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Il Diavolo Veste Prada 2: Molto più di un sequel nostalgico (è un horror sul giornalismo moderno)

Qualcosa si è rotto lungo la linea temporale che collega il 2006 al presente, e non parlo solo della moda che cambia o delle citazioni che diventano meme, ma proprio del modo in cui consumiamo storie, immagini, identità; lo senti mentre scorri, lo percepisci quando ti accorgi che anche un film come Il Diavolo veste Prada 2 riesce a infilarsi in mezzo a questo rumore digitale e invece di accodarsi decide di fermarti, guardarti negli occhi e dirti: “ok, giochiamo davvero”. Ricordo ancora la prima volta che avevo visto il film originale, un’epoca in cui il feed non esisteva e il massimo della distrazione era MSN che lampeggiava mentre cercavi di finire un episodio di un anime scaricato male; oggi invece viviamo dentro un loop continuo, e proprio per questo il ritorno di Runway non ha il sapore di un revival, ma quello di un aggiornamento di sistema, uno di quelli che non puoi ignorare perché cambia le regole del gameplay.

Il Diavolo Veste Prada 2 | Trailer Ufficiale

Il trailer è arrivato come un drop improvviso, una di quelle notifiche che ti fanno sospendere qualsiasi cosa tu stia facendo, e nel momento esatto in cui parte la traccia “Runway” firmata da Lady Gaga e Doechii capisci che il tono è diverso, più tagliente, quasi aggressivo nel modo in cui abbraccia il presente, come se la moda fosse solo la superficie lucida di qualcosa di molto più inquietante.

E poi loro, che non sono semplicemente tornati, ma sembrano non essersene mai andati davvero: Meryl Streep rientra nei panni di Miranda Priestly con quella calma glaciale che ti mette a disagio ancora prima che apra bocca, Anne Hathaway riporta Andy Sachs in scena con una consapevolezza nuova, meno ingenua e più consapevole del sistema in cui si muove, mentre Emily Blunt e Stanley Tucci riattivano dinamiche che chiunque abbia vissuto quel primo film riconosce a pelle, come una combo perfetta in un fighting game che non dimentichi mai.

Solo che stavolta non si tratta più di “farcela” nel mondo della moda, e questa è la cosa che colpisce davvero, perché Runway diventa quasi un campo di battaglia dove si scontrano due epoche: da una parte l’editoria tradizionale, dall’altra un ecosistema dominato da algoritmi, creator, contenuti che nascono e muoiono nel tempo di uno scroll, una realtà che chiunque lavori anche lontanamente nella creatività oggi conosce fin troppo bene.

Il film non si nasconde dietro metafore comode o scenari fantascientifici, anzi fa qualcosa di molto più spiazzante, prende il presente e lo mette sotto una lente crudele, trasformando una premiazione giornalistica in una scena quasi horror, con telefoni che vibrano all’unisono annunciando licenziamenti in massa, un momento che ti colpisce più di qualsiasi mostro digitale perché lo riconosci, lo hai già visto, magari non al cinema ma nella vita reale, tra notifiche e mail che cambiano tutto in pochi secondi.

E mentre la storia scorre, tra outfit impeccabili e dialoghi affilati come lame, emergono temi che sembrano usciti da una discussione infinita tra amici nerd davanti a una birra, tra chi difende l’arte e chi prova a sopravvivere dentro un sistema che sembra progettato per sostituirti: fondi d’investimento che trattano le testate come pedine, pubblicità che detta le regole, intelligenze artificiali che iniziano a occupare spazi sempre più grandi, e quella parola “ristrutturazione” che ormai suona come un boss finale che non sai mai se riuscirai davvero a battere.

Il punto è che questo sequel non si limita a raccontare tutto questo, lo fa sentire, e lo fa con una consapevolezza che ricorda certi anime che tornano dopo anni e decidono di crescere insieme al loro pubblico, senza fingere che il tempo non sia passato, senza fare finta che siamo ancora gli stessi.

Eppure, dentro questo caos, qualcosa resiste, ed è forse la parte più inaspettata, quella che non ti aspetti da un film che porta questo titolo sulle spalle: una specie di ostinazione romantica verso lo storytelling, verso l’idea che raccontare storie abbia ancora un senso anche quando tutto sembra ridotto a numeri e click, una resistenza silenziosa che passa attraverso i personaggi e arriva dritta a chi guarda.

La regia di David Frankel e la scrittura di Aline Brosh McKenna tengono insieme tutto questo senza trasformarlo in una lezione, ma lasciandolo esplodere in scene che oscillano tra ironia e amarezza, mentre nuovi volti come Kenneth Branagh, Lucy Liu e Justin Theroux entrano in partita come nuovi player pronti a cambiare le regole.

E qui scatta quella connessione inevitabile per chi è cresciuto tra anime, RPG e cultura pop digitale: Miranda non è solo un personaggio, è un archetipo, Andy è il classico protagonista che evolve, Emily è quella rivalità che ti costringe a migliorare, e questo sequel sembra quasi un new game plus, uno di quelli in cui torni con più esperienza ma il livello di difficoltà è aumentato in modo brutale.

Il risultato è qualcosa che non era facile prevedere, un film che riesce a essere glamour e spietato nello stesso momento, capace di farti ridere e subito dopo lasciarti con quella sensazione strana nello stomaco, come quando realizzi che il sistema in cui stai giocando non è solo finzione ma riflette fin troppo bene la realtà.

E forse è proprio questo che lo rende così necessario adesso, in un momento in cui la creatività sembra continuamente messa alla prova, compressa, automatizzata, ridotta a output, mentre invece continua a esistere in ogni persona che decide di non mollare, di raccontare, di creare anche quando tutto intorno sembra dirti il contrario.

Chi segue da tempo il mondo nerd sa bene quanto queste storie contino, quanto diventino punti di riferimento, linguaggi comuni, e realtà come nascono proprio da questa esigenza di raccontare, condividere e tenere viva una cultura che non si limita a consumare ma prova ancora a costruire .

E quindi sì, alla fine la domanda resta sospesa, come sempre succede quando un universo che amiamo torna a bussare: stiamo ancora giocando lo stesso gioco o le regole sono cambiate così tanto da costringerci a reinventarci completamente?

Io una risposta definitiva non ce l’ho, e forse è meglio così, perché Runway ha riaperto le porte e da lì dentro continua a uscire molto più di quello che ci aspettavamo… e a questo punto sono curioso di sapere dove vi ha colpito di più.

Only Murders in the Building 6: il trio vola a Londra per un nuovo mistero su Disney+

Disney+ ha acceso nuovamente i riflettori su una delle sue serie più brillanti e amate: Only Murders in the Building. La piattaforma ha infatti annunciato il rinnovo ufficiale per una sesta stagione da dieci episodi, confermando il ritorno del leggendario trio composto da Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez. Ma la notizia più intrigante è un’altra: dopo cinque stagioni intrise di ironia e misteri nel cuore di New York, i nostri detective da condominio faranno le valigie per volare a Londra.

Un cambio di scenario che promette una ventata d’aria fresca e nuove sfide, in un contesto dove l’umorismo tagliente e la tensione del giallo potranno intrecciarsi con la tipica eleganza british. Per la prima volta, la serie lascerà i corridoi dell’Arconia per svelare un nuovo mistero “made in UK”, aprendo il sipario su una città che ha fatto della nebbia e dei delitti il suo palcoscenico naturale.

Un finale di stagione che lascia il segno

L’annuncio del rinnovo arriva in concomitanza con il finale della quinta stagione, disponibile da oggi in streaming su Disney+ (e su Hulu negli Stati Uniti). Una stagione che ha consolidato l’amore del pubblico e della critica per questa piccola gemma di comicità e suspense. Non solo per le gag irresistibili tra Martin e Short o per la verve ironica di Selena Gomez, ma anche per un cast corale di altissimo livello.

Il quinto capitolo ha visto il ritorno trionfale di Meryl Streep, premio Oscar® e icona assoluta, affiancata da una costellazione di nomi che farebbero impallidire qualunque red carpet: Da’Vine Joy Randolph, Richard Kind, Nathan Lane, Bobby Cannavale, Renée Zellweger, Logan Lerman, Christoph Waltz, Téa Leoni, Keegan-Michael Key, Beanie Feldstein, Dianne Wiest e Jermaine Fowler. Una squadra d’attori che trasforma ogni episodio in una performance da antologia, dove commedia, malinconia e tensione convivono in perfetto equilibrio.

Tra mistero e ironia, una formula che non delude

Creata dai geniali Steve Martin e John Hoffman (Grace and Frankie, Looking), la serie è riuscita a reinventare il formato del giallo televisivo mescolandolo con la comicità sofisticata e il metalinguaggio del podcast true crime. Only Murders in the Building è diventata, in breve tempo, un piccolo cult contemporaneo: uno show che ironizza sulle nostre ossessioni per i misteri, ma che allo stesso tempo racconta con tenerezza il bisogno di connessione, amicizia e riscatto.

Il successo della serie è anche il risultato di una scrittura intelligente e mai banale, capace di ridere del genere che omaggia. Gli scambi taglienti, i colpi di scena calibrati e l’alchimia perfetta tra i tre protagonisti hanno reso ogni stagione un piccolo evento. E ora, con Londra come nuovo scenario, le possibilità narrative si moltiplicano: nuovi omicidi, nuovi sospetti e – perché no – qualche tè servito con una buona dose di humor nero.

Dietro le quinte del successo

Oltre a Martin e Hoffman, tra i produttori esecutivi della serie figurano nomi di peso come Dan Fogelman (This Is Us), Jess Rosenthal, Ben Smith, JJ Philbin e gli stessi protagonisti Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez, che continuano a dimostrare una sintonia creativa impeccabile. La loro collaborazione dietro la macchina da presa è la vera chiave di volta di un progetto che ha saputo evolversi stagione dopo stagione senza mai tradire la sua identità.

Un fenomeno pop diventato “comfort mystery”

Nel mare magnum delle serie crime, Only Murders in the Building è riuscita a ritagliarsi un posto speciale: quello del “comfort mystery”, il giallo che consola, che diverte e che ci fa sentire parte di una comunità di detective improvvisati. Merito anche del tono brillante e dei dialoghi dal ritmo teatrale, eredità diretta dell’esperienza di Steve Martin e Martin Short nei palchi della comicità americana.

E se le prime stagioni hanno costruito un perfetto equilibrio tra intrigo e ironia, l’idea di spostare il racconto in Inghilterra potrebbe aggiungere un tocco di “Sherlockiana” eleganza, trasformando i nostri investigatori amatoriali in ospiti un po’ fuori posto tra manieri vittoriani, pub fumosi e piogge londinesi.

Un giallo che parla di noi

Dietro il fascino del mistero e la risata pronta, la serie ha sempre raccontato qualcosa di molto umano: la solitudine metropolitana, il bisogno di essere ascoltati e la ricerca di un senso di appartenenza. In fondo, i podcast che Charles, Oliver e Mabel registrano non sono solo strumenti narrativi, ma metafore della nostra epoca: la voglia di condividere storie per sentirsi meno soli.

E forse è proprio questo il segreto del successo di Only Murders in the Building: la capacità di ricordarci che anche dietro le risate e i colpi di scena si nasconde sempre un cuore che batte, un gruppo di amici che indaga non solo su delitti, ma anche sulla propria vita.

Only Murders in the Building 5: il ritorno all’Arconia tra ombre, segreti e un cast da multiverso

Sentite anche voi quel brivido che corre lungo i corridoi dell’Arconia? Non è il vento che fischia tra le guglie dell’Upper West Side, non è il cigolio del vecchio ascensore che si muove pigramente. No, amici miei, è qualcosa di molto più eccitante, una melodia familiare e sinistra che preannuncia il ritorno del nostro trio preferito. Il 9 settembre 2025, segnatevelo sul calendario, perché Only Murders in the Building torna a bussare alle nostre porte, precisamente su Disney+ (e su Hulu per i nostri cugini americani). Ci aspettano tre episodi di lancio che ci catapulteranno subito nel vivo dell’azione, seguiti da un appuntamento settimanale per un’abbuffata di mistero dosata alla perfezione. La serie che ha riportato in auge il caro vecchio “whodunit” in salsa moderna è pronta a stravolgere le nostre certezze con una quinta stagione che promette scintille.

Questa volta, però, le cose si fanno più cupe. L’Arconia, il nostro amato microcosmo di bizzarrie, si apre su una New York che sembra aver perso un po’ del suo smalto patinato. È una metropoli più oscura, più ambigua, con segreti che si annidano non solo dietro le porte del palazzo, ma in ogni angolo della strada. E, ovviamente, i nostri detective amatoriali – il sempre saggio (ma forse non troppo) Charles (Steve Martin), l’esuberante e teatrale Oliver (Martin Short) e la pragmatica e sagace Mabel (Selena Gomez) – sono pronti a tuffarsi in questa nuova avventura, armati dei loro fidati microfoni, di battute che solo loro sanno piazzare al momento giusto e di un’ironia così affilata da poter tagliare un’indagine in due.

Only Murders in the Building Stagione 5 | Trailer Ufficiale | Dal 9 Settembre su Disney+

Un cold open da manuale del true crime (che fa venire i brividi)

Il nuovo caso che ci terrà col fiato sospeso non nasce da un evento eclatante, ma da una morte che, a un occhio inesperto, potrebbe sembrare del tutto accidentale. Parliamo di Lester, lo storico e amato portiere dell’Arconia, il cui decesso viene liquidato frettolosamente come una disgrazia. Ma siamo onesti, chi mai potrebbe pensare che il nostro trio di investigatori si accontenti di una versione così banale? Non ci cascano, ovviamente. Troppi dettagli stonano, troppe tessere del puzzle non combaciano, e così parte un’indagine che li trascinerà fuori dal loro guscio protettivo. Abbandonando per un po’ i marmi dell’atrio e le finestre che si affacciano sull’Upper West Side, si ritrovano in una città che sembra aver cambiato volto.

La New York di Only Murders 5 non è più solo la città degli spettacoli di Broadway e dei caffè chic. È una metropoli bifronte, dove il lusso e la cultura patinata nascondono un sottobosco torbido. Vecchie famiglie criminali cercano disperatamente di mantenere il loro potere, minacciate da nuove forze senza scrupoli che non si fanno scrupoli a calpestare chiunque si metta sulla loro strada. Sembra quasi di essere in una di quelle partite di ruolo di Vampiri: la Masquerade, dove i mostri si nascondono dietro abiti di sartoria e un sorriso impeccabile. E i nostri eroi, da buoni nerd del crimine, non vedono l’ora di svelare chi si nasconde dietro quella maschera di perbenismo.


Un cast da crossover impossibile: da Hollywood con furore

Se c’è una cosa che ha sempre elevato Only Murders in the Building a un livello superiore è il suo cast stellare. E questa stagione, ragazzi, alza l’asticella a un livello tale da far impallidire persino i crossover Marvel. Oltre ai nostri amati protagonisti, torneranno volti noti come Michael Cyril Creighton, Meryl Streep, Nathan Lane e Bobby Cannavale, pronti a regalarci nuove performance memorabili. Ma la vera esplosione di hype è dovuta ai nuovi arrivi, una lista che sembra la convocazione per una riunione degli Illuminati di Hollywood: Renée Zellweger, il cui ruolo è ancora avvolto nel mistero, Logan Lerman, Christoph Waltz, Téa Leoni, Keegan-Michael Key, Beanie Feldstein, Jermaine Fowler, Dianne Wiest e molti altri nomi che fanno pensare a un vero e proprio multiverso riunito sotto lo stesso tetto.

Non è affatto difficile immaginare il dietro le quinte come una gigantesca cena di gala in cui si incrociano personaggi di Succession con un paio di cattivi di James Bond, con magari un Muppet che prova a piazzare un battuta. L’alchimia tra questi attori promette scintille e, sicuramente, ci regalerà momenti di televisione che non dimenticheremo facilmente.


Dietro le quinte: quando la scrittura è un’arma affilata

Non si può parlare di questa serie senza rendere omaggio a chi tiene in piedi questo castello di carte così complesso e affascinante: gli sceneggiatori. Steve Martin e John Hoffman tornano al timone come co-creatori, affiancati da un team di executive producer che include Martin Short, Selena Gomez, Dan Fogelman (This Is Us), Jess Rosenthal, Ben Smith e JJ Philbin. Il risultato è un capolavoro di scrittura, un vero e proprio laboratorio narrativo dove il ritmo dei gialli classici si fonde con la libertà creativa della serialità moderna.

Ogni stagione di Only Murders è costruita con una precisione maniacale, come un orologio svizzero. I primi minuti ti catturano come un amo, le sottotrame si intrecciano con la cura di un tappeto persiano, e il finale, che non chiude mai tutte le porte, ti lascia sempre quel sapore agrodolce e la voglia di scoprire cosa succederà dopo. È un invito a ragionare, a fare teorie, a tornare indietro e rivedere ogni inquadratura alla ricerca di un indizio che ci è sfuggito.

New York: il personaggio invisibile

Ancora una volta, la Grande Mela non è un semplice sfondo per le avventure del nostro trio. È un personaggio a tutti gli effetti, vivo, pulsante, pronto a cambiare umore in un battito di ciglia. In questa stagione, la serie sembra voler giocare proprio sulla frattura tra la New York da cartolina, quella che tutti conosciamo, e quella che si nasconde dietro porte blindate e club esclusivi. È una città in cui la vecchia criminalità, quella fatta di omicidi e patti scellerati, deve fare i conti con le nuove logiche del potere, fatte di silenzi e accordi sottobanco. E in questo scenario si aggira un nome che ci fa già tremare: Nicky “The Neck” Caccimelio. Villain o pedina? La sua storia è ancora tutta da scrivere, ma i forum e le fanpage sono già un alveare di teorie, pronte a scovare la verità.


Un fenomeno pop che ha fatto centro e non vuole andarsene

Con quattro stagioni acclamate dalla critica e con percentuali da capogiro su Rotten Tomatoes, Only Murders in the Building è molto più di una semplice serie di successo. È un vero e proprio fenomeno pop, un tassello fondamentale della cultura contemporanea. Funziona sia come leggero intrattenimento che come racconto stratificato e pieno di dettagli che ti spingono a rivederla più volte. E in tutto questo, non possiamo non notare la magistrale arte dell’hype che circonda la sua uscita. Il 9 settembre non è solo una data sul calendario, ma un invito a fare a gara a chi ha la teoria più plausibile. Perché la vera forza di questa serie sta nella sua community: un fandom creativo, attento, pronto a notare il più piccolo dettaglio, a condividere le proprie idee, a far diventare ogni nuova stagione un rituale collettivo.

Mentre contiamo i giorni che ci separano dal ritorno all’Arconia, una cosa è certa: il sipario sta per riaprirsi su un nuovo mistero. Charles, Oliver e Mabel sono pronti a indossare di nuovo i panni dei loro alter ego investigativi, e noi siamo pronti a seguirli, a ridere delle loro battute e a tremare per i segreti che ci sveleranno. Preparate i popcorn, aggiornate l’abbonamento a Disney+ e affilate le vostre teorie. Perché a settembre non tornerà solo una serie. Tornerà un appuntamento fisso, un rito che ci farà sentire un po’ tutti parte di quella comunità di detective amatoriali dell’Arconia.

Only Murders in the Building: La quarta stagione tra mistero, comicità e Hollywood

La quarta stagione di Only Murders in the Building, la brillante commedia noir creata da Steve Martin e John Hoffman, segna un trionfante ritorno per i suoi protagonisti, Charles (Steve Martin), Oliver (Martin Short) e Mabel (Selena Gomez). Nonostante il rischio che la formula della serie possa perdere vigore con il passare delle stagioni, questa nuova annata ha dimostrato il contrario: è riuscita a superare le aspettative e a rinnovarsi con freschezza e originalità. Il mix tra umorismo tagliente, mistero intrigante e personaggi ricchi di sfumature ha conquistato ancora una volta il pubblico, regalando un’esperienza che mescola risate, suspense e riflessioni sul passare del tempo e sul mondo dello spettacolo.

La stagione si apre con un cliffhanger scioccante: Sazz Pataki (la controfigura di Charles) viene uccisa, lasciando il pubblico con il fiato sospeso. Gli eventi della terza stagione, infatti, avevano visto il misterioso omicidio di Sazz, ma questa volta la questione è ancora più complessa. La domanda che si pongono i nostri protagonisti è se la vittima designata fosse realmente Sazz o se, in realtà, Charles fosse nel mirino dell’assassino. La risoluzione di questo enigma porta il trio a Los Angeles, dove si trovano coinvolti in una produzione cinematografica basata sul loro podcast, una satira del mondo hollywoodiano che regala momenti di comicità pura.

L’interrogativo centrale di questa stagione è avvincente e tiene lo spettatore sulle spine. Chi ha ucciso Sazz e perché? E qual è la relazione con Charles? Il ritorno a New York e l’introduzione della Torre Ovest dell’Arconia come nuova location per il mistero non fanno che aggiungere un altro strato di interesse alla trama. I nuovi personaggi, come i residenti della parte meno agiata dell’Arconia, sono la chiave per scoprire segreti nascosti, e il contrasto tra le diverse classi sociali all’interno del palazzo arricchisce la narrazione.

La comicità e la critica sociale

Una delle forze di questa stagione è la sua abilità di navigare tra il comico e il drammatico senza mai perdere l’equilibrio. La serie si fa ancora una volta gioco di Hollywood, dipingendo un’immagine caricaturale e sarcastica dei produttori e delle star che cercano di adattare il podcast in un film. La presenza di attori come Meryl Streep, Eva Longoria, Zach Galifianakis ed Eugene Levy non è solo una mossa da star-studded cast, ma un colpo di genio. Longoria, Galifianakis e Levy interpretano le versioni cinematografiche di Charles, Oliver e Mabel, con esiti esilaranti e allo stesso tempo pungenti. Le loro performance sono esagerate e sarcastiche, ridicolizzando le fissazioni da divo di Hollywood e le manie di grandezza che affliggono chi cerca la fama a ogni costo.

Non è solo la critica all’industria cinematografica che emerge, però. La serie, pur rimanendo una commedia brillante, affonda le radici in tematiche più profonde. La ricerca di sé di Mabel, il rifiuto di Charles e Oliver di arrendersi al passare del tempo, e la fragilità nascosta sotto il loro atteggiamento esuberante sono esplorati con un tono che passa facilmente dal comico al commovente. La quarta stagione si arricchisce di un’umanità che raramente si trova in un contesto così cinico come quello di Only Murders in the Building. Ogni personaggio viene mostrato nei suoi momenti più vulnerabili, il che aggiunge un sapore agrodolce alla stagione, e permette al pubblico di empatizzare con loro, anche quando le situazioni diventano assurde o surreali.

La regia audace e la narrazione innovativa

Un altro elemento che distingue questa stagione è la direzione artistica. La regia di Only Murders in the Building diventa più coraggiosa, con scelte stilistiche che vanno oltre la semplice narrazione lineare. Un episodio particolarmente audace in stile “found footage” sorprende per la sua originalità e per la capacità di giocare con il concetto di verità e finzione. La capacità della serie di sperimentare con la forma, senza mai perdere il suo ritmo brillante, è una delle sue caratteristiche distintive.

Inoltre, la sceneggiatura si arricchisce di dialoghi taglienti, piena di battute veloci che ricordano il miglior Woody Allen, sempre precise nel ritratto dei personaggi e nel loro interagire con l’ambiente circostante. Le dinamiche tra i protagonisti, intrise di ironia e complicità, restano il cuore pulsante della serie, e nonostante l’intreccio più complesso e serio rispetto alle stagioni precedenti, l’umorismo rimane il motore che guida la narrazione.

Il cast e le nuove entrate

Il cast principale, con Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez, continua a brillare. La chimica tra i tre è innegabile e, nonostante la lunga carriera di Martin e Short, è impressionante vedere come riescano a infondere freschezza nei loro personaggi. Selena Gomez, nel ruolo di Mabel, conferma di essere la vera rivelazione della serie: il suo personaggio è la più grande evoluzione della trama, passando da semplice investigatrice amatoriale a un’icona della generazione Millennial, una figura tanto cinica quanto sensibile.

Le guest star sono impeccabili, con una menzione speciale per Meryl Streep, che dona alla sua Loretta una svampita e affascinante energia, riuscendo a risultare divertente ma mai banale. La presenza di attori come Kumail Nanjiani, Richard Kind e Melissa McCarthy è un altro tassello che arricchisce ulteriormente il panorama di Only Murders in the Building, rendendo ogni episodio una sorpresa.

La quarta stagione di Only Murders in the Building è un successo su tutti i fronti. Non solo riesce a tenere alta la tensione del mistero, ma approfondisce anche la psicologia dei suoi protagonisti, portandoli a confrontarsi con le proprie fragilità e con il passare del tempo. Il bilanciamento tra comedia e dramma, le brillanti performance del cast e la regia audace rendono questa stagione una delle migliori della serie. Con un finale sorprendente, che chiude il cerchio con eleganza, Only Murders in the Building si conferma come una delle serie più originali e divertenti degli ultimi anni, capace di far riflettere e far ridere allo stesso tempo. La magia del podcast, del mistero e della vita all’Arconia non è mai stata così viva.

La terza stagione di Only Murders in the Building

Disney+ ha annunciato che la terza stagione dell’acclamata serie originale comedy Only Murders in the Building, prodotta da 20th Television, debutterà in Italia il prossimo 8 agosto sulla piattaforma streaming.

Dalle menti di Steve Martin, Dan Fogelman e John Hoffman, Only Murders In The Building segue tre estranei (Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez) che condividono la stessa ossessione per il genere true crime e si trovano improvvisamente coinvolti in un delitto. Quando si verifica un’orribile morte nell’esclusivo palazzo dell’Upper West Side in cui vivono, i tre sospettano che si tratti di un omicidio e utilizzano la loro grande conoscenza del genere true crime per investigare. Mentre registrano un podcast per documentare il caso, i tre scoprono i segreti del palazzo, che riguardano eventi accaduti molti anni prima. Forse, le bugie che i protagonisti si raccontano a vicenda potrebbero essere ancora più esplosive. Si rendono presto conto che il killer potrebbe nascondersi tra loro, mentre cercano di decifrare gli indizi prima che sia troppo tardi.

I co-creatori e sceneggiatori di Only Murders in the Building sono Steve Martin e John Hoffman (Grace and Frankie, Looking). Martin e Hoffman sono i produttori esecutivi insieme a Martin Short, Selena Gomez, il creatore di This Is Us Dan Fogelman e Jess Rosenthal. La serie è prodotta da 20th Television, parte dei Disney Television Studios.

La morte ti fa bella: trent’anni dopo, l’eterna giovinezza secondo Robert Zemeckis

Era l’estate del 1992, un’epoca d’oro per il cinema di genere e per gli effetti speciali che stavano riscrivendo le regole dell’immaginario. E in quell’aria carica di aspettative e di rivoluzione tecnologica, piombò nelle sale una pellicola che, trent’anni dopo, non ha perso un grammo della sua caustica irriverenza: La morte ti fa bella (Death Becomes Her). Dimenticate i viaggi nel tempo e i cartoni animati che parlano con gli umani: Robert Zemeckis, fresco dei trionfi di Ritorno al futuro e del rivoluzionario Chi ha incastrato Roger Rabbit?, ci ha regalato una delle più feroci e grottesche commedie nere mai concepite. Un’opera che, al netto delle risate macabre, si rivela un saggio tagliente e profondo sulla vanità umana, l’ossessione per la bellezza eterna e, in ultima analisi, l’ineluttabile paura della morte.

Hollywood e l’Incubo Estetico: Il Culto della Giovinezza Perfetta

Il cinema, si sa, è lo specchio deformante delle nostre nevrosi, e La morte ti fa bella utilizza questo specchio per riflettere le tossiche ossessioni di Hollywood e, per estensione, della nostra società. Al centro del ciclone troviamo due figure che incarnano il lato più velenoso del sogno americano: Madeline Ashton (una divina e istrionica Meryl Streep), attrice di Broadway inesorabilmente in declino, e Helen Sharp (una Goldie Hawn quasi irriconoscibile nel suo cinismo da scrittrice fallita), rivali acerrime sia sul palcoscenico della vita che, ovviamente, in amore.

Quando queste due donne, schiacciate dal peso dell’invecchiamento e della competizione, incrociano la strada della misteriosa Lisle von Rhoman – un’eterea Isabella Rossellini avvolta nel mistero e nella seta – la storia devia nel territorio del fantasy più dark. L’elisir di eterna giovinezza che Lisle offre non è una benedizione, ma una trappola scintillante. È la metafora perfetta del “patto col diavolo” che molti, nel mondo dello spettacolo e non solo, sarebbero disposti a firmare pur di fermare l’orologio biologico.

La vera grandezza di Zemeckis sta nell’aver utilizzato il bisturi dell’ironia grottesca per dissezionare questo culto. Il risultato? Una dark comedy dove la bellezza non è più un ideale, ma una condanna.

Effetti Speciali da Oscar: Quando la CGI Racconta il Decadimento

È impossibile parlare di questo film senza citare il suo cuore pulsante: gli effetti speciali. Il film si aggiudicò meritatamente l’Oscar nel 1993, un trionfo per la pionieristica Industrial Light & Magic. Non si trattò solo di mera spettacolarità, ma di un uso narrativo e concettuale della CGI (Computer-Generated Imagery) all’avanguardia.

Madeline e Helen, dopo aver bevuto la pozione, si ritrovano non solo immortali, ma condannate a conservare i loro corpi nel preciso stato in cui si trovano al momento della “morte”. Il risultato è un balletto macabro e irresistibile di teste ruotate a 180 gradi, buchi nello stomaco e corpi spezzati, che vengono rattoppati con vernici spray color carne e colla vinilica.

Il film, in questo senso, è una pietra miliare: ha saputo fondere l’horror comico con una satira sociale, dimostrando che l’estetica della decomposizione può convivere con la leggerezza del tono. È il perfetto contraltare del glamour patinato: la vera essenza della loro vanità si manifesta nel grottesco deterioramento dei loro templi di bellezza.

L’Anti-Eroe Mortale e l’Omaggio Nerd Nascosto

E poi c’è lui, il chirurgo estetico Ernest Menville, interpretato da un insolito e patetico Bruce Willis. Inizialmente vittima e succube delle due femmes fatales immortali, Ernest è l’unico a non farsi inghiottire dall’incantesimo. Il suo rifiuto di bere l’elisir, motivato dal semplice timore di “annoiarsi” a vivere per sempre, è l’atto di ribellione più profondo del film. Egli sceglie la mortalità come unica vera forma di libertà.

Questa scelta, apparentemente banale, è il cuore filosofico della pellicola e un topic cruciale in ogni dibattito sulla fantascienza e il transumanesimo. Vale la pena un’esistenza senza fine, se questa è priva di scopo e di evoluzione?

E parlando di Zemeckis, i nerd più attenti non avranno dimenticato il sottile easter egg nascosto nella trama. La data in cui Helen beve la pozione, il 26 ottobre 1985, è lo stesso giorno in cui Marty McFly compie il suo primo viaggio nel tempo in Ritorno al futuro. Un piccolo, geniale segnale che lega le ossessioni narrative di Zemeckis: il tempo e la sua manipolazione.

Attualità e L’Incubo del Filtro Eterno

A trent’anni di distanza, l’attualità de La morte ti fa bella è disarmante. In un’epoca dominata dai social network, dai filtri di Intelligenza Artificiale che promettono l’eterna giovinezza digitale e da un culto dell’immagine che rasenta l’isteria collettiva, il film è un monito più potente che mai.

Le due protagoniste sono l’allegoria delle nostre ossessioni contemporanee: condannate a un’esistenza senza un reale scopo, ridotte a meri involucri che si preoccupano solo di nascondere le crepe esteriori. Non vivono, sopravvivono a se stesse, intrappolate in una farsa senza fine.

Il finale, grottesco e malinconico, è la chiusura perfetta. Madeline e Helen, due carcasse ambulanti, assistono al funerale di Ernest, che ha vissuto una vita piena e appagante. Poi, si schiantano dalle scale, ridotte in mille pezzi, ancora preoccupate per la macchina parcheggiata. Un epilogo che ci ricorda: l’unico vero superpotere, l’unica vera saggezza, è l’accettazione del decadimento e della fine.

La morte ti fa bella non è solo una commedia cult per gli appassionati di cinema fantasy e satira sociale, ma un’opera che continua a farci riflettere con un sorriso amaro sul prezzo della vanità. È un classico immortale che, paradossalmente, celebra la bellezza e la necessità della mortalità.

E voi, CorriereNerd.it lettori, accettereste mai l’elisir di eterna giovinezza? Qual è la vostra scena preferita di questa gemma grottesca? Discutiamone nei commenti e non dimenticate di condividere l’articolo sui vostri social!

Lasciali parlare – Dal 27 maggio in esclusiva digitale

Lasciali Parlare”, il film diretto da Steven Soderbergh con protagonista Meryl Streep, arriva in Italia in esclusiva digitale da giovedì 27 maggio, disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su tutte le principali piattaforme digitali.

La scrittrice Alice Hughes, vincitrice del Premio Pulitzer, è stata invitata in Inghilterra per ritirare un altro prestigioso premio letterario. Ma ha paura di volare: decide così di fare il viaggio in nave, a bordo di un magnifico transatlantico, e di invitare le sue due migliori amiche del college, Roberta e Susan, oltre a farsi accompagnare dal suo amato nipote Tyler, per assisterle durante la crociera. La nuova agente di Alice, Karen, con l’obiettivo di carpire dettagli sul manoscritto attualmente in lavorazione della sua cliente, si intrufola sulla nave, approcciando Tyler per avere informazioni su come avvicinare al meglio la zia.

Tyler però finisce per innamorarsi di Karen, così Alice e le sue amiche vengono lasciate a sé stesse. Roberta nutre del risentimento verso Alice, perché si è riconosciuta nelle vicende raccontate nel suo libro più celebre, rovinandole la vita; al contrario Alice nega ogni responsabilità e cerca di salvare la loro sacra amicizia di un tempo, mentre Susan si sforza di aiutarle a riconciliarsi. Mentre Alice si impegna a completare il suo tanto atteso manoscritto e mantiene la sua vita personale avvolta nel mistero, le donne intraprendono un viaggio di una settimana pieno di ricordi, risentimenti e battute. Il film presenta un cast stellare, tra cui spiccano l’attrice premiata con l’Oscar®, l’Emmy® e il Golden Globe®

Meryl Streep (Big Little Lies di HBO, The Iron Lady, Il diavolo veste Prada) nei panni della misteriosa e nobile Alice Hughes, il cui successo professionale l’ha allontanata dalle sue amicizie più strette, rendendola una sconosciuta; la premio Emmy® e candidata all’Oscar® Candice Bergen (Murphy Brown, Miss Detective) nei panni di Roberta, che accetta l’invito di Alice, in cerca di un risanamento per il caos che ha provocato nella sua vita il romanzo più famoso di Alice; la premio Oscar®, Emmy® e Golden Globe® Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, Pallottole su Broadway) nei panni di Susan, che lavora in un carcere femminile ed è apparentemente la più diplomatica e sensibile del gruppo; il candidato all’Oscar® e al Golden Globe® Lucas Hedges (Manchester by the Sea, Boy Erased – Vite cancellate) nei panni del goffo e dolce nipote di Alice, Tyler, che ama e rispetta profondamente sua zia per essere stata presente nella sua vita come un genitore; e la candidata al SAG Award® Gemma Chan (Crazy & Rich, Captain Marvel) nei panni di Karen, la nuova agente letteraria di Alice la cui carriera è in bilico, che catturando l’attenzione di Tyler cerca di ottenere informazioni sul nuovo libro della sua cliente.

“Lasciali Parlare” – diretto da Steven Soderbergh (il film premio Oscar® Traffic e il candidato all’Oscar® Erin Brockovich – Forte come la verità) – è incentrato sulle conversazioni schiette e fluide dei suoi personaggi. Avendo fornito al cast ricche descrizioni dei personaggi ed accurati particolari delle loro scene, gli attori sono stati lasciati liberi di improvvisare, al fianco della sceneggiatrice Deborah Eisenberg, che ha aiutato a sviluppare i dialoghi secondo necessità.

Lo stile guerrilla della regia di Soderbergh non si è fermato qui: in un’intervista, Dianne Wiest ha anche rivelato che il film è stato girato “senza attrezzatura, se non quella essenziale. Steven semplicemente teneva la telecamera su una sedia a rotelle. Niente luci, carrelli, o tutto ciò che solitamente serve per girare un film. C’erano solo Steven e questa nuova macchina da presa”. “Lasciali Parlare”, diretto da Steven Soderbergh, scritto da Deborah Eisenberg, prodotto da Gregory Jacobs, con produttori esecutivi Ken Meyer e Joseph Malloch.

 

Piccole Donne di Greta Gerwig

La sceneggiatrice e regista Greta Gerwig (candidata a 2 Oscar nel 2018 con Lady Bird) ha realizzato il film di Piccole Donne basato sia sul romanzo classico di Louisa May Alcott che sui suoi scritti, ripercorrendo avanti e indietro nel tempo la vita dell’alter ego dell’autrice, Jo March.  Secondo la Gerwig, la tanto amata storia delle sorelle March – quattro giovani donne ognuna determinata a inseguire i propri sogni – è al tempo stesso intramontabile e attuale.

Jo, Meg, Amy e Beth March, nel film sono interpretate rispettivamente da Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, ed Eliza Scanlen, con Timothee Chalamet nei panni del loro vicino Laurie, Laura Dern in quelli di Marmee, e Meryl Streep nel ruolo della Zia March.

New York, 1868. Josephine “Jo” March è una giovane insegnante che vive in una pensione e tenta di farsi strada come scrittrice, riuscendo tuttavia solamente a pubblicare brevi racconti presso un editore locale, il signor Dashwood. Jo ha molto talento, ma le sue opere hanno scarso successo a causa del suo essere donna, motivo per cui Jo, pur di guadagnare qualcosa, si è oramai rassegnata a scrivere solo ciò che la gente vuole leggere; un coinquilino di Jo, il professor Friedrich Bhaer, tenta di farle capire che, per quanto talentuosa, non sarà mai una vera scrittrice finché non imparerà a scrivere con il cuore, ma Jo fraintende la critica e inizia a perdere fiducia in se stessa. Quello stesso giorno, Jo riceve un telegramma dalla sorella Meg che la prega di tornare a casa perché le condizioni di Beth, loro sorella minore, si sono aggravate. Mentre torna a casa, Jo ricorda la propria vita prima di trasferirsi a New York.

Concord, Massachusetts, 1861. Jo, Meg, Beth ed Amy March sono quattro sorelle adolescenti molto diverse tra loro. Meg, la maggiore, è la più assennata, ancorché piuttosto vanitosa; Jo è una ribelle con la passione della scrittura; Beth, la terzogenita, è dolce, timida e appassionata di pianoforte; Amy, la minore, è viziata, esuberante e molto dotata per il disegno. Le sorelle vivono assieme alla loro madre Marmee mentre il padre è cappellano volontario nell’esercito unionista; la guerra si fa sentire molto anche sulla vita della famiglia, in perenne mancanza di denaro, ciononostante le sorelle, spronate dalla madre, fanno ciò che possono per aiutare i poveri della comunità. Jo, per aiutare la famiglia, lavora come dama di compagnia per la scorbutica e benestante zia March, che mal sopporta i modi da maschiaccio della nipote e la esorta perennemente a trovarsi un buon partito.

Un giorno, le sorelle stringono amicizia con il giovane Theodore Laurence, detto Laurie, nipote del loro anziano e ricchissimo vicino di casa. Laurie si avvicina in particolare a Jo (infatti Jo chiamava Theodore Teddy) e anche il signor Laurence finirà per affezionarsi alla famiglia March; Meg, da parte sua, finirà per innamorarsi, ricambiata, di John Brooke, precettore di Laurie. Una sera, Meg e Jo vanno a teatro con Laurie e John senza invitare Amy e quest’ultima, indispettita, brucia per ripicca la bozza di un romanzo a cui Jo stava lavorando. il giorno dopo, Amy, pentita, tenta di scusarsi con Jo, ma cade in un fiume ghiacciato, rischiando la vita. Jo e Laurie riescono a salvarla e Jo, realizzando di aver quasi perso la sorellina, la perdona.

All’arrivo dell’inverno, Marmee è costretta a partire per stare accanto al marito, rimasto ferito in guerra; Jo, in un gesto di grande altruismo e maturità, vende i propri capelli per far avere alla madre i soldi per il viaggio. Beth contrae la scarlattina ed Amy, unica tra le sorelle a non aver mai avuto la malattia, viene ospitata da zia March per tenerla al sicuro. Beth guarisce grazie alle cure di Marmee, rientrata dietro preghiera di Jo e Meg, ma la malattia ha debilitato gravemente il fisico della ragazza. La famiglia è finalmente riunita a Natale quando il signor March, congedato a causa delle ferite, viene rimandato a casa.

In primavera, Meg e John si sposano, con grande gioia della famiglia tranne che della zia March, che mal vede il matrimonio della nipote con un insegnante squattrinato. L’anziana donna annuncia la propria intenzione di partire per l’Europa e propone ad Amy di accompagnarla, offerta che la ragazza accetta con gioia. Nel frattempo, Laurie, da sempre innamorato di Jo, si dichiara, ma Jo lo respinge: non sente infatti di essere tagliata per il matrimonio e non ricambia i sentimenti dell’amico. Laurie, affranto, non può far altro che accettare il rifiuto. Dopo quel giorno, le sorelle prendono ognuna la propria strada: Meg rimane a vivere con John, Amy parte con la zia March e Jo si trasferisce a New York per tentare la carriera di scrittrice.

Di nuovo nel 1868, Jo riabbraccia Meg, Beth e Marmee e inizia a considerare la propria vita fino a quel momento, realizzando infine di non aver mai concluso nulla e pentendosi di aver respinto Laurie. Quest’ultimo, in Francia, rivede casualmente Amy, divenuta pittrice e in procinto di sposarsi con un loro amico, Fred. Amy, però, al pari delle sorelle ha ormai perduto ogni illusione che aveva da bambina e intende sposare Fred solo per assicurare un futuro a se stessa e alla propria famiglia. Laurie s’innamora sinceramente di lei, ma Amy lo respinge, rivelandogli di averlo sempre amato ma di non voler essere la sua seconda scelta; alla fine, però, tutto si sistema e i due convolano a nozze.

Beth, in seguito ad una crisi, muore, gettando la famiglia nel dolore. Amy e Laurie rientrano dalla Francia per prendere parte alle esequie e Jo rimane sconvolta alla scoperta che i due sono ora sposati: Jo è ormai rassegnata alla solitudine, ma ha una sorpresa quando a casa si presenta Frederich, venuto a salutarla prima di partire per la California, dove ha ottenuto un impiego. Friedrich è in realtà innamorato di lei e Jo, spronata da Meg e Amy, decide di non farsi scappare anche questa occasione e si dichiara a lui.

Tempo dopo, Jo e Friedrich si sono sposati e si sono trasferiti nella vecchia casa di zia March, nel frattempo deceduta. L’anziana signora, che in realtà apprezzava lo spirito indipendente della nipote, le ha infatti lasciato la villa e Jo, con l’aiuto del marito e delle sorelle, la trasforma in un collegio per tutti i bambini della comunità, potendo così continuare a insegnare e a coltivare il sogno di essere una scrittrice. Ispirata da tutto ciò che ha vissuto, Jo scrive un romanzo ispirato alle vicende della sua famiglia e lo intitola “Piccole Donne”, il soprannome coniato affettuosamente dal padre per lei e le sue sorelle; Dashwood, scettico, inizialmente rifiuta di pubblicarlo, ma si ricrede quando le sue nipotine, che hanno letto per caso il manoscritto, si dicono entusiaste. Il film si chiude con Jo che stringe al petto la prima copia del libro, felice di essere riuscita a realizzare tutti i suoi sogni.

Il Diavolo veste Prada: il film che trasforma ambizione e identità in una vera boss fight emotiva

Uscendo dalla sala avevo ancora addosso quella sensazione strana, tipo quando finisci una sessione di gioco troppo intensa e ti rendi conto che il mondo reale è rimasto in pausa mentre tu eri altrove, e invece no, tutto è andato avanti e sei tu che devi rientrare nei ritmi normali con ancora negli occhi luci, vestiti, sguardi e silenzi che sembrano appartenere a un altro livello della realtà, uno di quelli che di solito trovi solo negli anime più ossessivi o nei manga che parlano di ambizione e sacrificio come se fossero boss fight emotive. Il titolo è Il diavolo veste Prada, diretto da David Frankel e tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, ma onestamente mentre scorrevano i titoli di testa nessuno nella sala sembrava pensare a un adattamento letterario, perché quello che stava succedendo sullo schermo era qualcosa di più vicino a una trasformazione, tipo quelle sequenze nei videogiochi in cui il personaggio cambia classe e all’improvviso tutto il sistema di gioco cambia con lui, solo che qui non ci sono spade o magie, ci sono scarpe, cappotti, sguardi che tagliano più di qualsiasi katana.

Andrea, Andy per chi riesce a starle dietro, arriva a New York con quell’energia da protagonista che ancora non sa di esserlo, una di quelle ragazze che potrebbero tranquillamente essere uscite da un anime slice of life ambientato in una città troppo grande per lei, con il sogno di scrivere, di raccontare, di fare giornalismo vero, non quella roba patinata che sembra solo superficie, e invece finisce catapultata dentro Runway, che non è semplicemente una rivista ma una specie di dungeon sociale dove ogni livello è più spietato del precedente e dove il boss finale non urla, non si agita, non ha bisogno di farlo.

Miranda Priestly entra in scena e capisci subito che non è un personaggio qualsiasi, è una presenza, quasi un sistema operativo umano che regola tutto quello che succede attorno a lei, e Meryl Streep la interpreta con una precisione che mette quasi a disagio, perché non serve mai alzare la voce per distruggere qualcuno, basta uno sguardo, una pausa, quel modo di parlare che sembra sempre un passo avanti rispetto a te.

Andy invece parte come outsider totale, una di quelle che se la vedessi a una fiera cosplay probabilmente sarebbe quella che arriva in jeans mentre tutti gli altri sono già trasformati, e infatti viene demolita subito, non tanto per cattiveria quanto per un meccanismo che sembra inevitabile, come se quel mondo non potesse accettarti finché non inizi a parlare la sua lingua, a muoverti secondo le sue regole non scritte, a capire che anche un colore, anche una cintura, anche una scelta apparentemente insignificante ha un peso che non avevi mai considerato.

E qui succede qualcosa che mi ha colpita più di quanto pensassi, perché Andy non cambia solo look, cambia prospettiva, come quando in un RPG sblocchi una nuova skill e improvvisamente vedi cose che prima ignoravi completamente, e quella trasformazione estetica diventa una specie di accesso a un livello successivo del gioco, con tutto quello che comporta, compresi i trade-off, perché ogni power-up ha sempre un prezzo.

Emily, Nigel, tutto l’ecosistema di Runway sembra funzionare come una gilda dove ognuno ha un ruolo preciso e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di adattarsi, e Andy piano piano diventa sempre più efficiente, più veloce, più dentro quel sistema, mentre fuori la sua vita reale inizia a glitchare, il fidanzato, gli amici, le cose normali che perdono priorità come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo esterno.

E poi arriva Parigi, che nel film non è solo una location ma un cambio di atmosfera, quasi come passare da una città a una dimensione parallela dove tutto è più elegante, più pericoloso, più definitivo, e lì si capisce davvero che Miranda non è solo un capo difficile, è una stratega, una giocatrice di livello altissimo che muove le persone come pedine senza mai sembrare direttamente coinvolta, e quando Nigel viene sacrificato capisci che quel mondo non premia la lealtà, premia la sopravvivenza.

Andy si ritrova davanti a uno specchio che non è fatto di vetro ma di scelte, e quella frase non detta ma chiarissima, quella possibilità di diventare la nuova Miranda, è una di quelle cose che fanno paura perché non arrivano con un avviso, arrivano piano, giorno dopo giorno, mentre ti convinci che è solo temporaneo, solo per fare esperienza, solo per un anno.

Il momento in macchina, quel silenzio, quella consapevolezza improvvisa… è come se qualcuno avesse premuto pausa e ti costringesse a guardare davvero chi sei diventata, e lì non serve nessun effetto speciale, basta una decisione, scendere, lasciare tutto, anche se hai appena sbloccato il livello più alto.

Il ritorno a New York non è una vittoria classica, non è quel finale da “ho conquistato il mondo”, è più sottile, più reale, Andy trova la sua strada, sì, ma soprattutto si riprende qualcosa che stava perdendo, e Miranda, in quel finale così controllato, così elegante, con quel mezzo sorriso nascosto dentro l’auto, sembra quasi riconoscerlo, come un boss che ti guarda andare via sapendo che hai capito la lezione, anche se non sei rimasta a giocare secondo le sue regole.

Continuo a pensarci mentre torno a casa, perché sotto tutta quella moda, quei vestiti impossibili, quella perfezione quasi aliena, si nasconde una storia che parla di identità, di scelte, di quanto sia facile perdersi mentre cerchi di diventare qualcuno, e forse è per questo che mi ha colpita così tanto, perché in fondo non parla di passerelle, parla di noi, di chi siamo quando nessuno ci guarda e di chi rischiamo di diventare quando invece tutti iniziano a farlo.

E adesso voglio sapere una cosa, davvero, perché questa non riesco a tenermela per me… voi, al posto di Andy, sareste scesi da quella macchina oppure avreste continuato a giocare fino alla fine?