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Witness – Il testimone: il Thriller Culturale che ha reso Harrison Ford una leggenda compie 40 anni

Quarant’anni fa, il 1985 (8 febbraio negli States) ci regalava un capolavoro del cinema che ancora oggi è impossibile dimenticare: Witness – Il Testimone. Diretto dal visionario Peter Weir, già noto per la sua capacità di esplorare i contrasti tra mondi diversi, il film è un mix perfetto di thriller, dramma e riflessione culturale. In Italia, Witness uscì il 9 maggio dello stesso anno, pochi mesi dopo il debutto negli Stati Uniti, avvenuto l’8 febbraio. Fu subito un successo, tanto da conquistare ben otto candidature agli Oscar del 1986, portando a casa due statuette per il Miglior Montaggio e la Miglior Sceneggiatura Originale. Ma forse il traguardo più sorprendente fu un altro: questa pellicola valse a Harrison Ford la sua unica candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. E sì, stiamo parlando di un’interpretazione che ha segnato una carriera già leggendaria.

La trama di Witness ci catapulta nella Pennsylvania degli anni Ottanta, dove un bambino Amish di otto anni, Samuel Laap, interpretato da un giovanissimo Lukas Haas, si trova suo malgrado testimone di un brutale omicidio in una stazione ferroviaria. Questo evento lo collega al detective John Book, il protagonista interpretato da Harrison Ford. Quando Samuel riconosce l’assassino, scopriamo che non si tratta di un criminale qualunque, ma di un tenente della polizia corrotto, James McFee, interpretato da Danny Glover. Da quel momento, Book capisce che proteggere il bambino e sua madre Rachel (Kelly McGillis) diventa una questione di vita o di morte.

La vicenda prende una svolta decisiva quando il detective, ferito e tradito persino dal suo capo, è costretto a rifugiarsi nella comunità Amish della Contea di Lancaster. Qui, tra abiti semplici e una vita scandita da valori che sembrano provenire da un’altra epoca, il film si trasforma in una riflessione sulla differenza culturale e sull’umanità. La comunità Amish, con le sue tradizioni e il suo isolamento volontario, diventa non solo un rifugio, ma anche uno specchio che mette a nudo le contraddizioni della vita moderna e della violenza che John ha sempre conosciuto.

Peter Weir, con il suo stile inconfondibile, riesce a trasformare questa fuga in un viaggio interiore per il protagonista. John Book non è solo un detective in pericolo; è un uomo che si scontra con un mondo che gli appare tanto distante quanto affascinante. La scena in cui aiuta la comunità a costruire un granaio è emblematica: un momento corale che, pur nella sua semplicità, diventa simbolo di integrazione e di crescita personale.

Non mancano, ovviamente, le tensioni romantiche. Tra John e Rachel nasce un amore intenso ma destinato a rimanere impossibile. La loro danza improvvisata, interrotta dai rimproveri della comunità Amish, è una delle sequenze più memorabili del film. È un momento che cattura perfettamente la forza del loro legame e la frustrazione di dover rispettare regole sociali che li separano.

Harrison Ford offre una performance straordinaria, mostrando un’ampia gamma emotiva: dal cinismo iniziale alla meraviglia per la semplicità della vita Amish, fino al tormento interiore nel dover scegliere tra amore e dovere. Kelly McGillis è altrettanto straordinaria nei panni di Rachel, una donna divisa tra la paura per la sua famiglia e l’attrazione per un uomo che rappresenta tutto ciò da cui dovrebbe stare lontana.

Il film è arricchito dalla fotografia di John Seale, che cattura con delicatezza sia i paesaggi rurali della comunità Amish sia le ombre minacciose della città. E poi c’è la colonna sonora di Maurice Jarre, che accompagna ogni scena con un mix perfetto di tensione e poesia.

Una curiosità per i più attenti: tra i membri della comunità Amish c’è un giovane Viggo Mortensen, in uno dei suoi primi ruoli cinematografici. È quasi una comparsa, ma per i fan di Aragorn, scoprire questo dettaglio è una piccola chicca imperdibile.

A distanza di quattro decenni, Witness – Il Testimone rimane un film che va oltre il semplice intrattenimento. È un’opera che parla di scelte morali, di integrazione e del conflitto tra due mondi opposti. Peter Weir, già autore di capolavori come L’attimo Fuggente e The Truman Show, qui dimostra tutta la sua maestria nel costruire una storia che intreccia thriller, dramma e romanticismo con un equilibrio perfetto.

Se non l’hai ancora visto, è il momento di recuperarlo. E se invece lo conosci già, sai bene che rivederlo è come fare un viaggio nel tempo, in un cinema che sapeva emozionare senza effetti speciali, ma con storie che toccano il cuore e restano nella memoria.

Crimes of the future di David Cronenberg

Entra nel listino Lucky Red, Crimes of the future di David Cronenberg, di ritorno sul grande schermo dopo otto anni di assenza. Tra i registi più amati dagli appassionati di horror e thriller, Cronenberg è tornato a far parlare di sé presentando al Festival di Cannes Crimes of the Future. Dopo La promessa dell’assassino, A History of Violence e A Dangerous Method, ancora una volta David Cronenberg sceglie Viggo Mortensen come protagonista. Ad affiancarlo Léa Seydoux e Kristen Stewart.  

Crimes of the future, che prende il titolo dal suo precedente film del 1970 senza esserne il remake, segna il ritorno del regista al genere del body horror, già mostrato in film come Shivers, Rabid, The Brood e La mosca. Un film sconvolgente ed estremo, viscerale, in cui Cronenberg torna ad esplorare l’evoluzione dell’uomo e del pianeta in relazione alla tecnologia. Una visione fuori dagli schemi, un film di fantascienza spiazzante che racchiude in sé tutti i temi, attualissimi, della filmografia dell’autore canadese. 

Quando la specie umana si adatta a un ambiente sintetico, il corpo subisce nuove trasformazioni e mutazioni. Con la sua compagna Caprice (Léa Seydoux), Saul Tenser (Viggo Mortensen), famoso artista e performer, mostra pubblicamente la metamorfosi dei suoi organi in spettacoli d’avanguardia. Timlin (Kristen Stewart), un investigatore del National Organ Registry, segue ossessivamente i loro movimenti, quando viene rivelato un gruppo misterioso…La loro missione: usare la notorietà di Saul per far luce sulla prossima fase dell’evoluzione umana. 

 

Il Signore degli Anelli: Le Due Torri (film)

Nell’universo cinematografico, poche opere hanno raggiunto l’epica maestosità de Il Signore degli Anelli. Con “Le Due Torri”, il secondo capitolo della trilogia, Peter Jackson affronta la sfida più ardua: trasporre sul grande schermo una narrazione che, secondo le sue stesse parole, “non è né l’inizio né la fine”. Con una durata finale di 3 ore e 14 minuti, “Le Due Torri” non solo cattura l’essenza del romanzo di Tolkien, ma espande e interpreta ciò che l’autore spesso lasciava sottinteso, rendendo il film una sorprendente esperienza per i fan e un capolavoro autonomo.

“Le Due Torri” riprende il filo della narrazione là dove “La Compagnia dell’Anello” si era interrotto. La Compagnia è divisa, e la storia si dipana seguendo tre filoni principali. Frodo e Sam, accompagnati dal subdolo Gollum, si avventurano verso Mordor attraverso le paludi e le terre desolate. La loro relazione con Gollum è un misto di diffidenza e compassione, e la complessità del personaggio, reso magistralmente in computer grafica, aggiunge una profondità psicologica significativa. Nel frattempo, Aragorn, Legolas e Gimli approdano nel regno di Rohan, dove devono affrontare la minaccia degli orchi e dei guerrieri di Saruman. Aragorn sviluppa un legame con Eowyn, nipote del re Théoden, senza però dimenticare il suo amore per Arwen. Merry e Pipino, infine, si trovano nelle foreste di Fangorn, dove fanno la conoscenza di Barbalbero, un Ent che li conduce in una battaglia contro Saruman.

Il punto culminante del film è senza dubbio la battaglia del Fosso di Helm, una sequenza epica che dura ben 50 minuti. Questo scontro tra le forze di Rohan e l’orda di Uruk-hai di Saruman è stato realizzato con una meticolosità straordinaria. Le riprese della battaglia hanno richiesto ben quattro mesi di lavoro, con condizioni climatiche spesso avverse, e alla fine Jackson ha regalato alle comparse una maglietta con la scritta “I Survived Helm’s Deep” (con la M barrata per trasformare la parola in “Hell”). La battaglia è un capolavoro di cinematografia e coreografia. La tensione e il dinamismo delle scene, unitamente all’uso di effetti speciali e pratici, rendono questa sequenza una delle più memorabili nella storia del cinema.

“Le Due Torri” arricchisce ulteriormente i personaggi già conosciuti e introduce nuove figure. Aragorn, interpretato da Viggo Mortensen, emerge come un leader carismatico e tormentato, mentre la performance di Andy Serkis nei panni di Gollum è straordinaria, dando vita a un personaggio complesso e tragico. L’introduzione di Miranda Otto nel ruolo di Eowyn aggiunge una nuova dimensione emotiva, mentre il ritorno di Boromir in una scena di flashback (inserita solo nella Extended Edition) offre una connessione tangibile con il primo film.

Peter Jackson ha saputo cogliere l’essenza del mondo tolkieniano, mantenendo una fedeltà filologica pur concedendosi alcune licenze narrative per esigenze cinematografiche. L’ambientazione della Terra di Mezzo, con le sue colline, foreste e castelli, è resa in maniera vivida e immersiva. La neve, le casette di Rohan e gli alberi parlanti sono elementi che conferiscono autenticità e magia al film. La rappresentazione delle rughe, delle borse e delle occhiaie sui volti dei personaggi aggiunge un realismo che contrasta con la fantasia dell’ambientazione, rendendo il tutto ancora più credibile.

Oltre all’epicità delle battaglie e alla bellezza dei paesaggi, “Le Due Torri” esplora temi profondi come la lealtà, l’onestà e il coraggio. La relazione tra Frodo e Sam, la redenzione di Gollum e il sacrificio dei guerrieri di Rohan sono tutte manifestazioni di valori che trascendono il semplice intrattenimento. La morale della favola, come spesso accade nelle opere di Tolkien, è chiara: non sono il dolore e la morte a fare paura, ma la gabbia dove ogni speranza di valore è perduta. Un messaggio universale che risuona ancora oggi con forza.

Alcune curiosità interessanti arricchiscono ulteriormente il fascino del film.

Viggo Mortensen si affezionò così tanto al cavallo che cavalca nel film da acquistarlo dai proprietari e rispedirlo in Nuova Zelanda per le riprese aggiuntive. Inoltre, la battuta meta-cinematografica di Sam “By rights, we shouldn’t even be here” è un riferimento diretto alla differenza con il libro, sottolineando l’adattamento cinematografico. Le riprese estenuanti del Fosso di Helm, con quattro mesi di riprese sotto la pioggia e un totale di venti ore di girato, testimoniano l’impegno e la dedizione del cast e della troupe.

“Le Due Torri” non è semplicemente un film, ma un viaggio epico che trasporta lo spettatore in un mondo di meraviglia e terrore, bellezza e brutalità. Peter Jackson ha saputo rendere giustizia all’opera di Tolkien, creando un capolavoro cinematografico che rimane impresso nella memoria collettiva. La trilogia proseguirà e si concluderà con “Il Ritorno del Re”, ma è in “Le Due Torri” che il cuore della saga batte con più forza, tra le epiche battaglie e i profondi dilemmi morali che definiscono l’essenza stessa del fantasy.

La Compagnia dell’Anello

Pochi film negli ultimi anni hanno creato un’atmosfera di fibrillante attesa come La compagnia dell’anello, atto primo della trilogia de Il signore degli anelli diretta da Peter Jackson e interpretato da Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen, Liv Tyler, Cate Blanchett, Ian Holm, Sean Bean, Christopher Lee. L’attesa è dovuta all’indiscusso valore della fonte letteraria, ovvero l’omonimo romanzo di John R.R. Tolkien divenuto, dalla sua pubblicazione (1954-55), testo di culto e libro per antonomasia del genere fantasy. La traslazione cinematografica del regista neozelandese ha l’indiscutibile merito di proiettarci senza sforzo apparente nell’arduo territorio del meraviglioso, direttamente all’interno del mito, con un sostanziale aiuto di effetti speciali ipertecnologici ma non invasivi ai fini della storia.

Il prologo narra come Sauron, re di Mordor, forgiò diciannove anelli magici per farne dono ai signori della Terra di Mezzo, tenendo per sé l’Unico, ovvero l’anello in grado di controllarli tutti, capace di dare il potere assoluto a chi lo porta. Il malvagio signore di Mordor tentò di portare le tenebre del suo regno nel mondo, ma fu sconfitto inaspettatamente da Isidur, che gli mozzò il dito con l’anello scemando il suo potere: il re degli uomini non riuscì a distruggere l’anello scagliandolo nel vulcano del monte Fato, lasciando al grande nemico una possibilità di riconquistare il potere. La trama prende avvio nella Contea degli hobbit con i festeggiamenti per il compleanno di Bilbo Baggins, l’ultimo tra i possessori dell’anello, che parte in viaggio e lascia il gioiello in eredità al giovane parente Frodo Baggins. Quest’ultimo scoprirà la natura dell’anello dal mago Gandalf, che lo avviserà del terribile pericolo che incombe su di lui, perché Sauron sta riorganizzando le sue sinistre armate ed è in cerca del monile perduto. Intorno a Frodo, eletto portatore dell’Unico, si formerà così la Compagnia dell’anello, composta dei vari esponenti della Terra di Mezzo: i tre hobbit Sam, Pipino e Merry, il mago Gandalf, il nano Gimli, l’arciere elfico Legolas, gli uomini Bormir e Aragorn, cavaliere ramingo, discendente di Isidur ed erede al regno di Gondor.

La compagnia dell’anello procede tra fughe serrate per le sterminate miniere di Moria, agguati nei picchi nevosi, una sosta nella spettacolare città degli Elfi, sanguinosi combattimenti, atti d’eroismo ed amicizia, e gli inevitabili momenti di confusione generati dal nefasto influsso dell’anello all’interno della stessa Compagnia.

Peter Jackson è riuscito nella ciclopica impresa ricreando nel dettaglio il complesso universo tolkieniano: la grande intuizione dello scrittore britannico era stata infatti quella di ambientare la sua sterminata saga in uno scenario creato ad hoc e studiato nei minimi particolari, ovvero la fabulistica Terra di Mezzo, non luogo fantastico all’interno del quale il lettore aveva l’impressione di perdersi – Tolkien aveva addirittura coniato un idioma elfico per amplificare il realismo del meraviglioso, dettaglio peraltro felicemente ripreso da Jackson -. Lo stesso effetto è all’opera anche nel primo tassello della trilogia de Il signore degli anelli, una lunga, fantastica e divertente avventura che procede a gran ritmo per quasi tre ore, interpretata da un cast perfettamente in parte e che promette nuove emozioni nella seconda e terza parte della saga filmica (Le due torri e Il ritorno del re), per le quali il countdown è già cominciato. Il film di Columbus è puro (magico) intrattenimento, La compagnia dell’anello, nonostante l’annesso carico di merchandising, si muove dalle parti del mito.

Il Signore degli Anelli: curiosità dalla Terra di Mezzo

Il Signore degli Anelli, in originale The Lord of the Rings, è una trilogia cinematografica fantasy del regista neozelandese Peter Jackson, basata sull’omonimo romanzo scritto da John Ronald Reuel Tolkien. Insieme a Ben-Hur e Titanic, Il Ritorno del Re è il film premiato con il maggior numero di premi Oscar, 11, e complessivamente la saga è la più vittoriosa della storia: 17 statuette. Questa serie di film è celebre per l’estremo realismo degli effetti speciali, realizzati dalla società neozelandese Weta, fondata da Peter Jackson.

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