La croce al merito di guerra veniva consegnata a chi aveva resistito almeno cinque mesi in zona di combattimento, oppure a chi era rimasto ferito o aveva perso la vita durante un’azione. Un simbolo pesante, carico di fango, sangue e silenzi. Un oggetto che oggi si può trovare anche su eBay a venti euro, scorrendo distrattamente tra vecchie medaglie e cimeli, come se la memoria potesse essere messa all’asta. È da questo cortocircuito emotivo, tra memoria storica e presente disincantato, che nasce Tapum, il romanzo grafico con cui Leo Ortolani spiazza, ferisce e commuove come non aveva mai fatto prima.
Pubblicato qualche giorno fa, Tapum è un colpo secco, uno sparo che riecheggia nella testa anche dopo aver chiuso il volume. Il titolo arriva da una canzone scritta dal soldato bresciano Nino Piccinelli proprio durante la battaglia del Monte Ortigara, uno degli episodi più assurdi e sanguinosi della Prima guerra mondiale. “Ta” è il colpo che arriva, “pum” è l’eco che segue, come un destino già deciso. Non è solo onomatopea: è una sentenza. Ed è anche la chiave di lettura di un’opera che rifiuta l’eroismo e smonta la retorica pezzo dopo pezzo.
La storia è ambientata durante la battaglia del Monte Ortigara, sull’Altopiano dei Sette Comuni. Un luogo che oggi si può visitare in silenzio, tra sacrari e lapidi, ma che nel 1917 era un inferno di roccia, gelo e ordini insensati. Ortolani racconta quel massacro seguendo due personaggi: il tenente Mariani e il capitano Dolon. I loro volti non sono casuali. Mariani ha le sembianze dell’autore stesso, mentre Dolon porta quelle di Andrea Pennacchi. Una scelta potente, quasi una dichiarazione di responsabilità: questa storia ci riguarda, non è un reperto museale.
L’idea di Tapum nasce proprio dall’incontro tra Ortolani e Pennacchi e dalla lettura de La guerra dei Bepi, un libro che racconta la Grande Guerra dal punto di vista dei soldati veneti. Da lì parte un lavoro di documentazione ossessivo: libri di storia, film, canti alpini ascoltati fino allo sfinimento, visite sui luoghi reali delle battaglie. Non per ricostruire una cronaca fredda, ma per restituire l’odore del fango, la paura che ti entra sotto la pelle, la sensazione costante di essere sacrificabili.
Il paragone più immediato è con La grande guerra di Mario Monicelli. Anche qui la guerra non viene raccontata attraverso generali o strategie, ma filtrata dagli occhi di uomini comuni, travolti da una macchina più grande di loro. Come nel film, l’ironia esiste, ma è amara, tagliente, mai consolatoria. Serve a sopravvivere, non a sdrammatizzare.
Chi conosce Ortolani per Rat-Man, per le parodie scatenate e il ritmo comico chirurgico, potrebbe restare spiazzato. In Tapum la battuta facile viene accantonata. L’umorismo rimane, sì, ma è nero come la notte in trincea. A incarnarlo è soprattutto la Morte, personificata in modo disturbante e paradossalmente ironico, l’unica figura che sembra muoversi con naturalezza in quell’inferno. Fa sorridere, ma con i denti serrati. Quel sorriso che arriva quando capisci che stai ridendo per non crollare.
Anche dal punto di vista grafico Tapum segna una rottura netta. Ortolani abbandona il segno pulito e controllato per una china acquerellata sporca, imprevedibile, difficile da domare. Le tavole sembrano macchiate, vissute, quasi corrose. Una scelta tecnica che diventa metafora: la guerra non è mai ordinata, non segue linee dritte. È caos, è fango, è sangue. Come ha raccontato lo stesso autore, un soldato non ne esce mai pulito. Nemmeno chi torna a casa.
Il volume è stato pubblicato da Feltrinelli Comics il 28 ottobre 2025 ed è stato presentato al Lucca Comics & Games. Vederlo lì, tra cosplay, stand colorati e code festanti, crea un contrasto straniante. Eppure funziona. Perché Tapum non è un fumetto che vuole essere “diverso” per posa. È diverso perché necessario.
La forza dell’opera sta proprio nel suo rifiuto di ogni glorificazione. Niente eroi, niente bandiere sventolate con orgoglio. Solo giovani mandati a morire per pochi metri di roccia, fucilazioni sommarie, decimazioni, ordini impartiti da chi non vedeva il fronte. E in mezzo, ostinata, fragile, commovente, la volontà di restare umani. Una battuta sussurrata, un gesto di solidarietà, un pensiero che va a casa.
Tapum è un pugno nello stomaco. Di quelli dati bene. Fa male, ma serve. Le metafore della Patria e della Morte sono magnifiche e inquietanti, tristemente attuali in un mondo che continua a riscoprire la guerra come soluzione. Ortolani riesce in qualcosa di rarissimo: farti venire la pelle d’oca e, un attimo dopo, strapparti un sorriso amaro mentre ti racconta com’è l’inferno sulla Terra.
Non è solo uno dei lavori più maturi di Leo Ortolani. È un fumetto necessario, che dimostra come il medium possa raccontare la Storia con una potenza emotiva che pochi altri linguaggi riescono a eguagliare. Finita l’ultima pagina, resta il silenzio. E quell’eco lontana: ta-pum.
E adesso la palla passa a voi. Lo avete letto? Vi ha colpiti come ha colpito noi? Parliamone, perché certe storie non dovrebbero mai restare chiuse in un cassetto… o vendute a venti euro online.
