ma anche di Polanski, con quel gusto per il dettaglio disturbante, per le sfumature emotive e per i giochi di potere che si consumano negli sguardi, nei silenzi, nelle parole non dette.

Il cast è da capogiro: oltre a Roberts, Garfield ed Edebiri, troviamo Chloë Sevigny, attrice-feticcio del cinema indie americano, e Michael Stuhlbarg, che ritroviamo con piacere dopo la straordinaria performance in Chiamami col tuo nome. La produzione è un affare di grandi nomi: Brian Grazer e Allan Mandelbaum per Imagine Entertainment, lo stesso Guadagnino per la sua casa Frenesy, e Karen Lunder sempre per Imagine, con Nora Garrett che si prende anche il ruolo di produttrice esecutiva. Insomma, un dream team dietro e davanti alla macchina da presa.

Il trailer, già online con l’hashtag #AfterTheHunt, ci offre solo un assaggio: atmosfere ovattate e minacciose, dialoghi taglienti, primi piani carichi di tensione, e quella sensazione sottile che “non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio”. E forse è proprio questo il punto: Guadagnino non è qui per rassicurarci, ma per portarci in territori scomodi, per interrogarci, per metterci davanti ai nostri stessi giudizi morali.

C’è già chi parla di After the Hunt come di uno dei titoli più attesi della stagione, candidato a lasciare il segno nei prossimi festival e, chissà, magari anche agli Oscar. Noi intanto scaldiamo i motori, pronti a farci travolgere da una storia che promette di essere un pugno nello stomaco e un balsamo per chi ama il grande cinema che osa e che non ha paura di sporcare le mani.

E voi cosa ne pensate? Avete già visto il trailer? Siete pronti a farvi trascinare da questo nuovo viaggio emotivo targato Guadagnino? Raccontatemelo nei commenti qui sotto o sui social del CorriereNerd.it! Condividete l’articolo, parliamone insieme, e prepariamoci a questo ottobre che si preannuncia rovente per il nostro cuore geek!

Leave the World Behind: la nuova serie apocalittica di Netflix con Julia Roberts

Leave the World Behind, il nuovo thriller apocalittico di Netflix diretto da Sam Esmail, il creatore di Mr. Robot, arriverà il prossimo 8 dicembre. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Rumaan Alam, racconta la storia di una famiglia che si trova a dover affrontare l’apocalisse causata da un attacco informatico.

Nel teaser trailer, rilasciato da Netflix, vediamo la famiglia protagonista, composta da Amanda (Julia Roberts) e Clay (Ethan Hawke), che sta trascorrendo una tranquilla vacanza in una casa di campagna. La loro tranquillità viene però interrotta quando due sconosciuti, G.H. Washington (Mahershala Ali) e Christopher (Kevin Bacon), bussano alla porta allarmati da un attacco informatico che sta causando il caos in tutto il mondo.

Il film vanta un cast stellare, con Julia Roberts, Ethan Hawke, Kevin Bacon e Mahershala Ali nei ruoli principali. Inoltre, la produzione ha beneficiato della consulenza di Barack Obama, che ha letto il romanzo di Rumaan Alam e ha apprezzato la sua visione dell’apocalisse.

Leave the World Behind è un thriller apocalittico che esplora le paure più profonde dell’uomo. Il film pone domande importanti sulla natura della società e sulla nostra capacità di adattarci al cambiamento.

Trent’anni fa usciva il capolavoro “Hook – Capitan Uncino”

Il 3 aprile 1992, le sale cinematografiche italiane vennero invase da una magia senza tempo, quando “Hook – Capitan Uncino” fece il suo esordio sul grande schermo. Era un’epoca in cui il cinema sapeva ancora sorprendere con storie epiche e avventure senza confini, e quella pellicola, sotto la sapiente regia di Steven Spielberg, non fece eccezione. Trenta anni fa, dunque, prese il volo nelle menti e nei cuori degli spettatori una storia che non solo rievocava un classico dell’infanzia, ma lo trasformava in qualcosa di nuovo, emozionante, capace di affascinare sia i bambini che gli adulti.

Al centro di “Hook” vi è Peter Banning, un avvocato immerso nei ritmi frenetici della vita moderna, tanto da aver dimenticato chi era un tempo: il leggendario Peter Pan. Robin Williams, con la sua capacità unica di alternare leggerezza e profondità emotiva, dipinge un Peter smarrito, afflitto dal peso delle responsabilità adulte, finché un evento drammatico non lo costringe a riscoprire il ragazzo che un tempo volava senza paura nei cieli di Neverland. Quando i suoi figli vengono rapiti dal temibile Capitan Uncino, incarnato da un Dustin Hoffman in stato di grazia, Peter è costretto a tornare in quell’isola incantata dove il tempo si era fermato, a confrontarsi con il proprio passato e a riabbracciare la sua vera essenza.

L’interpretazione di Williams è vibrante, un viaggio emozionale che porta il pubblico a condividere con lui il tormento di chi ha dimenticato come si sogna. La sua evoluzione nel corso della narrazione, da avvocato impacciato a eroe coraggioso, rispecchia un percorso di rinascita che tocca corde universali: la lotta per riconnettersi con se stessi, con la propria anima fanciullesca e con i propri cari. Dall’altra parte, Hoffman, nei panni di Capitan Uncino, ci regala un villain complesso e sfaccettato, ben lontano dall’essere solo un cattivo da fumetto. La sua performance, ricca di sfumature ironiche e drammatiche, lo rende uno dei più memorabili antagonisti del cinema degli anni ’90.

A completare questo cast stellare c’è Julia Roberts nel ruolo di Trilli, la fatina che non ha mai smesso di credere in Peter Pan, nonostante tutto. La sua Trilli è un mix di grazia, gelosia e devozione, e Roberts riesce a trasmettere quella scintilla di magia che rende il personaggio così indimenticabile. Ma “Hook” non sarebbe stato lo stesso senza la visione di Steven Spielberg, un regista che ha saputo bilanciare perfettamente la grandiosità dell’avventura con i momenti più intimi e toccanti. Le scene di volo, in particolare, sono un tripudio di effetti speciali e meraviglia visiva, capaci di riportare lo spettatore all’incanto dell’infanzia.

Nonostante il film sia un viaggio nel fantastico, il suo cuore batte per temi profondamente umani e attuali.

La riscoperta dei legami familiari, il confronto con il tempo che passa, la lotta per mantenere viva la propria identità in un mondo che tende a soffocarla: sono questi i veri fili conduttori della pellicola. L’Isola che non C’è diventa così una potente metafora dell’infanzia perduta e della necessità di recuperarla, non solo per sé stessi, ma anche per le generazioni future. “Hook” ci ricorda che, sebbene crescere sia inevitabile, il sogno e la fantasia non devono mai essere completamente abbandonati.

Tuttavia, nonostante il successo commerciale e il forte impatto culturale, Steven Spielberg è stato sempre molto critico nei confronti di questa sua creazione. In più occasioni ha dichiarato di considerare “Hook” un fallimento personale, un film che non riesce a rivedere senza provare disagio. Il regista ha spiegato che durante la lavorazione si sentiva insicuro e fuori posto, non convinto dalla sceneggiatura e dubbioso riguardo alla direzione che stava prendendo il progetto. Ha ammesso che l’insicurezza lo spinse a cercare di compensare con una produzione sontuosa e set spettacolari, ma che alla fine, nel suo intimo, rimase insoddisfatto del risultato complessivo.

È interessante notare come il tempo abbia dimostrato che queste autoanalisi severe non sempre coincidono con il sentimento popolare. Se da un lato Spielberg non è mai riuscito a fare pace con “Hook”, dall’altro il film ha continuato a essere amato da un vasto pubblico che, anno dopo anno, ne ha fatto un vero e proprio cult. Forse perché, al di là delle sue imperfezioni, “Hook” tocca quelle corde emotive che nessun effetto speciale può realmente compensare: la nostalgia dell’infanzia, la magia del sogno e la speranza che, almeno in qualche angolo remoto del nostro cuore, possiamo ancora volare come Peter Pan.

“Hook – Capitan Uncino” è dunque molto più di un semplice film per ragazzi; è un’opera che, pur nella sua leggerezza e ironia, si addentra nei meandri dell’animo umano, raccontando una storia universale di perdita e riscoperta. Che sia stato un flop o un trionfo, poco importa a chi ha vissuto quella magia al buio di una sala cinematografica o sul divano di casa propria. Ciò che rimane, a distanza di trent’anni, è la certezza che, in qualche modo, l’Isola che non C’è esiste davvero, e che ognuno di noi può trovarla se solo ha il coraggio di cercarla.

Wonder

Ieri sono finalmente riuscita a vedere questo film: Wonder, che mi aveva già colpito dal trailer al cinema e non mi ha lasciata delusa. Commovente, riesce anche a strappare qualche sorriso. Ci sono anche alcune citazioni di Star Wars che il bambino adora, quindi possiamo vedere Chewbacca e Palpatine e altri piccoli riferimenti.

Wonder è un film del 2017 diretto da Stephen Chbosky, con protagonisti Jacob Tremblay, Julia Roberts e Owen Wilson. La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo scritto da R. J. Palacio e pubblicato nel 2012. Il tema trattato è quello della diversità e del bullismo, ma anche della forza che risiede in ognuno di noi, anche il più debole, negli Stati Uniti è stato vietato ai minori di 10 anni non accompagnati da adulti per la presenza di bullismo e linguaggio forte. Non so fino a che punto vietarne la visione sia stata una scelta corretta, perché dà molti insegnamenti, nascondere il problema sotto il tappeto non fa sì che il problema sparisca.

August Pullman è un bambino di undici anni con una malformazione facciale che gli impedisce una vita normale. Dopo aver subito 27 interventi chirurgici non è mai andato a scuola in vita sua, anche per evitare le reazioni degli altri bambini. Ma quando deve entrare in prima media i genitori decidono che è arrivato il momento di andare a scuola e gli fanno visitare la Beecher Prep School. Il preside, il signor Tushman, decide di fargli mostrare la scuola da tre studenti di nome Julian, Jack e Charlotte. Il primo ad avere il coraggio di fare amicizia con lui è Jack, mentre Julian lo prende di mira con continue battute sul suo aspetto, insieme ad altri due compagni, Henry e Miles. Halloween è la festa preferita da Auggie che per una volta nella vita può camminare a testa alta perché coperto da una maschera, eppure quest’anno la festa diventa la più orribile per il bambino perché, non riconosciuto, sente gli spregevoli commenti dei compagni, compresi quelli di Jack, che sostiene di stare fingendo di essere amico di August, su richiesta del preside. Jack inizia a rendersi conto dell’importanza che Auggie aveva assunto nella sua vita, il bambino gli era veramente simpatico, quindi si scusa utilizzando come mezzo il gioco Minecraft, e ritornano amici. Verso la fine dell’anno le classi vanno in gita, ma Julian non partecipa perché sospeso a causa del bullismo nei confronti di August. Durante la gita, August e Jack vengono attaccati da tre ragazzi più grandi, ma vengono aiutati da Henry e Miles, gli amici di Julian. August, alla fine dell’anno scolastico, ottiene un importante riconoscimento dal preside. Il ragazzino emarginato diventa infine amico di tutti, perché tutti hanno scoperto la sua forza e bellezza interiori.

Restando in tema Oscar:
2018 – Premio Oscar Candidatura per il miglior trucco a Arjen Tuiten
2018 – British Academy Film Awards Candidatura per il miglior trucco e acconciatura
2018 – Satellite Award Humanitarian Award a Stephen Chbosky
2018 – Critics’ Choice Awards Candidatura per il miglior giovane interprete a Jacob Tremblay
Candidatura per la miglior sceneggiatura non originale a Jack Thorne, Steve Conrad e Stephen Chbosky
Candidatura per il miglior trucco

Mona Lisa Smile

 CARPE DIEM

Frase simbolo di un film di culto come L’Attimo fuggente  che per molti è diventato ormai un classico. Il punto di partenza da dove Newell voleva creare il suo film, una sorta di versione  femminile ma con risultati che hanno portato totalmente ad un’altra strada. 

Ci troviamo nell’America degli anni Cinquanta  dove  in un prestigioso college del New England vengono istruite le ragazze che dovranno far parte del gotha della società. In questo mondo un po’ retrò ecco giungere Katherine  (Julia Roberts) giovane insegnante di storia dell’arte che con le sue idee liberali vuole far sfuggire le ragazze da un futuro come brave padrone di casa. Si dovrà scontrare però con la rigidità delle regole scolastiche e con i pregiudizi delle varie persone che la circondano a partire proprio dalle studentesse che deve educare. La sua vita si intreccia così con le storie di Giselle ( Maggie Gyllenhaal) intraprendente studentessa che flirta con il professore di lettere; l’intelligente  Joan ( Julia Stiles) e della sua amica Betty ( Kirsten Dust) neo sposina che avrà con la professoressa un rapporto di amore ed odio.

Un film abbastanza mediocre che in un primo momento riesce ad “ingannare” l’ignaro spettatore con tanti piccoli incipit che però nel proseguo del film vengono sviluppati in maniera alquanto fanciullesca e risolti con l’utilizzo di un fantomatico “deus ex machina” visto che alcuni passaggi sembrano incomprensibili. La vena femminista che molti attendevano viene solamente accennata e non sviluppata completamente il che si ripercuote sull’intera pellicola a mio avviso. Ci si aspettava, ingenuamente, una Julia Roberts pronta a combattere contro i pregiudizi del tempo che relegavano le donne a compiti secondari nella società americana del secondo dopoguerra, invece la vediamo troppo succube nei confronti di chi le sta intorno ed il suo modo di imporre la sua “rivoluzione”, risulta più che altro un tentativo di scappare dagli altri. 

Paradossalmente sembra una brutta copia della maestrina dalla penna rossa di Edmondo De Amicis che secondo me aveva anche più carattere. Spezziamo invece una lancia a favore  delle attrici comprimarie molto brave nel ruolo che viene ritagliato loro. Fra tutte spicca la Gyllenhaal che conferma la sua polivalenza di attrice dopo il ruolo di segretaria tuttofare  in “Secretary”. Molto brava anche kirstern Dust che dopo essere sopravvissuta ai mille trabocchetti di un gioco al limite del credibile ( “Jumanji” ndA) ed essere stata la fidanzata di uno dei più famosi eroi dei fumetti ( Spiderman ) qui non se la cava niente male nella parte della ragazza sofisticata e arcigna succube di una madre antiquata e razzista.

Inizialmente promotrice della “caccia alle streghe” contro la nuova professoressa, il personaggio interpretato dalla Dust capirà alla fine che la sua acerrima nemica forse è l’unica persona che potrà distruggere la campana di vetro sotto cui credeva di essersi costruita il mondo perfetto. Delusione invece da Julia Stiles che appese le scarpette al chiodo ( Save the last dance) diviene la portatrice in qualche modo dei sentimenti “rivoluzionari” della professoressa, ma che poi la tradirà con le sue decisioni.

Bel film.. per chi vuole farsi una bella dormita.  Trama avvincente ma con risultati scadenti che deludono sia le più agguerrite femministe che i tanti fans di Julia Roberts. Una brutta copia del  film di Peter Weir “L’attimo fuggente”. Consiglierei di affittarlo nuovamente, per chi l’avesse già fatto”, l’originale non delude mai.

 

A presto Ajoy Fabbi

Ocean’s Twelve: la banda di Clooney sbarca in Europa — e Steven Soderbergh firma il colpo più elegante dell’anno

Sono i primi giorni dell’anno e nelle sale italiane da poco più di due settimane è arrivato Ocean’s Twelve, il nuovo film di Steven Soderbergh che riporta sul grande schermo la banda di ladri più affascinante, cool e ironica di Hollywood. Dopo il successo planetario di Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco del 2001, Soderbergh rimette in moto la macchina, o meglio, il motore a dodici cilindri della sua gang, stavolta portandola lontano da Las Vegas: in Europa. E come ogni seguito che si rispetti, Ocean’s Twelve non punta a replicare il colpo precedente, ma a rilanciare, espandere e complicare il gioco. Se nel primo film il brivido nasceva dall’eleganza di un piano perfetto e dalla sua esecuzione millimetrica, qui la regia sceglie la via del caos controllato, del rischio, dell’imprevisto. Soderbergh gioca con le aspettative e con il mito stesso del colpo da maestro, trasformando il film in una partita a scacchi tra ladri — una danza di stile, ironia e ingegno in cui il confine tra vincitore e perdente diventa quasi secondario.

Il ritorno della crew: quando l’eleganza incontra la disperazione

Ritroviamo Danny Ocean (George Clooney) e la sua banda tre anni dopo il furto leggendario ai tre casinò di Las Vegas. Gli undici di Ocean vivono sparsi nel mondo, godendosi i frutti del loro colpo. Ma la pace è destinata a durare poco. Terry Benedict (Andy García), il magnate a cui hanno sottratto 160 milioni di dollari, li rintraccia uno per uno — con la freddezza di un banchiere e la puntualità di un contabile — esigendo indietro ogni centesimo… con tanto di interessi.

Il conto totale? Centonovantasette milioni di dollari.
Il tempo a disposizione? Due settimane.

Una cifra e un margine impossibili persino per undici tra i migliori truffatori del pianeta. L’unica soluzione: tornare a colpire. Ma gli Stati Uniti, dopo il clamore del colpo a Las Vegas, non sono più un terreno sicuro. Così Danny, Rusty (Brad Pitt), Linus (Matt Damon), Basher (Don Cheadle) e il resto del gruppo decidono di attraversare l’oceano per cercare nuove opportunità nel Vecchio Continente.

Dall’America all’Europa: un colpo all’arte del furto

La prima tappa è Amsterdam, dove il gruppo mette gli occhi su un obiettivo tanto raffinato quanto improbabile: il più antico certificato di riserva del mondo, emesso nel 1602 dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. È un colpo che sembra uscito da un manuale di ladri gentiluomini. Ma quando la banda riesce finalmente a penetrare il sistema di sicurezza, scopre che qualcuno li ha battuti sul tempo.

Quel qualcuno è François Toulour, alias NightFox (Vincent Cassel): un ladro francese di fama internazionale, agile come un gatto e vanitoso come una star. È lui a essersi preso gioco della squadra di Ocean, ed è stato lui, come si scopre, a rivelare a Benedict le identità degli undici. Il motivo? Una sfida di orgoglio. Il mentore di NightFox, Gaspar LeMarc, considerato il più grande ladro della storia, aveva definito il colpo di Ocean’s Eleven “una delle più grandi rapine mai realizzate”. Offeso e deciso a dimostrare il contrario, NightFox ha ordito una vendetta sotto forma di competizione.

Il gioco del gatto e del topo: rubare per onore, non per denaro

È qui che Ocean’s Twelve abbandona la struttura classica del “heist movie” e si trasforma in una commedia criminale elegante, quasi astratta. Toulour invita Danny nella sua villa sul Lago di Como e lancia la sfida: rubare il leggendario Uovo dell’Incoronazione, appena arrivato a Roma. Se Ocean e la sua squadra riusciranno nell’impresa, lui stesso pagherà il debito con Benedict. In caso contrario, la gloria — e la libertà — resteranno sue.

Intanto, sullo sfondo, entra in scena Isabel Lahiri (Catherine Zeta-Jones), agente dell’Europol e vecchia fiamma di Rusty. Isabel è l’incarnazione della nemesi perfetta: brillante, metodica, ossessionata dal rispetto delle regole ma segnata da un passato ambiguo. È infatti la figlia di un ladro misterioso, la cui identità verrà rivelata solo nel finale. La sua indagine si muove tra Amsterdam, Roma e il Lago di Como, mentre il film intreccia piani narrativi e temporali come un mazzo di carte truccate.

Il colpo dentro il colpo: quando la truffa è anche un’illusione

Mentre l’Europol stringe la morsa, la banda viene catturata e tutto sembra perduto. Ma Ocean’s Twelve è un film costruito sull’arte del depistaggio. Nulla è come appare, e la linea che separa realtà e messinscena si dissolve. Linus Caldwell, il “novellino” interpretato da Matt Damon, viene messo in prima linea per affrontare gli agenti federali e cede durante l’interrogatorio — o almeno così sembra. Il colpo di scena arriva quando scopriamo che la donna che lo interroga è in realtà sua madre, esperta criminale sotto copertura, che lo libera con un colpo di chiave degno di Houdini.

Nel frattempo, Danny e Tess (Julia Roberts) fanno visita a NightFox nella sua villa sul Lago di Como, dove il francese, compiaciuto, spiega come sia riuscito a rubare l’uovo. Ma la sua sicurezza vacilla quando Ocean gli rivela che quello che ha trafugato è solo una copia: il vero uovo era già stato rubato dalla banda, giorni prima, grazie alle informazioni fornite proprio da LeMarc. Il colpo di scena è doppio — non solo i nostri eroi hanno vinto la sfida, ma scopriamo che LeMarc, mentore di Toulour, era l’architetto invisibile di tutto, il burattinaio che ha orchestrato la rivalità per mettere alla prova il suo allievo e, allo stesso tempo, far riemergere la verità sul proprio passato. Isabel, la poliziotta, scopre infine che LeMarc è suo padre, e la pellicola si chiude con un tenero ricongiungimento, un gesto quasi romantico dentro un mondo dominato dall’astuzia.

Soderbergh e l’arte dell’equilibrio tra glamour e sperimentazione

Con Ocean’s Twelve, Steven Soderbergh realizza uno dei sequel più particolari e divisivi degli ultimi anni. Meno lineare del primo, più sofisticato e volutamente disorientante, il film abbandona la struttura classica per immergersi in un linguaggio visivo e narrativo che flirta con l’avanguardia. L’uso di lenti decentrate, filtri caldi, montaggi spezzati e improvvisi cambi di tono costruisce un mosaico che sembra più vicino a un album fotografico di moda che a un classico film d’azione.

Il regista sembra divertirsi a confondere lo spettatore, a rompere le regole del “genere heist” per raccontare qualcosa di più astratto: la vanità del talento, la fragilità del mito del ladro perfetto, l’eterna rivalità tra maestro e allievo. Tutto condito con la leggerezza irresistibile di un cast che funziona come una jazz band: Clooney e Pitt suonano all’unisono, Damon fa da spalla perfetta, e la Zeta-Jones aggiunge la giusta dose di fascino malinconico.

Il colpo riuscito — o forse no

Alla fine, Ocean’s Twelve è un film che divide. Chi si aspettava il ritmo serrato e la chiarezza del primo capitolo potrebbe sentirsi spiazzato. Ma chi accetta il gioco di Soderbergh scoprirà un film più libero, più europeo, quasi una commedia di spie à la Jules Dassin, dove il piacere non sta nel colpo in sé, ma nel modo in cui viene raccontato.

Il bottino, stavolta, non è nei milioni rubati, ma nello stile. E quello, Clooney e soci, lo possiedono in abbondanza.

Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco: il colpo perfetto di Soderbergh che ruba il cuore del pubblico

Nel dicembre del 2001, tra le luci di Natale e i riflessi al neon di Las Vegas, Steven Soderbergh firma uno dei film più brillanti e stilosi dell’anno: Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco. Un remake sì, ma con un’anima tutta nuova, scintillante e perfettamente calibrata per il nuovo millennio. Il regista di Traffic e Erin Brockovich riprende il classico Colpo grosso del 1960 – quello con Frank Sinatra e il mitico Rat Pack – e lo trasforma in un raffinato esercizio di stile tra noir, commedia e heist movie, in cui eleganza e ingegno si intrecciano a ritmo di swing.

Appena uscito di prigione, Danny Ocean (un George Clooney nel pieno della sua aura da divo d’altri tempi) non ha alcuna intenzione di rimanere un uomo qualunque. Il suo piano è tanto ambizioso quanto impossibile: svaligiare contemporaneamente tre dei più celebri casinò di Las Vegas – il Bellagio, il Mirage e l’MGM Grand – tutti di proprietà del glaciale magnate Terry Benedict (Andy Garcia). Ma non si tratta solo di soldi. In ballo c’è anche il cuore: quello di Tess (Julia Roberts), l’ex moglie di Danny, ora legata proprio a Benedict. E così la rapina diventa, in un certo senso, una storia d’amore camuffata da impresa criminale.

A condividere l’azzardo, una banda di undici specialisti del furto, ognuno con un ruolo preciso e un talento unico. Accanto a Clooney, Brad Pitt nei panni del suo inseparabile complice Rusty Ryan, affascinante e sarcastico quanto basta per bilanciare il carisma del protagonista. Poi ci sono Matt Damon, giovane e ambizioso Linus, il funambolico acrobata Shaobo Qin (Yen), i fratelli Malloy, casinisti professionisti e piloti spericolati (interpretati da Scott Caan e Casey Affleck), e ancora l’hacker Livingston Dell (Eddie Jemison), il croupier Frank Catton (Bernie Mac), l’esperto di esplosivi Basher Tarr (Don Cheadle), l’anziano truffatore Saul Bloom (Carl Reiner) e il miliardario in pensione Reuben Tishkoff (Elliott Gould), che finanzia l’impresa per vendetta.

Soderbergh orchestra tutto con precisione chirurgica e ironia contagiosa: ogni scena è un tassello di un puzzle perfetto, dove la tensione e la leggerezza convivono in equilibrio raro. La costruzione del piano – tra simulazioni, duplicazioni, stratagemmi tecnologici e colpi di scena – è un piacere per gli occhi e per la mente, tanto che lo spettatore finisce per tifare spudoratamente per i ladri. Ogni dettaglio visivo, ogni battuta e movimento di macchina raccontano la cura maniacale di un regista che trasforma una rapina in un balletto elegante e ingannevole.

Ma Ocean’s Eleven non è solo un esercizio di stile: è un’ode alla collaborazione e al genio collettivo, un film che celebra l’amicizia e la complicità maschile, pur mantenendo un’anima malinconica. Dietro ai sorrisi smaglianti e ai completi Armani, si intravede il desiderio di riscatto di un uomo che cerca di riappropriarsi non solo dei soldi, ma della propria dignità e del proprio amore perduto.

La sceneggiatura – firmata da Ted Griffin, ma basata sull’idea originale di George Clayton Johnson – non spreca una parola. Ogni dialogo è cesellato con brillantezza, giocando su tempi comici e battute taglienti, in perfetto equilibrio tra sofisticazione e leggerezza. E la colonna sonora di David Holmes, tra jazz, lounge e funky retrò, è la ciliegina che completa il gusto raffinato del film.

Il l cinema americano sembra aver ritrovato il suo spirito cool, quello delle rapine impossibili e dei criminali gentiluomini. Ocean’s Eleven diventa subito un cult, l’inizio di una saga che negli anni successivi darà vita a Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen, consolidando il mito della banda di Danny Ocean e del suo fascino inossidabile. A distanza di pochi giorni dall’uscita nelle sale, il pubblico già parla di capolavoro pop, di rinascita del genere heist e di un nuovo modo di fare intrattenimento intelligente. Soderbergh – con il suo stile lucido, raffinato e modernissimo – firma un film che non ruba solo 150 milioni di dollari ai casinò di Las Vegas, ma anche il cuore degli spettatori.

E quando, sulle ultime note jazzate, Clooney e Pitt si scambiano uno sguardo di complicità davanti alle fontane del Bellagio, capiamo che il colpo è riuscito alla perfezione: non solo a Danny Ocean, ma anche a Steven Soderbergh.