C’è un respiro antico che attraversa la storia del cinema, un battito che si risveglia ogni volta che qualcuno osa pronunciare il nome “Dracula”. È il suono dell’amore negato, della fede infranta, dell’ossessione che sfida il tempo. Con Dracula – L’amore perduto (Dracula: A Love Tale nel titolo internazionale), Luc Besson torna a evocare questo battito, a farlo vibrare con la sua firma barocca, romantica, eccessiva, profondamente umana. Dal 29 ottobre 2025 nei cinema, e presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, il film segna il ritorno del regista francese dietro la macchina da presa dopo anni di silenzio, ombre e rinascite. Per Besson, non è solo un nuovo film: è un atto di fede. O forse, di bestemmia.Luc Besson non rifà Dracula — lo reinventa come si reinventa un amore perduto, partendo dalle sue ceneri. Non più la caricatura gotica del conte in mantello, ma l’essenza primordiale dell’archetipo: un uomo che rifiuta la morte perché incapace di accettare la fine del sentimento.
Siamo nella Transilvania del XV secolo, tra nevi e cattedrali in rovina. Vladimir, principe e guerriero, perde la donna amata, Elisabeta. Il dolore lo divora, e la sua preghiera si tramuta in maledizione. Nel suo rifiuto di Dio nasce l’immortalità: non un dono, ma un castigo. Da quel momento, il tempo si piega, si spezza, e l’uomo diventa mito. Secoli scorrono come sabbia nel vetro di un orologio infranto. Vladimir vaga, non come predatore, ma come pellegrino del desiderio, in cerca di una presenza che il mondo ha dimenticato. Il sangue non è più cibo, ma memoria. Ogni goccia che assapora è un frammento di vita che non può più vivere.
Besson costruisce così un Dracula che non spaventa ma commuove, un eroe decadente, un santo dell’eros e della colpa.
Besson mistico, Besson barocco
Durante la conferenza stampa romana, Besson lo ha detto con disarmante semplicità: “Non volevo fare un film gotico. Volevo fare un film sull’anima.” E in effetti Dracula – L’amore perduto sembra più una confessione che un film.
Il regista di Léon, Il Quinto Elemento e Lucy torna a quel lirismo visionario che da sempre abita il suo cinema, ma lo infetta con un senso quasi religioso della perdita. Ogni inquadratura è una preghiera, ogni movimento di macchina un lamento. La regia ondeggia tra l’estasi e la disperazione, come se Besson avesse finalmente trovato nel mito del vampiro la forma perfetta per raccontare la sua ossessione per la purezza e la dannazione.
Le location, scelte con una precisione quasi pittorica, compongono un viaggio tra gelo e febbre. Le distese innevate della Finlandia, i palazzi barocchi di Parigi, la luce sospesa del Giura francese: tutto vive in un equilibrio fragile tra sacro e profano. Thierry Arbogast, storico direttore della fotografia di Besson, plasma la luce come un oracolo visivo — un chiaroscuro costante dove il volto di Dracula è sempre in bilico tra redenzione e peccato.
Caleb Landry Jones: l’anima dietro il mostro
Nel ruolo di Vladimir/Dracula, Caleb Landry Jones offre la performance più devastante della sua carriera. Dopo il trauma e la grazia di Dogman, torna nelle mani di Besson come materia viva da scolpire. È un Dracula che trema, che suda, che sanguina dentro.
Besson lo definisce “il Gary Oldman del 2025”, ma è più di un paragone: è una dichiarazione d’amore. Jones non interpreta il vampiro come simbolo di potere o lussuria, ma come reliquia di dolore. È fragile e feroce, mistico e carnale, un Cristo senz’anima che vaga tra i secoli in cerca di una resurrezione impossibile. Ogni suo sguardo racconta un secolo, ogni silenzio pesa come una croce.
Zoë Bleu e Matilda De Angelis: due incarnazioni dell’eterno femminino
Ma nessun Dracula esiste senza la sua Musa. Qui Besson ne offre due, in un gioco di riflessi che attraversa le epoche. Zoë Bleu, figlia d’arte e volto sospeso tra sogno e realtà, interpreta sia Elisabeta che Mina, la reincarnazione della donna perduta. È un doppio ruolo di straordinaria delicatezza: in lei convivono la grazia e la condanna, la promessa e il ricordo.
Matilda De Angelis, invece, è Maria: vampira ribelle e sensuale, figura inedita creata da Besson per incarnare l’altra faccia dell’eternità. Se Vladimir cerca l’amore come redenzione, Maria lo abbraccia come condanna consapevole. È libertà e schiavitù fuse in un solo corpo, un personaggio che vibra di un’energia viscerale e tutta italiana. “Maria non chiede perdono — vive,” ha detto Besson. Ed è proprio in questa sfida, nel contrasto tra devozione e disincanto, che il film trova il suo cuore pulsante.
Christoph Waltz: la fede in frantumi
Accanto a loro, Christoph Waltz presta il suo magnetismo al ruolo del sacerdote-cacciatore, ma la sua figura è tutt’altro che quella di un antagonista classico. È un uomo di fede che ha perso Dio, un teologo che insegue la prova dell’anima più che quella del vampiro. In lui, Besson costruisce un alter ego riflessivo del protagonista, un uomo che caccia ciò che non capisce e che teme ciò che ama.
Il duello tra Dracula e il prete non è fisico, ma spirituale: è la guerra tra la ragione e il mistero, tra la scienza e la fede, tra l’uomo che vuole vivere per sempre e quello che ha smesso di credere nella vita.
Un requiem per gli amanti
Dal punto di vista visivo, Dracula – L’amore perduto è un’esperienza sensoriale quasi mistica. Ogni fotogramma sembra scolpito nella cera e nel sangue. L’estetica cita il gotico di Coppola, ma lo capovolge: dove Bram Stoker’s Dracula cercava il romanticismo nell’orrore, Besson cerca l’orrore nell’amore.
La colonna sonora, composta da Éric Serra e dallo stesso Besson, alterna organi liturgici a sintetizzatori distorti. Sembra una messa recitata nello spazio, un incontro tra la sacralità di un requiem e la pulsazione di The Fifth Element. Ogni tema musicale è un eco del passato, un rintocco che accompagna la discesa del protagonista nella memoria.
C’è anche un tocco di Danny Elfman, chiamato a comporre alcuni brani addizionali, che aggiunge quella vena gotica e teatrale che amplifica la malinconia.
L’eccesso come linguaggio
Besson non teme il kitsch, anzi lo abbraccia come linguaggio estetico e narrativo. Dracula – L’amore perduto è un film eccessivo, teatrale, volutamente fuori tempo, come un affresco barocco animato da passioni troppo grandi per essere contenute.
Là dove Robert Eggers costruisce il silenzio, Besson costruisce il grido. Dove altri registi avrebbero scelto la misura, lui sceglie l’esagerazione. Tutto è troppo, e proprio per questo funziona: i colori esplodono come vetrate infrante, le ombre si fondono con la luce, l’amore con la morte.
Sotto la superficie iper-stilizzata, però, pulsa la sostanza più autentica del cinema bessoniano: l’innocenza. Dracula non è un mostro, ma un uomo che non riesce a smettere di amare. E in quell’impossibilità, in quella condanna dolce e spietata, si nasconde il cuore di tutto il film.
L’amore come condanna
Alla fine, Dracula – L’amore perduto è una tragedia romantica travestita da blockbuster gotico. È un poema visivo sull’eternità del desiderio, sulla fede che sopravvive anche dopo la morte.
Luc Besson, ormai lontano dalle forme del cinema mainstream, firma qui la sua opera più personale dai tempi di Léon. Non cerca più la perfezione, ma la verità. La trova nel tremito di un bacio, nell’eco di un nome pronunciato nel buio, nel sangue che non è più terrore ma memoria.
Quando le luci si spegneranno nella sala dell’Auditorium Parco della Musica e l’ultimo fotogramma svanirà, resterà solo una domanda, sospesa come un sussurro:
l’immortalità è un dono o una maledizione?
Forse Besson ci lascia con una risposta implicita: l’amore è l’unica cosa davvero eterna, ma proprio per questo è anche la più terribile. Perché chi ama, in fondo, è già condannato a vivere per sempre.
E se Dracula è l’immagine dell’uomo che rifiuta la fine, allora Dracula – L’amore perduto è il film di un artista che rifiuta il silenzio. Un’opera che sanguina, che arde, che osa ancora credere che il cinema possa essere un atto di fede.





