Ci sono film che non invecchiano mai perché, semplicemente, sono nati fuori dal tempo. “Fino alla fine del mondo” (titolo originale Bis ans Ende der Welt), l’opera visionaria e colossale che Wim Wenders girò nel 1991, è uno di questi. Oggi, grazie a CG Entertainment e alla collaborazione con la Wim Wenders Foundation, il film ritorna sul grande schermo in versione Director’s Cut restaurata in 4K, riportando con sé tutto il fascino, la poesia e le inquietudini di un’epoca che somiglia spaventosamente alla nostra. Per celebrare questo ritorno, CG Entertainment ha diffuso un nuovo trailer italiano approvato dalla Fondazione e accompagnato dai brani “A Ghost Story” e “Dead Labour” tratti dall’album Through metaphors, assonance but mostly by differences dei Goro Hanada. L’appuntamento è fissato per il 9 dicembre 2025, data in cui il pubblico potrà (ri)vivere sul grande schermo l’esperienza totale di questo film-mondo: una sinfonia di immagini, suoni e pensieri lunga oltre quattro ore, una vera odissea della percezione.
Un viaggio ai confini della visione
Ambientato in un futuro prossimo — la fine del 1999 — “Fino alla fine del mondo” si apre con una minaccia globale: un satellite nucleare indiano, fuori controllo, rischia di precipitare sulla Terra provocando una catastrofe. Sullo sfondo del panico collettivo, una giovane donna francese, Claire Tourneur (Solveig Dommartin), parte per un viaggio che diventa ben presto un pellegrinaggio interiore. Lungo la strada incontra Sam Farber (William Hurt), un enigmatico fuggitivo inseguito da agenzie governative e cacciatori di taglie. Claire lo segue, affascinata e disorientata, senza sapere che quell’uomo porta con sé il prototipo di un dispositivo capace di registrare le immagini viste dagli occhi umani e trasmetterle direttamente al cervello dei ciechi.
Dietro questa invenzione c’è lo scienziato Henry Farber (interpretato dal leggendario Max von Sydow), che lavora per permettere alla moglie cieca (Jeanne Moreau) di “rivedere” il mondo. Ma l’intuizione si trasforma in ossessione: la macchina, nata per restituire la vista, finisce per imprigionare chi la usa in un vortice di immagini e sogni, anticipando con straordinaria lucidità il tema della dipendenza visiva e della perdita del contatto con la realtà.
Mentre un impulso elettromagnetico, generato dall’esplosione del satellite, cancella ogni tecnologia sulla Terra, i protagonisti si rifugiano in Australia, nel deserto rosso, luogo che diventa epicentro di un nuovo inizio — o forse dell’ultimo sguardo sull’umanità.
La visione profetica di un autore in anticipo sui tempi
“Fino alla fine del mondo” è un film sul desiderio di vedere, ma anche sull’impossibilità di farlo davvero. È una riflessione sul narcisismo dell’immagine, sulla tecnologia che promette di liberarci e finisce invece per dominarci. Wenders stesso lo disse con ironica amarezza: «Più si vive di immagini, più si vuole essere ciascuno un’immagine per gli altri. Il narcisismo diventa una malattia collettiva».
Rivedere oggi questo film è come guardarsi allo specchio dopo trent’anni e riconoscere un volto familiare ma inquietante: quello del presente. Le ossessioni digitali, l’iperconnessione, la realtà filtrata dagli schermi, tutto era già lì — negli anni ’90, dentro l’obiettivo poetico e preveggente di Wenders.
La Director’s Cut — montata due anni dopo la versione cinematografica del 1991, che era stata drasticamente accorciata dai distributori — restituisce finalmente la portata epica del progetto originale: 287 minuti di cinema totale, un viaggio che attraversa continenti, lingue e generi, dal noir al melò, dalla fantascienza al diario intimo. Non un film, ma un atlante dell’anima.
Un cast mitico e una colonna sonora che è già leggenda
Attorno alla coppia Dommartin–Hurt, Wenders costruisce un cast stellare: Sam Neill, narratore innamorato e testimone della vicenda; Jeanne Moreau, fragile e intensa come solo lei sapeva essere; Rüdiger Vogler, attore feticcio del regista; Ernie Dingo, Chick Ortega e Ryu Chishyu, in un mosaico globale di volti e accenti.
E poi c’è la musica. Perché nessun viaggio wendersiano sarebbe completo senza la sua colonna sonora. Qui troviamo una line-up semplicemente irripetibile: U2, Talking Heads, Lou Reed, Peter Gabriel, Elvis Costello, R.E.M., Nick Cave & The Bad Seeds, Patti Smith, Depeche Mode, Daniel Lanois, Neneh Cherry, Jane Siberry e molti altri. È una playlist interplanetaria che trasforma il film in una vera e propria opera rock sul senso dell’esistenza.
Dal 1991 al 2025: la fine del mondo siamo noi
A oltre trent’anni dalla sua prima uscita, “Fino alla fine del mondo” non parla più solo del 1999, ma del nostro oggi. Parla di noi, della nostra incapacità di smettere di guardare schermi, di registrare ogni istante, di scambiare la memoria per esperienza. È un film che interroga, che disturba, che ci ricorda che “in principio era la parola” — e che forse, alla fine, non resterà che l’immagine.
Wenders, con la sua macchina da presa, ci accompagna lungo l’ultimo confine del visibile. E ci chiede: cosa rimane dell’amore, della libertà, della realtà stessa, quando tutto ciò che viviamo può essere riprodotto all’infinito?
💬 E voi, siete pronti a rivedere la fine del mondo attraverso gli occhi di Wim Wenders?
Raccontateci nei commenti quale immagine di questo film vi è rimasta impressa. Perché forse, come suggeriva Eugene nel film, “in principio era la parola… ma alla fine rimarrà solo l’immagine.”

