Abbassare le difese guardando Wonder Man non è un atto di resa. È più simile a quel momento imbarazzante in cui ti sorprendi a ridere di una battuta che parla troppo chiaramente di te, quando eri convinto di essere al sicuro dietro lo schermo. Succede quasi senza avvertimento. Non per una rivelazione clamorosa, non per l’ennesimo colpo di scena da manuale MCU, ma per una vibrazione più sottile, meno addomesticata. Quella sensazione di riconoscimento che non chiedi e non controlli. Wonder Man parla di supereroi solo per inerzia genetica. In realtà continua a tornare su provini sbagliati, telefonate che non arrivano mai, ruoli che sfiorano e poi svaniscono. Roba che non esplode, ma resta lì. Appesa. Come un riflettore dimenticato acceso in un teatro vuoto.
La scelta di rilasciare tutti gli episodi insieme su Disney+ all’inizio sembra quasi un errore di marketing, uno di quelli che fanno storcere il naso a chi vive di appuntamenti settimanali e discussioni programmate. Poi capisci che è coerente. Wonder Man non ha fretta. Non ti strattona. Non gioca a nascondino con l’hype. Ti lascia lì il materiale, come un copione consegnato con un mezzo sorriso e un “vedi tu”. È una serie che non si regge sull’attesa del prossimo shock, ma sull’accumulo di piccoli momenti. Dialoghi che respirano. Silenzi che dicono più dei pugni.
Simon Williams entra in scena come entrano quelli che hanno già perso qualcosa. Non arriva con la spavalderia dell’eroe in costruzione, ma con il passo leggermente disallineato di chi ha talento e nessuna certezza su come spenderlo. Yahya Abdul-Mateen II lo interpreta senza cercare l’icona, evitando qualsiasi compiacimento. Simon è uno che si porta dietro i poteri come un segreto scomodo, quasi un dettaglio. La vera tensione è tutta interna. Sta in quello che non dice, in quello che trattiene, nella paura di far uscire troppo di sé e di scoprire che fuori non interessa a nessuno.
Ed è in questo spazio fragile che rientra in scena Trevor Slattery. Rivederlo non ha il sapore del cameo furbo, né quello della strizzata d’occhio nostalgica. Trevor qui è un uomo che ha mentito così tanto da aver perso la mappa di se stesso. Ben Kingsley smette finalmente i panni della gag ambulante e restituisce un personaggio affamato. Fame vera. Di palco, di riconoscimento, di una parte che non sia solo l’ennesima presa in giro. Rimane cialtrone, certo. Rimane inaffidabile. Ma smette di essere una caricatura e diventa una persona che vuole ancora crederci.
Quando Wonder Man trova la sua voce, lo fa lì. Nella relazione storta e imperfetta tra Simon e Trevor. Due età diverse, due fallimenti diversi, la stessa ossessione per la recitazione come via di fuga e condanna insieme. Le loro peregrinazioni per Los Angeles sembrano improvvisate, quasi casuali. Corse in macchina senza meta, prove recitate per nessuno, dialoghi che sembrano buttati lì e invece scavano. È un buddy movie mascherato da serie Marvel, e in quei momenti dimentichi davvero di aspettarti un cameo, un collegamento, una porta segreta verso la prossima fase dell’universo condiviso.
Poi però il peso del marchio torna a farsi sentire. Non con violenza, ma come una mano che ti riporta gentilmente nella corsia giusta. I poteri di Simon esistono, vengono nominati, fanno paura a chi sta intorno, ma restano sullo sfondo. Non diventano mai davvero il motore emotivo del racconto. Funzionano più come metafora che come evento. E va anche bene, fino a un certo punto. Perché la serie sembra esitare proprio quando dovrebbe spingersi oltre, quando dovrebbe accettare le conseguenze di quello che ha messo in campo.
Ancora più strano è il modo in cui l’origine di quei poteri resta sospesa. Nessun vero punto zero. Nessuna ferita fondativa che si imprime nella memoria. All’inizio sembra una scelta elegante, quasi minimalista. Col passare degli episodi inizia ad avere l’odore di un’occasione lasciata sul tavolo, come se Wonder Man avesse paura di sporcarsi davvero le mani con il suo stesso genere.
Il mondo dello spettacolo che fa da sfondo promette una satira affilata, un affondo contro le ipocrisie di Hollywood, i suoi riti, le sue gerarchie. La serie ci va vicino. Si ferma un attimo prima. Non per mancanza di intelligenza, ma per una sorta di prudenza che a volte pesa. Si vede il bersaglio. Si sceglie di non colpirlo troppo forte.
Eppure, nonostante tutto, resta addosso qualcosa. Quella sensazione tipica dei film indie che incroci durante la stagione dei premi e che non vincono quasi nulla, ma ti restano appiccicati per una battuta, uno sguardo, un’atmosfera. Non sorprende sapere che dietro ci sia Destin Daniel Cretton. Qui sembra più interessato alla vulnerabilità mascherata da spettacolo che a costruire un tassello fondamentale dell’MCU.
Alla fine non rimane la voglia di capire dove Simon Williams potrebbe incastrarsi in una futura saga corale, né la frenesia di cercare indizi nascosti. Rimane il ricordo di due attori che parlano di recitazione come fosse una fede privata, qualcosa che ti salva e ti distrugge nello stesso istante. Rimane la sensazione che Marvel Comics abbia messo sul tavolo un personaggio che avrebbe meritato un rischio più alto, un salto senza rete. Rimane anche quel costume che arriva tardi, quando il viaggio emotivo ha già detto quasi tutto quello che aveva da dire.
Wonder Man non riscrive le regole. Non rilancia davvero un’icona storica. È qualcosa di più piccolo, più strano, più umano. Un progetto imperfetto che sembra chiederti di guardarlo non come fan in cerca di connessioni, ma come spettatore che conosce bene il peso dei sogni coltivati troppo a lungo. E la domanda che resta sospesa non riguarda il futuro di Simon nell’universo Marvel. Riguarda noi. Quanto siamo disposti a perdonare una storia che non osa abbastanza, quando però ha il coraggio raro di essere sincera proprio nei suoi limiti?
