Tom Hanks nei panni di Abraham Lincoln. Basta questa frase per far scattare un cortocircuito emotivo a chiunque ami il cinema, la storia americana e i grandi racconti che attraversano epoche e generazioni. “Lincoln in the Bardo” non è soltanto un nuovo film in lavorazione: è la trasposizione di uno dei romanzi più sorprendenti degli ultimi anni, un’opera che ha conquistato il Booker Prize e che ha dimostrato come la letteratura contemporanea possa ancora osare, sperimentare e commuovere senza chiedere il permesso a nessuno.
Il progetto nasce dall’omonimo romanzo di George Saunders, pubblicato nel 2017 e diventato in pochissimo tempo un caso editoriale internazionale. Per chi conosce Saunders soprattutto come maestro del racconto breve, questo libro è stato un salto nel vuoto, il suo primo grande romanzo. Un salto che non solo è riuscito, ma ha ridefinito il modo in cui la narrativa storica può dialogare con l’assurdo, il soprannaturale e la sperimentazione formale.
Adesso quella materia così densa, così stratificata, si prepara a prendere vita sul grande schermo con la regia di Duke Johnson, già apprezzato per lavori come Anomalisa e The Actor, e con un protagonista che non ha bisogno di presentazioni: Tom Hanks.
E sì, stiamo parlando proprio di lui. L’uomo che per decenni ha incarnato l’America migliore, l’America fragile, l’America che sbaglia ma prova a fare la cosa giusta. Metterlo nei panni di Lincoln non è soltanto una scelta di casting: è una dichiarazione d’intenti.
Lincoln in the Bardo: storia vera, immaginazione e una notte eterna
La vicenda si colloca nel febbraio del 1862. La Guerra Civile americana è iniziata da un anno e la nazione è spaccata in due, logorata da un conflitto che ha già assunto i contorni di una tragedia epocale. Abraham Lincoln guida un Paese sull’orlo del collasso, ma il dramma politico si intreccia con un dolore ancora più intimo e devastante.
Il figlio undicenne, William Wallace Lincoln, detto Willie, si ammala gravemente e muore. La storia racconta che il presidente, distrutto dal lutto, si recò nella cripta dove il bambino era stato sepolto, aprì la bara e lo abbracciò un’ultima volta. Un gesto che supera la retorica e diventa immagine potentissima: l’uomo più potente degli Stati Uniti che si spezza davanti al corpo del proprio figlio.
Il romanzo di Saunders parte da questo evento reale e lo trasfigura, spostando l’azione in uno spazio liminale chiamato “bardo”, concetto che affonda le radici nella tradizione tibetana. Un luogo sospeso tra vita e morte, dove le anime rimangono intrappolate prima di compiere il passo definitivo. Qui, per una sola notte, si consuma una storia che è al tempo stesso privata e universale.
Il film “Lincoln in the Bardo” promette di restituire questa atmosfera sospesa, costruendo un racconto che fonde realtà storica e immaginazione. Personaggi vivi e morti, figure documentate e presenze inventate si muovono in un coro che riflette sul dolore, sulla memoria, sul senso della perdita. Una notte soltanto, eppure capace di abbracciare intere epoche e di parlare direttamente a noi.
Tom Hanks è Abraham Lincoln: un’icona che incontra un’altra icona
Scegliere Tom Hanks per interpretare Lincoln significa caricare il film di un’energia simbolica fortissima. Hanks non è solo un attore straordinario: è una presenza culturale. Ha attraversato decenni di cinema passando dalla leggerezza di ruoli iconici alla profondità di drammi storici, diventando una figura quasi mitologica della Hollywood contemporanea.
Negli ultimi anni lo abbiamo visto impegnato in progetti ambiziosi come Here, lo sentiremo di nuovo dare voce a Woody in Toy Story 5 e tornerà anche in Greyhound 2. Il suo percorso dimostra una versatilità rara, capace di spaziare tra animazione, war movie e drammi esistenziali.
In “Lincoln in the Bardo”, però, la sfida è diversa. Qui non si tratta solo di incarnare un presidente, ma di entrare nella sua fragilità più profonda. Non il Lincoln dei discorsi solenni o delle grandi decisioni politiche, bensì il padre che non riesce ad accettare la morte del figlio. È in quella crepa che il film può trovare la sua forza.
Un cast corale tra cinema e serialità
Accanto a Hanks troviamo un cast che unisce volti emergenti e interpreti già noti al grande pubblico. Alanah Bloor, vista nella serie Sandokan nel ruolo di Marianne, porta con sé un legame interessante con la serialità internazionale, mentre André Holland continua a costruire una carriera solida tra cinema indipendente e produzioni di grande respiro.
Holland ha già dimostrato di sapersi muovere con naturalezza tra generi diversi, da drammi contemporanei a storie più sperimentali. La sua presenza in un progetto come questo suggerisce un film capace di alternare intimità e potenza narrativa, dialoghi sospesi e momenti di forte impatto emotivo.
La produzione coinvolge Playtone, la casa fondata dallo stesso Hanks, insieme a Starburns Industries. Le riprese sono attualmente in corso a Londra, dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di curiosità: ricostruire l’America del 1862 lontano dagli Stati Uniti implica un lavoro di scenografia e ricostruzione storica che potrebbe regalare un’estetica sorprendente.
Un Booker Prize che diventa cinema: sfida narrativa e hype
“Lincoln in the Bardo” ha vinto il Man Booker Prize nel 2017. Non è un dettaglio secondario. Adattare un romanzo così sperimentale comporta rischi enormi. La struttura originale del libro è frammentata, costruita come un mosaico di voci, citazioni, testimonianze reali e fittizie che si intrecciano in modo quasi teatrale.
Trasportare tutto questo sullo schermo richiede coraggio e visione. Duke Johnson, parlando del progetto, ha espresso una passione autentica per il materiale di partenza. Saunders stesso si è detto colpito dalla sua lettura radicale e perspicace dell’opera. Parole che alimentano l’hype, ma che al tempo stesso alzano l’asticella delle aspettative.
E qui entra in gioco una questione che riguarda noi, community di appassionati. Siamo pronti per un film storico che non si limiti alla ricostruzione didascalica, ma che abbracci l’assurdo, il metafisico, il dolore puro? Siamo pronti a vedere Lincoln non come monumento, ma come uomo che vacilla?
Lincoln in the Bardo tra cinema d’autore e racconto pop
Progetti del genere vivono su un confine delicato. Da una parte il cinema d’autore, dall’altra la potenza di un attore mainstream come Hanks. Da una parte la Storia con la S maiuscola, dall’altra un viaggio quasi fantasy in uno spazio ultraterreno. Il risultato potrebbe essere un film capace di dialogare con pubblici diversi, unendo chi ama il racconto storico a chi cerca esperienze narrative più sperimentali.
La Guerra Civile americana resta sullo sfondo come eco costante. Il dramma collettivo si intreccia con quello individuale, ricordandoci che dietro ogni evento epocale esistono uomini, donne, figli, genitori. Il lutto di Lincoln diventa specchio di una nazione che perde migliaia di giovani vite ogni giorno.
Un racconto che parla di morte, sì, ma anche di memoria e di amore. E forse è proprio questa la chiave che può rendere “Lincoln in the Bardo” qualcosa di più di un semplice film storico.
Una notte, un abbraccio, una domanda aperta
Immaginare Tom Hanks che entra in quella cripta, che si inginocchia davanti alla bara del figlio e lo stringe un’ultima volta, è già di per sé un’immagine cinematografica potentissima. Se la regia saprà restituire il senso di sospensione del bardo, se il film riuscirà a mantenere l’equilibrio tra realtà e visione, potremmo trovarci davanti a uno di quei titoli destinati a lasciare il segno.
La vera domanda, però, riguarda noi. Che tipo di Lincoln vogliamo vedere? L’eroe scolpito nei libri di storia o l’uomo che, per una notte, cammina tra i fantasmi e affronta il proprio dolore senza filtri?
“Lincoln in the Bardo” ha tutte le carte per diventare un’esperienza cinematografica intensa, stratificata, forse anche divisiva. E proprio per questo affascinante.
Adesso passo la parola a voi. Vi intriga questa rilettura così intima di Abraham Lincoln? Pensate che Tom Hanks sia la scelta giusta o avreste immaginato un volto diverso? Parliamone nei commenti: il bardo, in fondo, è anche uno spazio di dialogo tra mondi.








