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E se Halloween avesse origine in Molise?

Halloween. Basta pronunciare questa parola e la mente corre subito a notti nebbiose, dolcetto o scherzetto, fantasmi e zucche intagliate. Un immaginario pop, potentissimo, che arriva dritto dritto dagli Stati Uniti e dall’Irlanda. Ma cosa succederebbe se vi dicessimo che, ben prima che Jack-o’-lantern diventasse l’icona globale della festa più spettrale dell’anno, in Italia, e più precisamente nel cuore verde del Molise, esistevano rituali antichi e sorprendentemente simili? Lasciate da parte i cliché e preparatevi a un viaggio affascinante, un’immersione nelle leggende e nelle tradizioni di una terra che, come i suoi monti, nasconde segreti inaspettati.

Benvenuti a Carovilli, un piccolo e incantevole borgo molisano dove la notte di Ognissanti non si balla al ritmo di una festa importata, ma si celebra una ricorrenza dal nome intrigante e un po’ inquietante: la “Mort cazzuta”. No, non è una macabra invenzione, ma un’espressione dialettale che significa semplicemente “morte tagliata”, e rimanda direttamente all’usanza di intagliare le zucche. Non è una mera coincidenza, ma l’eco di una tradizione così profonda da farci riconsiderare tutto quello che pensavamo di sapere sul Giorno dei Morti.

Il Rito del ‘R’cummit’: dove i vivi e i morti si siedono a tavola

Il cuore pulsante di questa usanza è il ‘R’cummit’, un convito che non è solo una cena, ma un vero e proprio rito di connessione con gli antenati. Immaginate la scena: la famiglia si riunisce attorno a un tavolo, l’aria profuma di tradizione e sapori autentici. Il piatto forte? Le “Sagne e jierv”, un piatto povero e ricco al tempo stesso, fatto di sagnette di acqua e farina condite con verza e pancetta di maiale. Non una pietanza qualunque, ma il simbolo di un legame che attraversa le generazioni.

La magia, però, si compie a fine pasto. In un gesto di profondo rispetto, una porzione di sagne non viene mangiata, ma lasciata sul davanzale. Questa offerta culinaria, carica di significato, è destinata ai cari defunti, perché possano nutrirsi e sentirsi ancora parte della famiglia. Un atto di amore e di memoria che va oltre il visibile e il tangibile, e che trova il suo parallelo in una tradizione ancora più iconica.

Accanto al piatto, infatti, compare una zucca svuotata e intagliata, con una candela accesa all’interno. La luce fioca che filtra dagli occhi e dalla bocca mostruosa non ha il solo scopo di spaventare i passanti, ma ha un significato ancestrale: quello di fare da faro, di guidare le anime dei defunti nel loro ritorno a casa per la notte. Un’usanza che risuona in modo sorprendente con la leggenda del fabbro Jack, anche se qui non si tratta di un’anima errante, ma di un abbraccio tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti.

Oltre Carovilli: il Molise e il fascino della zucca intagliata

La “Mort cazzuta” non è un’esclusiva di Carovilli. Tradizioni simili, tutte legate alla zucca intagliata, si ritrovano anche in altri borghi molisani come Montemitro e Pescolanciano. Qui, le zucche illuminate venivano posizionate sui davanzali o negli angoli più bui del paese per incutere timore e, allo stesso tempo, mostrare un rispetto quasi sacro per l’aldilà. In un’epoca senza effetti speciali, le zucche illuminate e le ombre danzanti erano il perfetto scenario per racconti e leggende.

Ma il Molise nasconde altri segreti. Si narra che in alcune aree, dopo aver accompagnato il feretro al cimitero, i parenti lasciassero la casa vuota per un giorno e una notte interi. Un gesto di delicata cortesia, un invito silenzioso al defunto a tornare per un’ultima visita, in un ambiente familiare e sereno. Un’usanza che ci ricorda come, in passato, il rapporto con la morte fosse meno un tabù e più un passaggio naturale e rispettoso.

A completare questo quadro affascinante, c’era anche l’usanza dei questuanti: gruppi di persone che giravano di porta in porta, non per chiedere dolcetti, ma per raccogliere legumi e frutta di stagione, un’altra pratica che rinsaldava il senso di comunità e di solidarietà.


Un’eredità che resiste

In un mondo sempre più globalizzato, dove le tradizioni rischiano di svanire, queste usanze molisane resistono, testimoniando un legame indissolubile con la storia e la cultura popolare. La “Mort cazzuta” non è solo una festa, ma una narrazione, un viaggio nel tempo che ci dimostra come le leggende e i miti possano avere radici comuni in luoghi diversissimi. Che si tratti di un antico rito celtico o di un’usanza contadina del Molise, la notte tra Ognissanti e il Giorno dei Morti continua a essere un momento di mistero e di ricordo, dove il velo tra i mondi si fa più sottile.

La prossima volta che vedrete una zucca intagliata, fermatevi un attimo a pensare. Magari non è arrivata dall’Irlanda, ma da una piccola finestra che affaccia sulle colline del Molise, dove un tempo lontano, una candela accesa guidava i passi di chi non c’era più. E se pensavate che Halloween fosse solo un’esclusiva d’oltreoceano, vi invitiamo a scoprire le affascinanti e antiche tradizioni che la nostra Italia, con le sue meraviglie nascoste, ha da offrire.

E voi? Conoscevate queste tradizioni? Quali sono le leggende o i riti che rendono speciali le vostre notti di fine ottobre? Condividete questo articolo sui vostri social e commentate qui sotto per farci conoscere le vostre storie e le vostre esperienze! La cultura nerd e la storia si incontrano, e noi non vediamo l’ora di scoprire cosa avete da raccontarci!

tratto da La Terra in Mezzo

Mazzamauriello e Zi’ Monaca 

Nora, detta anche Zi’ Monaca era una donna di umili origini che aveva appunto deciso di farsi suora. Un giorno, mentre svolgeva i lavori domestici si ritrovò in casa un essere minuscolo, dal sorriso beffardo e gli occhi lucidi, il viso tempestato di lentiggini e il naso all’insù. Si trattava di Mazzamauriello un folletto che era solito fare dispetti ma che poteva diventare pericoloso qualora venisse rivelata la sua presenza.

Se trattato bene il folletto avrebbe portato benefici, altrimenti avrebbe ucciso lo sventurato con il suo anello magico. Per molti anni il folletto visse con Zi’ Monaca continuando a farle dispetti di ogni sorta, mettendo subbuglio in casa, sparendo e riapparendo all’improvviso, trasformandosi  e ridendo. Spesso però, pentito, si faceva perdonare regalando delle monete alla suora, che accettava solo il necessario, fedele ai suoi voti.

Un giorno, mentre leggeva le sue preghiere, Mazzamauriello apparse dalle travi del soffitto minacciando di buttarsi di sotto, allora Zi’ Monaca, presa dall’esasperazione gli disse che poteva anche andare in malora e il folletto le gettò addosso gli arti e il capo. Presa dallo spavento la suora chiese consiglio al cugino Menico, dimenticando della sventura che si sarebbe abbattuta su di lei. Il cugino le disse di cambiar casa e quando lei tornò nella sua trovò i bagagli già pronti, cercò di fuggire ma Mazzamauriello la uccise col suo anello. A oggi nessuno vuol più saperne di quella casa per timore del Mazzamauriello.

Questo racconto è legato alle tradizioni di Campobasso, ma ci sono numerose altre varianti.

tratto da La Terra in Mezzo:

Il cantone della Fata

Si narra che in epoca feudale una bella giovane, promessa sposa, per sfuggire allo Ius primae noctis, ossia il diritto da parte del padrone di trascorrere la prima notte di nozze con la futura sposa, fuggì via lanciandosi nel vuoto. Tanta era la bellezza della fanciulla che veniva chiamata Fata, per questo il Cantone prende questo caratteristico nome. Oggi si dice che in alcune notti di luna piena si possa sentire il lamento della ragazza che invoca il nome del suo amato.

Il Cantone è una massiccia formazione rocciosa che sorge all’interno del bosco del Carpineto, a Castropignano, non lontano dalle mura del Castello d’Evoli. Lo stesso Castello è protagonista di un’altra leggenda meno drammatica e decisamente più buffa e insolita. La leggenda riguarda la composizione architettonica del castello, che si dice essere composto da 365 camere, ogni notte gli abitanti del castello cambiavano stanza.

tratto da La Terra in Mezzo:

Il Pozzo della Neve: L’abisso dei sogni

Nel cuore del Molise, incastonato tra le maestose montagne del Matese, si cela un tesoro nascosto, tanto misterioso quanto affascinante. Parliamo del Pozzo della Neve , una meraviglia sotterranea che affonda le sue radici in un abisso vertiginoso di ben 1048 metri di profondità. Situato nella faggeta secolare di Costa del Carpine , presso Campochiaro , questo abisso rappresenta una delle più imponenti formazioni carsiche della regione, un vero e proprio scrigno naturale per gli appassionati di speleologia e per chiunque voglia immergersi nel mondo segreto delle grotte.

Il Pozzo della Neve, con la sua immensità e il suo silenzio eterno, offre uno spettacolo mozzafiato per chiunque abbia il coraggio e la curiosità di addentrarsi nelle sue viscere. La sua origine carsica, modellata dall’acqua e dal tempo, ha scolpito un paesaggio sotterraneo di rara bellezza, un labirinto di cunicoli e caverne che si perdono nelle profondità della terra. La vastità del pozzo, insieme alla sua impressionante estensione, lo rende uno dei siti speleologici più significativo non solo del Molise, ma dell’intero Appennino. Non è un caso che questa grotta attiri ogni anno numerosi speleologi e avventurieri, tutti desiderosi di esplorare le meraviglie nascoste di questo abisso senza fine.

Non molto distante dal Pozzo della Neve, un altro gioiello sotterraneo si nasconde tra le montagne del Matese: il Cul di Bove . Questa seconda grotta, meno profonda ma altrettanto affascinante, è caratterizzata dalla presenza di un torrente sotterraneo che, nel suo percorso, ha dato vita a laghi e cascate cristalline. Il suono dell’acqua che scorre attraverso le pietre e riecheggia nelle caverne crea un’atmosfera magica, quasi surreale, come se il tempo stesso rallentasse per chi si trova al suo interno.

La presenza di questi due giganti del sottosuolo ha alimentato nel tempo molte leggende e ipotesi. Una delle più suggestive riguarda la possibile connessione tra il Pozzo della Neve e il Cul di Bove. Sebbene non ci siano ancora conferme scientifiche definitive, molti credevano che un tempo le due grotte fossero collegate tra loro, forse da un fiume sotterraneo oggi inaccessibile. Le ricerche e le esplorazioni continuano, ma l’idea di un collegamento tra questi due mondi nascosti ha ispirato sogni e racconti fantastici, alimentando la fantasia di chi immagina queste grotte come dimore di creature leggendarie.

Ed è qui che entra in gioco la nostra immaginazione. Come non pensare, osservando l’intricato mondo sotterraneo del Matese, alle pagine dei racconti di JRR Tolkien , dove le montagne sono popolate da nani laboriosi e misteriosi, custodi di segreti antichi e tesori inestimabili? Potremmo quasi immaginare che, in un’epoca remota, i nani stessi abbiano scavato queste profondità, costruendo passaggi segreti tra il Pozzo della Neve e il Cul di Bove, solo per poi chiudere il collegamento per proteggere il loro mondo dagli occhi degli uomini. Come se volessero nascondere le loro miniere e le loro città sotterranee, cedendo così la loro esistenza agli esseri umani, proprio come accade nella mitologia tolkieniana.

Le grotte del Matese, con il loro fascino arcano e il loro silenzio profondo, evocano un senso di rispetto e mistero, come se appartenessero a un mondo parallelo, fuori dalla portata della nostra realtà quotidiana. Ma è proprio questo che le rende così affascinanti. Ogni esplorazione, ogni nuova scoperta, è un passo in più verso la comprensione di questi tesori nascosti, ma anche un ritorno al meraviglioso, a quel senso di avventura e di ignoto che solo i luoghi più remoti e inesplorati possono offrire.

Il Pozzo della Neve e il Cul di Bove non sono solo meraviglie naturali. Sono simboli di un Molise autentico e selvaggio, una terra che, pur essendo spesso poco conosciuta, nasconde segreti capaci di incantare chiunque abbia il coraggio di cercarli.

 

tratto da La Terra in Mezzo:

 

La leggenda del Re Bove molisano

Attorno a una delle chiese più antiche del Molise, Santa Maria della Strada, ruota una curiosa leggenda  giunta fino a noi solo in forma frammentaria. La leggenda di Re Bove e il suo amore proibito è una di quelle storie che intrecciano storia, fede e folklore, permeando il tessuto culturale di un territorio per secoli. Il racconto si colloca in un’epoca remota, quando il potere dei sovrani si mescolava all’autorità della Chiesa, ei desideri più intimi potevano essere ostacolati dalle rigide norme morali e religiose. La vicenda narra di un re tormentato dall’amore per la propria sorella, tanto forte da spingerlo a cercare il permesso di sposarla direttamente dal Papa.

Il Pontefice, pur consapevole dell’eccezionalità della richiesta, non la rifiutò del tutto. Tuttavia, pose una condizione che sembrava insormontabile: il re avrebbe dovuto edificare cento chiese, una prova di fede e dedizione che sarebbe stata giudicata da Dio stesso. Re Bove, determinato a realizzare il suo sogno, non si lasciò scoraggiare dall’enormità dell’impresa, ma ben presto si rese conto dell’impossibilità di portarla a termine da solo.

Fu a quel punto che il Diavolo, astuto e sempre alla ricerca di anime da corrompere, si presentò al sovrano. Con la promessa di edificare insieme le cento chiese in cambio della sua anima, il re accettò il patto oscuro. Il lavoro procedette spedito, con la mano del Maligno che innalzava una dopo l’altra le imponenti costruzioni sacre. L’accordo sembrava procedere senza intoppi, e in poco tempo, ben novantanove chiese furono completate.

Tuttavia, quando ormai stava per essere ultimata anche l’ultima chiesa, quella che avrebbe sancito il compimento del patto e la dannazione eterna del re, accadde qualcosa di inaspettato. Re Bove, sopraffatto dai rimorsi e dal peso della sua anima perduta, ebbe un pentimento. La consapevolezza del peccato commesso e la paura del castigo eterno lo portarono a rivolgersi a Dio, implorando il Suo perdono. In un atto di misericordia divina, Dio accolse la supplica del sovrano e lo libererò dal patto diabolico.

Il Diavolo, infuriato per essere stato ingannato, scagliò un enorme sasso, simbolo della sua frustrazione e della sconfitta subita. Quel masso, secondo la tradizione, si trova ancora oggi accanto alla Chiesa di Santa Maria della Strada, una delle poche rimaste a testimonianza di quella grande impresa. Questa chiesa, che custodisce le spoglie di Re Bove, è oggi un luogo di culto, ma anche di leggenda, un ponte tra la storia e il mito.

Delle cento chiese originariamente progettate, ne rimangono oggi solo sette, sparse come reliquie di un tempo antico. Ogni chiesa sopravvissuta è un monito del potere della fede e della redenzione, ma anche delle insidie ​​del compromesso morale. La storia di Re Bove e del suo patto con il Diavolo continua a vivere nel folklore locale, tramandata di generazione in generazione, come esempio della fragilità dell’animo umano di fronte al peccato, ma anche della potenza del pentimento e del perdono divino.

Le sette chiese rimaste sono oggi meta di pellegrinaggi e curiosità, non solo per il loro valore religioso, ma anche per il fascino che emana dalle leggende che le circondano. La Chiesa di Santa Maria della Strada, in particolare, rimane il fulcro di questo antico racconto, con il masso del Diavolo che ne è diventato un simbolo. La vicenda di Re Bove si inscrive così nella tradizione delle storie medievali, dove la lotta tra bene e male, peccato e redenzione, si svolgeva non solo nelle anime dei protagonisti, ma anche nei segni tangibili lasciati sul territorio. Una storia che, pur essendo avvolta nella leggenda, continua a suscitare riflessioni profonde sull’amore, il sacrificio e la salvezza eterna.

tratto da La Terra in Mezzo:

I briganti di Roccamandolfi 

Siamo nel 1700, Roccamandolfi e la sua conformazione geografica si prestano ad accogliere uno dei fenomeni diffusi nel Mezzogiorno, il brigantaggio. Uno dei briganti più famosi è sicuramente Sabatino Lombardi, chiamato il Malvagio. Il povero Sabatino ce lo fecero diventare cattivo e quindi brigante, perché fu arrestato ingiustamente e gli venne uccisa anche la madre, così decise di unirsi ad altri briganti e si vendicò su quelli che gli avevano recato questo grave torto, siamo nel 1804. Dapprima il nostro brigante riesce a fuggire dalle carceri di Capua e poi si rivolse contro la famiglia Cimino. Anche la fine di Sabatino fu piuttosto drammatica, catturato e ucciso nel 1812 presso Colle Castrilli, venne non solo trascinato per tutto il paese come trofeo, ma venne decapitato e la sua testa esposta in una gabbia appesa al campanile fino al 1843. Gli ultimi briganti, che ancora mantenevano le motivazioni più pure della loro “missione”, quindi motivazioni politiche, furono Samuele Cimino e Domenicangelo Cecchino che morirono nel 1861, il primo ucciso dal cognato, il secondo fucilato in piazza.

tratto da La Terra in Mezzo

Wonder Heroes Project in Molise

Se il Molise non esiste allora è proprio la patria dei supereroi. Villacanale, ancora supereroi ma questa volta si fanno arte, grazie all’associazione culturale Nuova Villacanale.  Il progetto dal titolo Wonder Heroes Project aveva come idea quella della realizzazione di una vera e propria galleria d’arte a cielo aperto, quindi non i classici murales a  sé stanti ma un vero e proprio progetto di rivalorizzazione e messa in evidenza di spazi grigi.

Dal 27 maggio del 2016 nascono quindi questi capolavori “fantastici” i cui protagonisti saranno Wonder Woman, Superman, Ironman. Nonostante spesso si parli di chiusura, il Molise con queste opere dimostra l’esatto contrario. Entusiasmo e aggregazione alla base di un processo di valorizzazione e riqualificazione. Si parte da un nucleo di sette opere nei pressi di Via San Giocondino, non esenti da riferimenti storico artistici, pertanto ben contestualizzate di modo che non vadano a risultare avulse dal luogo in cui nascono, quindi la bellezza si coniuga armoniosamente a un significato più profondo.

Pop art in una visione quasi cinematografica e di ispirazione a Roy Lichtenstein è “The Kiss“, ovvero il bacio tra Wonder Woman e Superman, che trionfa sulla piazza. Si passa poi a Ironman che si ispira a Pollock attraverso un sapiente utilizzo delle colature di colore ben lontano dalla razionalità e permeato da un caotico intreccio di linee. E troviamo di nuovo Wonder Woman, chiaramente vicino a Andy Warhol ma che si sposa anche con la struttura più antica delle icone bizantine attraverso l’utilizzo dello sfondo che va a valorizzare il soggetto rendendogli un’aura di sacralità. Il colore rosso è stato scelto come sipario tra la paganità dell’opera realizzata e la divinità. Quasi al limite del sarcasmo, con una venatura piuttosto ironica, trionfa Capitan America nell’atto di detergersi un’orecchio. Qui il supereroe si fa umano compiendo un atto di quotidianità che lo avvicina all’uomo comune. Un gesto che rappresenta genuinamente il “sentirsi a casa”. Cavalcando l’onda dell’uscita del film avvenuta qualche mese fa, torna di nuovo Wonder Woman, che dismette i panni dell’eroina per indossare quelli della ragazza comune che acquista abiti firmati per vanità. Il tutto reso con una sfumatura dei contorni che rende l’opera surreale.

 

tratto da La Terra in Mezzo:

La Basilica di Castelpetroso: iI santuario fantasy in Molise

La basilica dell’Addolorata sita in Castelpetroso, un gioiello visibile anche da lontano, coi suoi brillanti colori. Un santuario che ci porta dritti alle terre degli elfi del Signore degli anelli, arroccato su una roccia alta 800 metri, ci porta a ripercorrere i passi di Frodo a Gran Burrone, ma in questo caso non siamo di fronte a una storia fantasiosa da raccontare, anche se avvolto da un’atmosfera magica, ci collochiamo in ambito religioso. La storia del Santuario di Maria SS. Addolorata ebbe inizio il 22 marzo 1888, giorno in cui la Vergine fece la sua prima apparizione. Due contadine del luogo, Fabiana Cicchino e Serafina Valentino, si trovavano nei pressi del luogo denominato “Cesa Tra Santi” per lavorare un appezzamento di terra. Ormai a notte fonda e sotto una pioggia scrosciante, si attardarono per cercare due pecorelle smarrite.

Durante il cammino un forte bagliore catturò la loro attenzione, nonostante la paura dei briganti, si infilarono nei crepacci della montagna dove Bibiana (Fabiana) ebbe la visione mistica della Madonna con Cristo morente fra le braccia. Serafina ebbe la stessa visione solo dieci giorni dopo, nel giorno di Pasqua. Ovviamente la storia causò molto scetticismo e divisioni, alcuni etichettarono le ragazze come bugiarde, altri si recarono in pellegrinaggio sul luogo dell’apparizione. Lo stesso Vescovo di Bojano,Mons. Francesco Macarone Palmieri, ebbe una visione il 26 settembre 1888, inoltre nello stesso punto nacque una sorgente d’acqua, miracolosa.

Verso la fine del 1888 avvenne il miracolo che diede vita al progetto del Santuario: Carlo Acquaderni, decise di portare il dodicenne figlio Augusto, malato di tubercolosi sul luogo dell’apparizione. Dopo aver bevuto dalla fonte il ragazzo guarì. Agli inizi del 1889, fu annunciato il miracolo. Carlo e Augusto fecero ritornano sul luogo e assistettero per la prima volta all’Apparizione. Da qui per ringraziare la Madonna diedero vita a un progetto per la costruzione di un santuario in onore della Vergine. Il Santuario vede posare la prima pietra nel 1890. Solo nel 1975 però, avvenne la consacrazione.

tratto da La Terra in Mezzo

Foto di copertina di AsiaCC BY-SA 4.0

La Terra in Mezzo: il Molise esiste ed è una landa di fiaba

Il Molise esiste ed è un luogo fantastico. Questa regione, spesso trascurata nei racconti turistici, è un angolo incantato tra il mare Adriatico e l’Appennino, una terra che custodisce nei suoi paesaggi e nelle sue leggende una ricchezza inestimabile. Non è solo un luogo da scoprire, ma una vera e propria culla della civiltà italiana, con una storia che affonda le radici nei tempi antichi. Sapevate che uno dei primissimi insediamenti umani è stato rinvenuto vicino a Isernia? Questo prezioso frammento di storia è solo uno dei molti tesori che il Molise ha da offrire.

La storia di questa regione è un affascinante mosaico di popoli e culture che, nel corso dei secoli, hanno attraversato e influenzato il territorio, lasciando dietro di sé una miriade di siti archeologici e leggende che continuano a incantare. Le storie che per secoli hanno alimentato la fantasia degli abitanti del posto e dei visitatori si intrecciano con i resti di antiche civiltà, creando un’aura di mistero e fascino intorno a questa terra.

In questo contesto si inserisce il nuovo progetto “La Terra in Mezzo”, creato dalla blogger molisana Maria Merola. Maria, innamorata della sua terra natale, ha deciso di rispondere con passione alla fastidiosa retorica che sostiene che “il Molise non esiste“. Con il suo sito, ha voluto dimostrare che il Molise non solo esiste, ma è anche un luogo straordinario, ricco di magia e meraviglie che meritano di essere conosciute. Il titolo stesso, “La Terra in Mezzo“, è una dichiarazione di intenti: un omaggio alla magia di Tolkien, che sa di terre fantastiche e misteriose, e un richiamo alla posizione centrale del Molise, non solo geograficamente ma anche culturalmente. Il sito è un viaggio attraverso una regione che, pur essendo spesso dimenticata dai circuiti turistici, è al centro di una storia e di una cultura affascinante e ineguagliabile.

Maria Merola ha saputo cogliere l’essenza di una regione che spesso è invisibile agli occhi del grande pubblico, ma che è intrisa di storie affascinanti e leggende che aspettano solo di essere raccontate. Con il suo lavoro, ha dato voce alle tradizioni, alle storie e ai miti del Molise, creando una piattaforma che invita ad esplorare e scoprire una delle regioni più belle e meno conosciute d’Italia.

Lo staff di Satyrnet esprime le sue più sincere congratulazioni a Maria Merola per la sua dedizione e il suo impegno nel far emergere la vera essenza del Molise. “La Terra in Mezzo” è più di un semplice sito web: è una celebrazione di una terra straordinaria che, con la giusta attenzione, potrebbe finalmente ricevere il riconoscimento che merita come meta turistica internazionale. La magia del Molise, così ben rappresentata da Maria, è pronta per essere scoperta, apprezzata e amata da tutti.

Potete esplorare “La Terra in Mezzo” agli indirizzi: laterrainmezzo.altervista.org e facebook.com/pg/TerraInMezzo