La mia generazione ha imparato a misurare il tempo in modi strani. Non solo con le stagioni della vita, ma con le sigle dei cartoni animati, con l’uscita in edicola del numero nuovo, con l’attesa tra un episodio e l’altro di una serie che oggi divoriamo in binge watching. Per noi che siamo cresciuti con UFO Robot Goldrake e poi abbiamo attraversato l’epoca delle fumetterie polverose, delle prime connessioni 56k e dei forum pieni di flame, il tempo non è mai stato una linea retta. È sempre stato un cerchio. O forse un quadrante.
E allora il titolo “Dodici” non è soltanto un numero. È una dichiarazione d’intenti.
Un’antologia che ragiona in dodicesimi
“Dodici” è il primo volume antologico firmato da Nuova Editoria Organizzata, ma definirlo semplicemente “antologia” sarebbe riduttivo. L’idea che lo sostiene è più affascinante di quanto sembri: cinque autori partono ognuno per conto proprio, scrivono e disegnano storie autonome, senza un tema imposto, senza un manifesto programmatico. Solo in un secondo momento, quasi come in un montaggio cinematografico, emerge una vibrazione comune. Un filo invisibile. Il Tempo.
Dodici tavole per ogni storia. Dodici come le ore che scandiscono la giornata. Dodici come le note della scala cromatica. Struttura matematica, sì, ma anche simbolica. Un impianto rigoroso che ospita quattro racconti, quattro prospettive, quattro stagioni emotive che si specchiano nei quadranti di un orologio ideale.
A chi è cresciuto leggendo fumetti negli anni Ottanta e Novanta questa scelta parla in modo chiaro. Il limite delle tavole non è una gabbia, è una sfida. È l’equivalente di quei manga che dovevano chiudere un capitolo con un cliffhanger perfetto perché la rivista settimanale non perdonava. È disciplina narrativa. È ritmo.
Il tempo come memoria, ferita e rinascita
Uno dei racconti ci porta a Vardø, nel 1617, tra pescatori e tragedie realmente accadute. “Sul ricordo di un dolore” di Laura Milone affonda le mani in un passato remoto eppure attualissimo. Il tempo qui non consola, non cancella. Stratifica. Resta addosso come il sale sulle reti. È una storia che parla di comunità, di ricostruzione, ma anche di quella zona d’ombra che ogni evento traumatico lascia dietro di sé. Leggendola, ho pensato a quante volte il fumetto storico sia stato considerato un genere minore, salvo poi rivelarsi uno strumento potentissimo per riflettere sull’oggi.
Alessandro Rippa, con “Fai il bravo”, sposta l’asse sulla crescita. Diventare adulti non è mai stato un processo lineare, e chi, come me, ha attraversato il passaggio dall’analogico al digitale lo sa bene. Il racconto sembra muoversi tra immobilità e scatto improvviso, tra il desiderio di restare bambini e la necessità di accettare le “sbucciature” dell’età adulta. Non è una storia consolatoria. È una presa di coscienza. E parla anche ai ventenni di oggi, che magari non hanno vissuto l’attesa per la puntata settimanale, ma conoscono benissimo il peso delle aspettative.
Poi arriva il titolo che spiazza, che graffia: “Tanti auguri, Vaffanculo!” di Francesco Orlando ai testi e Arianna Melone ai disegni. Qui il tempo è quello delle relazioni che finiscono, dei volti che sbiadiscono, dei ricordi che diventano più nitidi proprio mentre la presenza si dissolve. C’è cinismo, sì, ma anche una forma di poesia sporca, urbana. L’amore e la rottura raccontati come una questione di stile, quasi come scegliere quale copertina mettere a un album che segna un’epoca della nostra vita.
E infine “Overture” di Mattia Tassaro. Dal buio alla luce. Dal nulla all’urlo. Una riflessione sulla nascita che ha qualcosa di primordiale. Qui il tempo è origine, è esplosione, è il primo battito che inaugura tutto ciò che verrà. Leggendo queste tavole ho pensato a quanto il fumetto, spesso considerato linguaggio “di mezzo”, sia in realtà uno degli strumenti più puri per raccontare l’inizio di ogni cosa.
Fumetto breve, sperimentazione lunga
Quello che mi colpisce di “Dodici” non è solo il tema comune, ma la scelta della forma breve come laboratorio. In un’epoca in cui le saghe sembrano dover durare all’infinito, in cui ogni universo narrativo punta alla serialità perpetua, fermarsi a dodici tavole è un atto quasi rivoluzionario.
La narrazione breve costringe all’essenziale. Taglia il superfluo. Amplifica ogni silenzio, ogni inquadratura, ogni parola. È un po’ come quei cortometraggi che, in dieci minuti, riescono a dirti più di certe serie da otto stagioni.
Anche l’idea di assegnare a ogni storia una copertina ispirata alla cover di un album musicale non è un semplice vezzo grafico. È una dichiarazione culturale. Fumetto e musica, tavole e tracce. Per chi ha vissuto l’epoca dei CD masterizzati e delle compilation registrate su cassetta, il parallelo è immediato. Ogni storia è un brano. L’antologia è un concept album.
Tra carta, web e community
Le prime tavole di “Dodici” saranno disponibili gratuitamente sul sito ufficiale di Nuova Editoria Organizzata. Una scelta intelligente. Far assaggiare il progetto, invitare alla scoperta, creare aspettativa. In fondo chi ha attraversato la nascita del web italiano sa bene quanto sia cambiato il modo di avvicinarsi a un’opera. Prima si comprava a scatola chiusa. Oggi si esplora, si condivide, si commenta.
Ed è qui che il discorso si allarga. Un progetto come questo non vive solo sulla carta. Vive nella discussione, nel passaparola, nei thread, nei commenti sotto un post condiviso su Facebook o su Instagram. Vive nelle storie Instagram dei giovani autori che cercano una voce. Vive nel confronto tra generazioni che hanno vissuto il fumetto in modi diversi.
Per chi, come me, ha visto nascere realtà come Satyrnet e ha creduto fin dall’inizio che dietro un fumetto non ci fosse infantilismo ma cultura, sapere e identità, progetti come “Dodici” sono una conferma. Il fumetto italiano non ha smesso di interrogarsi. Non ha smesso di sperimentare.
Il tempo, alla fine, siamo noi
“Dodici” parla di tempo, ma in realtà parla di noi. Delle nostre perdite, delle nostre crescite, dei nostri inizi e delle nostre fini. Parla di come ogni generazione rilegge le stesse domande con strumenti diversi. Io l’ho fatto con Goldrake, con Dylan Dog, con i primi manga importati in edizione ballerina. Oggi lo si fa con graphic novel raffinatissime, con webcomic, con storie che nascono su tablet e finiscono in stampa di pregio.
Il punto non è stabilire quale epoca sia stata migliore. Il punto è capire che il tempo non è un nemico. È materia narrativa. È ritmo. È misura.
E allora la vera domanda la giro a voi che state leggendo su CorriereNerd.it: quanto conta, oggi, il tempo in quello che leggiamo? Preferite l’epica dilatata delle saghe infinite o la precisione chirurgica di dodici tavole che ti restano dentro?
Parliamone nei commenti, sui nostri social, nei gruppi. Perché il fumetto vive di dialogo. E forse, in fondo, ogni dodici ore ricomincia un nuovo quadrante anche per noi.
