Sipario verde, come si usava nel ‘700. Pietra romana. Luci che tagliano il buio dell’Arena di Verona come lame azzurre come il colore della nostra identità sportiva. E poi quella voce. Calda, riconoscibile, autorevole. Francesco Pannofino che avanza tra quinte, tecnici agitati, orchestrali in attesa. E in quell’istante, lo ammetto, ho sentito una fitta da nerd vero. Perché sul palco della Cerimonia di chiusura di Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 non stava entrando solo uno stage manager. Stava entrando un pezzo di cultura pop italiana. Il pensiero corre immediatamente a René Ferretti. Non viene mai pronunciato esplicitamente, certo. Ma chi ha amato Boris lo sa. Lo sente. Lo riconosce nel modo di camminare, nello sguardo disincantato, nell’aria da comandante stanco che tiene insieme un set sull’orlo del disastro. Solo che stavolta il set non era una fiction sgangherata. Stavolta il set era l’Italia intera, sotto gli occhi del mondo.
E qui sta la genialità. Perché l’operazione non è stata una semplice citazione ironica. È stata una dichiarazione d’identità. Un Paese che ha imparato a raccontarsi anche attraverso l’autoironia, che prende il suo personaggio satirico più iconico e lo mette a dirigere – simbolicamente – la “Prima” più importante mai ospitata a Verona.
Dietro quella scelta non c’è improvvisazione. C’è la mano di chi le grandi cerimonie le costruisce con la stessa cura con cui si orchestra un’opera. Alfredo Accatino e Adriano Martella, con la loro Filmmaster, hanno trasformato l’anfiteatro romano in un organismo vivo, mutevole, teatrale. Superfici luminose che respirano insieme alle coreografie, movimenti collettivi che accompagnano gli atleti al centro della scena, Piazza Bra coinvolta come un’estensione naturale dello spettacolo, il Teatro Filarmonico che dialoga con l’Arena attraverso il coro e l’orchestra della Fondazione Arena di Verona. Chi lavora negli eventi lo percepisce subito: qui non si tratta solo di scenografia. Qui si parla di drammaturgia urbana.
Il filmato iniziale gioca con il meta-racconto. L’Arena pronta per un’altra inaugurazione operistica. La tensione di pochi minuti prima dell’alzata di sipario. Tecnici, artisti, personaggi noti che attraversano il backstage. Tra loro lo chef Davide Oldani, Manuel Agnelli, volti che appartengono a un’Italia creativa e contemporanea. E in mezzo a tutto, Pannofino che coordina, brontola, incalza. Un caos poetico perfettamente calcolato. La magia sta nel cortocircuito. René Ferretti, simbolo della mediocrità televisiva raccontata con feroce ironia, diventa il garante dell’eccellenza olimpica. Il regista che urlava “Dai, dai, dai!” su set improbabili ora scandisce i tempi di una macchina scenica da record. Satira che si trasforma in celebrazione.
E mentre la narrazione cinematografica si intreccia con l’azione live, l’opera invade lo spazio olimpico. Alfredo e Violetta emergono come archetipi, poi Rigoletto, Figaro, Aida, Madama Butterfly. Icone che non restano chiuse in un libretto ma scivolano tra atleti, bandiere, pubblico internazionale. L’Arena non è solo contenitore. Diventa memoria attiva di un secolo di spettacolo, un archivio emotivo che si riapre davanti a milioni di spettatori. In questo splendido show, la vera impresa non è stata stupire con effetti grandiosi. È stata tenere insieme livelli diversi di racconto. L’opera lirica e la cultura pop. La tradizione romana e la televisione cult. Il linguaggio alto della musica sinfonica e quello sarcastico di Boris. Un equilibrio sottilissimo che poteva crollare nella caricatura e invece ha trovato misura, ritmo, respiro.
Merito di una regia che conosce il mezzo televisivo quanto quello dal vivo. Accatino e Martella lavorano da anni su questo confine. Filmmaster ha costruito eventi che non si limitano a riempire uno spazio, ma lo riscrivono. Qui l’Arena si è fatta teatro totale, espandendosi idealmente fino a Cortina, fino alle montagne che hanno ospitato le gare, fino alle case di chi guardava da lontano.
E in mezzo a tutto, gli atleti. Veri protagonisti. Non semplici comparse dentro una coreografia, ma centro emotivo di un racconto che li accoglie come eroi contemporanei. L’energia italiana, quella autentica, li avvolge e li restituisce al mondo con un abbraccio collettivo.
Ovviamente, ricordare il mito di René Ferretti non può che far sorridere chi è cresciuto nella mia generazione e ha “bazzicato” i backstage di pubblicità ed eventi. Personaggio nato dalla penna di autori che volevano smontare i meccanismi dell’industria televisiva, ispirato a registi reali dal carattere spigoloso, trasformato nel tempo in icona pop. La sua presenza simbolica alle Olimpiadi è un segnale potente. Significa che la cultura nerd, la serialità italiana, la satira intelligente sono diventate parte del nostro immaginario condiviso. Non più nicchia, ma linguaggio nazionale.
E allora la domanda non è se quella fosse davvero René Ferretti oppure no. La domanda è un’altra.
Siamo pronti a riconoscere che l’Italia migliore è quella capace di ridere di sé mentre costruisce qualcosa di straordinario?
Ieri sera, ho visto un Paese che non ha avuto paura di mescolare alto e basso, lirica e meme, opera e fiction cult. Ho visto un’Arena trasformata in set cinematografico e tempio sportivo insieme. Ho sentito quella voce guidare il caos e pensare che, in fondo, dietro ogni grande spettacolo esiste sempre un regista che tiene tutto in equilibrio.
Magari con un pesce rosso nascosto in camerino.
E adesso ditemelo voi, community: se René Ferretti può dirigere simbolicamente la chiusura delle Olimpiadi, quale altro personaggio della nostra cultura pop meriterebbe di salire su quel palco?
