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Lincoln in the Bardo: Tom Hanks diventa Abraham Lincoln tra dolore, fantasmi e Guerra Civile

Tom Hanks nei panni di Abraham Lincoln. Basta questa frase per far scattare un cortocircuito emotivo a chiunque ami il cinema, la storia americana e i grandi racconti che attraversano epoche e generazioni. “Lincoln in the Bardo” non è soltanto un nuovo film in lavorazione: è la trasposizione di uno dei romanzi più sorprendenti degli ultimi anni, un’opera che ha conquistato il Booker Prize e che ha dimostrato come la letteratura contemporanea possa ancora osare, sperimentare e commuovere senza chiedere il permesso a nessuno.

Il progetto nasce dall’omonimo romanzo di George Saunders, pubblicato nel 2017 e diventato in pochissimo tempo un caso editoriale internazionale. Per chi conosce Saunders soprattutto come maestro del racconto breve, questo libro è stato un salto nel vuoto, il suo primo grande romanzo. Un salto che non solo è riuscito, ma ha ridefinito il modo in cui la narrativa storica può dialogare con l’assurdo, il soprannaturale e la sperimentazione formale.

Adesso quella materia così densa, così stratificata, si prepara a prendere vita sul grande schermo con la regia di Duke Johnson, già apprezzato per lavori come Anomalisa e The Actor, e con un protagonista che non ha bisogno di presentazioni: Tom Hanks.

E sì, stiamo parlando proprio di lui. L’uomo che per decenni ha incarnato l’America migliore, l’America fragile, l’America che sbaglia ma prova a fare la cosa giusta. Metterlo nei panni di Lincoln non è soltanto una scelta di casting: è una dichiarazione d’intenti.

Lincoln in the Bardo: storia vera, immaginazione e una notte eterna

La vicenda si colloca nel febbraio del 1862. La Guerra Civile americana è iniziata da un anno e la nazione è spaccata in due, logorata da un conflitto che ha già assunto i contorni di una tragedia epocale. Abraham Lincoln guida un Paese sull’orlo del collasso, ma il dramma politico si intreccia con un dolore ancora più intimo e devastante.

Il figlio undicenne, William Wallace Lincoln, detto Willie, si ammala gravemente e muore. La storia racconta che il presidente, distrutto dal lutto, si recò nella cripta dove il bambino era stato sepolto, aprì la bara e lo abbracciò un’ultima volta. Un gesto che supera la retorica e diventa immagine potentissima: l’uomo più potente degli Stati Uniti che si spezza davanti al corpo del proprio figlio.

Il romanzo di Saunders parte da questo evento reale e lo trasfigura, spostando l’azione in uno spazio liminale chiamato “bardo”, concetto che affonda le radici nella tradizione tibetana. Un luogo sospeso tra vita e morte, dove le anime rimangono intrappolate prima di compiere il passo definitivo. Qui, per una sola notte, si consuma una storia che è al tempo stesso privata e universale.

Il film “Lincoln in the Bardo” promette di restituire questa atmosfera sospesa, costruendo un racconto che fonde realtà storica e immaginazione. Personaggi vivi e morti, figure documentate e presenze inventate si muovono in un coro che riflette sul dolore, sulla memoria, sul senso della perdita. Una notte soltanto, eppure capace di abbracciare intere epoche e di parlare direttamente a noi.

Tom Hanks è Abraham Lincoln: un’icona che incontra un’altra icona

Scegliere Tom Hanks per interpretare Lincoln significa caricare il film di un’energia simbolica fortissima. Hanks non è solo un attore straordinario: è una presenza culturale. Ha attraversato decenni di cinema passando dalla leggerezza di ruoli iconici alla profondità di drammi storici, diventando una figura quasi mitologica della Hollywood contemporanea.

Negli ultimi anni lo abbiamo visto impegnato in progetti ambiziosi come Here, lo sentiremo di nuovo dare voce a Woody in Toy Story 5 e tornerà anche in Greyhound 2. Il suo percorso dimostra una versatilità rara, capace di spaziare tra animazione, war movie e drammi esistenziali.

In “Lincoln in the Bardo”, però, la sfida è diversa. Qui non si tratta solo di incarnare un presidente, ma di entrare nella sua fragilità più profonda. Non il Lincoln dei discorsi solenni o delle grandi decisioni politiche, bensì il padre che non riesce ad accettare la morte del figlio. È in quella crepa che il film può trovare la sua forza.

Un cast corale tra cinema e serialità

Accanto a Hanks troviamo un cast che unisce volti emergenti e interpreti già noti al grande pubblico. Alanah Bloor, vista nella serie Sandokan nel ruolo di Marianne, porta con sé un legame interessante con la serialità internazionale, mentre André Holland continua a costruire una carriera solida tra cinema indipendente e produzioni di grande respiro.

Holland ha già dimostrato di sapersi muovere con naturalezza tra generi diversi, da drammi contemporanei a storie più sperimentali. La sua presenza in un progetto come questo suggerisce un film capace di alternare intimità e potenza narrativa, dialoghi sospesi e momenti di forte impatto emotivo.

La produzione coinvolge Playtone, la casa fondata dallo stesso Hanks, insieme a Starburns Industries. Le riprese sono attualmente in corso a Londra, dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di curiosità: ricostruire l’America del 1862 lontano dagli Stati Uniti implica un lavoro di scenografia e ricostruzione storica che potrebbe regalare un’estetica sorprendente.

Un Booker Prize che diventa cinema: sfida narrativa e hype

“Lincoln in the Bardo” ha vinto il Man Booker Prize nel 2017. Non è un dettaglio secondario. Adattare un romanzo così sperimentale comporta rischi enormi. La struttura originale del libro è frammentata, costruita come un mosaico di voci, citazioni, testimonianze reali e fittizie che si intrecciano in modo quasi teatrale.

Trasportare tutto questo sullo schermo richiede coraggio e visione. Duke Johnson, parlando del progetto, ha espresso una passione autentica per il materiale di partenza. Saunders stesso si è detto colpito dalla sua lettura radicale e perspicace dell’opera. Parole che alimentano l’hype, ma che al tempo stesso alzano l’asticella delle aspettative.

E qui entra in gioco una questione che riguarda noi, community di appassionati. Siamo pronti per un film storico che non si limiti alla ricostruzione didascalica, ma che abbracci l’assurdo, il metafisico, il dolore puro? Siamo pronti a vedere Lincoln non come monumento, ma come uomo che vacilla?

Lincoln in the Bardo tra cinema d’autore e racconto pop

Progetti del genere vivono su un confine delicato. Da una parte il cinema d’autore, dall’altra la potenza di un attore mainstream come Hanks. Da una parte la Storia con la S maiuscola, dall’altra un viaggio quasi fantasy in uno spazio ultraterreno. Il risultato potrebbe essere un film capace di dialogare con pubblici diversi, unendo chi ama il racconto storico a chi cerca esperienze narrative più sperimentali.

La Guerra Civile americana resta sullo sfondo come eco costante. Il dramma collettivo si intreccia con quello individuale, ricordandoci che dietro ogni evento epocale esistono uomini, donne, figli, genitori. Il lutto di Lincoln diventa specchio di una nazione che perde migliaia di giovani vite ogni giorno.

Un racconto che parla di morte, sì, ma anche di memoria e di amore. E forse è proprio questa la chiave che può rendere “Lincoln in the Bardo” qualcosa di più di un semplice film storico.

Una notte, un abbraccio, una domanda aperta

Immaginare Tom Hanks che entra in quella cripta, che si inginocchia davanti alla bara del figlio e lo stringe un’ultima volta, è già di per sé un’immagine cinematografica potentissima. Se la regia saprà restituire il senso di sospensione del bardo, se il film riuscirà a mantenere l’equilibrio tra realtà e visione, potremmo trovarci davanti a uno di quei titoli destinati a lasciare il segno.

La vera domanda, però, riguarda noi. Che tipo di Lincoln vogliamo vedere? L’eroe scolpito nei libri di storia o l’uomo che, per una notte, cammina tra i fantasmi e affronta il proprio dolore senza filtri?

“Lincoln in the Bardo” ha tutte le carte per diventare un’esperienza cinematografica intensa, stratificata, forse anche divisiva. E proprio per questo affascinante.

Adesso passo la parola a voi. Vi intriga questa rilettura così intima di Abraham Lincoln? Pensate che Tom Hanks sia la scelta giusta o avreste immaginato un volto diverso? Parliamone nei commenti: il bardo, in fondo, è anche uno spazio di dialogo tra mondi.

Toy Story 5: Woody contro il tablet Lilypad, il ritorno che cambia per sempre il gioco

“I tempi cambiano, gli amici restano per sempre.”
Basterebbe questa frase per farmi venire la pelle d’oca. Perché Toy Story non è solo una saga animata: è un pezzo di infanzia cucito addosso come un costume che non smetti mai davvero di indossare, anche se cresci, anche se cambi, anche se la tua cameretta oggi è piena di cavi USB invece che di soldatini di plastica.

Disney e Pixar hanno rilasciato il nuovo trailer e il poster di Toy Story 5, e no, non è “solo un altro sequel”. È un ritorno che sa di resa dei conti generazionale. Woody, Buzz, Jessie e tutta la banda devono affrontare un nuovo rivale durante i momenti di gioco di Bonnie: un tablet chiamato Lilypad. E già qui sento il rumore sordo di una porta che si chiude e un’altra che si apre.

Il film arriverà nelle sale italiane a giugno 2026. E sì, sto già contando i giorni.


Woody, Buzz e l’infanzia digitale: la vera battaglia di Toy Story 5

Chi è cresciuto con il primo Toy Story del 1995 sa cosa significa vedere un cowboy di pezza e un ranger spaziale litigare per l’attenzione di un bambino. Gelosia. Paura di essere sostituiti. Terrore dell’oblio. Pixar ha raccontato tutto questo prima ancora che noi avessimo le parole per definirlo.

Adesso il nemico non è un altro giocattolo. Non è un Buzz nuovo di zecca. Non è un orsacchiotto profumato alla fragola.

È uno schermo.

Lilypad è un tablet intelligente, brillante, rassicurante. Arriva con le sue app educative, i suoi colori accesi, le sue promesse di contenuti infiniti. Non urla, non minaccia. Semplicemente… funziona. Propone. Intrattiene. Ottimizza il tempo di gioco di Bonnie con un’efficienza che Woody non potrà mai avere.

Qui si gioca la partita più interessante di Toy Story 5: il confronto tra immaginazione analogica e intrattenimento digitale. Tra un’avventura inventata sul tappeto e una missione pre-programmata con ricompense e suoni calibrati.

E la domanda che mi rimbomba in testa è una sola: può un giocattolo competere con un algoritmo?

Toy Story 5 | Trailer Ufficiale | Da Giugno al Cinema


Il ritorno di Woody e Buzz: trent’anni dopo, siamo cambiati anche noi

Il trailer mostra qualcosa che aspettavamo da tempo. Woody e Buzz si ritrovano dopo la scelta di Woody di lasciare la banda alla fine di Toy Story 4. Ricordate quel finale? Quel senso di addio dolceamaro, quasi definitivo? Io in sala avevo gli occhi lucidi. E non ero l’unica.

Rivederli insieme oggi significa fare i conti con il tempo. Il nostro, prima ancora del loro.

Le voci originali di Tom Hanks e Tim Allen tornano a dare corpo a Woody e Buzz. Ogni battuta è un frammento di memoria collettiva. VHS consumate, pomeriggi d’estate, prime volte al cinema con lo zaino ancora sulle spalle. “Verso l’infinito e oltre” non è solo uno slogan. È un mantra generazionale.

La reunion non è fan service. È una necessità narrativa. Perché davanti a un cambiamento così radicale, serve tutta la squadra. Vecchi amici, nuovi personaggi, dinamiche che si reinventano.

Il gioco, stavolta, è diverso.


Andrew Stanton, Randy Newman e il DNA Pixar che torna a farsi sentire

Dietro la regia troviamo Andrew Stanton, già mente creativa di WALL•E, Alla ricerca di Nemo e Alla ricerca di Dory. Un nome che per chi ama l’animazione significa profondità emotiva, silenzi che parlano, conflitti che non sono mai superficiali.

Al suo fianco Kenna Harris come co-regista e Lindsey Collins alla produzione. E poi lui, Randy Newman, che torna a comporre la colonna sonora per il suo quinto film della saga. Se parte anche solo una nuova versione di “You’ve Got a Friend in Me”, preparate i fazzoletti.

Toy Story 5 non sembra voler demonizzare la tecnologia. Questa è la cosa più interessante. Lilypad non è un villain da cartone animato con risata malvagia. È affabile, intelligente, convinta di fare il bene di Bonnie. Propone un’idea diversa di gioco, strutturata, guidata, forse più efficiente.

Woody incarna l’imprevedibilità. L’errore. L’avventura che nasce dal nulla.
Lilypad rappresenta la programmazione. L’ordine. Il contenuto già confezionato.

Non è una guerra tra bene e male. È un dialogo tra epoche.


Jessie, Forky e le nuove identità nel mondo ibrido

Jessie potrebbe essere la chiave emotiva di questo capitolo. Il suo passato segnato dall’abbandono la rende la lente perfetta per osservare la paura di essere messi da parte. Se Bonnie preferisce lo schermo, cosa resta per una bambola di stoffa?

Forky, introdotto in Toy Story 4 come simbolo dell’identità fragile e improvvisata, continua il suo percorso. Era nato come “spazzatura” e si è scoperto giocattolo. Ora si muove in un mondo in cui la definizione stessa di giocattolo è messa in discussione.

Cosa significa essere scelti? Cosa significa essere utili?
Domande semplici. Risposte devastanti.

Pixar ha sempre avuto questa capacità: infilare riflessioni esistenziali dentro un film che i bambini guardano per ridere.


Toy Story 5 e il futuro dell’animazione Pixar

Dopo anni complessi per il cinema d’animazione, tra streaming e cambi di strategia, il ritorno a una saga storica è una scelta potente. Toy Story non è un brand qualsiasi. È la radice stessa della Pixar Animation Studios.

Portare Woody e Buzz nel 2026 significa aggiornare il discorso sull’infanzia. Oggi i bambini crescono tra tablet, assistenti vocali, intelligenza artificiale. Il gioco libero compete con contenuti infiniti sempre disponibili.

Toy Story 5 sembra voler porre una domanda senza moralismi: l’immaginazione guidata è ancora immaginazione?

E per noi, adulti cresciuti con Andy, la questione è ancora più personale. Abbiamo abbandonato i nostri giocattoli. Abbiamo abbracciato la tecnologia. Eppure una parte di noi si illumina ancora davanti a un cowboy con il cappello consumato.


Giugno 2026: pronti a tornare in quella stanza?

L’uscita italiana è prevista per giugno 2026. Le sale si preparano a riaccogliere una saga che ha cambiato la storia del cinema d’animazione. Non è solo nostalgia. È un confronto diretto con il presente.

Toy Story 5 non si limita a raccontare una nuova avventura. Tiene uno specchio davanti a noi. Riflette l’infanzia analogica e quella digitale. Fa dialogare plastica e pixel, cordicelle e touchscreen.

Io lo so già: al buio del cinema riderò. Poi sentirò quel nodo in gola che solo Pixar sa creare. Perché crescere fa male, ma crescere insieme ai propri personaggi preferiti fa un po’ meno paura.

E voi?
L’idea di vedere Woody confrontarsi con un tablet intelligente vi emoziona o vi inquieta? Pensate che l’immaginazione possa sopravvivere agli algoritmi?

Parliamone nei commenti. La stanza dei giochi è cambiata, ma la community nerd resta. Sempre.

Greyhound 2: Tom Hanks torna in guerra tra Normandia e Pacifico, il sequel che espande l’epica navale

La guerra sul grande schermo ha mille volti, ma quello di Tom Hanks resta uno dei più riconoscibili e iconici per chi è cresciuto a pane, VHS e film storici guardati con rispetto quasi sacrale. Dopo averci fatto tremare tra le onde dell’Atlantico in Greyhound – Il nemico invisibile, il capitano Ernest Krause è pronto a rimettersi in plancia di comando con Greyhound 2, sequel bellico in produzione che promette di allargare il fronte, lo sguardo e l’ambizione narrativa.

Chi ha visto il primo capitolo ricorda bene la tensione costante, il suono ossessivo del sonar, la caccia agli U-Boot tedeschi durante la Battaglia dell’Atlantico. Quel film del 2020, diretto da Aaron Schneider e tratto dal romanzo The Good Shepherd di Cecil Scott Forester, era un concentrato di guerra psicologica e resistenza morale. Un racconto asciutto, quasi claustrofobico, che trasformava un convoglio di cacciatorpedinieri in un’arena strategica sospesa tra fede, paura e disciplina militare.

Il risultato? Oltre 50 milioni di dollari d’incasso e un debutto in streaming che, in piena pandemia, fu accolto come un vero blockbuster estivo. Un paradosso storico: un film nato per il cinema, costretto a trovare casa sulle piattaforme, ma capace comunque di imporsi come evento globale.

Dal D-Day al Pacifico: Greyhound 2 cambia scala

Il sequel non si limiterà a replicare la formula. Greyhound 2 porterà Krause e il suo equipaggio dalle spiagge della Normandia fino all’Oceano Pacifico, attraversando uno dei passaggi più decisivi della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il D-Day, il conflitto si espande, cambia ritmo, si trasforma in un teatro ancora più vasto e imprevedibile.

Il nuovo capitolo seguirà il Capitano Krause nel momento in cui la guerra entra in una fase differente, più offensiva, più globale. Non più soltanto la difesa disperata di un convoglio nel Nord Atlantico, ma una missione che contribuisce concretamente a ribaltare le sorti del conflitto. Il mare diventa ancora una volta protagonista, ma lo scenario si apre: non solo nebbia e tempeste, bensì sole accecante, isole lontane, rotte strategiche nel Pacifico.

E qui la narrazione può davvero fare un salto di qualità. Perché il Pacifico, nel cinema di guerra americano, ha sempre avuto un sapore diverso: più esotico, più brutale, più fisico. Se il primo film era tensione interiore, il secondo potrebbe essere espansione epica.

Tom Hanks: sceneggiatore, attore, custode della memoria

Tom Hanks non torna soltanto davanti alla macchina da presa. Ancora una volta firma la sceneggiatura, proprio come accaduto nel primo film. Una scelta che racconta molto del progetto: Greyhound non è un semplice war movie, ma una storia che Hanks sente profondamente sua.

Chi segue la sua carriera lo sa bene. Da Salvate il soldato Ryan a Band of Brothers, l’attore premio Oscar ha costruito negli anni una vera e propria narrazione parallela della Seconda Guerra Mondiale, fatta di uomini comuni travolti da eventi più grandi di loro. Krause si inserisce perfettamente in questa galleria di personaggi: non un supereroe, ma un comandante alla sua prima missione, pieno di dubbi e responsabilità.

In Greyhound 2 lo ritroveremo più esperto, forse più segnato. Accanto a lui torneranno Stephen Graham nel ruolo di Charlie Cole, Rob Morgan come George Cleveland ed Elisabeth Shue nei panni di Eva Krause. Si aggiunge anche Jack Patten, mentre alla regia resta saldo Aaron Schneider, con Gary Goetzman in produzione per Apple Original Films.

Le riprese sono iniziate a febbraio 2026 a Sydney, in Australia. Una scelta logistica che suggerisce già la direzione narrativa verso il Pacifico. Per la data d’uscita si parla del 2027, ma il grande interrogativo resta uno: sala cinematografica o streaming?

Streaming o cinema? Il grande dilemma di Apple

Il primo Greyhound trovò la sua consacrazione su Apple TV+, diventando uno dei debutti più forti nella storia della piattaforma. Un successo nato quasi per necessità, a causa del COVID-19, ma trasformato in opportunità strategica. Oggi il contesto è diverso. Il pubblico è tornato in sala, ma lo streaming resta centrale. Greyhound 2 potrebbe rappresentare un banco di prova importante: puntare su un’uscita cinematografica per ribadire la dimensione epica della storia oppure consolidare la sua identità come grande evento da piattaforma?

La scelta influenzerà anche la percezione del progetto. Perché un film ambientato tra D-Day e Pacifico, con battaglie navali e scenari globali, chiede uno schermo grande, audio avvolgente, immersione totale. Eppure la storia recente dimostra che la qualità può brillare anche nel salotto di casa.

Perché Greyhound 2 parla anche ai nerd

A prima vista potrebbe sembrare un film per appassionati di storia militare. In realtà Greyhound 2 intercetta qualcosa di molto più geek di quanto si pensi.

Strategia navale, tensione tattica, comunicazioni radio, calcoli balistici, gerarchie e dinamiche di squadra: tutto questo richiama l’amore per il dettaglio tecnico che ogni nerd apprezza, lo stesso che troviamo nei manuali di un gioco di ruolo o nelle schede tecniche di un mecha anime.

Il primo capitolo funzionava quasi come una simulazione in tempo reale, una partita a scacchi sull’oceano. Il sequel, ampliando il fronte, potrebbe diventare una campagna completa, un’espansione narrativa che esplora nuove mappe e nuovi avversari.

In fondo, la fascinazione per le battaglie navali ha sempre avuto qualcosa di epico e mitologico. Navi come fortezze mobili, comandanti come paladini, oceani come dungeon liquidi. Cambiano le uniformi, ma l’archetipo resta.

Un sequel che può riscrivere l’epica bellica contemporanea

Greyhound 2 ha tutte le carte per trasformarsi in qualcosa di più di un semplice seguito. Ha un protagonista che crede nel progetto, una base letteraria solida, un contesto storico enorme e una produzione che punta in alto.

La vera domanda è un’altra: riuscirà a superare la tensione quasi minimalista del primo film senza perdere intensità? Ampliare lo scenario significa anche rischiare di disperdere la concentrazione emotiva. Ma se c’è un attore capace di tenere insieme epica e umanità, quello è Tom Hanks.

Il 2027 sembra lontano, ma l’hype è già partito. E ora tocca a voi.

Preferite un ritorno asciutto e teso come il primo Greyhound oppure siete pronti per una guerra più ampia, cinematografica, quasi kolossal? E soprattutto: lo andrete a vedere in sala o lo aspetterete in streaming?

La plancia di comando è di nuovo operativa. Il sonar sta già scandagliando l’orizzonte.

Cast Away: 25 anni di solitudine, speranza e cinema – l’eredità del capolavoro di Robert Zemeckis

Il 12 gennaio 2001 arrivava nelle sale italiane Cast Away, il film che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la solitudine al cinema. Diretto da Robert Zemeckis e interpretato da un Tom Hanks in stato di grazia, il film compie oggi venticinque anni e continua a parlare a noi spettatori come se il tempo non fosse mai passato. Uscito negli Stati Uniti a fine 2000, Cast Away rappresentava la seconda collaborazione tra il regista e Hanks, dopo lo straordinario successo di Forrest Gump (1994). Ma se lì la Storia era raccontata attraverso lo sguardo puro e ingenuo di un uomo che attraversa gli eventi epocali del Novecento, qui la prospettiva si restringe: Zemeckis elimina tutto, riduce la narrazione all’essenziale e ci consegna la cronaca di un naufragio esistenziale, la lotta disperata di un uomo contro il silenzio del mondo.

CAST AWAY (2000) | Trailer italiano del film di Robert Zemeckis con Tom Hanks

Il naufragio di un uomo moderno

Chuck Noland, manager FedEx interpretato da Tom Hanks, è il prototipo dell’uomo iper-connesso e iper-produttivo degli anni Novanta. La sua vita corre al ritmo degli orologi e delle scadenze, scandita da voli intercontinentali, riunioni e impegni che lo separano perfino dagli affetti. A Memphis lo aspetta Kelly (Helen Hunt), la donna che ama, ma il tempo per lei è sempre troppo poco. Ed è proprio un volo di lavoro verso la Malesia a spezzare per sempre il filo della sua quotidianità: l’aereo precipita nel Pacifico e Chuck è l’unico sopravvissuto.

L’impatto con l’isola deserta è il vero inizio della sua storia. Da dirigente globale a naufrago primordiale, Chuck deve imparare da zero come sopravvivere: cacciare i granchi, aprire noci di cocco, fabbricare strumenti di fortuna e, soprattutto, accendere il fuoco. La sua evoluzione è la nostra, e Zemeckis la racconta senza artifici spettacolari, con una lentezza che diventa immersione totale. Il pubblico non guarda Chuck: diventa Chuck. E in quel silenzio che riempie lo schermo, capiamo che la più grande minaccia non è la fame, né la tempesta, ma la solitudine.

Ed è qui che nasce Wilson, il pallone da pallavolo macchiato di sangue che diventa confidente e compagno. Un oggetto trasformato in personaggio, icona pop e simbolo universale del bisogno umano di relazione. La sua perdita, durante la fuga in mare aperto, resta una delle scene più strazianti della storia del cinema. Perché non piangiamo per un pallone, ma per ciò che ha rappresentato: l’unica ancora di umanità di un uomo che rischiava di dimenticare se stesso.

Il ritorno che non è un ritorno

Dopo quattro anni di isolamento, Chuck riesce a costruire una zattera con i resti di un bagno chimico e a superare la barriera corallina che lo aveva intrappolato. Una nave mercantile lo salva, riportandolo nel mondo civile. Ma il vero dramma non è sopravvivere all’isola: è sopravvivere al ritorno. Kelly, convinta della sua morte, ha ricostruito la propria vita. Il loro amore, seppur intatto, non ha più spazio nel presente. Ed è in questo addio impossibile che Cast Away diventa davvero universale: non è solo un film sul naufragio, ma sul tempo che ci trasforma e ci separa, senza possibilità di recupero.

Il finale aperto, con Chuck di fronte a un incrocio deserto e un pacco FedEx mai consegnato come ultimo legame con la sua odissea, è una delle immagini più potenti del cinema contemporaneo. Un bivio sospeso tra passato e futuro, tra perdita e rinascita. Non c’è risposta, solo possibilità. È il trionfo del libero arbitrio e della resilienza.

Una produzione radicale: il sacrificio di Hanks

Se il film colpisce con tanta forza è anche grazie a un processo produttivo estremo. Zemeckis scelse di girare in due fasi, separate da un anno. All’inizio Hanks interpretò Chuck con un fisico appesantito di oltre venti chili, incarnando l’uomo urbano prima del naufragio. Poi la produzione si fermò per dodici mesi, permettendo all’attore di perdere più di venticinque chili e trasformarsi in un sopravvissuto scavato dalla fame e dal sole. Nel frattempo, come se nulla fosse, Zemeckis girò un altro film, Le verità nascoste (2000), dimostrando la sua incredibile prolificità.

Le riprese dell’isola si svolsero a Monuriki, nell’arcipelago delle Mamanuca alle Figi, un luogo selvaggio e incontaminato che divenne parte integrante della narrazione. Nessun artificio hollywoodiano, solo rocce vulcaniche, spiagge bianche e oceano infinito: un set che era esso stesso protagonista.

Wilson, icona pop

Wilson non è solo un oggetto scenico, ma un’icona culturale. È diventato simbolo della solitudine al cinema, celebrato e citato ovunque, dai Griffin a Madagascar, da DuckTales a The Last Man on Earth. Ha persino vinto un premio ai Critics’ Choice Awards come “miglior oggetto inanimato”. Il suo “volto” semplice, disegnato col sangue, è rimasto impresso nell’immaginario collettivo tanto quanto lo sguardo disperato di Hanks che lo chiama nell’oceano. Wilson è il nostro lato fragile, il bisogno di inventare legami pur di non affogare nell’isolamento.

FedEx: pubblicità involontaria

Altro elemento affascinante è il ruolo di FedEx. L’azienda fornì aerei, magazzini e persino dipendenti come comparse, accettando il rischio di legare il proprio marchio a un disastro aereo. Il risultato, paradossalmente, fu un colossale spot globale: il film veicolò l’immagine di un’azienda capace di portare a termine le consegne nonostante tutto, trasformando Cast Away in un case study di product placement non programmato.

Successo e riconoscimenti

Con un budget di circa 90 milioni di dollari, il film incassò oltre 429 milioni in tutto il mondo, diventando il terzo maggiore successo del 2000 dietro a Mission: Impossible 2 e Il gladiatore. In Italia, il pubblico lo accolse con entusiasmo, decretandone il successo anche al box office. La critica elogiò soprattutto la performance di Hanks, premiato con il Golden Globe e candidato all’Oscar, perso solo contro Russell Crowe. Anche il comparto sonoro ottenne una nomination, a conferma della maestria con cui il film utilizzò silenzi, onde e respiri per immergere lo spettatore.

L’eredità di Cast Away

L’impatto culturale del film è ancora oggi evidente. L’archetipo dell’uomo solo sull’isola, che affonda le sue radici in Robinson Crusoe di Defoe, venne reinventato da Zemeckis con uno sguardo moderno e quasi filosofico. Da lì in poi, echi di Cast Away hanno abitato serie come Lost, Arrow, The Last Man on Earth, senza dimenticare innumerevoli parodie e citazioni. Persino il turismo cinematografico ha trovato nuova linfa: Monuriki è diventata meta di pellegrinaggi geek, pur rimanendo un santuario naturale protetto.

Un film che resiste al tempo

Guardare Cast Away oggi significa guardare noi stessi in uno specchio più nitido che mai. In un’epoca dominata dalla connessione costante, il film ci pone la domanda più scomoda: chi saremmo senza la rete di relazioni, tecnologie e comodità che ci sostiene? Chuck Noland è un avatar della nostra fragilità moderna, un uomo che perde tutto e che, proprio in quella perdita, riscopre se stesso.

Zemeckis ci lascia con un finale che non chiude, ma apre. Un incrocio, un sorriso, un pacco mai aperto. Forse è questo il vero cuore di Cast Away: ricordarci che la vita non è un percorso tracciato, ma un viaggio fatto di bivi, smarrimenti e rinascite. E che anche dopo il naufragio più terribile, c’è sempre una strada nuova da intraprendere.


👉 E voi, ricordate la prima volta che avete visto Cast Away? Avete pianto per Wilson come tutti noi? Raccontateci nei commenti la vostra esperienza e quale significato ha oggi per voi questo capolavoro di Robert Zemeckis. Condividete l’articolo con chi deve ancora scoprire il film e facciamo rivivere insieme l’emozione di quel naufragio che, a distanza di venticinque anni, continua a parlarci come fosse ieri.

 

The ’Burbs ritorna: la paranoia suburbana diventa serie TV tra horror e commedia nera

Chiunque sia cresciuto a pane, VHS e paranoia suburbana sa benissimo che L’erba del vicino non è mai stato solo una commedia. The ‘Burbs, diretto da Joe Dante e guidato da un Tom Hanks in versione anti-eroe da giardino con barbecue, è uno di quei film che sembrano scherzare… fino a quando non ti rendi conto che stanno ridendo di te. Delle tue paure. Del tuo bisogno di normalità. Del sospetto che dietro la siepe perfettamente tagliata del vicino si nasconda qualcosa di profondamente sbagliato.

Uscito nel 1989, The ’Burbs è diventato negli anni un cult trasversale, amato dai fan dell’horror leggero, della commedia nera e di quella fantascienza quotidiana che trasforma la periferia in un laboratorio dell’incubo. Non un caso isolato nella filmografia di Dante, autore capace di insinuare il mostruoso nel familiare come pochi altri, ma uno dei suoi colpi più affilati, perché ambientato nel luogo che più di tutti promette sicurezza: casa.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, quella paranoia torna a bussare alla porta. Solo che lo fa in formato seriale, con una nuova generazione pronta a scoprire che le villette tutte uguali sono ancora il posto più inquietante sulla mappa. Peacock ha appena rilasciato il trailer della reinterpretazione moderna di The ’Burbs, in arrivo dall’8 febbraio, e l’effetto è immediato: nostalgia attivata, sospetto amplificato, hype alle stelle.

La nuova versione non è un semplice remake fotocopia, ma una rilettura che prende il concetto originale e lo spinge dentro le ansie contemporanee. Al centro della storia c’è una giovane coppia che torna nella casa d’infanzia del marito, con l’illusione di poter ricominciare da zero in un quartiere apparentemente tranquillo. Un’idea che profuma di sogno americano, mutuo trentennale e cene tra vicini. Tutto molto rassicurante, almeno fino all’arrivo di un nuovo inquilino nella famigerata casa accanto, una di quelle abitazioni che sembrano avere una storia scritta nei muri e nei silenzi.

Da quel momento, il quartiere si trasforma in una scacchiera di sguardi sospettosi, mezze verità e segreti che emergono come crepe nell’asfalto. Nessuno è davvero innocente, tutti osservano tutti, e l’idea stessa di comunità diventa una maschera fragile. È qui che la serie mostra di aver capito perfettamente l’eredità del film originale: l’orrore non arriva da fuori, ma nasce dall’interno, dal bisogno umano di etichettare l’altro come minaccia.

A guidare questa nuova discesa nell’ansia suburbana troviamo Keke Palmer, magnetica e perfettamente a suo agio tra ironia e tensione, affiancata da Jack Whitehall nei panni del marito. Una coppia che funziona proprio perché riesce a oscillare tra commedia e inquietudine, ricalcando quello stesso equilibrio instabile che rendeva memorabile il film dell’89. Il trailer lascia intuire una forte virata verso la horror comedy, con momenti grotteschi, atmosfere da mistero domestico e un senso costante di pericolo imminente che serpeggia sotto la superficie.

Ed è impossibile non notarlo: questa versione di The ’Burbs sembra parlare in modo diretto del presente. Quartieri “tranquilli” che nascondono tensioni razziali, dinamiche di esclusione, paura del diverso e un controllo sociale strisciante. L’idea che qualcuno stia sempre osservando, giudicando, aspettando un passo falso. La serie sembra giocare con questi temi senza rinunciare al divertimento, proprio come faceva il film originale, ma con una consapevolezza aggiornata alle ossessioni del nostro tempo.

In fondo, il segreto del fascino eterno di The ’Burbs è tutto qui: raccontare che i luoghi più rassicuranti sono spesso quelli dove abbassiamo di più la guardia. Le piccole città, i cul-de-sac silenziosi, le strade senza uscita diventano teatri perfetti per l’orrore perché promettono sicurezza mentre covano il contrario. Una lezione che il cinema e la serialità non smettono di riscoprire, e che questa nuova incarnazione sembra intenzionata a rilanciare con decisione.

Tutti e otto gli episodi saranno disponibili dal giorno del debutto, pronti per un binge watching che promette risate nervose e più di un brivido. Per chi ama la commedia nera con retrogusto horror, per chi conserva ancora il ricordo di Tom Hanks in vestaglia che scruta i vicini con il binocolo, e per chi è convinto che la normalità sia solo una facciata ben illuminata, The ’Burbs sta per tornare a casa.

Ora la domanda passa alla community: siete pronti a tornare in quel quartiere dove nessuno è davvero quello che sembra? O preferite continuare a credere che il vostro vicino sia solo… un tipo un po’ strano? Parliamone, perché le siepi non hanno mai smesso di nascondere segreti.

La Trama Fenicia: Wes Anderson torna con una nuova, coloratissima follia cinematografica

C’è un momento esatto, nella visione di La Trama Fenicia (The Phoenician Scheme), in cui ti rendi conto che sei di nuovo a casa. Non la tua casa reale, ovviamente, ma quella che esiste in un universo parallelo costruito interamente dalla mente di Wes Anderson. Un mondo dove ogni dettaglio è simmetrico, ogni parola ha il peso di una citazione letteraria, ogni movimento della macchina da presa è calcolato come un passo di danza, e dove il confine tra assurdo e sublime si fa sempre più sottile. Il regista texano è tornato e, diciamocelo, non ha intenzione di cambiare.

Uscito nelle sale italiane il 28 maggio 2025 e presentato in concorso al Festival di Cannes per la quarta volta, La Trama Fenicia è l’ultimo tassello di un mosaico cinematografico che, film dopo film, continua a dividere, incantare e – sì – anche esasperare. C’è chi non ne può più del suo stile ipercostruito, e chi invece lo aspetta come si aspetta il nuovo album della propria band preferita. Io faccio sicuramente parte della seconda categoria.

La trama di questo dodicesimo lungometraggio – tredicesimo, se si considera anche The Wonderful Story of Henry Sugar and Three More – si apre con la figura iconica di Zsa-zsa Korda, interpretato da un magistrale Benicio del Toro. Korda è uno degli uomini più ricchi d’Europa, un capitalista spietato e fiero evasore fiscale. Lo incontriamo mentre vola sul suo jet privato, sabotato misteriosamente da qualcuno che vuole vederlo morto. Esplode una parte dell’aereo, un sottoposto muore, ma lui sopravvive. È la sesta volta che accade. Inizia così una spy story dai tratti surreali, dove Korda, per sfuggire a un misterioso terrorista, viene messo agli arresti domiciliari. Una trama apparentemente semplice, ma che nelle mani di Anderson si trasforma in un intricato gioco di specchi, citazioni e derive oniriche.

Il film, come da tradizione andersoniana, è visivamente un gioiello. Questa volta a firmare la fotografia è Bruno Delbonnel, noto per le sue collaborazioni con Jeunet e Wright, che qui si cimenta per la prima volta con l’universo pastello del regista texano. Il risultato è un matrimonio artistico perfetto: le inquadrature sembrano dipinti viventi, dove ogni ombra e ogni bagliore raccontano qualcosa di più profondo. Il tutto girato su pellicola 35mm, per dare quel tocco artigianale e retrò che tanto piace al pubblico più cinefilo.

Il cast è, senza mezzi termini, spaziale. Al fianco di Del Toro troviamo Mia Threapleton nel ruolo della figlia suora Liesl – un personaggio che sembra uscito da Narciso Nero –, Michael Cera nei panni di un tutore alcolizzato, e una lunga lista di volti noti che sembrano sempre più parte integrante della compagnia teatrale privata di Anderson: Tom Hanks, Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch, Riz Ahmed, Rupert Friend, Richard Ayoade, Jeffrey Wright… una vera e propria parata di stelle che si muove con aggraziata leggerezza nel teatrino assurdo costruito dal regista.

Ma non è solo questione di attori o fotografia: La Trama Fenicia segna anche un ritorno alla narrazione univoca, dopo una serie di film – da The French Dispatch a Asteroid City – che sembravano più collage narrativi che storie compiute. Qui, invece, si percepisce un tentativo di racconto più compatto, diviso sì in capitoli, ma con una coerenza interna che rende il tutto più accessibile anche a chi non è ancora un “Wes-fan” di lungo corso. C’è perfino, e non è poco, una certa evoluzione psicologica nei personaggi. O almeno, quanto basta per renderli più tridimensionali rispetto ai bozzetti iper-stilizzati degli ultimi anni.

Le situazioni assurde si susseguono senza sosta: dal basket giocato per definire accordi d’affari, alle trasfusioni di sangue su navi mercantili, fino a un Aldilà in bianco e nero che sembra uscito da un sogno condiviso tra Dreyer e Bergman. I rimandi sono continui e stratificati, ma non soffocano mai la leggerezza surreale che è il marchio di fabbrica del regista. Anche la colonna sonora, affidata come sempre ad Alexandre Desplat, accompagna la narrazione con un tocco di eleganza senza tempo, sottolineando le emozioni senza mai sopraffarle.

La produzione, una collaborazione tra Stati Uniti e Germania con il supporto dei leggendari studi Babelsberg, riflette la vocazione sempre più internazionale del cinema di Anderson. È interessante notare come, nonostante lo sciopero degli sceneggiatori del 2023, il regista avesse già completato la sceneggiatura prima dello stop, dimostrando ancora una volta una visione progettuale molto chiara e coerente.

Ma la vera domanda è: La Trama Fenicia potrà piacere anche a chi da tempo ha abbandonato l’universo andersoniano? Forse sì. Non perché Anderson abbia cambiato registro – al contrario, continua a dipingere lo stesso albero con la stessa palette – ma perché stavolta lo fa con una consapevolezza nuova, quasi autocritica. È come se stesse dicendo: “Sì, so benissimo cosa vi aspettate da me. Ecco, ve lo do. Ma in un modo che non avete ancora visto del tutto.”

In un momento storico in cui tanti registi tentano disperatamente di reinventarsi, Anderson resta fedele alla sua poetica. E per quanto possa sembrare statico o ripetitivo, in un panorama cinematografico dominato dall’uniformità, la sua coerenza diventa quasi rivoluzionaria.

Se siete tra quelli che hanno amato Moonrise Kingdom, Il treno per il Darjeeling o Grand Budapest Hotel, non potete mancare all’appuntamento con La Trama Fenicia. Se invece avete sempre trovato il suo cinema troppo manierato, troppo autoreferenziale, beh… questo film potrebbe sorprendervi. Magari non cambierà del tutto la vostra opinione, ma vi farà sorridere, riflettere, e forse – perché no – vi conquisterà con un semplice, inaspettato dettaglio.

E ora tocca a voi: siete pronti a tornare nel mondo meravigliosamente assurdo di Wes Anderson? Avete già visto La Trama Fenicia o lo state aspettando con impazienza? Parliamone nei commenti e, se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo sui vostri social per far conoscere questa nuova avventura cinematografica anche ai vostri amici nerd!

Freaky Tales: il film anni ’80 che trasforma Oakland in un mixtape tra hip-hop, VHS e caos urbano

Vinile che gira lento, neon che si riflettono sull’asfalto bagnato, cassette VHS infilate nei videoregistratori come reliquie di un tempo che oggi sembra quasi mitologico… e poi all’improvviso arriva Freaky Tales e ti prende per il colletto, ti trascina dentro il 1987 senza chiederti se sei pronto, come fanno certe opening di anime anni ’80 che partono a tutto volume e ti catapultano direttamente nel cuore della storia. La cosa assurda è che questo film di Anna Boden e Ryan Fleck non prova nemmeno a essere “un semplice racconto ambientato negli anni ’80”. No, qui si respira proprio quell’energia caotica, sporca, viva, quasi punk, che ti ricorda perché quel decennio continua a essere saccheggiato da cinema, serie e videogiochi come fosse un dungeon pieno di loot leggendario. Solo che stavolta non è nostalgia da cartolina, è qualcosa di più viscerale, più simile a una run hardcore dove ogni scelta può mandare tutto in crash.

https://youtu.be/-2e8SYmofZM

Oakland diventa una specie di open world narrativo, un hub pieno di storie che si incrociano come quest secondarie che poi all’improvviso diventano main quest senza preavviso, e mentre segui questi personaggi ti rendi conto che non stai guardando un film lineare, stai vivendo una compilation, un mixtape emotivo che passa dall’hip-hop underground alle luci dei videonoleggi, dai campetti da basket alle strade dove la tensione si taglia con un coltello. È tutto collegato, ma non nel modo ordinato che ti aspetti… più come quelle trame corali che ti obbligano a stare attento perché ogni dettaglio potrebbe tornare dopo e colpirti.

E dentro questo caos ci sono facce che conosci benissimo, tipo Pedro Pascal, che ormai sembra spawnare ovunque nella cultura pop come un personaggio leggendario con drop rate altissimo, ma ogni volta riesce comunque a portarsi dietro un carisma che funziona sempre, anche quando il mondo attorno a lui sembra sul punto di esplodere. Accanto a lui Ben Mendelsohn costruisce una presenza inquieta, quasi glitchata, mentre Tom Hanks entra in scena con quell’aura da memoria collettiva, come se fosse lui stesso una VHS che qualcuno ha riavvolto troppe volte e che continua a funzionare nonostante tutto.

E poi succede una cosa che mi ha colpito davvero, tipo quando scopri un personaggio nuovo in un anime e capisci subito che non è lì per caso: Normani. Il suo ingresso nel film ha quella naturalezza strana, come se fosse sempre stata lì, parte di quell’universo, senza bisogno di spiegazioni o build-up forzati. È uno di quei momenti in cui capisci che il casting non è solo una scelta tecnica, ma un pezzo fondamentale della narrazione.

Quello che mi ha fatto davvero perdere la testa però è il modo in cui il film gioca con i generi, perché non si accontenta mai di stare fermo. Parte come un racconto urbano, poi vira nel thriller, poi si sporca di ironia, poi torna serio, poi quasi surreale… sembra una playlist shuffle costruita benissimo, dove ogni traccia è diversa ma alla fine tutto suona coerente. E questo è esattamente il tipo di esperienza che oggi, tra streaming e binge watching, rischiamo di dimenticare: il cinema che ti sorprende mentre lo stai guardando.

E in mezzo a tutto questo, la musica non è sottofondo, è gameplay. Le tracce curate da Raphael Saadiq non accompagnano semplicemente le scene, le definiscono, le spingono, le amplificano. Ogni beat sembra sincronizzato con qualcosa che succede sullo schermo, come se il film stesso stesse seguendo un ritmo interno, un BPM narrativo che ti tiene agganciato fino all’ultimo.

Quello che resta dopo è una sensazione strana, difficile da spiegare senza sembrare troppo romantico, ma ci provo lo stesso: Freaky Tales non è solo un viaggio nel passato, è una specie di specchio distorto che ti fa vedere quanto di quell’energia sia ancora dentro le storie che consumiamo oggi, dagli anime cyberpunk ai videogiochi open world pieni di sottotrame, fino alle serie che cercano disperatamente di catturare “quella vibe” senza sempre riuscirci.

E forse è proprio qui che il film colpisce davvero, perché non ti dice mai esplicitamente cosa devi provare, non ti guida, non ti semplifica nulla… ti lascia lì, dentro questo flusso di immagini, suoni e personaggi, a mettere insieme i pezzi come se stessi ricostruendo una lore frammentata.

E mentre scorrono i titoli di coda, ti ritrovi con quella sensazione familiare che arriva dopo certi film, certi anime, certe storie che non si chiudono davvero… quella voglia di parlarne, di confrontarti, di capire se anche gli altri hanno visto le stesse cose che hai visto tu, o se ognuno si è portato via un pezzo diverso di questo viaggio.

Here: Zemeckis esplora il tempo e la memoria in un’opera cinematografica innovativa

Robert Zemeckis è un nome che non ha bisogno di presentazioni. Con una carriera che ha definito il panorama cinematografico, il regista è il creatore di alcune delle pellicole più iconiche della storia del cinema, come Forrest Gump, Cast Away, Polar Express e Chi ha incastrato Roger Rabbit. La sua abilità nel mescolare innovazione tecnologica e narrazione coinvolgente lo ha reso uno dei registi più apprezzati, capace di toccare il cuore degli spettatori e di lasciarli con un’impressione indelebile. Con il suo ultimo film, Here, Zemeckis torna a esplorare il concetto di tempo, ma lo fa in modo assolutamente innovativo, regalando un’esperienza cinematografica che attraversa il passato, il presente e il futuro con uno stile inaspettato.

Here è tratto dalla graphic novel omonima di Richard McGuire e, pur mantenendo intatta la bellezza visiva dell’opera originale, si trasforma in qualcosa di completamente nuovo. La pellicola è girata a camera fissa, raccontando la storia di un piccolo spazio di pochi metri quadri, ma racchiudendo in quel frammento di mondo milioni di anni di storia. Il film si svolge su due ore in cui l’immagine rimane immobile, creando un’atmosfera quasi poetica, un’istantanea che esplora l’essenza dell’umanità e dei suoi fondamenti. La narrazione non lineare, che si concentra su un unico punto nello spazio, ci porta a vivere un viaggio attraverso diverse epoche, mescolando il tempo e lo spazio in un continuo gioco che invita a riflettere sul valore del “qui e ora”, tema centrale del film.

Una delle innovazioni più sorprendenti di Here è la struttura narrativa: Zemeckis divide lo schermo in più riquadri, consentendoci di osservare simultaneamente eventi che si svolgono in momenti diversi, creando una riflessione visiva che esplora la sovrapposizione di ricordi e esperienze. La tecnica non è solo affascinante a livello estetico, ma rispecchia anche il cuore del film, dove il tempo e lo spazio si intrecciano in modo che tutto sembri essere in costante evoluzione. La casa, che è il principale scenario della storia, diventa un simbolo di trasformazione, quasi come un “disgelo del paesaggio”, un concetto che rimanda al pensiero del filosofo Bruno Latour.

La trama ruota attorno a una coppia interpretata da Tom Hanks e Robin Wright, che già insieme hanno dato vita ad alcuni dei più grandi capolavori del cinema. In Here, Hanks veste i panni di un ex artista degli anni ’60, un uomo costretto a rinunciare ai suoi sogni per diventare assicuratore a causa delle necessità economiche. La sua scelta di sacrificarsi per mantenere la famiglia e soprattutto la casa di famiglia, un’antica villetta costruita ai tempi di Benjamin Franklin, è il cuore pulsante della narrazione. Tuttavia, sebbene la coppia sia centrale, la vera protagonista del film è la casa stessa, che, nel suo cambiamento, diventa il riflesso del nostro rapporto con il tempo. In Here, la casa non è un luogo statico, ma un ente in continua evoluzione, proprio come le persone che vi abitano. Attorno a questo spazio, il film intreccia storie di vite, amori, dolori, nascite e morti, raccontando generazioni intere e offrendo un ritratto universale dell’esistenza umana.

Nonostante la sua apparente semplicità visiva, Here riesce a toccare il cuore, portando lo spettatore a riflettere sulla bellezza della vita e sulla sua fugacità. Zemeckis, noto per la sua abilità nel giocare con la tecnologia, in questo film raggiunge un apice narrativo unico. La sua regia sospende lo spettatore tra il rigore tecnico e l’intimità emozionale, creando un’esperienza cinematografica tanto semplice quanto potente. La tecnologia viene usata magistralmente, con l’uso del de-aging digitale che permette agli attori di interpretare i loro personaggi in diverse fasi della vita, un espediente che, unito alla velocità della CGI, enfatizza la transitorietà del tempo, mostrandone al contempo la sua immobilità e il suo incessante fluire.

Ma Here non è solo una riflessione sul tempo; è anche una meditazione sul nostro rapporto con l’immagine. In un’epoca in cui siamo bombardati da schermi e frammenti di realtà, il film ci invita a cercare un punto di fuga, un angolo in cui osservare il caos che ci circonda. I personaggi sembrano cercare di sfuggire alla staticità del presente, ma i luoghi, come radici invisibili, li richiamano sempre indietro, ricordandoci che la nostra connessione con il passato è una forza che non possiamo ignorare.

Il film è prodotto da Steven Spielberg, il mentore di Zemeckis, che esprime ancora una volta la sua poetica sulla vita e sull’importanza della famiglia. Il messaggio è chiaro e profondo: per proteggere ciò che conta davvero, bisogna fare dei compromessi. Alla fine, il cerchio della vita si chiude, lasciandoci più saggi e consapevoli.

Uno dei temi più potenti di Here è proprio il concetto di casa come punto di ritorno. Zemeckis esplora come i luoghi siano legati ai ricordi che definiscono la nostra esistenza. Una delle scene più emozionanti del film è quella in cui il personaggio di Richard, ormai anziano, porta Margaret, che soffre di demenza, in una casa vuota. Questo momento carico di emozione ci ricorda che, nonostante il tempo passi e le persone cambino, ci sono luoghi che rimangono impressi nella nostra memoria, luoghi che non possiamo mai veramente abbandonare.

Here è un film che, pur prendendo ispirazione da una graphic novel, si trasforma in una profonda riflessione filosofica sul nostro rapporto con il tempo e lo spazio. Zemeckis, ancora una volta, dimostra di essere un maestro nell’arte di fondere tecnologia, emozioni e narrazione, portandoci a riflettere sul nostro posto nel mondo e sulla fugacità della vita. Con una struttura narrativa originale, innovazioni tecniche straordinarie e una storia che tocca profondamente il cuore, Here è destinato a rimanere uno dei lavori più affascinanti e commoventi della sua carriera.

Forrest Gump: 30 anni di un film leggendario!

Il 6 luglio del 1994 uscì negli Stati Uniti Forrest Gump, uno dei film più amati e premiati di tutti i tempi, diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Tom Hanks. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Winston Groom del 1986, il film narra l’intensa vita di Forrest Gump, un uomo statunitense dotato di uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma che, grazie a una serie di coincidenze favorevoli, diventa diretto testimone di importanti avvenimenti della storia della sua nazione.

Il film spazia su circa trent’anni di storia degli Stati Uniti d’America: dalla nascita del protagonista negli anni quaranta si conclude approssimativamente nel 1982. Durante questi anni Forrest conosce importanti personaggi della seconda metà del XX secolo come Elvis Presley, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, John Lennon, George Wallace e Richard Nixon, stabilisce un nuovo clima di pace tra Stati Uniti d’America e Cina, diventa una stella prima del football, allenato all’università dell’Alabama da coach Bear Bryant, poi del ping-pong e partecipa alla guerra del Vietnam e a un raduno hippy, senza tuttavia rendersi realmente conto della portata degli avvenimenti a cui assiste (e a cui talvolta contribuisce in modo determinante).

Il film è una lezione di vita sulla sensibilità, sull’amicizia, sull’amore e sul destino. Forrest Gump è un personaggio che incarna i valori della semplicità, della bontà, della lealtà e della perseveranza. Nonostante le sue difficoltà e le sue sofferenze, Forrest non perde mai la sua innocenza e la sua fiducia nella vita. Il suo motto è

la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita“.

Forrest Gump è anche una storia d’amore tra lui e Jenny Curran, la ragazza che ha conosciuto da bambino e che non ha mai smesso di amare. Jenny, interpretata da Robin Wright, è il suo opposto: ribelle, tormentata, alla ricerca di una via di fuga dalla sua infelice esistenza. Jenny attraversa le varie fasi della cultura giovanile degli anni sessanta e settanta, tra droga, violenza, musica e protesta, ma non riesce a trovare la sua felicità. Solo alla fine del film, dopo aver scoperto di avere un figlio da Forrest, decide di sposarlo e di vivere con lui gli ultimi giorni della sua vita, morendo di AIDS.

Forrest Gump è un film che ha fatto la storia del cinema, vincendo sei premi Oscar, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura non originale. Il film ha incassato oltre 677 milioni di dollari in tutto il mondo, diventando uno dei maggiori successi commerciali degli anni novanta.

Il film è anche noto per il suo innovativo uso degli effetti speciali, che hanno permesso di inserire il volto di Tom Hanks in scene di repertorio storico, facendolo interagire con personaggi realmente esistiti. Inoltre, il film ha utilizzato la tecnica del morphing per modificare le gambe dell’attore Gary Sinise, che interpreta il tenente Dan Taylor, un reduce del Vietnam che perde le sue membra inferiori in battaglia.

A trent’anni di distanza, Forrest Gump resta un film attuale e universale, capace di emozionare e di far riflettere lo spettatore. Il film è diventato un’icona della cultura popolare, generando numerosi riferimenti, citazioni, parodie e omaggi. Il film ha anche ispirato un sequel letterario, Gump & Co., pubblicato nel 1995, e un progetto di adattamento televisivo, che però non ha mai visto la luce.

Forrest Gump è un film che ha segnato una generazione e che continua a incantare il pubblico di ogni età anche a distanza di trent’anni, . Un film che ci insegna che, come dice Forrest, “stupido è chi stupido fa”. E che, nonostante le avversità, “correre è bello”.

Non Così Vicino

Tratto dal comico e commovente bestseller “L’uomo che metteva in ordine il mondo”, Non Così Vicino racconta la storia di Otto Anderson (Tom Hanks), un vedovo scontroso e molto fissato con le sue abitudini. Quando una giovane e vivace famiglia si trasferisce nella casa accanto, l’incontro con Marisol, ragazza brillante e in dolce attesa, crea un’improbabile amicizia che sconvolgerà il suo mondo. Una storia divertente e struggente che racconta come alcune famiglie nascono anche nei luoghi più inaspettati

Non Così Vicino è il nuovo film con Tom Hanks. diretto da Marc Foster (Neverland – Un sogno per la vita) che ha nel cast anche Mariana Treviño (Club the Cuervos), Rachel Keller (Fargo) e Manuel Garcia-Rulfo (I magnifici 7). La sceneggiatura è scritta dal candidato all’Oscar® David Magee (Migliore sceneggiatura non originale, Vita di Pi, 2012; Migliore sceneggiatura non originale, Neverland – Un sogno per la vita, 2004). Tratto dal romanzo best-seller “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman, il film è basato sulla pellicola svedese scritta e diretta da Hannes Holm. Non Così Vicino è prodotto da Rita Wilson, Tom Hanks, Gary Goetzman e Fredrik Wikström Nicastro.

Pinocchio di Zemeckis: una rilettura live-action Disney tra magia e ombre

C’è qualcosa di magico, quasi sacrale, nel ritorno di un grande classico come Pinocchio. Disney lo sa bene, e per il live-action diretto da Robert Zemeckis si è fatta carico di una sfida: reinterpretare una delle storie più amate al mondo, nonché uno dei suoi capolavori animati del 1940, portandolo nel panorama contemporaneo. Ma questo viaggio dal legno alla carne – o meglio, dalla marionetta alla pellicola – ha funzionato davvero?

Visivamente, Pinocchio è una festa per gli occhi. La maestria di Zemeckis nel creare mondi fantastici si percepisce in ogni dettaglio, dalla bottega di Geppetto, calda e intrisa di malinconia, ai vividi colori del Paese dei Balocchi. Tuttavia, questa estetica impeccabile soffre di una freddezza emotiva che lascia lo spettatore distaccato.

Il design di Pinocchio, pur fedele al modello originale animato, sembra incapace di trasmettere quella scintilla vitale che rende il burattino un personaggio amato. C’è una cura ossessiva per i dettagli visivi, ma questa stessa attenzione finisce per soffocare l’emozione, rendendo il film una vetrina lucida ma priva di anima.

Tom Hanks e il peso della nostalgia

Tom Hanks, nei panni di Geppetto, offre un’interpretazione affettuosa e nostalgica, incarnando il dolore di un padre che cerca conforto in un sostituto per la perdita del figlio. Eppure, la sua performance, per quanto sentita, risulta appesantita da un ritmo narrativo che non gli permette di esplorare a fondo la complessità emotiva del personaggio.

Il resto del cast fatica a emergere: Cynthia Erivo, nella breve apparizione come Fata Turchina, è magnetica ma sottoutilizzata, mentre Luke Evans nei panni del Postiglione regala una performance energica, ma relegata a una caratterizzazione fin troppo caricaturale. La gabbiana Sofia, nuovo personaggio inserito nella trama, appare come un’aggiunta fuori luogo, quasi un segnale di smarrimento creativo.

Una trama dal respiro corto

La narrazione è forse il punto più debole del film. La sceneggiatura di Zemeckis e Chris Weitz cerca di condensare temi e momenti iconici del racconto originale, ma il risultato è frammentario e privo di coesione. I comprimari, come il Gatto e la Volpe, sono ridotti a mere comparse; persino il viaggio di Pinocchio, che dovrebbe rappresentare un percorso di crescita e scoperta, sembra più un insieme di episodi scollegati che una trasformazione autentica.

La decisione di concentrarsi sul tema dell’essere figli – e sul dolore di Geppetto per la perdita del figlio – è interessante ma non sufficientemente sviluppata. Questo focus, pur nobile, finisce per appesantire il film, che perde la vivacità e il senso di avventura del classico animato.

Il peso del messaggio

In linea con le riletture moderne, il Pinocchio di Zemeckis tenta di veicolare un messaggio sulla tolleranza e l’accettazione, ma lo fa in modo troppo didascalico. Il film sembra più interessato a spiegare che a far sentire, e questa impostazione finisce per rendere l’esperienza emotivamente piatta. Pinocchio stesso, con il suo desiderio di diventare un bambino vero, appare più come un simbolo che un personaggio autentico.

In definitiva, il Pinocchio di Zemeckis è un esperimento ambizioso che non riesce a mantenere le sue promesse. Sebbene visivamente affascinante e arricchito da un cast di talento, il film soffre di una narrazione debole e di una mancanza di calore emotivo. Per chi è cresciuto con il classico Disney, questa versione live-action potrebbe rappresentare un’occasione mancata di rivivere la magia. Per i nuovi spettatori, invece, rischia di essere un’esperienza dimenticabile.

In un’epoca in cui la Disney sembra impegnata a rielaborare ogni suo classico, forse il vero messaggio che questo Pinocchio ci lascia è che non sempre un’operazione di restauro riesce a restituire la stessa anima dell’originale. Come dice il Grillo Parlante nel finale del film: “La cosa più importante non è diventare un bambino vero, ma imparare a esserlo.” E forse questa lezione, stavolta, vale anche per i cineasti.

Dan Brown – Il simbolo perduto: Un prequel che non decolla tra enigmi e simboli

Dan Brown – Il simbolo perduto (Dan Brown’s – The Lost Symbol) è una serie televisiva che tenta di portare sul piccolo schermo l’universo affascinante e misterioso creato da Dan Brown nel suo omonimo romanzo del 2009, un’opera che si inserisce nel filone dei thriller intellettuali, ricchi di enigmi e simbolismi antichi. Sviluppata da Dan Dworkin e Jay Beattie per Peacock, questa produzione si presenta come un prequel della celebre saga cinematografica dedicata al personaggio di Robert Langdon, il professore di simbologia che ha conquistato il grande pubblico grazie agli adattamenti cinematografici con Tom Hanks nel ruolo del protagonista. La serie ha debuttato il 16 settembre 2021, ma la sua corsa è stata breve, terminando con la cancellazione nel gennaio 2022, dopo una sola stagione composta da dieci episodi.

Ambientata diversi anni prima degli eventi di Il codice da Vinci, Il simbolo perduto si concentra su un giovane Robert Langdon, interpretato da Ashley Zukerman, che viene reclutato dalla CIA per risolvere enigmi mortali legati alla massoneria, quando il suo mentore, Peter Solomon, misteriosamente scompare. Il suo compito è arduo e pieno di pericoli, poiché deve rintracciare e recuperare oggetti cruciali che sembrano avere poteri segreti legati a antiche tradizioni. Mentre Langdon si muove tra le ombre di Washington, il suo cammino si incrocia con quello di Mal’akh, un avversario enigmatico e spietato, che lo costringe a compiere una serie di ricerche tra simboli, codici e trappole mortali.

La trama, quindi, si dipana tra colpi di scena e un susseguirsi di rivelazioni, ma è qui che il primo nodo critico della serie emerge. Nonostante la solida premessa, la narrazione risulta a tratti ripetitiva e forzata, soprattutto per la tendenza a enfatizzare il personaggio di Langdon come una sorta di “banca del sapere vivente” senza una vera evoluzione. Questo è, per certi versi, il più grande difetto della serie: la costante esposizione di conoscenze simboliche e storiche appare talvolta più come un esercizio di stile che non come un reale motore narrativo. Zukerman, pur riuscendo a dar vita a un Langdon giovane e brillante, finisce per fare il verso al Langdon cinematografico di Tom Hanks senza riuscire a trasmettere la stessa aura di carisma o complessità interiore. In effetti, la sua performance non si distacca mai dal semplice ruolo di veicolo per la trama, mentre il personaggio di Hanks, pur rimanendo un archetipico professore senza troppe sfumature, riesce comunque a incarnare un’umanità che manca al Langdon della serie.

Un altro aspetto che merita attenzione è l’introduzione di personaggi secondari che, purtroppo, non riescono a sfuggire dalla trappola del cliché. Peter Solomon (interpretato da Eddie Izzard), mentore di Langdon e figura centrale nel mistero che si sviluppa, non ha la profondità necessaria per rendere il suo rapimento una vera fonte di dramma. La sua presenza rimane sospesa tra il ruolo di figura paterna e quello di strumento narrativo, privo di vere sfumature emotive. Katherine Solomon (Valorie Curry), sua figlia e co-protagonista della missione, appare più come un elemento funzionale alla storia che non come un personaggio che possa emergere con una personalità propria. La scelta di inserire un simile archetipo femminile, sempre in secondo piano rispetto alla figura maschile, denota una certa mancanza di spessore nella costruzione dei ruoli.

Dal punto di vista stilistico, la serie tenta di restituire le atmosfere cupe e intellettuali dei romanzi di Brown, ma la sua realizzazione soffre di una certa superficialità. La sceneggiatura è spesso ingolfata da spiegazioni eccessive, rendendo la tensione che dovrebbe derivare dal mistero più artificiosa che naturale. La presenza della CIA, con il suo personaggio di Inoue Sato (Sumalee Montano), appare come un espediente per allontanarsi dai puri enigma simbolici e introdurre un elemento di thriller spionistico che risulta poco integrato con il resto della narrazione.

Se da un lato Il simbolo perduto cerca di fare leva sulla nostalgia dei fan della saga di Robert Langdon, dall’altro lato non riesce a sviluppare una nuova identità per il personaggio e per la serie in generale. Il suo tentativo di aggiornare il mito di Langdon in una versione più giovane e acerba, ancora lontana dalla figura iconica che vedremo nei film, risulta alla fine più una forzatura che una vera rivisitazione. La speranza dei creatori di rivitalizzare l’interesse per la saga tramite un prequel si scontra con scelte narrative non sempre brillanti e una gestione delle dinamiche della trama che, purtroppo, non fa giustizia al potenziale che una serie come questa avrebbe potuto avere.

“Finch” – Un’Odissea Post-Apocalittica tra Umanità e Tecnologia

“Finch” è un film di fantascienza e dramma post-apocalittico che si affida alla straordinaria interpretazione di Tom Hanks e alla sorprendente performance in motion capture di Caleb Landry Jones per raccontare una storia di sopravvivenza, eredità e speranza. Diretto da Miguel Sapochnik, noto per il suo lavoro in Game of Thrones e Repo Men, il film si inserisce in un filone già esplorato dal cinema di genere, richiamando atmosfere che spaziano da Io sono leggenda a Moon e persino WALL-E. Tuttavia, grazie a una regia attenta e a una forte impronta emotiva, Finch riesce a ritagliarsi un suo spazio, pur senza proporre nulla di realmente innovativo.

La premessa è semplice ma efficace: in un mondo devastato da tempeste solari che hanno reso la superficie terrestre quasi inabitabile, Finch Weinberg (Hanks) è uno degli ultimi esseri umani ancora in vita. Sopravvive rifugiandosi in un bunker tecnologico, in compagnia del suo fedele cane Goodyear e di due robot assistenti. Sapendo di essere malato e prossimo alla morte, Finch costruisce un’intelligenza artificiale con l’obiettivo di prendersi cura del suo cane quando lui non ci sarà più. Nasce così Jeff, un robot dotato di curiosità infantile e di un crescente senso di responsabilità, che diventa il co-protagonista del viaggio attraverso un’America desolata, mentre Finch cerca di insegnargli cosa significhi essere “umano”.

Dal punto di vista narrativo, Finch si sviluppa come un classico road movie post-apocalittico. Il viaggio del protagonista e dei suoi compagni è scandito da incontri con pericoli ambientali, riflessioni sul passato e momenti di formazione per Jeff, che evolve progressivamente da un’intelligenza artificiale rudimentale a un’entità consapevole e capace di sentimenti. Il cuore del film è proprio il rapporto tra Finch e Jeff, che si configura come una sorta di relazione padre-figlio, con il robot che impara dall’uomo e finisce per ereditarne la missione e i valori. La storia gioca con il contrasto tra il cinismo di Finch, temprato dalla solitudine e dalla sopravvivenza, e l’innocenza di Jeff, che scopre il mondo con meraviglia e ingenuità.

La performance di Tom Hanks è, come sempre, impeccabile. Il suo Finch è un uomo segnato dalla fatica e dalla malattia, ma che mantiene uno spirito ironico e una determinazione incrollabile. Hanks riesce a trasmettere con piccoli gesti e sguardi un’intera gamma di emozioni, rendendo credibile il suo legame con Jeff e il cane Goodyear. Caleb Landry Jones, attraverso il motion capture e la voce, dona a Jeff un’umanità sorprendente, facendo emergere il suo graduale sviluppo emotivo e cognitivo.

Visivamente, Finch è un film solido, seppur non particolarmente innovativo. La fotografia di Jo Willems dipinge un mondo devastato in cui il sole è al tempo stesso fonte di morte e speranza, con paesaggi desertici e città fantasma che contribuiscono a un’atmosfera malinconica. Gli effetti visivi, seppur discreti, sono ben integrati, soprattutto per quanto riguarda l’animazione di Jeff, che appare credibile e ben caratterizzato.

Dal punto di vista tematico, il film tocca questioni profonde senza mai approfondirle davvero. La riflessione sull’eredità umana e sulla possibilità di trasmettere valori a un’entità artificiale è interessante, ma rimane in superficie. Il tema della catastrofe ambientale, pur presente, è poco esplorato, servendo più come sfondo che come fulcro narrativo. Finch è, in definitiva, un racconto di connessioni umane in un mondo disumanizzato, un film che punta più al cuore che alla mente.

Se c’è un difetto evidente, è proprio la mancanza di rischio narrativo: il film segue un percorso prevedibile, con pochi momenti di reale tensione o sorpresa. La conclusione, seppur emozionante, potrebbe risultare eccessivamente sentimentale per alcuni spettatori. Tuttavia, la qualità delle interpretazioni e l’empatia che il film riesce a suscitare lo rendono comunque un’esperienza piacevole e coinvolgente.

In sintesi, Finch è un’opera delicata e toccante, che trova la sua forza nella semplicità della sua storia e nella bravura dei suoi interpreti. Non ridefinisce il genere, ma offre una visione intima e umana della sopravvivenza in un mondo ormai perduto. Un film che, pur senza stupire, riesce a lasciare il segno.

Greyhound – Il nemico invisibile: la recensione del film di guerra con Tom Hanks

Le sale sono ancora un ricordo sospeso, l’estate è strana, le uscite cinematografiche sembrano fantasmi rimandati a data da destinarsi. In questo scenario quasi distopico, fatto di streaming compulsivo e nostalgia da grande schermo, arriva su Apple TV+ un film che, in un mondo normale, avremmo visto al cinema con il fiato sospeso: Greyhound – Il nemico invisibile. E invece eccoci qui, sul divano, luci abbassate, volume al massimo, pronti a seguire Tom Hanks in mezzo all’Atlantico del 1942. Una scelta produttiva figlia dei tempi: Sony Pictures ha venduto i diritti alla piattaforma per evitare un limbo infinito nelle uscite. Risultato? Uno dei titoli più attesi dell’estate finisce direttamente in streaming.

Appena finito di vederlo, la sensazione è chiara: Greyhound non è un film che “riempie il tempo”. È un film che ti tiene inchiodato per 91 minuti, senza lasciarti respirare.

Tom Hanks al comando: cinema classico in formato streaming

Tom Hanks non è solo il protagonista. È anche lo sceneggiatore. L’adattamento nasce dal romanzo The Good Shepherd di C. S. Forester, pubblicato nel 1955 e ispirato alla Battaglia dell’Atlantico. La storia segue il comandante Ernest Krause, alla sua prima missione di scorta, mentre guida un convoglio di 37 navi alleate attraverso la zona più pericolosa dell’oceano: il famigerato Black Pit, lontano dalla copertura aerea.

La struttura è sorprendentemente essenziale. Nessun lungo prologo, pochissimo spazio alla vita privata, niente retorica dilatata. Si sale a bordo del cacciatorpediniere Greyhound e si parte. Punto.

Il minutaggio ridotto è una scelta precisa. Novantuno minuti che scorrono come un turno di guardia senza pausa. Non c’è tempo per il melodramma, non c’è tempo per la costruzione tradizionale del “background” dei personaggi. Tutto è concentrato sulla missione. Tutto è tensione.

E Tom Hanks regge il timone con la sicurezza di chi questo tipo di ruoli li ha già attraversati, ma qui li rende più silenziosi, più trattenuti. Il suo Krause non è un eroe plateale. È un uomo sotto pressione.

La guerra che non si vede

Greyhound racconta una guerra diversa da quella a cui il cinema ci ha abituati negli ultimi anni. Niente spiagge invase come in Salvate il soldato Ryan, niente trincee infinite, niente spettacolarizzazione da blockbuster.

Qui il nemico è invisibile.

I sommergibili U-Boot si muovono sotto la superficie. Li percepiamo attraverso il sonar, attraverso segnali acustici, coordinate urlate, comunicazioni radio disturbate. La tensione nasce dal suono. Dai bip elettronici. Dalle esplosioni improvvise nella notte. Dall’attesa.

È un film che vive di rumore e silenzio. Di ordini ripetuti con voce ferma mentre tutto attorno trema. Di sguardi lanciati attraverso un oblò, un binocolo, un orizzonte che non rivela mai abbastanza.

Qualcuno potrebbe scherzare dicendo che è “Tom Hanks che guarda il mare per un’ora e mezza”. In parte è vero. Ma è proprio lì la forza del film: nella frustrazione di non vedere il nemico. Nella guerra combattuta contro ciò che non emerge mai completamente.

In un’estate 2020 segnata da un altro “nemico invisibile”, il parallelo viene quasi spontaneo.

Un one-man show in divisa navale

Greyhound è, di fatto, un monologo corale. L’equipaggio è presente, fondamentale, ma raramente approfondito. La macchina da presa resta incollata a Krause. Ogni decisione passa da lui. Ogni errore pesa su di lui. Ogni perdita lo attraversa.

Il confronto con il capitano Miller di Salvate il soldato Ryan è inevitabile. Ma qui Hanks gioca di sottrazione. Il suo comandante non fa grandi discorsi motivazionali. Non alza la voce per creare pathos. Mantiene la rotta.

La missione è semplice da raccontare e terribile da vivere: proteggere 37 navi mercantili nel tratto più scoperto dell’Atlantico, affrontando un gruppo di quattro U-Boot. Le perdite arrivano. Una nave di scorta viene affondata. Il convoglio vacilla. Solo l’ingresso nella zona di copertura aerea britannica, con l’intervento di un idrovolante, segna la fine dell’incubo.

Non ci sono celebrazioni enfatiche. Solo stanchezza. Sollievo. E la consapevolezza di aver superato qualcosa che poteva finire molto peggio.

Funziona davvero in streaming?

La domanda che mi sono fatto mentre scorrevano i titoli di coda è semplice: Greyhound avrebbe avuto un impatto diverso al cinema?

Probabilmente sì. Il suono, le esplosioni, la tensione costruita sul silenzio avrebbero guadagnato in immersione totale. Ma allo stesso tempo, in questo luglio 2020, guardarlo a casa ha un sapore particolare. È uno di quei film che ti ricorda perché il cinema resta necessario, anche quando cambia formato.

Non è un kolossal epico. Non è un war movie rivoluzionario. È un racconto compatto, asciutto, quasi militare nella sua costruzione. E proprio per questo efficace.

Greyhound dimostra che si può raccontare la guerra senza indulgere nello spettacolo. Che bastano 91 minuti ben calibrati per creare tensione autentica. Che Tom Hanks, ancora una volta, sa portare sulle spalle un intero film senza bisogno di effetti speciali urlati.

E ora sono curioso di sapere la vostra. Avete già visto Greyhound su Apple TV+? Vi ha convinto questa scelta minimalista o vi è mancato qualcosa in più sul piano emotivo e narrativo? Parliamone: in un’estate così strana, anche un film di guerra può diventare un punto di incontro per chi ama il cinema vero.

Inferno: tra Ambiguità e Banalità nel Film di Ron Howard

Columbia Pictures ha portato sul grande schermo il tanto atteso adattamento del romanzo “Inferno” di Dan Brown, diretto da Ron Howard. Il film, come il libro, esplora la mente di Robert Langdon, il professore di simbologia interpretato da Tom Hanks, che si ritrova coinvolto in una corsa contro il tempo per fermare un virus mortale, frutto della mente contorta di Bertrand Zobrist, un miliardario transumanista. Ma se il romanzo aveva lasciato un’impronta forte nella cultura popolare, il film non è riuscito a replicare lo stesso impatto, lasciando gli spettatori con più interrogativi che risposte.

La trama, che si snoda tra Firenze, Venezia e Istanbul, racconta di Langdon che, affiancato dalla dottoressa Sienna Brooks (interpretata da Felicity Jones), deve fermare la diffusione di un virus letale che minaccia di decimare la popolazione mondiale. Il pericolo è stato scatenato da Zobrist, il cui piano apocalittico si intreccia con le visioni infernali di Dante Alighieri, elemento centrale nel racconto. La fotografia e l’ambientazione, con le riprese a Firenze, tra monumenti e chiese storiche, sono indubbiamente uno dei punti forti del film. Tuttavia, l’impatto visivo non basta a colmare le lacune della sceneggiatura.

Il film si presenta con una serie di situazioni che rasentano l’assurdo: amnesie improvvise, personaggi che sembrano muoversi senza una logica temporale ben definita, e un intreccio che si perde in cliché narrativi già visti in precedenti adattamenti dei romanzi di Dan Brown. La tensione crescente del libro viene sostituita in parte da un susseguirsi di eventi che sembrano risolversi con una rapidità eccessiva, in un turbine di inseguimenti e colpi di scena che, anziché coinvolgere, finiscono per lasciare lo spettatore distante.

Un punto di rottura per molti è la decisione di modificare il finale rispetto al romanzo. Nel film, infatti, il rilascio del virus viene fermato in extremis, mentre nel libro l’esito è molto più ambiguo e inquietante. Questa variazione, pur comprensibile dal punto di vista cinematografico, sembra snaturare la filosofia di fondo della trama, che giocava sulla possibilità di un futuro incerto, segnato dalla follia di Zobrist.

Sebbene il cast di attori sia di grande livello, con Hanks nel suo ormai consolidato ruolo di Langdon, la sua interpretazione appare più come una presenza autorevole che una vera e propria guida emotiva del film. Felicity Jones, seppur brava, è relegata a una sorta di “co-protagonista” che, pur svolgendo un ruolo fondamentale nel finale, rimane spesso in ombra, senza mai emergere pienamente come figura di spicco.

La sceneggiatura, purtroppo, è uno degli elementi più deludenti del film. Spesso scontata, si trascina pericolosamente verso una conclusione che risulta ovvia già dopo mezz’ora di visione, soprattutto per chi ha un’infarinatura di base sulla Divina Commedia di Dante. La continua evocazione dei gironi infernali e delle lettere misteriose che dovrebbero svelare il piano di Zobrist risulta forzata, come se l’intento fosse quello di “catturare” l’attenzione dello spettatore più con il nome di Dante che con una narrazione coerente.

In particolare, la gestione del tempo all’interno del film lascia molto a desiderare. Come può Langdon spostarsi in così poco tempo da una location all’altra, attraversando Firenze, Venezia e Istanbul in un batter d’occhio? Le scelte di montaggio, che spesso ignorano la logica temporale, sembrano voler accelerare un ritmo che avrebbe bisogno di maggiore respiro. E poi ci sono le incongruenze nella scenografia e nel montaggio che sfuggono all’attenzione meno critica, ma che risultano quasi grottesche se analizzate con attenzione: oggetti che spariscono e ricompaiono, cambiamenti repentini di scenario che non trovano giustificazione nel contesto narrativo.

In questo contesto, le tematiche profonde e ambiziose del libro sembrano svanire sotto il peso di un film che non riesce a trovare il giusto equilibrio tra intrattenimento e riflessione. La potenza simbolica dei luoghi danteschi, seppur visivamente affascinante, non si traduce in una vera e propria esplorazione intellettuale. Piuttosto, sembra un pretesto per aggiungere un ulteriore strato di mistero che, alla fine, risulta solo decorativo.

Il risultato finale è un film che, pur con alcuni pregi estetici e una fotografia che esalta la bellezza delle città italiane, non riesce a restituire la stessa intensità e profondità dell’opera letteraria. Per quanto intrigante possa sembrare l’idea di un virus apocalittico legato a una delle opere più celebri della letteratura mondiale, la narrazione risulta povera e sbrigativa, con personaggi che si muovono come pedine in un gioco che non riesce a coinvolgere davvero lo spettatore.

In definitiva, “Inferno” di Ron Howard è un film che lascia più domande che risposte, un’opera che avrebbe potuto sfruttare la ricchezza del materiale di partenza per dar vita a un thriller avvincente, ma che si perde in una miriade di incongruenze narrative. Si potrebbe quasi dire che, sebbene il titolo evochi l’inferno dantesco, il vero inferno del film risieda nelle sue numerose falle strutturali e nel suo approccio troppo superficiale alla trama e ai suoi temi.