Millennium Actress torna al cinema nel 2026: il capolavoro di Satoshi Kon rinasce in versione restaurata

Rivedere Millennium Actress sul grande schermo nel 2026 sarà come ritrovare una vecchia amica che non hai mai realmente dimenticato, anche se l’hai salutata l’ultima volta quindici anni fa su un DVD ormai ingiallito ai bordi. La notizia della versione restaurata presentata durante le Giornate Professionali di Cinema di Sorrento ha attraversato la community anime come una folata di vento gelido seguita da un sorriso inevitabile: quel tipo di sorpresa che ti riporta addosso l’ebbrezza delle prime visioni, quando Satoshi Kon era ancora tra noi e spostava ogni confine immaginabile dell’animazione adulta.

L’annuncio arriva direttamente dal nuovo listino Plaion Pictures per il primo semestre del 2026, anticipato dal direttore commerciale Ludovico De Cesaris, e ha il sapore delle rivelazioni importanti. La riedizione cinematografica del capolavoro del 2001 promette di offrire uno sguardo rinnovato sulla poetica di un autore che ha fatto della memoria un’arma, del tempo un abisso e del cinema un labirinto emotivo. Non parliamo di un semplice ritorno: è un invito a riattraversare un’opera che nel nostro immaginario collettivo si è fatta mito, pur rimanendo dolorosamente legata alla fine prematura del suo creatore.

 

Il portale di Kon: quando la realtà smette di obbedire

Entrare in Millennium Actress è come varcare una soglia che non ti accorgi nemmeno di aver oltrepassato. La prima sequenza inganna lo spettatore con la spavalderia di un prestigiatore consumato: un lancio nello spazio, un terremoto improvviso, un crollo che si rivela essere solo parte di un film dentro il film. Una dichiarazione di poetica immediata, quasi un manifesto: non fidarti di ciò che vedi, perché ciò che vedi è solo un frammento di ciò che ricordi.

Kon gioca con il linguaggio del cinema come un linguista che maneggia una lingua madre immaginaria. Ogni volta che un genere, un’epoca, un contesto si manifesta in scena, non sai più se sei dentro la memoria della protagonista o dentro la narrazione del suo cinema o dentro la proiezione inconscia dei suoi desideri più remoti. È un incastro di specchi che riflettono altri specchi. Il risultato è una vertigine narrativa che ancora oggi non ha equivalenti, nemmeno in un panorama audiovisivo che nel frattempo ha assorbito concetti di meta-cinema, realtà spezzate e strutture temporali non lineari.

Quello che colpisce è la naturalezza con cui lo spettatore accetta questo continuo metamorfismo, come se il film stesse parlando direttamente a quella parte di noi che già sa quanto la memoria possa essere imprecisa, poetica, selettiva e spietata allo stesso tempo. Millennium Actress non rappresenta la memoria: ne simula il funzionamento.


Chiyoko Fujiwara: una vita intera messa in scena

Il cuore narrativo si accende nel momento in cui Genya Tachibana, documentarista appassionato e gentile, rintraccia Chiyoko Fujiwara, la superstar ormai ritirata dalle scene. Da qui, la biografia si trasforma in un’odissea personale che mescola set cinematografici e frammenti di vita vissuta.

Ogni ricordo di Chiyoko prende forma come un film del suo passato: guerre, drammi storici, racconti romantici, fantascienza, epica giapponese. È come se la protagonista avesse dovuto recitare mille ruoli solo per inseguire un’unica verità sentimentale.

Tutto ruota attorno a un gesto semplice: una chiave lasciata da un pittore idealista e ricercato, fuggitivo e fragile, che Chiyoko incontra da ragazza. Quella chiave diventa il talismano della sua esistenza, un oggetto che racchiude l’illusione, lo slancio e la sofferenza di un amore che non ha mai potuto compiersi. La sua ossessione la spinge a cercarlo in ogni angolo del mondo e in ogni film che interpreta. E mentre lo insegue, perde se stessa, trova se stessa, cambia pelle e identità come un’attrice che vive più intensamente sul set che nella realtà.

Genya, nel ruolo di spettatore attivo, entra in quelle memorie come un compagno di viaggio silenzioso, spinto da un sentimento delicato che si rivela solo nel sottotesto. È il fan, il devoto, il custode della sua storia. In qualche modo, rappresenta tutti noi.


Una chiave che non apre porte ma attraversa anime

Il momento in cui tutto si ricompone arriva sul letto di morte della protagonista. La chiave, ritrovata quando ormai tutto è sfumato, non è mai servita ad aprire un luogo fisico. Serve invece a spalancare una consapevolezza affilata come un haiku inciso sul ghiaccio.

Non era l’uomo a muovere il suo cuore: era l’inseguimento. Il viaggio. L’urgenza. La promessa mai davvero verificata. Chiyoko non ha rincorso una persona, ma un’idea. E quell’idea l’ha portata a vivere cento vite, a bruciare con la stessa fiamma ogni volta che la cinepresa iniziava a girare.

È una delle dichiarazioni più struggenti della storia dell’animazione, di quelle che ti restano incollate addosso con la forza di un trauma luminoso. La memoria non è una trappola: può essere la forma più umana dell’eternità.


Il rigore tecnico che sembra magia

Kon sapeva orchestrare la complessità come se fosse semplice. Il lavoro dello Studio Madhouse in Millennium Actress è di una raffinatezza quasi chirurgica. La fluidità delle transizioni, i cambi di prospettiva invisibili, i salti temporali governati con una precisione che oggi, vent’anni dopo, risultano ancora moderni e sorprendenti.

Le musiche di Susumu Hirasawa avvolgono ogni scena con un’elettricità emotiva inconfondibile. Sono musiche che non accompagnano il racconto: lo attraversano, lo amplificano, gli danno una dimensione di leggenda personale. Senza quella colonna sonora, il film sarebbe diverso. Più povero. Più ancorato al reale. Così com’è invece vola.

Il restauro permetterà probabilmente di recuperare sfumature cromatiche e texture che il tempo aveva smorzato. Sarà come osservare un dipinto che conosci da sempre ma che improvvisamente rivela dettagli che non immaginavi di aver dimenticato.


Un viaggio nel Giappone del Novecento attraverso la sua star immaginaria

Kon non racconta solo la vita di un’attrice. Racconta un secolo di storia giapponese senza mai trasformarlo in un saggio o in un documentario. Guerra, ricostruzione, disillusione industriale, passaggi generazionali: tutto vive nei film che Chiyoko interpreta. Il suo percorso individuale diventa il percorso di un’intera nazione.

Se Perfect Blue era un grido disperato sulla disgregazione dell’identità, Millennium Actress è la sua gemella luminosa. Due film complementari, entrambi dedicati a donne intrappolate nel proprio mito ma affrontato con sensibilità diversissime: uno come incubo, l’altro come nostalgia.

Il risultato è un’opera che abbatte i confini tra pubblico e privato, tra storia personale e storia collettiva. Millennium Actress ci ricorda che la memoria non appartiene mai solo al singolo: è parte del racconto di un popolo.


2026: il ritorno di un capolavoro che parla ancora a tutti noi

L’Italia aveva accolto Millennium Actress prima in DVD grazie all’edizione Eagle del 2008 e poi in un passaggio televisivo su Rai 4 nel 2009. Piccoli frammenti di un amore mai sopito. Ma riportarlo ora nelle sale, lucidato e restaurato, significa permettere a una nuova generazione di spettatori di incontrarlo come merita: nella dimensione naturale del cinema, dove Kon amava giocare con la percezione fino a scioglierla nei suoi stessi confini. La scelta di Plaion Pictures di riportare questo film nelle sale non ha solo un valore culturale: è un atto d’amore verso il cinema d’animazione e verso tutti coloro che credono che l’animazione possa raccontare ciò che il linguaggio tradizionale non riesce nemmeno a sfiorare.

In un panorama dove spesso si rincorre il nuovo a tutti i costi, il ritorno di un gigante come Millennium Actress ci invita a rallentare, a guardarci indietro, a riconoscere che certi viaggi non finiscono. Restano lì, sospesi, pronti a essere ripercorsi ogni volta che una sala buia si riempie di luce.

E forse è questo il segreto di Kon: non chiudere mai davvero una storia, ma lasciarla vivere in chi la guarda. Il restauro del 2026 sarà l’occasione perfetta per tornare a perderci nel suo labirinto di ricordi, sogni, illusioni e verità.

Magari, questa volta, scoprendo qualcosa che non avevamo mai visto prima.


Tu lo aspetti? Hai visto Millennium Actress ai tempi o lo scoprirai ora al cinema? Raccontamelo: questo è uno di quei film che meritano di essere condivisi, discussi e custoditi insieme.

Tokyo Godfathers: il capolavoro natalizio di Satoshi Kon torna al cinema

Ci sono film che non invecchiano, opere che attraversano i decenni come piccoli miracoli narrativi. Tokyo Godfathers è uno di questi. E ora, grazie a Nexo Digital, il capolavoro del compianto Satoshi Kon torna sul grande schermo per tre giorni evento — il 24, 25 e 26 novembre — a vent’anni dalla sua prima uscita, pronto a emozionare una nuova generazione di spettatori. È più di una semplice proiezione: è un ritorno alle origini dell’animazione giapponese capace di raccontare l’animo umano con una delicatezza che ancora oggi lascia senza fiato.


 Un Natale diverso, nel cuore di Tokyo

Dimenticate la magia zuccherosa dei film natalizi hollywoodiani. Tokyo Godfathers è un Natale sporco, reale, vissuto tra le strade bagnate e le luci al neon della metropoli giapponese. In questa Tokyo viva e contraddittoria, tre senzatetto trovano il senso della famiglia proprio quando il mondo sembra averli dimenticati.

C’è Gin, ex ciclista e alcolizzato; Hana, una donna transgender dal cuore immenso; e Miyuki, una ragazza in fuga da casa. Uniti solo dalla sopravvivenza e da un pizzico di ironia disperata, trovano una neonata abbandonata tra i rifiuti. La chiamano Kiyoko, che in giapponese significa “bambina pura”.
Da quel momento, la loro notte di Natale diventa una folle corsa contro il destino — e verso sé stessi.

Se con Perfect Blue, Millennium Actress e Paprika Satoshi Kon aveva giocato con la percezione, i sogni e la mente, con Tokyo Godfathers il regista svela la sua anima più empatica.
Qui non c’è il labirinto della psiche, ma quello della vita quotidiana: l’umanità ai margini, la vergogna e la redenzione.
Eppure, anche in questa storia “realistica”, Kon intreccia coincidenze e casualità come fossero fili di un destino invisibile. Ogni incontro, ogni errore, ogni gesto gentile diventa un frammento di un puzzle più grande — un disegno misterioso che, come in un miracolo laico, conduce i protagonisti a ritrovare sé stessi.

La sceneggiatura porta la firma di Keiko Nobumoto, mente brillante dietro a Cowboy Bebop e Wolf’s Rain: due opere che, proprio come Tokyo Godfathers, mettono al centro i dimenticati e i disillusi.


Tra John Ford e la Tokyo moderna

Non tutti sanno che Tokyo Godfathers è liberamente ispirato al romanzo The Three Godfathers di Peter B. Kyne, già adattato da John Ford nel 1948.
Kon ne rilegge il mito in chiave urbana: non più tre cowboy nel deserto, ma tre “santi laici” tra le strade di Shinjuku.
Il risultato è una parabola contemporanea sulla genitorialità, sul perdono e sulla possibilità di costruire una famiglia non per sangue, ma per scelta.


La potenza di un’umanità imperfetta

Il vero miracolo del film non è la neve che scende su Tokyo, ma il modo in cui Kon riesce a raccontare la dignità degli ultimi.
Tokyo Godfathers ride, piange e perdona. È un’opera che mescola la comicità slapstick e la tragedia urbana, dove ogni battuta di Hana nasconde un dolore profondo e ogni colpo di scena è una carezza travestita da caso.

Non c’è spazio per la retorica: solo per l’amore, quello disordinato e autentico che nasce nelle pieghe della povertà e della colpa.


Un classico che continua a brillare

Negli anni, Tokyo Godfathers è diventato un cult assoluto, un appuntamento natalizio alternativo per chi cerca emozioni vere e non solo scintille di decorazione.
La sua forza sta nell’equilibrio perfetto tra risata e lacrima, nel modo in cui trasforma la disperazione in poesia visiva.
Rivederlo oggi sul grande schermo è come aprire una vecchia lettera di Natale e scoprire che, nonostante tutto, c’è ancora speranza.

Le prevendite sono già disponibili sul sito nexostudios.it, dove si potrà consultare anche l’elenco completo delle sale aderenti.


🎬 Un invito alla community nerd

Che siate fan storici dell’animazione giapponese, estimatori del genio di Kon o semplicemente alla ricerca di un film natalizio che vi tocchi l’anima, questo è l’appuntamento da non perdere.
Tokyo Godfathers non è solo un film: è un promemoria universale che ricorda come anche tra i rifiuti di una città frenetica può nascere una scintilla di umanità.

E voi, nerd di CorriereNerd.it, lo andrete a vedere al cinema?
Raccontateci nei commenti quale opera di Satoshi Kon vi ha lasciato il segno — Perfect Blue, Paprika o proprio Tokyo Godfathers?
La nostra redazione vi aspetta per scaldarci insieme sotto la neve di Tokyo.

Paprika di Satoshi Kon: L’Apocalisse Onirica che ha Sconvolto il Cinema

Amici e amiche di CorriereNerd.it, preparatevi a un viaggio che vi farà perdere la bussola tra veglia e sogno, perché oggi parliamo di un vero e proprio mostro sacro dell’animazione giapponese: Paprika – Sognando un sogno di Satoshi Kon. Questo capolavoro, che ha fatto il suo debutto mondiale alla 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2006, non è solo un film, ma una pietra miliare che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni di appassionati. Basato sull’omonimo romanzo di Yasutaka Tsutsui, un maestro della letteratura fantascientifica, Paprika è un incrocio perfetto e vertiginoso: immaginate il thriller paranoico di un Strange Days, ma iniettato con la fantasia sfrenata e coloratissima di Miyazaki. In questo vortice, ogni personaggio, ogni situazione assurda, è una lente d’ingrandimento, una parodia tagliente del nostro mondo, quello reale, dove ci affanniamo tutti i giorni.

La domanda che ci si pone fin da subito è: cosa può la realtà contro lo sconfinato potere del sogno? Satoshi Kon, lo stesso genio dietro affreschi noir come Paranoia Agent e l’indimenticabile Tokyo Godfathers, risponde con la sua consueta carica surreale, portandoci in un futuro prossimo dove i confini tra ciò che è vero e ciò che è sognato sono più labili che mai. Al centro di tutto c’è la dottoressa Atsuko Chiba, una psicoterapeuta che ha trovato un modo per curare i traumi dei suoi pazienti immergendosi direttamente nei loro mondi onirici. Tutto grazie al DC-Mini, un congegno rivoluzionario che apre prospettive incredibili nel trattamento dei disturbi psichici. Ma la pace dura poco, perché il prototipo di questo apparecchio viene trafugato prima ancora di essere brevettato. Il Dottor Shima, mentore di Atsuko, si ritrova prigioniero del delirio di un folle, e un misterioso nemico si mette in testa di manipolare i sogni di tutti, per dominare sia il mondo onirico che quello reale. L’uso distorto del DC-Mini, infatti, potrebbe annichilire la personalità e la volontà di chi dorme, e un detective con una bizzarra fobia per il cinema, il signor Konakawa, decide di investigare. Ad aiutarlo in questa indagine al confine con l’inconscio ci saranno Paprika, l’alter ego onirico della dottoressa Chiba, e il paffuto dottor Tokita, l’inventore del DC-Mini.


Paprika non è solo un film, ma un’opera metacinematografica, un’apocalisse onirica che confonde in modo sublime il reale, il fantastico e il cinematografico. Satoshi Kon, che già ci aveva stregato con le false piste del suo Perfect Blue, replica la magia, regalandoci un nuovo psycho-thriller animato. Il suo tratto distintivo è un realismo del disegno che si fonde con una libertà narrativa sconfinata, senza paura di deludere le aspettative dei fan. Qui, la fantasia di Kon si fa macchina: il DC-Mini non è altro che un proiettore che trasforma i sogni in film, e Paprika stessa diventa la pellicola su cui si svolge l’azione. Il villain è un ladro che non ruba oggetti, ma l’anima e la psiche di chi dorme, l’eroina è una dottoressa che recupera i sogni smarriti e il giustiziere è un detective che, ironia della sorte, ha paura del cinema ma si ritrova a vivere un’indagine come se fosse un film di genere. L’ambientazione è un futuro prossimo, e il motore di tutto è il DC-Mini, un aggeggio che, proprio come il cinema, scompone, analizza e riavvolge la “materia onirica”.

A un’analisi più attenta, il film di Kon è un vero e proprio manifesto del cosiddetto postmoderno. Ci sono pupazzi inquietanti, un luna park che si trasforma in un incubo, il discorso sulla natura autoriflessiva del cinema, la metanarrazione e uno sfondamento tra i livelli di realtà che non si vedeva dai tempi di eXistenZ di David Cronenberg. Nel mondo di Paprika, ogni superficie può essere attraversata, ogni sguardo può catapultarti dal settimo piano di un palazzo direttamente nel mezzo di un universo di giochi. E in tutto questo, svetta Paprika, una “ragazza da sogno” in ogni senso del termine: desiderabile e affascinante, ma anche misteriosa e potente. Se ci fate caso, i colori sgargianti e le movenze della parata onirica che attraversa tutto il film sembrano usciti direttamente da un’opera di Hayao Miyazaki, in particolare da La città incantata. Ma la meraviglia grafica non dovrebbe sorprendere: dietro le quinte c’è la leggendaria Madhouse, la stessa casa di produzione che ha dato vita a capolavori come Animatrix e Metropolis di Rintaro.

Distribuito per la prima volta nelle sale italiane nel 2007, Paprika ha ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è universalmente riconosciuto come uno dei migliori lavori del compianto Satoshi Kon, un regista di culto, eccentrico e visionario. Il suo stile audace e la sua visione unica hanno lasciato un’impronta indelebile nel cinema contemporaneo, influenzando registi di fama internazionale e diventando un punto di riferimento per opere che giocano con i confini della realtà, come l’acclamato Inception di Christopher Nolan. La colonna sonora, firmata dal geniale Susumu Hirasawa, è la ciliegina sulla torta, e accompagna lo spettatore in questo viaggio onirico senza precedenti, che oggi appare più contemporaneo e necessario che mai. Paprika non è solo un film, ma un’esperienza sensoriale e intellettuale che ti rimane dentro, un’opera che dimostra quanto l’animazione possa essere un veicolo per esplorare le profondità più oscure e affascinanti della psiche umana.

Perfect Blue di Satoshi Kon

Perfect Blue è un thriller contorto, inquietante e assolutamente coinvolgente, opera prima di Satoshi Kon (Paprika, Tokyo Godfathers, Paranoia Agent) prodottoda MadHouse e uscita nel 1997.

In Perfect Blue, Satoshi Kon racconta la storia della cantante Mima che, di fronte allo scarso successo commerciale, deve abbandonare il microcosmo rosa confetto delle idol per essere “rilanciata” come attrice, in un mondo dove invece diventerà solo carne da macello. Ottiene la parte di una ragazza psicologicamente instabile nel serial Tv “Doppio Legame”, ma inizia a ricevere messaggi di minaccia anonimi da parte di un fan otaku che non ha tollerato il cambiamento d’immagine della “sua” Mima. Di lì a poco, una serie di incidenti colpisce il set di lavorazione. La stessa Mima, abituata a essere un mero simulacro, inizia a perdere contatto con la propria identità. Ma allora: chi è la vera Mima? Quella che veste gli ingenui costumi della idol? Quella che compare sorridente su Internet? Quella che fa la spesa al supermercato? La ragazza schizofrenica di “Doppio Legame”? L’illusione di se stessa? Oppure solo l’illusione di tutti?

Alla sua uscita in Giappone il film, introspettivo e di grande attualità, ha generato lunghissime code davanti ai cinema e a seguire si è assicurato il prestigioso Public Prize al Fant’Asia ’97 (Montreal). Tratto dal romanzo di Yoshikazu Takeuchi, scrittore e giornalista che si è a lungo dedicato alla cultura otaku, e sceneggiato da Sadayuki Murai, Perfect Blue ha segnato il debutto alla regia Satoshi Kon (Hokkaido, 1963), fumettista già assistente di Katsuhiro Otomo in Akira (versione a fumetti), World Apartment HorrorRojin Z (1991) e Memories. Lo stesso Katsuhiro Otomo ha partecipato alla realizzazione del film in veste di special adviser.

The Evil Within 2: tra cinema e videogiochi

Il binomio tra film e videogiochi e uno dei più conosciuti e fecondi: nella creazione di The Evil Within 2 gli sviluppatori hanno voluto riversare le suggestioni loro derivate dalla visione di una serie di film per creare un’esperienza interattiva indimenticabile e ricca di azione e suspense, dramma psicologico e paura. Scopriamoli insieme.

Diretto a Frank Darabont e basato sul racconto di Stephen King La nebbia (The Mist) il film è arrivato nelle sale italiane il 10 ottobre 2008. Protagonista è il giovane David Drayton (Thomas Jane) che sta dipingendo un quadro quando una forte tempesta si abbatte sul lago nei pressi del quale si trova la sua casa costringendolo a rifugiarsi in cantina con la sua famiglia. Il giorno seguente David, insieme al figlio Billy (Nathamn Gamble) e al vicino Brent Norton (Andre Braugher) si dirige al supermercato più vicino quando una densa nebbia avvolge completamente la cittadina. I tre si rifugiano nel supermercato con altre persone in attesa che la visibilità migliori, ma ben presto scoprono che nella nebbia si nascondono creature mostruose e aggressive provenienti da un’altra dimensione e fuggite dalla vicina base militare dove si sta svolgendo un progetto militare segreto dal nome in codice “Arrowhead”. La forzata prigionia nel supermercato, unita all’incitamento di una fanatica religiosa, la signora Carmody (Marcia Gay Harden) e alla minaccia rappresentata dalle misteriose creature che riescono addirittura a penetrare all’interno dell’edificio, non fa che aumentare la paura e le paranoie dei presenti. In un crescendo di colpi di scena che porta un manipolo di sopravvissuti a tentarla fuga attraverso uno stato del Maine ormai devastato dalle creature, l’insolito finale cala come una lama affilata sulle speranze e le vite dei protagonisti.

Diretto da David Fincher e interpretato da star di Hollywood come Brad Pitt, Morgan Freeman e Kevin, Seven è un thriller poliziesco avente come protagonisti due detective: il saggio e anziano William Somerset (Morgan Freeman), ormai disilluso e in attesa di andare finalmente in pensione e il giovane e spavaldo David Mills (Brad Pitt). I due sono chiamati a indagare su una serie di efferati delitti che hanno come minimo comune denominatore i sette vizi capitali. Dopo i primi scontri i due iniziano a collaborare per risolvere il caso e la loro attenzione si concentra su un certo John Doe (Kevin Spacey) che continua a seminare cadaveri lasciando tracce inequivocabili. Fino agli ultimi due delitti legati ai peccati capitali di “invidia” e “ira” che vedono l’assassino prendersi gioco dei due poliziotti e colpire il detective Mills nei suoi affetti più cari.

Ispirato all’omonimo racconto dello scrittore giapponese Kōji Suzuki, Dark Water (Honogurai mizu no sokokara) è un film del 2002 giapponese di genere thriller/horror di cui è stato prodotto un remake nel 2005 negli USA. Protagonista è una giovane madre divorziata con qualche problema psichico di nome Yoshimi Matsubara (Hitomi Kuroki) che si trasferisce in una nuova casa con la figlia di sei anni Ikuko (Rio Kanno). Il nuovo appartamento, però, sembra nascondere delle inquietanti presenze e dal piano di sopra provengono degli strani rumori. Yoshimi trova spesso un piccolo zaino rosso di cui tenta invano di sbarazzarsi finché una notte, recatasi sul tetto del palazzo, scopre l’atroce verità: una bimba due anni prima era scomparsa affogando nella cisterna sul tetto proprio mentre tentava di recuperare il suo zainetto rosso. Il film è diretto da Hideo Nakata, già regista dei famosi Ring (1998) e Ring 2 (1999), che dà ancora una volta sfoggio della sua abilità nel creare un dramma psicologico e soprannaturale al tempo stesso.

Diretto da Denis Villeneuve nel 2013, Prisoners è un thriller/noir che racconta la storia della famiglia Dover, la cui vita serena si svolge in una piccola cittadina della Pennsylvania fino a quando, durante i festeggiamenti per il Giorno del Ringraziamento, la loro ultimogenita Anna scompare misteriosamente insieme all’amichetta Joe Birch. Il padre di Anna, Keller dover (Hugh Jackman), inizia a indagare per contro proprio insospettivo da un camper, presente in loco fino al momento della scomparsa. Le indagini ufficiali vengono quindi affidate al detective Loki (Jake Gyllenhaal) che rintraccia il camper al cui interno trova il giovane Alex Jones (Paul Dano), un ragazzo affetto da un ritardo mentale e per questo affidato all’anziana zia Holly (Melissa Leo). Il giovane per il momento pare estraneo al rapimento e le indagini si orientano sui pedofili segnalati in zona e sugli altri casi di bambini scomparsi portando alla luce verità inquietanti.
Keller a sua volta sequestra il giovane Alex torturandolo barbaramente perché è convinto che questi sappia dove si trova sua figlia, mentre il detective Loki rintraccia un certo Bob Taylor (David Dastmalchian), un altro sospettato ossessionato dai labirinti. La tensione sale e la situazione si complica ulteriormente quando Bob suicidarsi presso la stazione di polizia. Setacciando la sua casa viene alla luce la sua estraneità al rapimento, ma anche il suo triste passato. Tra colpi di scena e segreti che a poco a poco vengono alla luce la verità viene infine svelata: la rapitrice è Holly, la zia di Alex, nonché moglie di un pedofilo ritrovato morto e ormai mummificato nella cantina di un ex sacerdote alcolizzato.

Se i film ora citati hanno rappresentato la fonte di ispirazione principale per gli sviluppatori c’è un ulteriore tassello che va a completare il quadro di The Evil Within 2 ed è il surrealismo di fondo che ha trovato la sua massima espressione in altre due pellicole: The Cell (2000) e Paprika (2006).

The Cell (2000) è un horror fantascientifico diretto da Tarsem Singh ambientato nel prossimo futuro dove, grazie a una particolare tecnologia, medici o addetti specializzati possono essere proiettati nelle menti di pazienti affetti da gravi patologie per tentare di curarli. Catherine Deane (Jennifer Lopez) è una psicologa che si “immerge” regolarmente nella mente di un bambino in coma per cercare di risvegliarlo fino a quando i genitori decidono di interrompere la sperimentazione. Nel momento in cui un pericoloso serial killer entra a sua volta in coma, l’FBI chiede l’aiuto della stessa Catherine. Bisogna trovare il luogo in cui è rinchiusa l’ultima sua vittima. Catherine si inserisce nei suoi sogni e scopre un universo che rischia di far vacillare il proprio equilibrio psichico.

Diretto da Satoshi Kon, Paprika è stata correttamente definita “un’apocalisse onirica” in grado di mescolare i diversi piani del reale, del sogno e della fantasia creando un originale psyco-thriller animato ispirato al maestro della letteratura fantascientifica giapponese Yasutaka Tsutsui. Protagonista del film è Atsuko Chiba, uno psicoterapeuta che cura i traumi dei suoi pazienti in maniera nuova e originale interagendo direttamente col loro mondo onirico. Più nello specifico questa terapia è in grado penetrare i sogni e di esplorare l’inconscio mediante il DC-Mini, un dispositivo che apre incredibili prospettive nel trattamento dei disturbi psichici. Prima ancora di essere brevettato, il congegno rivoluzionario viene però rubato e il Dottor Shima, direttore e mentore di Atsuko, imprigionato nel sogno dissennato e delirante di un folle. Il misterioso nemico è deciso a interferire coi sogni degli uomini, a manipolarli e a governare sul mondo sognato e su quello reale. L’uso scorretto del DC-Mini potrebbe infatti annichilire la personalità e la volontà del sognatore. Konakawa, un detective che odia il cinema ma sogna per generi cinematografici, decide di indagare. Nelle indagini al confine con l’inconscio lo aiuteranno Paprika, alter ego onirico della dottoressa Atsuko, e il dottor Tokita, inventore del prototipo.

Corpi e anime. Nudo ed erotismo nell’animazione giapponese

Corpi e anime. Nudo ed erotismo nell’animazione giapponese” di Valeria Arnaldi è il primo studio iconografico sul nudo ed erotismo nell’animazione giapponese, tra libertà e censure del nostro immaginario. Le curve di Margot, spiate e desiderate da Lupin. Il fisico da pin-up di Lamù. E ancora, Sailor Moon, Bia, Ransie la strega, Mila e Shiro, Kiss me Licia e Ranma 1/2. Senza dimenticare i grandi film, come Perfect Blue e Paprika di Satoshi Kon. Sono bastati pochi trasgressivi frammenti di china e colore senza veli per “animare” le fantasie di intere generazioni.

Tra serie per tutte le età e prodotti più adulti, come ecchi ed hentai, tra appuntamenti in fascia protetta e veri e propri lungometraggi, il nudo è presente in modo importante all’interno degli anime giapponesi, con valenze più o meno erotiche. Una presenza non sempre evidente che ha permesso alla nudità, accompagnata da sguardi maliziosi o, al contrario, imbarazzati, di entrare nel mondo infantile, contribuendo a determinarne i primi interrogativi. Corredato di un ricco apparato iconografico, il volume illustra il fenomeno del nudo animato, in un percorso che parte dalle serie di fumetti e cartoni animati, icone dei piccoli, per arrivare alle ultime produzioni degli anime più raffinati ed “erotici”, mettendo a confronto la tradizione nipponica, non priva di pruderie e violenze, con quella di altri Paesi, a partire dall’America.

Grande attenzione è dedicata alla funzione narrativa del nudo e alla censura che hanno prodotto rielaborazioni, fan art, ma anche videogame e opere d’arte. Un’analisi puntuale e approfondita, e assolutamente originale, sugli aspetti “più adulti” dei cartoni animati che sono entrati a far parte del nostro immaginario culturale.

“Per me  la donna è un ideale, qualcosa da ammirare. Per me le donne sono fonte di ispirazione”

Gō Nagai

Valeria Arnaldi è nata nel 1977 a Roma. Laureata in Scienze Politiche, è giornalista professionista, scrive su quotidiani e mensili italiani e stranieri, e autrice di saggi e romanzi di vario argomento, dall’arte ai fumetti alla cucina.. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero e ha collaborato con Commissione Europea, Unar-Presidenza del Consiglio, Regione Lazio, Provincia di Roma, Roma Capitale. Ha ideato e curato C’era una volta…, primo festival di Family Artentainment di Roma Capitale.  Ha scritto e diretto spettacoli teatrali e cortometraggi tra i quali Dietro le quinte di un bacio con l’attore Enrico Lo Verso. Ha diretto più collane editoriali. Cura la collana di volumi Shibuya, dedicata all’animazione giapponese. Tra i suoi libri più recenti, Corpi e anime – Nudo ed erotismo nell’animazione giapponese, Manga Art – Viaggio nell’iper-pop contemporaneo, Lady Oscar – L’eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda, In grazia e bellezza – L’evoluzione della donna secondo Disney, Mickey Mouse – Mito e icona del personaggio cult di Walt Disney. All’universo di Hayao Miyazaki, ha dedicato i saggi Hayao Miyazaki – Un mondo incantato, Il Castello errante di Howl – Magia, mistero e bellezza nel film cult di Hayao Miyazaki, Il mio vicino Totoro – Il film icona di Hayao Miyazaki. Tra i libri non riferiti al fumetto e all’animazione citiamo Roma da Paura e SPQR Sono pettegoli questi romani.

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