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Star Wars e The Hunt for Ben Solo: il film perduto su Kylo Ren che Disney ha cancellato

Il “what if” più doloroso della saga

La galassia di Star Wars non è fatta soltanto di pianeti, Jedi e battaglie stellari. È costruita anche su possibilità mancate, diramazioni mai percorse, storie che avrebbero potuto cambiare tutto e che invece restano sospese come un ologramma interrotto a metà. Chi vive questo universo da fan lo sa bene: le trame non finiscono con i titoli di coda, continuano a moltiplicarsi nelle discussioni, nei forum, nei podcast, nelle chiacchiere infinite che animano la community.

E tra tutte le ipotesi rimaste in orbita, una negli ultimi mesi ha assunto il peso specifico di una ferita aperta: The Hunt for Ben Solo, uno spin-off dedicato a Kylo Ren, alias Ben Solo, con Adam Driver pronto a tornare sotto la maschera – o forse senza – e Steven Soderbergh dietro la macchina da presa.

Non un rumor da social. Non una fantasia da fan art. Un progetto reale. Sceneggiatura completata. Due anni e mezzo di lavoro. E poi, lo stop.

Il personaggio che ha diviso il fandom (e lo ha unito)

Prima di entrare nella vicenda produttiva, fermiamoci un attimo su Ben Solo. Perché Kylo Ren non è mai stato “solo” l’antagonista della trilogia sequel. Figlio di Han Solo e Leia Organa, erede diretto del mito di Darth Vader, rappresenta il conflitto generazionale per eccellenza. È il peso dell’eredità. È la rabbia di chi non vuole essere l’ombra di nessuno.

In Star Wars: The Last Jedi la sua fragilità diventa quasi più potente della sua furia. In Star Wars: The Rise of Skywalker il suo percorso viene chiuso in modo rapido, divisivo, per alcuni emotivamente intenso, per altri narrativamente affrettato.

La verità? Kylo Ren è uno dei personaggi più complessi mai scritti nell’era Disney di Star Wars. Ambiguo, tormentato, spezzato. Un villain che non trova pace nemmeno nella redenzione. E Adam Driver ha trasformato ogni esitazione, ogni sguardo, ogni silenzio in un’esplosione trattenuta.

Per questo l’idea di un film dedicato a Ben Solo non era semplice fan service. Era la naturale evoluzione di un personaggio che aveva ancora molto da dire.

The Hunt for Ben Solo: un film che era già realtà

Secondo quanto emerso dopo l’addio di Kathleen Kennedy alla guida di Lucasfilm, The Hunt for Ben Solo aveva superato le prime fasi di sviluppo. Sceneggiatura definitiva. Coinvolgimento diretto di Adam Driver. Regia affidata a Steven Soderbergh. Collaborazione alla scrittura con Rebecca Blunt e Scott Z. Burns.

Soderbergh ha raccontato di aver lavorato per oltre due anni gratuitamente al progetto insieme a Driver. Un investimento creativo enorme, motivato dalla convinzione di poter esplorare Star Wars con un approccio più intimo, più psicologico, quasi autoriale.

L’idea? Raccontare il destino di Ben Solo oltre la sua apparente morte. Un territorio narrativo rischioso, certo. Ma stiamo parlando di una saga che ha riportato in vita l’Imperatore. La coerenza interna non è mai stata un limite invalicabile per Star Wars.

E invece, proprio su questo punto è arrivato il veto.

Il no di Disney e la questione della “coerenza”

Ai vertici Disney, con Bob Iger e Alan Bergman, la decisione è stata netta: Ben Solo doveva restare morto. La motivazione ufficiale parlava di coerenza narrativa con gli eventi di The Rise of Skywalker.

Molti fan hanno reagito con ironia amara. In una saga dove i Jedi diventano fantasmi di Forza, i Sith sopravvivono nell’ombra e le identità si riscrivono, davvero l’idea che Ben Solo potesse essere vivo risultava così inaccettabile?

Dietro quella scelta, secondo diversi osservatori, si nasconde una strategia più prudente. Negli ultimi anni Star Wars ha trovato una nuova stabilità su Disney+ con titoli come The Mandalorian e Andor. Prodotti controllati, calibrati, capaci di espandere l’universo senza stravolgerne gli equilibri commerciali.

Un film autoriale su Ben Solo, diretto da Soderbergh, avrebbe potuto rappresentare un salto nel buio. Più introspezione, meno fanfare. Più conflitto interiore, meno spettacolo puro. Un rischio creativo che forse il brand non ha voluto correre.

Il rimpianto di Soderbergh e l’eco nella community

Le parole di Soderbergh suonano come un epitaffio: aveva già “girato il film nella sua testa”. Aveva immaginato le scene. Costruito l’arco emotivo. E ora nessuno lo vedrà.

La delusione non è soltanto industriale. È narrativa. The Hunt for Ben Solo avrebbe potuto essere lo spartiacque tra blockbuster e cinema d’autore dentro la galassia di Star Wars. Un film capace di dimostrare che questo universo può reggere anche storie più adulte, più ambigue, meno rassicuranti.

E qui arriva il punto che mi fa riflettere di più, da fan prima ancora che da giornalista nerd: Star Wars è nata come ribellione. Come scommessa visionaria di George Lucas contro un sistema che non credeva nella fantascienza epica. Bloccare un progetto audace per eccesso di prudenza sembra quasi un paradosso cosmico.

Il futuro tra speranza e realpolitik

Con il cambio ai vertici e un nuovo assetto creativo, il destino di The Hunt for Ben Solo potrebbe non essere definitivamente scritto. La saga guarda avanti con progetti come The Mandalorian & Grogu e Star Wars: Starfighter, ma il fandom continua a sussurrare il nome di Ben Solo come una preghiera Jedi.

Adam Driver ha lasciato intendere che tornerebbe, con la storia giusta e il regista giusto. La porta non è chiusa a chiave. È socchiusa. E finché resta uno spiraglio, l’immaginazione farà il resto.

Perché alcune storie non hanno bisogno di uno schermo per esistere. Vivono nei “what if”, nelle fan theory, nelle campagne che arrivano perfino a Times Square. Vivono nella capacità della community di non lasciarle andare.

E adesso voglio sentire voi. Avreste voluto vedere The Hunt for Ben Solo? Pensate che Disney abbia fatto bene a proteggere la coerenza narrativa, o credete che Star Wars abbia bisogno di più coraggio creativo?

Parliamone nei commenti. La Forza, dopotutto, scorre anche nelle discussioni più accese.

Steven Soderbergh colpisce ancora: l’arte, la menzogna e il genio falsario in The Christophers

Amici di CorriereNerd.it, preparate i vostri popcorn intellettuali — quelli che si gustano davanti a un film che ti lascia con mille domande in testa e una sottile inquietudine nel cuore. Perché stavolta il protagonista non è un supereroe, né un androide ribelle, ma l’eterno mistero dell’arte e della sua autenticità. Dietro la macchina da presa? Il solito, inafferrabile Steven Soderbergh, un regista che non gira mai lo stesso film due volte, ma riesce ogni volta a raccontare il presente con chirurgica lucidità.

Dopo aver esplorato pandemie, paranoie digitali e trame criminali impeccabili, l’autore di Ocean’s Eleven, Kimi e Contagion torna a colpire con un’opera che mescola cinismo, ironia e meta-cinema. Il suo nuovo film, The Christophers, ha debuttato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2025 e ha immediatamente catturato l’attenzione del pubblico e della critica. L’acquisizione dei diritti globali da parte di Neon — la stessa casa che aveva distribuito il suo esperimento visivo Presence — conferma che il 2026 sarà l’anno in cui la riflessione sull’arte tornerà in sala. Ma preparatevi: non si tratta di un dramma qualunque.


Tra Pop Art, decadenza e truffe d’eredità: il cuore di The Christophers

Soderbergh ci porta in una Londra malinconica e vibrante, fatta di atelier in rovina e gallerie svuotate, dove il mito della Pop Art sopravvive come un’eco del passato. Qui incontriamo Julian Sklar — interpretato da un titanico Ian McKellen — un tempo luminare della scena artistica, oggi un uomo dimenticato e sull’orlo della bancarotta. Un artista che non crea più, un dio caduto dal piedistallo.

Il destino bussa alla sua porta con il volto magnetico di Lori Butler, interpretata da una straordinaria Michaela Coel, che conferma di essere una delle voci più intense e coraggiose della sua generazione. Lori è una restauratrice, ma anche un’ex falsaria di talento. A reclutarla sono i figli di Sklar — interpretati da James Corden e Jessica Gunning — due eredi disperati che vedono nel genio fallito del padre la chiave per arricchirsi. Il loro piano è tanto folle quanto geniale: far completare a Lori otto dipinti incompiuti del padre, custodirli in un caveau e, dopo la sua morte, venderli come capolavori ritrovati.

È un colpo perfetto, un heist movie dell’anima, in cui la frode diventa arte e l’eredità si misura in menzogne. Ma dietro ogni tela c’è molto di più: la ricerca disperata di un senso, di una firma eterna che sopravviva al tempo.


L’alchimia soderberghiana: tra luce, musica e meta-cinema

Chi conosce Soderbergh sa che dietro la macchina da presa non c’è mai solo un regista, ma un artigiano totale. Firma la fotografia con il suo alias Peter Andrews, immergendo lo spettatore in una palette di colori spenta e sporca, come se il film stesso fosse un falso d’autore da restaurare. Ogni inquadratura racconta la fragilità del genio e il marciume che serpeggia dietro la bellezza.

La colonna sonora, firmata dal fedele David Holmes, è un intreccio di jazz malinconico e tensione sotterranea: un battito elegante che accompagna il confine sempre più sottile tra arte e crimine.

La sceneggiatura di Ed Solomon — lo stesso di No Sudden Move — affonda il bisturi in una questione che va oltre la trama: chi decide cosa è autentico? Un quadro, una firma, un’emozione? The Christophers diventa così un’analisi tagliente del mercato dell’arte contemporanea, dove la rarità conta più dell’ispirazione e la menzogna è spesso la più redditizia delle muse.


Un duello di giganti sulla tela della menzogna

Al centro di tutto, lo scontro tra McKellen e Coel: due interpreti che incarnano epoche e visioni del mondo opposte. Da un lato, l’artista che vive di gloria passata e rimpianto, dall’altro la restauratrice che conosce i segreti della contraffazione e della verità nascosta nei dettagli. È un duello silenzioso, fatto di sguardi, parole non dette e confessioni sussurrate.

McKellen è titanico nel dare vita a un uomo che vuole essere ricordato, anche a costo di barare. Coel, con la sua intelligenza affilata e la vulnerabilità che si porta dietro, rappresenta una nuova generazione di creatori che non crede più nel genio puro, ma nell’ingegno che sa sopravvivere.

Il risultato è una tensione elettrica che attraversa ogni scena, fino a trasformare il film in una riflessione esistenziale sulla paternità artistica e sul bisogno di lasciare traccia.


Fitzrovia e la mappa dei segreti artistici

Girato nel quartiere londinese di Fitzrovia, un tempo cuore pulsante della bohème britannica, il film trasforma le sue strade in un labirinto visivo di memoria, frode e malinconia. Ogni studio d’artista, ogni tela incompiuta, diventa una finestra sulla menzogna collettiva su cui si regge il mondo dell’arte.

Soderbergh fa di Londra una personificazione del falso: bella, elegante, ma consumata dentro. Come se l’intera città fosse una galleria dove tutti fingono di capire, di sapere, di creare — e invece stanno solo imitando.

Dietro la satira, però, pulsa la compassione. The Christophers non giudica i suoi personaggi: li osserva, li accarezza, li lascia liberi di sbagliare in nome della verità che cercano.


Tra fantascienza e verità: l’identità secondo Soderbergh

Come spesso accade nel suo cinema, Soderbergh usa la trama per parlare d’altro. The Christophers è una storia di identità e simulacri, e non è un caso che arrivi in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può già dipingere, scrivere e imitare l’anima umana.

L’autenticità, ci ricorda il regista, è un concetto ormai liquido. Tutto è copia di qualcos’altro, e forse proprio nel falso si nasconde la verità più pura.

Così come in Kimi esplorava il rapporto tra tecnologia e isolamento, qui indaga il modo in cui la creazione artistica diventa una bugia necessaria per sentirsi vivi. È un film che parla di pittura, ma potrebbe parlare benissimo di cinema, di scrittura o di qualsiasi forma di espressione umana.


Un film che parla di falsi per raccontare la verità

Con The Christophers, Steven Soderbergh firma uno dei suoi lavori più maturi e stratificati, una riflessione sulla natura dell’arte e sulla necessità del falso come atto creativo. Il film non offre risposte, ma moltiplica le domande. E in questo risiede la sua forza: nella consapevolezza che l’arte, come la vita, è un gioco di prospettive.

Per gli amanti del cinema d’autore, ma anche per chi segue le derive più filosofiche del meta-cinema, questo film sarà un piccolo culto istantaneo. In attesa della data ufficiale di uscita nel 2026, resta la sensazione che Soderbergh abbia trovato un nuovo modo per farci riflettere su ciò che consideriamo “vero”.


E voi, cari lettori di CorriereNerd.it?

Cosa ne pensate di questa sfida tra arte e inganno? Il genio è ancora una scintilla autentica o solo il risultato di un buon marketing culturale?
Scriveteci nei commenti, condividete l’articolo sui vostri social preferiti e fateci sapere: siete più Sklar o più Butler?

L’arte, dopotutto, vive solo se se ne parla.

Colpo Grosso (1960): il primo Ocean’s Eleven e la nascita del mito dei ladri gentiluomini

Ben prima che Brad Pitt e George Clooney portassero su schermo l’eleganza dei colpi impossibili, prima ancora che Steven Soderbergh reinventasse il concetto di “heist movie” con stile e ironia, c’era “Colpo grosso” (Ocean’s 11). Correva l’anno 1960, e il regista Lewis Milestone riuniva in un’unica pellicola un cast che da solo bastava a riempire i casinò di Las Vegas: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop e il resto della leggendaria banda del Rat Pack. “Colpo grosso” non era solo un film, ma un manifesto di un’epoca. Quella scintillante, musicale e leggermente dissoluta dell’America postbellica, in cui Las Vegas era il simbolo della modernità e della tentazione. Al centro della storia, Danny Ocean, carismatico ex paracadutista della 82ª divisione aviotrasportata, decide di riunire undici compagni d’armi per mettere a segno il colpo del secolo: svaligiare contemporaneamente cinque casinò di Las Vegas la notte di Capodanno. Una sfida tanto folle da risultare irresistibile.

Ocean's 11 (1960) Official Trailer - Frank Sinatra, Sammy Davis Jr. Heist Movie HD

L’arte della truffa secondo il Rat Pack

Il film di Milestone è una macchina del tempo che ci catapulta nel cuore pulsante di un’America in pieno boom economico, dove il glamour e il rischio convivono nello stesso bicchiere di bourbon. Sinatra incarna la spavalderia di un leader naturale, mentre Dean Martin regala momenti di puro charme, alternando battute sagaci e il celebre numero musicale “Ain’t That a Kick in the Head?”, che diventerà uno dei simboli del film.

Ma “Colpo grosso” è molto più di un semplice film di rapina. È un ritratto di amicizia, cameratismo e ironia maschile, in un’epoca in cui i protagonisti del grande schermo erano uomini che ridevano davanti al pericolo e fumavano con lo sguardo di chi non aveva niente da perdere. Ogni scena respira il clima rilassato e complice del Rat Pack, quella fratellanza artistica che mescolava musica, cinema e vita notturna in un’unica, leggendaria avventura.

L’eleganza prima dell’azione

A differenza dei frenetici colpi moderni alla “Ocean’s Eleven” del 2001, qui il ritmo è jazz: rilassato, seducente, scandito da dialoghi frizzanti e da una regia che preferisce l’ironia alla tensione. Milestone non punta sulla suspense, ma sull’atmosfera. L’idea di vedere undici veterani della Seconda guerra mondiale – uomini che hanno conosciuto la disciplina, la paura e la solidarietà – trasformarsi in ladri gentiluomini, è il cuore morale e ironico del racconto.

Ogni membro della banda ha il suo ruolo, ma ciò che conta davvero non è il bottino, bensì il gesto. Il colpo perfetto, la sfida al destino, la dimostrazione che anche in un mondo dominato dal caso e dalla fortuna (come quello del gioco d’azzardo) c’è spazio per l’intelligenza e la precisione. È un film in cui la truffa diventa spettacolo, e il crimine si trasforma in una coreografia di sguardi, sorrisi e smoking impeccabili.

Il fascino immortale di Las Vegas

Girato in gran parte tra i veri casinò della Strip – Sands, Desert Inn, Riviera, Sahara e Flamingo – il film cattura la Las Vegas pre-moderna, quella delle insegne al neon e dei tavoli verdi fumosi, quando la città era ancora un luogo sospeso tra sogno e peccato.
Milestone e la sua troupe ci regalano un documento visivo straordinario, dove la fotografia scintillante e i costumi eleganti diventano un tributo al mito americano del rischio e del divertimento.

Il finale, amaramente ironico, è la perfetta chiusura di questa ballata sul destino: il bottino dei protagonisti, frutto di un piano perfettamente orchestrato, viene letteralmente bruciato in una scena che è diventata leggenda del cinema.

Il lascito: dal mito di Sinatra alla rinascita di Soderbergh

Più di quarant’anni dopo, Steven Soderbergh raccoglierà quella stessa eredità e la trasformerà in un nuovo linguaggio cinematografico, con Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco (2001). Anche in questo caso il cuore non è il denaro, ma la squadra, il ritmo, lo stile. Clooney e Pitt aggiornano il mito del Rat Pack per una nuova generazione, ma il debito con Sinatra e compagni è evidente in ogni battuta, in ogni sorriso.Il remake omaggia apertamente il classico del 1960, tanto da includere camei di Angie Dickinson e Henry Silva, due volti originali del film di Milestone. È un passaggio di testimone ideale tra due epoche: l’una fatta di sigarette, tuxedo e swing, l’altra di tecnologia, ironia e colpi sincronizzati al millisecondo.

Perché (ri)vedere “Colpo grosso” oggi

Riscoprire “Colpo grosso” significa tornare a un cinema in cui il carisma contava più degli effetti speciali, e in cui il ritmo narrativo era una questione di presenza scenica, di sguardi e battute. È un film che racconta un sogno americano più elegante e malinconico, dove la ribellione passa attraverso il fascino e la lealtà tra amici.

“Colpo grosso” è una capsula di tempo in cui la truffa diventa un atto di stile e Las Vegas è il palcoscenico di un’America che non esiste più, ma che continua a vivere nella nostra immaginazione — tra un bicchiere di bourbon e una canzone di Dean Martin.

Ocean’s 14: Clooney e Pitt tornano al colpo grosso — la saga più elegante di Hollywood prepara il suo nuovo colpo

C’erano una volta undici uomini e un piano. Poi divennero dodici, tredici… e ora, a quanto pare, quattordici.
Brad Pitt e George Clooney stanno per tornare a fare ciò che sanno fare meglio: ingannare, sedurre, e rubare la scena — letteralmente. “Ocean’s 14” è ufficialmente in lavorazione, riportando in vita la saga heist più glamour e ironica del cinema contemporaneo. Dopo anni di voci, meme e mezze smentite, Warner Bros. ha finalmente dato il via libera al progetto, e a rivelarlo è stato proprio Clooney in persona: “Abbiamo appena avuto l’approvazione del budget. Le riprese inizieranno tra nove o dieci mesi.”

Una notizia che suona come musica jazz per i fan della trilogia di Steven Soderbergh — un cocktail di ritmo, classe e ironia che dal 2001 ha ridefinito il concetto di film di rapina.


Il colpo perfetto non muore mai

La saga di Ocean’s è una di quelle creature rare che riescono a fondere l’eleganza del vecchio cinema hollywoodiano con la spregiudicatezza dei blockbuster moderni. Nata nel 1960 con Ocean’s 11 (in Italia Colpo grosso), il film era allora un ritrovo di divi — Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. — che tra un whisky e un sorriso rubavano più cuori che denaro.
Quarant’anni dopo, Steven Soderbergh ne riscrisse il mito in chiave contemporanea, trasformando George Clooney nel ladro gentiluomo Danny Ocean e Brad Pitt nel suo braccio destro sempre impeccabile, Rusty Ryan. Da lì nacque una trilogia inarrestabile: Ocean’s Eleven (2001), Twelve (2004) e Thirteen (2007), tre capitoli che unirono ritmo, umorismo e un cast corale di altissimo livello — da Matt Damon a Don Cheadle, da Andy Garcia ad Al Pacino.

Nel 2018, Ocean’s 8 aveva aperto il gioco al femminile con Sandra Bullock nei panni di Debbie Ocean, la sorella del defunto Danny. Ma, come sanno bene i fan, nel mondo di Ocean’s nessuno è mai davvero “fuori gioco”.


Clooney, Pitt e il ritorno della crew

A rilanciare l’operazione è stato il portale Deadline, che ha rivelato non solo il ritorno di Clooney e Pitt come protagonisti e produttori (tramite la loro casa Smokehouse), ma anche un possibile cambio di regia. Il film, infatti, dovrebbe essere affidato a Edward Berger — regista di Niente di nuovo sul fronte occidentale, fresco di Oscar — segnando la prima volta che la saga si allontana dalla guida di Soderbergh.

Durante la promozione del suo The Boys in the Boat, Clooney aveva già lasciato intendere che esisteva “una sceneggiatura molto forte”. Ora le carte sono sul tavolo: il progetto è vivo, e i due attori sarebbero determinati a riunire la banda. Matt Damon, Don Cheadle e Julia Roberts sono tra i nomi più probabili per il ritorno, mentre il film potrebbe rendere omaggio anche ai compianti Bernie Mac e Carl Reiner, membri storici della crew scomparsi rispettivamente nel 2008 e nel 2020.

Secondo Clooney, la sfida più grande sarà incastrare gli impegni di un cast tanto stellare: “Dobbiamo solo capire quando saremo tutti disponibili per girare,” ha detto con il suo consueto aplomb da ladro gentiluomo.


Tra nostalgia e rinascita: la nuova era di Ocean’s

Il ritorno di Ocean’s non è solo un revival, ma una dichiarazione d’intenti. In un panorama hollywoodiano dominato da franchise in affanno e sequel forzati, l’universo di Danny Ocean ha qualcosa che pochi altri hanno: fascino senza tempo. Non è un film d’azione, non è una commedia, non è un noir. È un gioco di stile. Ogni colpo è una coreografia, ogni battuta una lama affilata.

La curiosità dei fan è ora tutta concentrata sulla direzione che Berger darà al progetto. Il suo sguardo realistico e drammatico potrebbe fondersi con la verve ironica di Clooney e Pitt in un equilibrio inedito tra sofisticazione e adrenalina.
Warner Bros., dal canto suo, sembra voler puntare su un prodotto di alta gamma, capace di coniugare intrattenimento e qualità cinematografica — il che, nel mondo dei sequel, è quasi un colpo da maestro.


Dalla tomba al casinò: Danny Ocean torna davvero?

Una delle domande più intriganti riguarda il destino del personaggio di Clooney. In Ocean’s 8, la sorella Debbie Ocean credeva che Danny fosse morto. Ma Hollywood ama i fantasmi più del paranormale stesso: e Warner Bros., approvando il budget per Ocean’s 14, ha di fatto “resuscitato” il suo protagonista.
E se in realtà Danny avesse solo inscenato la sua morte per preparare “il colpo definitivo”? Una possibilità che, conoscendo l’ironia metanarrativa della saga, non sembra poi così improbabile.

Inoltre, non è escluso che il film possa intrecciarsi con lo spin-off femminile, riunendo sullo schermo i due rami della famiglia Ocean. Un crossover tra Clooney, Pitt e Sandra Bullock sarebbe il colpo cinematografico perfetto — un modo per unire due generazioni di ladri e riportare la saga al centro della cultura pop.


Il fascino intramontabile del colpo grosso

C’è qualcosa di irresistibile in un heist movie ben fatto: l’intelligenza del piano, il ritmo del montaggio, la complicità della banda e quella sensazione che, per un paio d’ore, si possa davvero fregare il sistema. La trilogia di Ocean’s ha incarnato questa magia meglio di chiunque altro, rendendo il crimine un’arte, la truffa una forma di eleganza. Clooney e Pitt, con il loro carisma perfettamente calibrato, hanno ridefinito l’archetipo del ladro affascinante: niente sangue, niente violenza, solo cervello, fascino e un impeccabile completo Armani. E oggi, in un’epoca di supereroi in CGI e franchise inflazionati, l’idea di rivedere due icone del cinema tornare a “giocare d’astuzia” ha il sapore di un ritorno al vero spettacolo.

Con Ocean’s 14 ufficialmente in pre-produzione, si apre un nuovo capitolo per una delle saghe più amate di sempre. Se le riprese partiranno davvero tra meno di un anno, potremmo aspettarci l’uscita tra fine 2026 e l’inizio del 2027 — giusto in tempo per il ventennale di Ocean’s Thirteen.

Nel frattempo, Clooney e Pitt si godono la loro vittoria anticipata: due vecchi amici pronti a mettere in scena un nuovo colpo, non per soldi, ma per puro stile.
E come direbbe Danny Ocean con il suo sorriso sornione: “Non si tratta mai dei soldi. Si tratta di mandare un messaggio.”

Film da smartphone: tra David Lynch e TikTok, il cinema è in tasca?

Se c’è una cosa che fa arrabbiare David Lynch più delle trame contorte, è vedere i suoi film su uno smartphone. Per l’autore di Twin Peaks, guardare un’opera cinematografica sul “fottuto telefono” è un’esperienza impoverita, una truffa per la nostra percezione. È un’affermazione forte, ma ha ragione? O forse si sbaglia, come spesso accade ai puristi?

In realtà, il punto di vista di Lynch, seppur estremo, tocca un nervo scoperto: il modo in cui consumiamo i media è cambiato per sempre. I nostri smartphone non sono più solo telefoni, ma finestre sul mondo, e sempre più spesso anche sullo schermo cinematografico. Non solo per guardare film e serie in autobus, ma anche per fare altro… tipo rovinare la visione agli altri in sala.

L’era dell’“Instagrammabile” e il ritorno alla produzione

Negli ultimi anni, l’iPhone è tornato prepotentemente al centro del dibattito sul cinema, ma per due motivi molto diversi.

Da una parte, c’è la fastidiosa (e diciamocelo, maleducata) moda di scattare foto allo schermo del cinema. Che sia l’anteprima di un festival o la prima proiezione del nuovo film Marvel, c’è sempre qualcuno che alza il cellulare per catturare il “momento più instagrammabile” da condividere. Un gesto che rompe la magia della sala e che ci fa riflettere su come la fruizione sia diventata più uno status da esibire che un’esperienza da vivere.

Dall’altra, però, gli smartphone sono diventati veri e propri strumenti di produzione. Girare un film con un iPhone non è più una stranezza, ma una scelta artistica o una necessità low-budget. Registi come Steven Soderbergh e Sean Baker lo hanno fatto con risultati sorprendenti. Di recente, anche il veterano Danny Boyle ha girato il suo nuovo horror, 28 anni dopo, usando questi dispositivi, esplorando la libertà espressiva che offrono.

Il cinema verticale: un futuro da social?

Il dibattito non si limita solo all’utilizzo dei cellulari per girare, ma anche a come e dove vediamo i contenuti. Ricordi la serie interattiva di Soderbergh, Mosaic, dove potevi scegliere la trama tramite un’app? Era il 2018 e già si esploravano i confini della narrazione su smartphone.

E che dire del formato verticale? Nato su TikTok e Instagram, sta influenzando anche il cinema. L’esempio più lampante è il Vertical Movie Festival, un evento dedicato interamente a opere girate in verticale. Persino un autore classico come Peter Greenaway aveva espresso l’intenzione di girare un film in questo formato, anche se il progetto è rimasto nell’aria.

A batterlo sul tempo è stato Timur Bekmambetov, che nel 2021 ha rilasciato V2. Escape From Hell, il primo blockbuster interamente verticale. E se persino il festival di Cannes ha stretto una partnership con TikTok, creando un concorso di cortometraggi in verticale, è chiaro che qualcosa è cambiato. Gli smartphone sono entrati ufficialmente anche nel salotto più esclusivo del cinema mondiale.

Sala vs. schermo, una battaglia (forse) già vinta

Nonostante la crescente influenza degli smartphone, non c’è da temere. I dati lo confermano: la sala cinematografica non ha perso il suo potere. Pensa a un film come Dune – Parte 2 o al prossimo progetto di Christopher Nolan, le cui prevendite per le proiezioni IMAX sono già sold out.

Il cinema in sala rimane un’esperienza collettiva, immersiva e irripetibile. Nonostante la comodità di avere un film in tasca, la magia del grande schermo resta insuperabile. La battaglia non è tra il cellulare e la sala, ma tra chi si accontenta di una visione ridotta e chi cerca l’emozione totale.

“Presence”: il ritorno di Steven Soderbergh al cinema con un horror psicologico da brividi

C’è qualcosa che ti osserva. Non lo vedi, ma lo senti. È lì, silenzioso, in un angolo della stanza. E no, non stiamo parlando del tuo coinquilino nottambulo o del gatto che fissa il vuoto con aria inquietante. Stiamo parlando di Presence, il nuovo, attesissimo film di Steven Soderbergh che dal 24 luglio arriverà nei cinema italiani grazie a Lucky Red. E fidati: è un film che farà parlare di sé, non solo tra gli amanti dell’horror ma anche tra i cinefili più esigenti.

Soderbergh, che da sempre ama reinventarsi e sperimentare con i generi (basta pensare alla sua carriera che va dalla Palma d’Oro con Sesso, bugie e videotape ai blockbuster come Ocean’s Eleven e Erin Brockovich), torna ora con una ghost story che promette di riscrivere le regole del thriller soprannaturale. Alla sceneggiatura troviamo David Koepp, un nome che già da solo basta a far salire l’hype alle stelle: parliamo del genio dietro le penne di Jurassic Park, Panic Room e Mission: Impossible. E come se non bastasse, nel cast spiccano volti noti e nuove promesse come Lucy Liu, Chris Sullivan, Callina Liang, Eddy Maday, West Mulholland e Julia Fox.

Ma cos’è esattamente Presence? Proviamo a raccontarlo come se stessimo chiacchierando tra nerd davanti a una birra (o una bibita al gusto cola radioattiva): Presence è un horror psicologico girato interamente in un’unica location, un esperimento tanto audace quanto affascinante. La trama ruota attorno alla famiglia Payne, apparentemente perfetta, che decide di trasferirsi in una villetta suburbana per lasciarsi alle spalle un lutto devastante: Chloe, la figlia minore, è stata segnata dalla tragica morte della sua migliore amica, vittima di un’overdose.

Il fratello Tyler, invece, è un giovane campione di nuoto in rampa di lancio. I genitori, Rebecca e Chris, sperano che il nuovo ambiente possa offrire una seconda possibilità a tutti. Ma si sa, nei film horror, le villette in periferia raramente sono quello che sembrano. E infatti Chloe inizia presto ad avvertire qualcosa di strano nella sua stanza: oggetti che si spostano da soli, emozioni che non le appartengono, e quella sensazione persistente di essere osservata da qualcuno — o qualcosa — che non è visibile.

Inizialmente nessuno le crede, come da tradizione. Ma quando le manifestazioni diventano sempre più intense, inquietanti e tangibili, la famiglia Payne non può più ignorare la verità. C’è una presenza in quella casa, ed è molto più vicina di quanto immaginassero.

Uno degli elementi più affascinanti del film è il punto di vista narrativo. Soderbergh non racconta la storia attraverso gli occhi dei protagonisti, ma attraverso quelli dell’entità invisibile. Un’intuizione che trasforma radicalmente l’esperienza dello spettatore: non siamo più semplici osservatori esterni, ma diventiamo noi stessi quella presenza. È un’idea potentissima, quasi disturbante, che mette in discussione la percezione del tempo e dello spazio. La macchina da presa si muove con una lentezza ipnotica, quasi fluttuante, amplificando la tensione scena dopo scena. E la scelta di utilizzare un obiettivo da 14 mm deforma l’immagine quanto basta per rendere ogni angolo della casa una trappola visiva, un labirinto dell’inquietudine.

L’intero film è costruito come un crescendo emotivo. Non ci sono jump scare gratuiti, ma un senso costante di disagio che cresce, si insinua sotto pelle e non ti lascia fino ai titoli di coda. La regia asciutta di Soderbergh si sposa perfettamente con l’atmosfera claustrofobica della sceneggiatura di Koepp, dando vita a un horror raffinato, cerebrale, che si nutre di silenzi, ombre e sguardi.

La performance degli attori è altrettanto convincente. Lucy Liu, che molti ricordano per i suoi ruoli action ma anche per la brillante interpretazione in Elementary, qui dimostra una sensibilità drammatica intensa e credibile. Chris Sullivan, noto per il suo ruolo in This Is Us, porta sullo schermo un padre ambivalente, combattuto tra scetticismo e preoccupazione. E Callina Liang, nei panni di Chloe, è una vera rivelazione: la sua interpretazione è il cuore pulsante del film, un mix di fragilità e coraggio che rende il suo personaggio tragicamente umano. Julia Fox, invece, aggiunge quel tocco magnetico che non guasta mai, in un ruolo che oscilla tra la provocazione e il mistero.

Presence ha già fatto parlare di sé nei circuiti dei festival: dopo il debutto al Noir in Festival 2024 e il passaggio al Sundance Film Festival 2025, il film è stato proiettato in anteprima italiana al Comicon di Napoli, dove ha ricevuto una calorosa accoglienza da parte del pubblico nerd e non solo. E ora si prepara a conquistare le sale con anteprime speciali il 23, 24 e 27 giugno, introdotte da ospiti d’eccezione.

Girato nel 2023 a Cranford, nel New Jersey, il film sfrutta l’ambientazione suburbana per amplificare il senso di isolamento e pericolo latente. Ogni dettaglio, dalla fotografia agli effetti sonori, è calibrato per costruire una tensione che non esplode mai del tutto, ma che si avverte con la forza di un pugno nello stomaco.

Non aspettatevi quindi il classico horror con demoni urlanti e porte che sbattono a caso. Presence è qualcosa di diverso. È uno studio sull’invisibile, sull’incomprensibile, su quella linea sottile che separa la realtà dalla percezione. È un film che parla di lutto, di connessioni spezzate, e del bisogno umano di dare un senso a ciò che non si riesce a spiegare.

Se amate il cinema che osa, che inquieta con eleganza e lascia il segno, Presence è un appuntamento irrinunciabile. Dal 24 luglio al cinema, con Lucky Red. E se anche voi, uscendo dalla sala, avrete la strana sensazione che qualcosa vi stia seguendo… beh, sappiate che è perfettamente normale.

E ora tocca a voi: che ne pensate del ritorno di Soderbergh al genere horror? Vi ispira questa ghost story dai toni psicologici? Avete già visto il trailer italiano? Se no, eccolo qui: Guarda il trailer su YouTube. Fatecelo sapere nei commenti, condividete l’articolo sui vostri social e… occhio a chi vi osserva alle spalle.

Black Bag – Doppio Gioco: quando il thriller incontra la sofisticatezza di Soderbergh

Appassionati di spionaggio, manipolazioni mentali e giochi di potere, preparatevi: “Black Bag – Doppio Gioco” è il film che stavamo aspettando. Diretto da un maestro come Steven Soderbergh e scritto dall’acclamato David Koepp, questo thriller elegante e cerebrale promette di conquistare non solo chi ama l’azione, ma soprattutto chi adora le sfumature sottili delle relazioni umane. Con un cast da urlo che include Cate Blanchett, Michael Fassbender, Marisa Abela, Tom Burke, Naomie Harris, Regé-Jean Page e Pierce Brosnan, il film si presenta come un affascinante intreccio di fiducia, tradimenti e seduzione psicologica.

Black Bag – Doppio Gioco non è il classico thriller incentrato su inseguimenti mozzafiato e esplosioni spettacolari. No, Soderbergh ci prende per mano e ci trascina nel cuore oscuro dei rapporti umani, dove ogni sguardo, ogni parola e ogni silenzio possono significare la salvezza o la condanna. La trama ruota attorno a un gruppo di agenti segreti, ognuno mosso da desideri e obiettivi personali, in un mondo dove il confine tra amore e manipolazione è più sottile di un capello. La trama, apparentemente incentrata sul furto di un programma informatico (il famigerato Severus), si rivela presto solo un pretesto per esplorare temi più profondi: fiducia, lealtà, tradimento. Le dinamiche tra i personaggi assumono un’importanza primaria e diventano il vero fulcro emotivo del film. Soderbergh non ci dà certezze: ogni scelta, ogni alleanza può essere ribaltata da un momento all’altro, rendendo “Black Bag” un thriller sofisticato e avvincente come pochi.

Al centro di tutto troviamo la magnetica Kathryn St. Jean (una straordinaria Cate Blanchett) e George Woodhouse (un intenso Michael Fassbender), due tra i migliori agenti del settore. La chimica tra loro è palpabile, incandescente, ma è proprio questa complicità a diventare il loro tallone d’Achille quando i sospetti iniziano a infiltrarsi nella loro relazione. La narrazione si infittisce quando George riceve una lista di sospetti per una talpa all’interno del National Cyber Security Centre… e tra questi sospetti c’è anche la sua stessa moglie, Kathryn. Una dinamica che non può che farci venire in mente i migliori giochi mentali visti in pellicole come “La Talpa” o “Tinker Tailor Soldier Spy”. Marisa Abela è la vera rivelazione del film nei panni di Clarissa Dubose, esperta di comunicazioni cyber, intrappolata in un triangolo di passioni e tradimenti con Freddie Smalls (Tom Burke). Al loro fianco, una Naomie Harris impeccabile come la psicologa Dr. Zoe Vaughan, e il glaciale ma magnetico Regé-Jean Page nei panni del Colonnello James Stokes. Ogni personaggio è cesellato alla perfezione, dando vita a un intricato mosaico di alleanze e inganni che tiene incollati allo schermo.

Uno degli aspetti più affascinanti di Black Bag – Doppio Gioco è la sua scelta stilistica. Soderbergh, che si occupa anche della fotografia e del montaggio, adotta un’estetica minimalista: inquadrature fredde e taglienti, ambientazioni asettiche e costumi elegantissimi curati da Ellen Mirojnick che trasudano un lusso discreto fatto di maglioni a collo alto, giacche di pelle e accessori di classe. Un tocco di stile che richiama un certo cinema europeo anni ’70, sofisticato e tagliente.Anche la colonna sonora, firmata da David Holmes, è un piccolo capolavoro: ritmi jazzy e accenni noir che fanno da perfetto contrappunto all’atmosfera di tensione sotterranea che domina ogni scena. Non è tanto l’azione a tenere viva l’attenzione, quanto le conversazioni serrate, i dialoghi magistralmente scritti da Koepp e interpretati da un cast in stato di grazia. Le battute secche di Fassbender si scontrano con la sagace ironia di Blanchett, creando scintille che fanno vibrare tutta la narrazione.

Certo, chi si aspetta un film d’azione potrebbe rimanere spiazzato. Qui l’azione è ridotta all’osso, sostituita da sguardi carichi di sospetti e dialoghi tesi come fili di rasoio. Ma è proprio in questa scelta che risiede la forza di “Black Bag – Doppio Gioco”: non ci racconta solo una storia di spionaggio, ma ci immerge in un mondo di passioni segrete e giochi di potere dove è impossibile sapere di chi fidarsi.Alla fine, Steven Soderbergh dimostra ancora una volta di essere uno dei registi più intelligenti e camaleontici della nostra epoca. Black Bag – Doppio Gioco è un thriller raffinato, sensuale, avvolgente, capace di esplorare l’animo umano in modo profondo e mai banale. Un film che si fa amare per la sua eleganza visiva, la complessità dei suoi personaggi e la brillantezza della sua scrittura.Se siete nerd appassionati di storie di spie, ma anche di psicologia, relazioni tossiche e giochi di manipolazione, Black Bag – Doppio Gioco è assolutamente imperdibile. Voi l’avete già visto? Cosa ne pensate di questa nuova perla di Soderbergh? Scrivetelo nei commenti o condividete la recensione sui vostri social: il dibattito è aperto e non vediamo l’ora di sapere la vostra!

Full Circle la miniserie diretta da Steven Soderbergh

Il panorama delle miniserie televisive ha trovato una nuova gemma con “Full Circle”, una serie che, nonostante la sua breve durata di sei episodi, riesce a lasciare un’impronta duratura. Creato da Ed Solomon e diretto da Steven Soderbergh, il progetto è stato distribuito su Max, l’ex HBO Max, dal 13 al 27 luglio 2023, e ha già catturato l’attenzione degli appassionati di thriller e dramma. Con un cast stellare e una trama intricata, “Full Circle” si distingue per la sua originalità e il suo approccio audace al genere.

Ambientata nella vibrante e complessa New York, la trama di “Full Circle” prende le mosse da un rapimento fallito che innesca una serie di eventi imprevisti e sconvolgenti. L’indagine che segue non si limita a risolvere il crimine, ma rivela anche una rete di segreti e connessioni tra i diversi personaggi coinvolti. La serie esplora la ricchezza e la diversità della Grande Mela, arricchendo il racconto con una molteplicità di punti di vista e storie personali che si intrecciano in modi sorprendenti.

Il punto di partenza è inquietante e affascinante: un boss del crimine, Mrs. Mahabir, interpretata da CCH Pounder, dopo la morte di suo cognato, intraprende un viaggio in Guyana. Lì, una sorta di santone le impartisce l’ordine di rapire e assassinare il figlio di una facoltosa famiglia bianca di New York per spezzare una presunta maledizione che grava sulla sua famiglia. Questo atto di superstizione e vendetta funge da catalizzatore per una serie di eventi che mettono in moto la trama.

Nel cast, spiccano nomi di spicco come Claire Danes e Timothy Olyphant, che interpretano i genitori del giovane rapito, e Dennis Quaid nel ruolo del nonno famoso chef della televisione. Nonostante la sua impostazione da thriller, “Full Circle” si distingue per la sua narrazione profonda e l’analisi dei personaggi, piuttosto che limitarsi alla mera corsa contro il tempo per risolvere il crimine.

Soderbergh, noto per la sua abilità nel creare atmosfere coinvolgenti e intense, adotta in “Full Circle” una regia che amplifica il senso di angoscia e incertezza. Utilizzando una camera a mano che conferisce un movimento instabile e ansiogeno, e un montaggio serrato, il regista riesce a mantenere alta la tensione. Le scene, quasi sempre illuminate da luci notturne e lampioni deboli, accentuano la sensazione di disagio e oscurità che pervade la serie. Questa scelta stilistica contribuisce a creare un’atmosfera di suspense continua, in cui il pubblico è costantemente sulla corda, cercando di scoprire i segreti che i personaggi stessi non conoscono ancora.

Il titolo “Full Circle” riflette l’idea di destino e di ciclicità, che pervade la trama e le sue tematiche. I personaggi, manovrati dalle circostanze e dalle scelte altrui, sembrano muoversi in un cerchio incompleto di eventi e decisioni che sfuggono al loro controllo. La serie esplora come le azioni e le credenze di ciascuno possano influenzare e interagire con le vite degli altri, creando una narrazione in cui il passato e il presente si intrecciano inevitabilmente.

Tuttavia, “Full Circle” non è esente da sfide. La densità della trama e la varietà di personaggi possono risultare inizialmente opprimenti per lo spettatore. Il primo episodio, in particolare, introduce una grande quantità di informazioni e nomi, che possono creare confusione e rendere difficile orientarsi. Nonostante questo, la serie premia chi riesce a mantenere la concentrazione, costruendo gradualmente una trama avvincente e complessa che merita di essere seguita con attenzione. La miniserie offre una visione unica e innovativa del genere thriller, caratterizzata da un cast eccezionale e una regia di grande classe. La combinazione di elementi tradizionali del crimine con una narrazione che sfida le convenzioni rende “Full Circle” un prodotto imperdibile per gli amanti del dramma e del mistero. Con la sua capacità di sorprendere e intrattenere, la serie si conferma un esempio eccellente di come la televisione possa esplorare nuove frontiere del racconto seriale.

Magic Mike – The Last Dance: l’ultima danza di un mito, tra desiderio, riscatto e romanticismo in salsa Soderbergh

Quando si parla di “Magic Mike” non si può evitare di evocare immediatamente una scarica di adrenalina fatta di muscoli scolpiti, coreografie incendiarie e palcoscenici su cui la sensualità si fa linguaggio universale. Ma con Magic Mike – The Last Dance, uscito nel 2023 con la regia ritrovata di Steven Soderbergh, quello stesso linguaggio viene completamente decostruito, reinterpretato e trasformato in una riflessione tanto intima quanto spettacolare. Non più solo corpi in movimento: stavolta è l’anima che danza.

La storia riparte da un punto di rottura. Mike Lane, l’ex spogliarellista che aveva infiammato i cuori (e non solo) in Magic Mike e Magic Mike XXL, si ritrova con le spalle al muro. Il suo business di arredamento è fallito, vittima silenziosa della pandemia da COVID-19, e lui è costretto a guadagnarsi da vivere come barista per un servizio di catering a Miami. Sembra una parabola discendente definitiva, se non fosse che il destino – e soprattutto una donna – ha altri piani.

Durante un evento esclusivo, Mike incontra Maxandra “Max” Mendoza, interpretata da una magnetica Salma Hayek. Ricca, affascinante, indipendente e con un’aura da regina moderna, Max è un personaggio che catalizza la scena non appena appare. Tra loro nasce un’intesa immediata e – com’era prevedibile – esplosiva. Un ballo privato diventa l’occasione per rivedere quella vecchia scintilla accendersi in Mike. Una lap dance da capogiro (che Hayek ha descritto come “quasi letale”) è il preludio a una notte di passione. Ma è il giorno dopo che arriva la svolta: Max gli propone di seguirla a Londra per un misterioso “lavoro”, con un compenso di ben 60.000 dollari.

E così, Mike accetta l’invito e vola nella capitale inglese, ritrovandosi catapultato nel cuore pulsante del West End, dove Max ha in mente di trasformare uno spettacolo teatrale classico in qualcosa di completamente nuovo. Il teatro Rattigan – fittizio ma riccamente evocato – è l’arena in cui si gioca questa nuova sfida. Max vuole sovvertire le regole, abbattere le convenzioni e portare sul palco uno spettacolo incentrato sulla libertà, sul desiderio e sulla femminilità consapevole, usando proprio il talento coreografico e la visione di Mike.

Ciò che ne deriva è qualcosa che va oltre il sequel standard. Soderbergh abbandona volutamente le dinamiche del “film di ritorno” per raccontare qualcosa di più profondo: la rinascita interiore di un uomo che aveva perso la fede nel proprio talento e, più ancora, nel proprio valore. La danza, che nei film precedenti era soprattutto esibizione, diventa qui espressione, connessione, un modo per dire “ti vedo, ti capisco, ti desidero” senza pronunciare una parola.

La narrazione si muove come una coreografia: fluida, incalzante, con un montaggio serrato e immagini sbilenche che sono puro Soderbergh-style. La sceneggiatura di Reid Carolin – compagno artistico di lunga data di Tatum – disegna un racconto che fa vibrare corde più intime, abbracciando toni da commedia romantica e sovvertendo le aspettative di chi si attendeva solo un’altra sfilata di fisicità. E invece troviamo personaggi sfaccettati, come Edna Eaglebauer, ricca membro del consiglio teatrale, o Zadie, la figlia adolescente di Max, che offre un punto di vista fresco e ironico su tutto questo mondo di adulti che rincorrono sogni e desideri.

Anche il comparto musicale – che riprende brani iconici come Pony di Ginuwine e Sex Machine di James Brown – si fa colonna sonora emotiva più che mero accompagnamento. Ogni canzone è scelta per accendere l’atmosfera ma anche per amplificare le emozioni che scorrono tra i protagonisti. È una sinfonia sensoriale, certo, ma con un’anima malinconica e romantica.

E a proposito di romanticismo: Magic Mike – The Last Dance è forse l’episodio più sentimentale della saga. Non solo perché la chimica tra Tatum e Hayek è palpabile in ogni scena, ma perché l’intera struttura narrativa ruota attorno al potere trasformativo dell’amore. Max non è solo una mecenate eccentrica: è la musa che accende di nuovo il fuoco in Mike, lo spinge a credere di nuovo in se stesso, a rimettersi in gioco, a ballare ancora una volta.

Questa “ultima danza” non è solo una performance finale su un palco sotto la pioggia, bellissima e coreograficamente perfetta. È un simbolo. È la rappresentazione di tutto ciò che Mike ha perso e ritrovato: la passione, la libertà, l’amore. Il finale, con il bacio tra Max e Mike, non è semplicemente un lieto fine: è la promessa che il sogno può continuare, anche quando sembra tutto perduto.

Soderbergh, ancora una volta, dimostra di saper raccontare le emozioni umane con uno stile che mescola glamour e introspezione, sensualità e dolcezza, concretezza e poesia. E sebbene questo terzo capitolo sia diverso dai suoi predecessori, forse è proprio questa diversità a renderlo necessario. Perché Magic Mike – The Last Dance è il sequel che non ci aspettavamo, ma anche l’unico che avesse senso fare. Una dichiarazione d’amore alla danza, alla resilienza e all’arte di reinventarsi, senza mai rinunciare alla bellezza del corpo… e del cuore.

E tu, hai già visto Mike ballare un’ultima volta? Hai apprezzato questo cambio di ritmo o ti aspettavi qualcosa di più “classico”? Raccontacelo nei commenti qui sotto o condividi l’articolo sui tuoi social per far sapere anche ai tuoi amici se Magic Mike – The Last Dance ha conquistato anche te.

Lasciali parlare – Dal 27 maggio in esclusiva digitale

Lasciali Parlare”, il film diretto da Steven Soderbergh con protagonista Meryl Streep, arriva in Italia in esclusiva digitale da giovedì 27 maggio, disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su tutte le principali piattaforme digitali.

La scrittrice Alice Hughes, vincitrice del Premio Pulitzer, è stata invitata in Inghilterra per ritirare un altro prestigioso premio letterario. Ma ha paura di volare: decide così di fare il viaggio in nave, a bordo di un magnifico transatlantico, e di invitare le sue due migliori amiche del college, Roberta e Susan, oltre a farsi accompagnare dal suo amato nipote Tyler, per assisterle durante la crociera. La nuova agente di Alice, Karen, con l’obiettivo di carpire dettagli sul manoscritto attualmente in lavorazione della sua cliente, si intrufola sulla nave, approcciando Tyler per avere informazioni su come avvicinare al meglio la zia.

Tyler però finisce per innamorarsi di Karen, così Alice e le sue amiche vengono lasciate a sé stesse. Roberta nutre del risentimento verso Alice, perché si è riconosciuta nelle vicende raccontate nel suo libro più celebre, rovinandole la vita; al contrario Alice nega ogni responsabilità e cerca di salvare la loro sacra amicizia di un tempo, mentre Susan si sforza di aiutarle a riconciliarsi. Mentre Alice si impegna a completare il suo tanto atteso manoscritto e mantiene la sua vita personale avvolta nel mistero, le donne intraprendono un viaggio di una settimana pieno di ricordi, risentimenti e battute. Il film presenta un cast stellare, tra cui spiccano l’attrice premiata con l’Oscar®, l’Emmy® e il Golden Globe®

Meryl Streep (Big Little Lies di HBO, The Iron Lady, Il diavolo veste Prada) nei panni della misteriosa e nobile Alice Hughes, il cui successo professionale l’ha allontanata dalle sue amicizie più strette, rendendola una sconosciuta; la premio Emmy® e candidata all’Oscar® Candice Bergen (Murphy Brown, Miss Detective) nei panni di Roberta, che accetta l’invito di Alice, in cerca di un risanamento per il caos che ha provocato nella sua vita il romanzo più famoso di Alice; la premio Oscar®, Emmy® e Golden Globe® Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, Pallottole su Broadway) nei panni di Susan, che lavora in un carcere femminile ed è apparentemente la più diplomatica e sensibile del gruppo; il candidato all’Oscar® e al Golden Globe® Lucas Hedges (Manchester by the Sea, Boy Erased – Vite cancellate) nei panni del goffo e dolce nipote di Alice, Tyler, che ama e rispetta profondamente sua zia per essere stata presente nella sua vita come un genitore; e la candidata al SAG Award® Gemma Chan (Crazy & Rich, Captain Marvel) nei panni di Karen, la nuova agente letteraria di Alice la cui carriera è in bilico, che catturando l’attenzione di Tyler cerca di ottenere informazioni sul nuovo libro della sua cliente.

“Lasciali Parlare” – diretto da Steven Soderbergh (il film premio Oscar® Traffic e il candidato all’Oscar® Erin Brockovich – Forte come la verità) – è incentrato sulle conversazioni schiette e fluide dei suoi personaggi. Avendo fornito al cast ricche descrizioni dei personaggi ed accurati particolari delle loro scene, gli attori sono stati lasciati liberi di improvvisare, al fianco della sceneggiatrice Deborah Eisenberg, che ha aiutato a sviluppare i dialoghi secondo necessità.

Lo stile guerrilla della regia di Soderbergh non si è fermato qui: in un’intervista, Dianne Wiest ha anche rivelato che il film è stato girato “senza attrezzatura, se non quella essenziale. Steven semplicemente teneva la telecamera su una sedia a rotelle. Niente luci, carrelli, o tutto ciò che solitamente serve per girare un film. C’erano solo Steven e questa nuova macchina da presa”. “Lasciali Parlare”, diretto da Steven Soderbergh, scritto da Deborah Eisenberg, prodotto da Gregory Jacobs, con produttori esecutivi Ken Meyer e Joseph Malloch.

 

Ocean’s 8: il colpo al femminile che riaccende la magia della saga di Danny Ocean

Le luci di New York brillano ancora più del solito: tra i riflessi dei diamanti Cartier e le luci del Met Gala, il mondo torna a parlare della famiglia Ocean. Ma questa volta, niente smoking, niente George Clooney, niente Brad Pitt. Al loro posto otto donne pronte a riscrivere le regole del colpo perfetto. Ocean’s 8, diretto da Gary Ross, non è solo un sequel e spin-off della celebre trilogia di Steven Soderbergh, ma un vero e proprio reboot generazionale che porta l’eleganza del crimine su nuove coordinate, con una squadra di ladre geniali, irresistibili e glamour come la città che vogliono derubare.

La protagonista, Debbie Ocean (una magnetica Sandra Bullock), sorella del compianto Danny, esce di prigione con una sola idea in mente: vendicarsi e arricchirsi, in perfetto stile di famiglia. Accanto a lei, la fedele complice Lou (Cate Blanchett, glaciale e impeccabile come un Martini servito al Ritz) e una squadra che più eterogenea non si può: Rose (Helena Bonham Carter), stilista sull’orlo del fallimento; Amita (Mindy Kaling), gioielliera di talento; Constance (Awkwafina), borseggiatrice dai riflessi fulminei; Tammy (Sarah Paulson), mamma di famiglia con un passato da truffatrice; e Palla Nove (Rihanna), hacker geniale dal sorriso beffardo. A chiudere il cerchio, la star del cinema Daphne Kluger (Anne Hathaway), inconsapevole pedina di un piano tanto folle quanto brillante: rubare la Toussaint, una collana di diamanti Cartier dal valore di 150 milioni di dollari, durante la notte più scintillante dell’anno.

Il colpo si muove con la stessa grazia con cui la macchina da presa di Ross accarezza abiti, gioielli e sguardi compiaciuti. Tutto è calcolato, sincronizzato, elegantemente orchestrato come un balletto criminale. Ma Ocean’s 8 non si limita a replicare le dinamiche della trilogia originale: le riscrive, mettendo al centro la complicità femminile, la rivalsa, la libertà di essere astute e glamour allo stesso tempo. Le protagoniste non vogliono solo il bottino: vogliono riscrivere la narrazione, prendersi quello spazio che per troppo tempo è stato dominio maschile.

Il film gioca con l’ironia e con il mito di Danny Ocean — evocato ma mai mostrato —, trasformando Debbie in un’icona a sé, sospesa tra nostalgia e autodeterminazione. E mentre il piano si svela, tra collane duplicate, magneti segreti e fughe impeccabili, scopriamo che la vera magia non è nel furto, ma nella perfezione della squadra. Ogni personaggio trova il suo momento di gloria, dal sarcasmo di Blanchett alla fragilità teatrale della Bonham Carter, fino alla sorprendente autoironia di Anne Hathaway, che qui si diverte a ridere del suo stesso status di diva.

La regia di Ross, già autore di Hunger Games, mantiene il ritmo elegante e raffinato tipico di Soderbergh, ma gli infonde una leggerezza tutta sua, più pop e colorata. Le scene al Met Gala sono un tripudio visivo di moda e cultura pop, con camei reali — da Anna Wintour a Kim Kardashian, passando per Zayn Malik e Katie Holmes — che trasformano il film in una passerella cinematografica di stile e potere mediatico.

E mentre il colpo perfetto si chiude con un doppio twist — uno orchestrato da Debbie, l’altro da Lou, che nel frattempo ruba gemme ancor più preziose —, la sensazione è quella di assistere a un ritorno trionfale: non un semplice spin-off, ma una celebrazione della saga Ocean’s e della sua capacità di reinventarsi.

La produzione del film è stata segnata da una lunga gestazione: dopo il rifiuto di Soderbergh di girare un Ocean’s Fourteen per rispetto alla memoria di Bernie Mac, la Warner Bros. decide di rilanciare il franchise con una prospettiva tutta nuova. Clooney e Soderbergh restano come produttori, affidando a Gary Ross e alla sceneggiatrice Olivia Milch il compito di modernizzare il mito. Con un budget di 70 milioni di dollari e un cast stellare, Ocean’s 8 diventa subito uno degli eventi cinematografici dell’estate 2018. Il risultato? Un film che brilla di luce propria. Non è un semplice “Ocean’s con le donne”, ma un manifesto del cinema mainstream che sa mescolare intrattenimento, intelligenza e stile. È un colpo portato a termine con classe, ironia e consapevolezza, in cui ogni sorriso, ogni sguardo e ogni battuta si incastrano come un gioiello nel suo castone.

E quando, nell’ultima scena, Debbie Ocean sorseggia un Martini davanti alla tomba di suo fratello, con un mezzo sorriso che sa di complicità e malinconia, capiamo che la dinastia Ocean non è finita. Ha solo cambiato volto — e che volto.

Magic Mike: quando lo strip maschile incontra il Sogno Americano (e lo sgonfia a colpi di tanga)

Immaginate un mondo in cui Channing Tatum, in perfetto equilibrio tra l’artigiano creativo e lo spogliarellista con glitter incorporato, ci accompagna in un viaggio a torso nudo attraverso le luci (tante) e le ombre (più di quanto vi aspettereste) dell’intrattenimento notturno. Magic Mike, film diretto dal camaleontico Steven Soderbergh, è questo e molto di più: un’esplorazione muscolare e lucente del lato meno patinato del sogno americano, un ibrido tra musical per adulti e parabola morale travestita da guilty pleasure estivo.

Ambientato in una Florida umida, dorata e spesso plasticamente decadente, il film prende spunto dalla vera esperienza di Channing Tatum che, prima di diventare il sex symbol che oggi conosciamo, a 19 anni si esibiva in un locale di Tampa sotto il nome d’arte di Chan Crawford. E già questo basterebbe a far salire il livello di curiosità nerd: una sorta di origin story alla Marvel, ma con molto più olio per il corpo.

Il protagonista, Mike Lane (interpretato dallo stesso Tatum), di giorno lavora come lavamacchine e muratore, sognando però di aprire una linea di mobili artigianali su misura. Di notte, invece, è la stella più brillante del club Xquisite, dove si esibisce in coreografie da urlo davanti a un pubblico femminile urlante. Il locale è gestito dal carismatico e un po’ inquietante Dallas, interpretato da un Matthew McConaughey in versione “guru in perizoma”, che riesce a essere inquietante e affascinante allo stesso tempo, con un’inquietante somiglianza a un Tom Cruise di Magnolia sotto steroidi.

A sparigliare le carte arriva Adam, diciannovenne sbandato e senza direzione (Alex Pettyfer), che dopo aver perso un lavoro da operaio per aver rubato bibite al primo giorno, viene notato da Mike e introdotto al luccicante e sudato mondo dello strip maschile. Il pubblico del Xquisite lo ribattezzerà presto “The Kid”. L’ascesa di Adam nel mondo dei “ballerini erotici” è rapida quanto il suo declino: tra droghe, festini e relazioni distruttive, il suo percorso diventa la perfetta controparte oscura rispetto a quello di Mike, sempre più disilluso da quel microcosmo dorato in cui inizialmente brillava.

Nel frattempo, entra in scena Brooke, sorella di Adam (interpretata da Cody Horn), unica presenza femminile del cast a non essere completamente rapita dal fascino muscolare di quei corpi scolpiti. Tra lei e Mike nasce una tensione silenziosa, fatta di sguardi, scambi indiretti e una lenta costruzione emotiva che vorrebbe essere la colonna sentimentale del film. Ma diciamoci la verità: la chimica tra i due è a malapena tiepida. Lei sembra costantemente arrabbiata con la vita, lui impantanato in un perenne sguardo da “sto pensando alla mia ditta di mobili”.

La regia di Steven Soderbergh, uno che ci ha abituato a incursioni brillanti nel commerciale con Ocean’s Eleven e a voli più alti con Traffic o Solaris, qui sembra oscillare pericolosamente tra l’esperimento estetico e il prodotto costruito a tavolino per far cassa. Alcuni momenti brillano: la fotografia color oro di alcune scene notturne è splendida, e le sequenze di ballo – ben coreografate e dirette con attenzione maniacale ai dettagli – sono senza dubbio il cuore pulsante del film. Tatum, che a quanto pare ha ancora in corpo il ritmo dei tempi andati, riesce a esprimersi più con i fianchi che con il volto.

Il problema però è che Magic Mike, al netto dei pettorali scolpiti e dei pantaloni strappati a tempo di musica, non riesce a decollare davvero. La narrazione segue uno schema ormai abusato: ascesa, discesa, redenzione. Non c’è un vero twist, nulla che sorprenda. Si percepisce fin da subito che il viaggio di Mike è quello classico dell’eroe stanco, che cerca di uscire da un mondo di illusioni per rincorrere un sogno più autentico – in questo caso, una tranquilla esistenza tra viti, legno e amore vero. Un percorso troppo pulito, troppo già visto, troppo… hollywoodiano.

Il film cerca anche di lanciare una critica sociale: quel mondo di luci stroboscopiche, soldi facili, corpi venduti al miglior offerente, è solo una versione contemporanea dell’illusione americana. Lì dove un tempo c’era la fabbrica, ora c’è lo strip club. Il sogno si è trasformato in spettacolo permanente, e l’unico modo per restare a galla è recitare il proprio ruolo fino in fondo, anche a costo di perdere se stessi. Un’idea interessante, ma che affonda in una scrittura troppo debole e in personaggi raramente memorabili.

Il cast di supporto – tra cui Joe Manganiello, Matt Bomer e Kevin Nash – è composto da “corpi scenici” ben oliati, perfetti per il palco ma mai davvero incisivi fuori da esso. Anche lo spacciatore/DJ Tobias e l’inevitabile sottotrama della droga sembrano più un riempitivo narrativo che uno sviluppo coerente. L’ultimo atto, in cui Mike decide di lasciare tutto e affronta Brooke per costruire una nuova vita, è prevedibile quanto l’orario del tramonto in Florida.

Quindi, cosa resta di Magic Mike? Un film tecnicamente curato, visivamente seducente, con una colonna sonora accattivante e coreografie che fanno il loro dovere. Ma sotto la superficie brillante, resta un’opera con poco cuore e poca anima. La sensazione è che Soderbergh abbia tentato di elevare un soggetto frivolo a qualcosa di più, ma che si sia perso tra i pettorali e le paillettes.

Per i fan del cinema di genere, vale la pena vederlo almeno una volta, anche solo per osservare un regista d’autore cimentarsi con il materiale più “pop” possibile. Per chi ama Channing Tatum, beh, questo è il suo habitat naturale. Per tutti gli altri, potrebbe sembrare solo un lungo videoclip patinato che si prende un po’ troppo sul serio.

E voi cosa ne pensate? Avete mai visto Magic Mike o avete sempre pensato che fosse solo “roba da addio al nubilato”? Scriveteci nei commenti, condividete l’articolo sui social e fateci sapere se secondo voi Steven Soderbergh è riuscito a portare qualcosa di nuovo… o se si è solo perso nei riflessi di una palla da discoteca.

Ocean’s Thirteen: il colpo più personale di Danny Ocean (e il più godibile della trilogia)

le luci al neon della Strip di Las Vegas campeggia un nome che è tutto un programma: The Bank. È l’impero di Willie Bank, squalo in giacca impeccabile e sorriso tagliente. Ma dietro quel luccichio da inaugurazione mondiale c’è un cuore spezzato: quello di Reuben Tishkoff, amico, mentore, memoria storica di un certo modo “romantico” di intendere i colpi. Ed è qui che Ocean’s Thirteen piazza l’asso: non è solo un nuovo heist movie, è una vendetta d’amicizia. Steven Soderbergh, tornato a giocare con i suoi giocattoli preferiti, sposta i pesi della saga dal romanticismo di Eleven e dal gioco al gatto col topo europeo di Twelve verso una sinfonia di lealtà, stile e meccanica del trucco costruita come un orologio svizzero.

Il film arriva fuori concorso a Cannes e sbarca in contemporanea mondiale l’8 giugno: tempismo perfetto per l’estate, cocktail di stelle in locandina e una promessa semplice ma magnetica—nessuno tocca Reuben. Non impunemente, almeno.

Una trama che è un tavolo da blackjack: ogni carta scoperta al momento giusto

La scintilla scocca nel passato prossimo: Reuben, entrato in affari con il famigerato Willie Bank per costruire un hotel-casinò monumentale, viene truffato e umiliato. L’affronto gli costa un infarto e la perdita del suo sogno. Quando Danny Ocean bussa alla porta di Bank per chiedere di rimettere le cose a posto, la risposta è un sorriso da squalo. È il via libera morale che mancava: la banda si rimette in moto.

Il piano non è rubare una cassaforte. È peggio. È sfregiare il mito di Bank proprio la notte dell’apertura, trasformando la sala da gioco in un bancomat inverso. Ogni tavolo, ogni macchinario, ogni gioco viene sabotato con chirurgica creatività per far vincere gli ospiti e dissanguare il proprietario in poche ore. La parola chiave è capillarità: dai dadi “educati” in una fabbrica messicana al software che mischia i mazzi, dagli agganci con lo staff dell’hotel fino al più inafferrabile dei giudizi, quello della Royal Review—la bibbia dei “Cinque diamanti”.

Soderbergh si diverte a intrecciare micro-missioni che paiono side quest ma sono ingranaggi del piano: Rusty seduce informazioni e alleanze, Livingston sfida l’industria del mescolamento, i fratelli Malloy fanno saltare equilibri sindacali in un’escalation da commedia operaia, Saul riabbraccia i panni del grand’uomo con charme polveroso. E poi c’è Roman, il cervello tech chiamato a confrontarsi col famigerato “Greco”, un sistema d’intelligenza artificiale che legge micro-espressioni e movimenti degli occhi per scovare i bari. Una sentenza digitale che sembra invincibile. Sembra.

Il ritorno dei volti che amiamo, l’ingresso di un cattivo che profuma di leggenda

Il bello degli Ocean’s non è solo la trama, è il modo in cui respira il gruppo. George Clooney e Brad Pitt sono la linea del diavolo, ironia e sangue freddo; Matt Damon spicca come Linus, finalmente promosso da mascotte a uomo-chiave, con un paio di travestimenti e un “aiutino” di famiglia che regalano alcune tra le sequenze più spassose e tese del film. Elliott Gould è l’anima ferita che dà peso emotivo alla rapina; Don Cheadle, Casey Affleck, Scott Caan, Eddie Jemison, Carl Reiner, Shaobo Qin sono il reticolo di abilità che rende credibile l’incredibile.

Sull’altra sponda, Al Pacino entra in scena come Willie Bank e fa esattamente quello che speravamo: occupa lo schermo. È vanità, crudeltà e superstizione incastonate in un solo personaggio, un bignami di capitalismo predatorio in giacca lucida. Anche quando non urla mai davvero, il film vibra del fantasma dei padri nobili a cui strizza l’occhio: da Il padrino ai miti della Vecchia Vegas, richiamati più volte con gusto e misura. La presenza di Andy García come Terry Benedict—l’eterno antagonista—aggiunge un livello extra di sapore: l’ex nemico diventa “finanziatore” e arbitro con tre condizioni che pesano come macigni. È l’arte di fare affari tra gentlemen-ladri: stringersi la mano col guanto di velluto e coltelli pronti nelle maniche.

Las Vegas come neverland del trucco: scenografia, ritmo, musica

Ocean’s Thirteen è la lettera d’amore di Soderbergh a Las Vegas. Ma non è il bacio plastificato da cartolina: è una mappa strategica. Ogni corridoio, ogni passerella di luci, ogni pannello specchiato diventa una possibilità di distrazione, un varco, un diversivo. La fotografia—firmata con lo pseudonimo Peter Andrews—spreme rossi, ori e neri come se fossero semi di carte, costruendo un tappeto cromatico che fa scorrere lo sguardo senza mai perdersi. Il montaggio di Stephen Mirrione è jazz: entra a colpo secco, scarta, ritorna sul tema, ti lascia intuire una risposta e poi la sposta mezzo passo più in là. Le musichette acide e affettuose di David Holmes sono la firma che riconosceresti a occhi chiusi: groove elastici che trasformano ogni cambio scena in un colpo di polso sul tavolo.

La scenografia fa il resto. Il “Bank” è una cattedrale del culto contemporaneo, il luogo dove i soldi vengono pregati e sacrificati. Dentro, c’è il totem dei Cinque diamanti—la fissazione di Bank—e il film si diverte a far girare l’intera vendetta intorno a quel feticcio, fino a quell’elicottero notturno che, con un gesto quasi slapstick, decolla il sublime dal suo piedistallo.

Il bello di un piano è quando va storto

Un buon heist non è mai solo il piano, è la somma di imprevisti. Qui gli intoppi sono narrativamente deliziosi: lo sciopero in fabbrica che ribalta una semplice “sostituzione di dadi” in un caso geopolitico da telenovela con tanto di leader operaio improvvisato; il Greco che sembra impermeabile a qualsiasi attacco; la trivella che deve simulare un terremoto e decide di avere un esaurimento nervoso nel momento peggiore; l’ombra lunga di Night Fox (Vincent Cassel), abilissimo nel far saltare nervi e fiducia. Ed è proprio in questi sbandamenti controllati che la banda mostra la sua forza: non l’infallibilità, ma la resilienza, l’arte del ricalcolo, la capacità di piegare la realtà con stile e un sorriso obliquo.

Quando tutto torna, torna all’unisono: il “blackout” del supercomputer, la fuga scenografica dei clienti, la roulette che tossisce fortuna dalla parte giusta, la slot benefattrice per il povero ispettore malcapitato. Bank crede di controllare ogni variabile; Ocean gli dimostra che le variabili sono persone e le persone, se ci tieni, ti restituiscono il favore.

Il tono giusto: meno romanticismo, più classe operaia del trucco

Se Ocean’s Eleven era la dichiarazione d’amore a un’idea di charme criminale e Twelve la sua deviazione europea tra ego e acrobazie, Thirteen è il ritorno a casa con un’agenda morale chiara. È il film più compatto della trilogia: set-up limpido, posta alta, antagonista memorabile, sottotrame che si intrecciano senza mai appesantire. Soprattutto, c’è cuore. Reuben non è un McGuffin: è la ragione per cui, una volta ogni tanto, è giusto barare. E quando sul finale le linee si chiudono—con una donazione “forzata” che ribalta il potere delle relazioni pubbliche e un congedo tra Danny e Rusty fatto di frecciate e affetto—capisci che stai salutando una compagnia di giro che potresti seguire per sempre, anche solo per sentirli parlare.

Pacino vs Clooney & Pitt: il triangolo perfetto

La presenza di Pacino è un colpo di casting che ha il sapore delle sfide da ring: l’icona contro le icone. Clooney e Pitt stanno dalla parte della leggerezza pensante, Pacino da quella del monumento all’ego. Quando si incrociano, il film scintilla: frasi appuntite, sorrisi trattenuti, promesse che sanno di minaccia. E sullo sfondo, Andy García con quella sua calma velenosa, a ricordarci che nel mondo di Ocean la linea tra nemico e partner è spesso solo una clausola in più in un contratto che nessuno leggerà fino in fondo.

Un capitolo che chiude il cerchio, senza spegnere le luci

Com’è giusto che sia in una buona trilogia, Ocean’s Thirteen si sente come un atto finale. Non perché manchi la voglia di rivederli, ma perché la lezione è stata impartita nella maniera più elegante: non rubiamo per avidità, rubiamo per giustizia poetica. La vendetta contro Bank non è solo punizione, è ricalibrazione del karma, un restituire alla città quello che la città ha tolto a chi ha contribuito a farla grande.

Dal punto di vista cinematografico, Soderbergh mette in scena l’equazione più pulita della saga: tono, ritmo, humour, set-piece tecniche e un antagonista all’altezza. Se cercate l’azzardo del colpo di scena impossibile, vi godrete i guizzi del Greco e dell’elicottero. Se amate il sapore di un gruppo che funziona, qui trovate l’ensemble in stato di grazia. Se volete Vegas, qui c’è la Vegas: quella che seduce e inghiotte, ma che ogni tanto restituisce qualcosa a chi la guarda con abbastanza ironia.

Ocean’s Twelve: la banda di Clooney sbarca in Europa — e Steven Soderbergh firma il colpo più elegante dell’anno

Sono i primi giorni dell’anno e nelle sale italiane da poco più di due settimane è arrivato Ocean’s Twelve, il nuovo film di Steven Soderbergh che riporta sul grande schermo la banda di ladri più affascinante, cool e ironica di Hollywood. Dopo il successo planetario di Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco del 2001, Soderbergh rimette in moto la macchina, o meglio, il motore a dodici cilindri della sua gang, stavolta portandola lontano da Las Vegas: in Europa. E come ogni seguito che si rispetti, Ocean’s Twelve non punta a replicare il colpo precedente, ma a rilanciare, espandere e complicare il gioco. Se nel primo film il brivido nasceva dall’eleganza di un piano perfetto e dalla sua esecuzione millimetrica, qui la regia sceglie la via del caos controllato, del rischio, dell’imprevisto. Soderbergh gioca con le aspettative e con il mito stesso del colpo da maestro, trasformando il film in una partita a scacchi tra ladri — una danza di stile, ironia e ingegno in cui il confine tra vincitore e perdente diventa quasi secondario.

Il ritorno della crew: quando l’eleganza incontra la disperazione

Ritroviamo Danny Ocean (George Clooney) e la sua banda tre anni dopo il furto leggendario ai tre casinò di Las Vegas. Gli undici di Ocean vivono sparsi nel mondo, godendosi i frutti del loro colpo. Ma la pace è destinata a durare poco. Terry Benedict (Andy García), il magnate a cui hanno sottratto 160 milioni di dollari, li rintraccia uno per uno — con la freddezza di un banchiere e la puntualità di un contabile — esigendo indietro ogni centesimo… con tanto di interessi.

Il conto totale? Centonovantasette milioni di dollari.
Il tempo a disposizione? Due settimane.

Una cifra e un margine impossibili persino per undici tra i migliori truffatori del pianeta. L’unica soluzione: tornare a colpire. Ma gli Stati Uniti, dopo il clamore del colpo a Las Vegas, non sono più un terreno sicuro. Così Danny, Rusty (Brad Pitt), Linus (Matt Damon), Basher (Don Cheadle) e il resto del gruppo decidono di attraversare l’oceano per cercare nuove opportunità nel Vecchio Continente.

Dall’America all’Europa: un colpo all’arte del furto

La prima tappa è Amsterdam, dove il gruppo mette gli occhi su un obiettivo tanto raffinato quanto improbabile: il più antico certificato di riserva del mondo, emesso nel 1602 dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. È un colpo che sembra uscito da un manuale di ladri gentiluomini. Ma quando la banda riesce finalmente a penetrare il sistema di sicurezza, scopre che qualcuno li ha battuti sul tempo.

Quel qualcuno è François Toulour, alias NightFox (Vincent Cassel): un ladro francese di fama internazionale, agile come un gatto e vanitoso come una star. È lui a essersi preso gioco della squadra di Ocean, ed è stato lui, come si scopre, a rivelare a Benedict le identità degli undici. Il motivo? Una sfida di orgoglio. Il mentore di NightFox, Gaspar LeMarc, considerato il più grande ladro della storia, aveva definito il colpo di Ocean’s Eleven “una delle più grandi rapine mai realizzate”. Offeso e deciso a dimostrare il contrario, NightFox ha ordito una vendetta sotto forma di competizione.

Il gioco del gatto e del topo: rubare per onore, non per denaro

È qui che Ocean’s Twelve abbandona la struttura classica del “heist movie” e si trasforma in una commedia criminale elegante, quasi astratta. Toulour invita Danny nella sua villa sul Lago di Como e lancia la sfida: rubare il leggendario Uovo dell’Incoronazione, appena arrivato a Roma. Se Ocean e la sua squadra riusciranno nell’impresa, lui stesso pagherà il debito con Benedict. In caso contrario, la gloria — e la libertà — resteranno sue.

Intanto, sullo sfondo, entra in scena Isabel Lahiri (Catherine Zeta-Jones), agente dell’Europol e vecchia fiamma di Rusty. Isabel è l’incarnazione della nemesi perfetta: brillante, metodica, ossessionata dal rispetto delle regole ma segnata da un passato ambiguo. È infatti la figlia di un ladro misterioso, la cui identità verrà rivelata solo nel finale. La sua indagine si muove tra Amsterdam, Roma e il Lago di Como, mentre il film intreccia piani narrativi e temporali come un mazzo di carte truccate.

Il colpo dentro il colpo: quando la truffa è anche un’illusione

Mentre l’Europol stringe la morsa, la banda viene catturata e tutto sembra perduto. Ma Ocean’s Twelve è un film costruito sull’arte del depistaggio. Nulla è come appare, e la linea che separa realtà e messinscena si dissolve. Linus Caldwell, il “novellino” interpretato da Matt Damon, viene messo in prima linea per affrontare gli agenti federali e cede durante l’interrogatorio — o almeno così sembra. Il colpo di scena arriva quando scopriamo che la donna che lo interroga è in realtà sua madre, esperta criminale sotto copertura, che lo libera con un colpo di chiave degno di Houdini.

Nel frattempo, Danny e Tess (Julia Roberts) fanno visita a NightFox nella sua villa sul Lago di Como, dove il francese, compiaciuto, spiega come sia riuscito a rubare l’uovo. Ma la sua sicurezza vacilla quando Ocean gli rivela che quello che ha trafugato è solo una copia: il vero uovo era già stato rubato dalla banda, giorni prima, grazie alle informazioni fornite proprio da LeMarc. Il colpo di scena è doppio — non solo i nostri eroi hanno vinto la sfida, ma scopriamo che LeMarc, mentore di Toulour, era l’architetto invisibile di tutto, il burattinaio che ha orchestrato la rivalità per mettere alla prova il suo allievo e, allo stesso tempo, far riemergere la verità sul proprio passato. Isabel, la poliziotta, scopre infine che LeMarc è suo padre, e la pellicola si chiude con un tenero ricongiungimento, un gesto quasi romantico dentro un mondo dominato dall’astuzia.

Soderbergh e l’arte dell’equilibrio tra glamour e sperimentazione

Con Ocean’s Twelve, Steven Soderbergh realizza uno dei sequel più particolari e divisivi degli ultimi anni. Meno lineare del primo, più sofisticato e volutamente disorientante, il film abbandona la struttura classica per immergersi in un linguaggio visivo e narrativo che flirta con l’avanguardia. L’uso di lenti decentrate, filtri caldi, montaggi spezzati e improvvisi cambi di tono costruisce un mosaico che sembra più vicino a un album fotografico di moda che a un classico film d’azione.

Il regista sembra divertirsi a confondere lo spettatore, a rompere le regole del “genere heist” per raccontare qualcosa di più astratto: la vanità del talento, la fragilità del mito del ladro perfetto, l’eterna rivalità tra maestro e allievo. Tutto condito con la leggerezza irresistibile di un cast che funziona come una jazz band: Clooney e Pitt suonano all’unisono, Damon fa da spalla perfetta, e la Zeta-Jones aggiunge la giusta dose di fascino malinconico.

Il colpo riuscito — o forse no

Alla fine, Ocean’s Twelve è un film che divide. Chi si aspettava il ritmo serrato e la chiarezza del primo capitolo potrebbe sentirsi spiazzato. Ma chi accetta il gioco di Soderbergh scoprirà un film più libero, più europeo, quasi una commedia di spie à la Jules Dassin, dove il piacere non sta nel colpo in sé, ma nel modo in cui viene raccontato.

Il bottino, stavolta, non è nei milioni rubati, ma nello stile. E quello, Clooney e soci, lo possiedono in abbondanza.

Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco: il colpo perfetto di Soderbergh che ruba il cuore del pubblico

Nel dicembre del 2001, tra le luci di Natale e i riflessi al neon di Las Vegas, Steven Soderbergh firma uno dei film più brillanti e stilosi dell’anno: Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco. Un remake sì, ma con un’anima tutta nuova, scintillante e perfettamente calibrata per il nuovo millennio. Il regista di Traffic e Erin Brockovich riprende il classico Colpo grosso del 1960 – quello con Frank Sinatra e il mitico Rat Pack – e lo trasforma in un raffinato esercizio di stile tra noir, commedia e heist movie, in cui eleganza e ingegno si intrecciano a ritmo di swing.

Appena uscito di prigione, Danny Ocean (un George Clooney nel pieno della sua aura da divo d’altri tempi) non ha alcuna intenzione di rimanere un uomo qualunque. Il suo piano è tanto ambizioso quanto impossibile: svaligiare contemporaneamente tre dei più celebri casinò di Las Vegas – il Bellagio, il Mirage e l’MGM Grand – tutti di proprietà del glaciale magnate Terry Benedict (Andy Garcia). Ma non si tratta solo di soldi. In ballo c’è anche il cuore: quello di Tess (Julia Roberts), l’ex moglie di Danny, ora legata proprio a Benedict. E così la rapina diventa, in un certo senso, una storia d’amore camuffata da impresa criminale.

A condividere l’azzardo, una banda di undici specialisti del furto, ognuno con un ruolo preciso e un talento unico. Accanto a Clooney, Brad Pitt nei panni del suo inseparabile complice Rusty Ryan, affascinante e sarcastico quanto basta per bilanciare il carisma del protagonista. Poi ci sono Matt Damon, giovane e ambizioso Linus, il funambolico acrobata Shaobo Qin (Yen), i fratelli Malloy, casinisti professionisti e piloti spericolati (interpretati da Scott Caan e Casey Affleck), e ancora l’hacker Livingston Dell (Eddie Jemison), il croupier Frank Catton (Bernie Mac), l’esperto di esplosivi Basher Tarr (Don Cheadle), l’anziano truffatore Saul Bloom (Carl Reiner) e il miliardario in pensione Reuben Tishkoff (Elliott Gould), che finanzia l’impresa per vendetta.

Soderbergh orchestra tutto con precisione chirurgica e ironia contagiosa: ogni scena è un tassello di un puzzle perfetto, dove la tensione e la leggerezza convivono in equilibrio raro. La costruzione del piano – tra simulazioni, duplicazioni, stratagemmi tecnologici e colpi di scena – è un piacere per gli occhi e per la mente, tanto che lo spettatore finisce per tifare spudoratamente per i ladri. Ogni dettaglio visivo, ogni battuta e movimento di macchina raccontano la cura maniacale di un regista che trasforma una rapina in un balletto elegante e ingannevole.

Ma Ocean’s Eleven non è solo un esercizio di stile: è un’ode alla collaborazione e al genio collettivo, un film che celebra l’amicizia e la complicità maschile, pur mantenendo un’anima malinconica. Dietro ai sorrisi smaglianti e ai completi Armani, si intravede il desiderio di riscatto di un uomo che cerca di riappropriarsi non solo dei soldi, ma della propria dignità e del proprio amore perduto.

La sceneggiatura – firmata da Ted Griffin, ma basata sull’idea originale di George Clayton Johnson – non spreca una parola. Ogni dialogo è cesellato con brillantezza, giocando su tempi comici e battute taglienti, in perfetto equilibrio tra sofisticazione e leggerezza. E la colonna sonora di David Holmes, tra jazz, lounge e funky retrò, è la ciliegina che completa il gusto raffinato del film.

Il l cinema americano sembra aver ritrovato il suo spirito cool, quello delle rapine impossibili e dei criminali gentiluomini. Ocean’s Eleven diventa subito un cult, l’inizio di una saga che negli anni successivi darà vita a Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen, consolidando il mito della banda di Danny Ocean e del suo fascino inossidabile. A distanza di pochi giorni dall’uscita nelle sale, il pubblico già parla di capolavoro pop, di rinascita del genere heist e di un nuovo modo di fare intrattenimento intelligente. Soderbergh – con il suo stile lucido, raffinato e modernissimo – firma un film che non ruba solo 150 milioni di dollari ai casinò di Las Vegas, ma anche il cuore degli spettatori.

E quando, sulle ultime note jazzate, Clooney e Pitt si scambiano uno sguardo di complicità davanti alle fontane del Bellagio, capiamo che il colpo è riuscito alla perfezione: non solo a Danny Ocean, ma anche a Steven Soderbergh.