A partire da gennaio le librerie iniziano a profumare di carta buona e memoria lunga grazie a UE Novecento, la nuova collana Feltrinelli che sceglie di fare una cosa controcorrente e potentissima: riportare sotto i riflettori i grandi autori che hanno definito l’immaginario narrativo del secolo scorso, trattandoli non come reliquie accademiche ma come storie ancora capaci di parlarci oggi, qui e ora. Non è un’operazione nostalgia fine a se stessa, né una celebrazione polverosa. È piuttosto un invito a rimettere le mani su testi che continuano a vibrare di domande, contraddizioni, inquietudini che sentiamo nostre anche nell’epoca degli schermi e degli algoritmi.
UE Novecento nasce con un’idea chiara: selezionare alcuni dei titoli più significativi del catalogo, romanzi e racconti che sono stati testimoni lucidissimi del loro tempo e che, proprio per questo, non hanno mai smesso di essere attuali. Libri da scoprire per chi arriva adesso, magari passando da altri linguaggi narrativi, e da rileggere per chi li ha già amati in passato e sente il bisogno di tornarci sopra con occhi diversi, più adulti, forse più disillusi, ma anche più pronti a coglierne la complessità.
Tra questi ritorni eccellenti spicca Thomas Mann, autore che sembra scritto apposta per parlare a chi vive costantemente in bilico tra ciò che ama e ciò che il mondo si aspetta da lui. Tonio Kröger e Tristano, accostati in questa proposta editoriale, non sono semplicemente due testi della prima fase manniana, ma due lenti potentissime attraverso cui osservare il trauma fondativo del Novecento: la frattura tra vita e arte, tra disciplina borghese e passione creativa, tra il desiderio di appartenere e la condanna a restare ai margini.
Tonio Kröger è figlio di una borghesia operosa, concreta, fatta di commercio e ordine, di regole chiare e orizzonti rassicuranti. Eppure dentro di lui qualcosa devia, si incrina, prende una strada laterale. La scrittura non arriva come un hobby o una scelta ponderata, ma come una vocazione che lo mette immediatamente in contrasto con l’ambiente che lo ha cresciuto. Mann costruisce un personaggio che vive di attrazione e distanza, di amore per ciò che non può possedere. Hans Hansen e Ingeborg Holm incarnano quella serenità naturale, quella adesione spontanea alla vita che a Tonio è preclusa. Lui li guarda, li ama, li idealizza, proprio perché rappresentano ciò che non riesce a essere.
Il viaggio di Tonio, tra città anseatiche e soggiorni meridionali, tra confidenze artistiche e vacanze sul Baltico, non è soltanto geografico. È un percorso interiore che ruota attorno a una domanda devastante e sempre attuale: come restare fedeli alla vita senza tradire la forma, e alla forma senza tradire la vita? Una domanda che chiunque abbia mai cercato di conciliare creatività e quotidianità, passione e lavoro, identità e ruolo sociale, sente bruciare addosso ancora oggi.
Questa tensione si fa ancora più estrema in Tristano, racconto che trasforma l’arte in una febbre vera e propria, capace di accendere e consumare. Il salotto del sanatorio diventa un teatro simbolico dove Detlev Spinell, esteta inquieto e affamato di assoluto, riconosce in Gabriele Klöterjahn una promessa di bellezza pura. La musica, e in particolare il pianoforte, assume il ruolo di soglia pericolosa, luogo di accesso a una verità più alta ma anche prezzo da pagare. Mann non indulge in romanticismi facili: ogni slancio verso l’arte porta con sé una responsabilità, ogni aspirazione alla trasfigurazione chiede un sacrificio. La bellezza non è gratuita, e spesso presenta il conto nel modo più crudele.
Letti insieme, Tonio Kröger e Tristano disegnano una vera e propria mappa sentimentale del Novecento nascente. L’artista non è più un genio isolato e celebrato, ma una figura in crisi, schiacciata tra disciplina e vertigine, tra il bisogno di ordine e l’attrazione per l’abisso. Mann osserva questo conflitto con lucidità quasi spietata, senza offrire soluzioni consolatorie, ma lasciando al lettore il compito di riconoscersi in quelle fratture.
Dietro queste opere c’è una biografia che pesa come un romanzo parallelo. Thomas Mann, nato a Lubecca nel 1875 e morto a Zurigo nel 1955, è uno dei grandi architetti narrativi del Novecento. Il successo di I Buddenbrook, che gli aprì la strada al Nobel nel 1929, non lo ha mai trasformato in uno scrittore accomodante. Al contrario, la sua opera ha continuato a interrogare il rapporto tra individuo e società, tra cultura e potere, tra etica e bellezza. La morte a Venezia, La montagna incantata, Doctor Faustus, il ciclo monumentale di Giuseppe e i suoi fratelli sono tappe di un percorso che intreccia letteratura e coscienza storica.
La scelta di opporsi al nazismo, pagando il prezzo dell’esilio prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, ha trasformato Mann in una delle grandi voci morali dell’Europa in fuga da se stessa. Questa dimensione civile, mai separata dalla ricerca formale, rende oggi la sua figura ancora più necessaria.
UE Novecento, con questa riproposizione, non si limita a rimettere in circolazione dei classici. Li riconsegna a una nuova generazione di lettori che forse arrivano da altri mondi narrativi, ma che possono ritrovare in queste pagine lo stesso spaesamento, la stessa fame di senso, lo stesso conflitto tra ciò che siamo e ciò che desideriamo essere. Perché alla fine, anche se il secolo è cambiato, quella domanda di Tonio Kröger continua a bussare: come vivere senza tradirsi, e come creare senza perdersi?
Adesso la palla passa a voi. Avete mai letto Thomas Mann? Vi siete mai sentiti più vicini a Tonio o a chi sembra vivere senza dubbi? Raccontiamocelo nei commenti, perché certi libri non finiscono con l’ultima pagina: iniziano davvero quando qualcuno li rimette in circolo, parola dopo parola.





