Un titolo come Un diavolo muto. Storie da Gaza non cerca scorciatoie emotive, non addolcisce l’impatto, non trasforma il dolore in una confezione elegante da scaffale: arriva con la durezza di una frase che resta addosso, perché raccontare la guerra, soprattutto attraverso il fumetto, significa assumersi una responsabilità enorme, quasi fisica, fatta di segni, pause, volti, silenzi e dettagli che la cronaca spesso lascia evaporare nella velocità del flusso digitale. Il nuovo graphic reportage scritto da Marco Rizzo, in uscita in libreria il 1° settembre per Tunué in collaborazione con EMERGENCY, appartiene a quella famiglia di opere che usano il linguaggio sequenziale non per rendere “più accessibile” una tragedia, ma per restituire spazio umano a ciò che rischia di diventare soltanto un numero, una breaking news, una schermata che scorre tra una notifica e l’altra.
La Striscia di Gaza, dal 7 ottobre 2023, è entrata con una violenza quasi insostenibile nell’immaginario collettivo contemporaneo, ma proprio l’esposizione continua alle immagini della guerra può produrre uno dei cortocircuiti più terribili della nostra epoca: vedere tutto e, lentamente, non riuscire più a sentire davvero niente. Il fumetto, nella sua forma più adulta e giornalistica, può fare l’opposto. Può rallentare lo sguardo. Può obbligarci a restare su un volto un secondo in più. Può trasformare un ospedale bombardato, una fila per il cibo, il ronzio di un drone, il sonno spezzato di un bambino o la stanchezza di un medico in una sequenza che non passa via come un video visto distrattamente sul telefono. Marco Rizzo conosce bene questa grammatica, perché il graphic journalism italiano lo ha visto lavorare da anni su frontiere scomode, biografie dense, storie civili e ferite politiche che chiedono precisione prima ancora che enfasi, e con Un diavolo muto sceglie una via corale, affidando otto storie a fumetti a un gruppo di autori e autrici capaci di tradurre la testimonianza in racconto visivo senza togliere gravità alla realtà da cui tutto nasce.

Boban Pesov, Simona Binni, Lelio Bonaccorso, La Tram, nome d’arte di Margherita Tramutoli, Cammamoro, ovvero Antonio Cammareri, Elena Mistrello, Claudio Stassi e Sualzo compongono una squadra di matite e sensibilità molto diverse tra loro, con la copertina firmata da Manuel Fior, e questa varietà non è un dettaglio decorativo, perché in un’opera del genere lo stile non funziona come semplice firma estetica, ma come modo di ascoltare. Ogni tratto può avvicinarsi alla paura in maniera differente, ogni volto può contenere un diverso grado di distanza, pudore, rabbia, compassione, e forse proprio qui il fumetto mostra una delle sue qualità più potenti: non riproduce il reale con l’illusione di neutralità della macchina, ma lo attraversa con una mano umana, visibile, vulnerabile, costretta a scegliere dove poggiare la linea e dove invece lasciare bianco, vuoto, sospensione.
Il volume nasce dalle testimonianze raccolte dal team di EMERGENCY nella Striscia di Gaza, dove l’organizzazione è presente da agosto 2024 e dove, nonostante il blocco degli aiuti e la scarsità drammatica di farmaci essenziali, riesce a visitare in media circa trecento pazienti al giorno. Già questo dato, letto freddamente, basterebbe a suggerire la scala dell’emergenza, ma Un diavolo muto. Storie da Gaza sembra voler andare esattamente oltre la freddezza del dato, riportandolo alla sua sostanza più concreta: dietro ogni visita c’è un corpo, dietro ogni corpo una biografia, dietro ogni biografia una rete di affetti, abitudini, memorie, desideri interrotti, e dietro ogni storia una domanda che non dovrebbe mai diventare retorica, quella su quanto rapidamente una comunità possa essere spinta a vivere dentro una normalità deformata dalla guerra.
A rendere ancora più netto il senso dell’operazione è la collaborazione con la campagna R1PUD1A, promossa da EMERGENCY per trasformare il ripudio della guerra in una pratica condivisa, visibile e partecipata. La parola “ripudio”, in Italia, ha un peso preciso, quasi inciso nella memoria civile, e vederla passare dentro un progetto a fumetti non significa alleggerirla, ma portarla in uno spazio abitato anche da lettori che magari sono cresciuti con manga, comics, graphic novel, tavole online, webtoon e reportage disegnati letti tra una convention e una libreria indipendente. La cultura nerd, quella vera, non è mai stata soltanto evasione, anche se l’evasione resta una sua forma legittima di sopravvivenza emotiva. Il fumetto ha raccontato supereroi e mostri, galassie lontane e futuri distopici, ma ha anche imparato a guardare Auschwitz, la Palestina, i Balcani, l’America ferita, le migrazioni, le mafie, le dittature, le periferie, le carceri, le rivoluzioni mancate. Da Maus ad Art Spiegelman fino a Joe Sacco, da Zerocalcare al graphic journalism più recente, il linguaggio delle vignette ha dimostrato che una tavola può portare addosso un peso storico enorme senza perdere la propria identità narrativa.
Qui, però, non siamo davanti a un esercizio di stile o a una trasposizione “artistica” della tragedia. Il punto sembra un altro, più scomodo e più necessario: raccontare Gaza attraverso le persone che la guerra la attraversano ogni giorno, medici, infermieri, pazienti, cittadini, famiglie costrette a ricalcolare l’esistenza intorno a gesti minimi che altrove sarebbero banali e che lì possono diventare una questione di vita o di morte. Cercare cibo. Raggiungere un ospedale. Dormire mentre sopra la testa continua il ronzio dei droni. Tenere insieme i bambini con parole che non bastano più. Curare senza medicine sufficienti. Restare umani mentre intorno tutto sembra spingere verso il contrario.
Il titolo, Un diavolo muto, porta con sé una frase antica e durissima: chi tace sulla verità è un diavolo muto. Letta oggi, dentro il rumore assordante della comunicazione globale, suona quasi paradossale, perché il nostro problema non sembra il silenzio, almeno in apparenza, ma l’eccesso di parole, immagini, commenti, slogan, accuse, difese, semplificazioni. Eppure il silenzio può nascondersi anche dentro il frastuono, soprattutto quando il dolore degli altri viene consumato, archiviato, discusso come un argomento da schieramento e poi abbandonato. Un graphic reportage come questo prova a sottrarsi a quella trappola, scegliendo il tempo lento della lettura, il rapporto intimo tra occhio e pagina, il ritmo della sequenza disegnata che non impone soltanto di sapere, ma di fermarsi.
L’arrivo in libreria il 1° settembre e la presentazione in anteprima nazionale al Festival di EMERGENCY il 5 settembre a Reggio Emilia collocano Un diavolo muto. Storie da Gaza dentro un percorso che non riguarda solo il mercato editoriale, ma anche la discussione pubblica sul ruolo del fumetto come strumento di testimonianza. Perché sì, siamo abituati a parlare di graphic novel come di un formato ormai maturo, rispettato, studiato, premiato, ma ogni volta che un’opera sceglie di misurarsi con il presente più doloroso quella maturità viene rimessa alla prova. Non basta disegnare bene, non basta scrivere con intensità, non basta avere un tema urgente. Serve una postura etica, una cura del racconto, una capacità di non appropriarsi delle voci altrui e, allo stesso tempo, di non lasciarle disperdere. La presenza di EMERGENCY in questo processo diventa allora fondamentale, perché le storie non nascono da un’immaginazione esterna, ma da testimonianze raccolte sul campo, da un lavoro medico e umanitario che vive dentro la stessa realtà raccontata.
Per chi frequenta CorriereNerd.it con la testa piena di fumetti, cinema, serie TV, videogiochi e cultura pop, un libro del genere può sembrare lontano dai territori più immediatamente “geek”, e invece basta spostare lo sguardo di un millimetro per capire quanto sia vicino alla parte più profonda della nostra passione. Il fumetto, prima di essere franchise, collezionismo, variant cover, adattamento streaming o annuncio da panel, è linguaggio. È montaggio. È empatia costruita attraverso il tempo e lo spazio della pagina. È la possibilità di far convivere un primo piano e una rovina, una frase trattenuta e una scena collettiva, una memoria individuale e una catastrofe storica. Leggere un graphic reportage su Gaza significa anche ricordarsi che la nona arte non serve soltanto a creare mondi alternativi, ma può riportarci brutalmente dentro il nostro, costringendoci a guardarlo senza filtri consolatori.
Le otto storie raccolte nel volume sembrano muoversi proprio lungo questa tensione: da una parte l’esperienza concreta della sopravvivenza quotidiana, dall’altra la necessità di comporre un racconto capace di raggiungere chi è lontano, chi osserva da un paese in pace, chi magari si sente impotente o stanco davanti alla complessità del conflitto. La fame, la paura, gli ospedali colpiti, le carenze sanitarie, il lutto, l’infanzia ferita, la resistenza silenziosa di chi continua a curare e a vivere non vengono proposti come simboli astratti, ma come materia narrativa. Ed è qui che il graphic journalism rivela la sua forza più particolare: non pretende di sostituire l’inchiesta, il reportage video o il lavoro degli inviati, ma apre una zona diversa, emotiva e documentaria insieme, dove la realtà può essere rielaborata senza essere tradita.
Marco Rizzo, nel costruire questo percorso, porta con sé una consapevolezza rara: il fumetto civile funziona solo se non urla più forte delle storie che racconta. Serve misura, anche davanti all’orrore. Serve rispetto per il lettore, ma soprattutto per chi ha parlato, per chi ha consegnato una testimonianza sapendo che sarebbe diventata disegno, dialogo, sequenza. Il rischio, in opere di questo tipo, è sempre quello di trasformare il dolore in retorica o di rendere estetica la sofferenza. La scelta di affidare le tavole a otto firme differenti può diventare, invece, un modo per frammentare il punto di vista, per evitare una voce unica e totalizzante, per far percepire la guerra come una somma di esperienze non sovrapponibili. Gaza non è un’icona piatta, non è un fondale, non è una parola da usare come scorciatoia emotiva. È fatta di persone. Il fumetto, se usato con rigore, può ricordarcelo con una delicatezza che non coincide mai con la debolezza.
Pensare ai bambini che si addormentano con il ronzio dei droni come rumore di fondo fa venire in mente tutte le distopie che abbiamo letto, visto, giocato, da quelle cyberpunk a quelle post-apocalittiche, con la differenza abissale che qui non stiamo parlando di worldbuilding, ma di vita reale. E forse il cortocircuito per un lettore nerd è proprio questo: riconoscere scenari che la cultura pop ha trasformato in immaginari narrativi e scoprire che, per qualcuno, quella tensione non finisce con i titoli di coda, non si chiude salvando la partita, non concede respawn. La guerra, raccontata da chi cura ferite e raccoglie storie, non possiede la pulizia coreografica dell’azione cinematografica. È disordine, attesa, paura, mancanza, stanchezza, e il fumetto può restituire anche ciò che l’immagine spettacolare fatica a contenere: il peso dell’intervallo, il tempo sospeso tra un’esplosione e una medicazione, tra una perdita e il tentativo di restare vivi.
Un diavolo muto. Storie da Gaza si rivolge certamente ai lettori interessati all’attualità, ai diritti umani e al giornalismo a fumetti, ma sarebbe riduttivo chiuderlo in una nicchia “impegnata”, come se certe letture appartenessero soltanto a chi cerca esplicitamente opere civili. Un libro così parla anche a chi ama il fumetto perché sa che le immagini disegnate possono rimanere nella memoria con una forza diversa dalle fotografie, meno immediate forse, ma più persistenti, quasi sedimentate. Parla a chi ha capito che la cultura pop non vive separata dalla storia, perché ogni immaginario nasce dentro un tempo, e il nostro tempo porta ferite che nessun fandom maturo può fingere di non vedere.
Tunué, portando in libreria questo graphic novel, conferma ancora una volta quanto il fumetto italiano contemporaneo sia capace di muoversi tra generi, pubblici e urgenze senza perdere qualità editoriale. La presenza di una copertina firmata da Manuel Fior aggiunge un ulteriore elemento di riconoscibilità artistica a un progetto già forte per impianto e intenzione, mentre il gruppo di disegnatori coinvolti costruisce una sorta di mosaico narrativo in cui ogni frammento contribuisce a far emergere una verità più ampia: la guerra non è mai una singola storia, ma una moltiplicazione di vite spezzate, spostate, costrette a reinventarsi nel pericolo.
Resta addosso, soprattutto, l’idea che il silenzio non sia solo assenza di parole, ma anche rinuncia alla complessità, pigrizia dello sguardo, abitudine a non lasciarsi più attraversare da ciò che accade altrove. Il fumetto, con la sua capacità di unire racconto e testimonianza, può diventare un antidoto parziale ma prezioso a questa anestesia. Non salva il mondo, non ferma le bombe, non sostituisce l’azione politica o umanitaria, ma può impedire che una voce venga cancellata due volte: prima dalla violenza della guerra, poi dall’indifferenza di chi guarda da lontano.
Forse è questo il punto più difficile e più necessario di Un diavolo muto. Storie da Gaza: ricordarci che leggere non è mai un gesto completamente innocente, soprattutto quando una pagina porta dentro di sé testimonianze reali, ospedali sotto pressione, fame, paura, medici che continuano a lavorare, pazienti che resistono, cittadini che cercano di restare persone mentre tutto intorno sembra volerli trasformare in statistiche. Il 1° settembre questo graphic reportage arriverà sugli scaffali, e ognuno potrà decidere come avvicinarsi a quelle otto storie. Magari con timore, magari con rabbia, magari con la sensazione di non essere pronto. Però certe opere non chiedono di essere affrontate con una risposta già pronta, chiedono qualcosa di più scomodo: restare sulla pagina, ascoltare, e poi continuare a parlarne anche dopo aver chiuso il libro.







